Pagina:Vico, Giambattista – La scienza nuova seconda, Vol. I, 1928 – BEIC 1964037.djvu/188

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178 libro secondo - sezione seconda - capo quarto


latini non ci lasciò la storia romana privi di qualche tradizione nella risposta eroica muta che Tarquinio superbo manda al figliuolo in Gabi, col farsi vedere al messaggiero troncar capi di papaveri con la bacchetta che teneva tra mani; lo che è stato creduto fatto per superbia, ove bisognava tutta la confidenza. Nel settentrione d’Europa osserva Tacito, ove ne scrive i costumi, ch’i Germani antichi non sapevano «literarum secreta», cioè che non sapevano scriver i loro geroglifici; lo che dovette durare fin a’ tempi di Federico suevo, anzi fin a quelli di Ridolfo d’Austria, da che incominciarono a scriver diplomi in iscrittura volgar tedesca. Nel settentrione della Francia vi fu un parlar geroglifico, detto «rebus de Picardie», che dovett’essere, come nella Germania, un parlar con le cose, cioè co’ geroglifici d’Idantura. Fino nell’ultima Tule e nell’ultima di lei parte, in Iscozia, narra Ettorre Boezio nella Storia della Scozia quella nazione anticamente aver scritto con geroglifici. Nell’Indie occidentali i messicani furono ritruovati scriver per geroglifici, e Giovanni di Laet nella sua Descrizione della Nuova India descrive i geroglifici degl’indiani essere diversi capi d’animali, piante, fiori, frutte, e per gli loro ceppi distinguere le famiglie; ch’è lo stesso uso appunto c’hanno l’armi gentilizie nel mondo nostro. Nell’Indie orientali i chinesi tuttavia scrivono per geroglifici.

436Cosí è sventata cotal boria de’ dotti che vennero appresso (che tanto non osò gonfiare quella de’ boriosissimi egizi): che gli altri sappienti del mondo avessero appreso da essi di nascondere la loro sapienza riposta sotto de’ geroglifici.

437Posti tali principi di logica poetica e dileguata tal boria de’ dotti, ritorniamo alle tre lingue degli egizi. Nella prima delle quali, ch’è quella degli dèi, come si è avvisato nelle Degnitá, per gli greci vi conviene Omero, che in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi fa menzione d’una lingua piú antica della sua, la qual è certamente lingua eroica, e la chiama «lingua degli dèi». Tre luoghi sono nell’Iliade; il primo ove narra «Briareo» dirsi dagli dèi, «Egeone» dagli uomini; il secondo, ove racconta d’un uccello, che gli dèi chiamano χαλκίδα.