Pagina:Vita di Dante, Petrarca e Boccaccio.djvu/113

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poscia per la Serissima dominazione de’Longohar- di , i quali da dugento, e quattro anni, occupata Iulia, I’avean tutta riessa a soqquadro (7//J. I in- perocché primamente , mercè sua pariicolar dili- genza, ne restituì molti libri di Cicerone da più, secoli innanzi occnlli agi’ italiani, e quasi perduti; e 1’ epistole di costui, pria quà e là disperde, nei suoi volumi a quell’ ordine compose » in che or veggiamle. Per l’eccellente sua maniera di dire sè stesso ai posteri diede a modello di stile nel ritmico, e nello sciolto sermone; e sino ai tempi suoi a niun altro esser dato leggiamo , che in ambi due modi di parlare tanto prevalesse. Dap- poiché se due presso i Latini , ed altrettanti appo i Greci, benché fulmini d’ umano ingegno, ai veg- gon pure destituiti 1’ un dell’altro genere di favel- lare , che mai degli altri è da stimarsi ? Alcerto gì’ immortali ingegni di Demostene , e Gcerone , che nella prosa , come nel loro regno signoreg- giano, e trionfano, nel verseggiare poi assai mon- chi, e deboli sappiamo essere siati. E la veneranda maestà nei versi di Omero, e Virgilio, cosi clau- dica nei liberi parlari , che ìli vero chi da loro esser detti ignorasse, che non sieno di loro perpe- tVi?mente sosterrebbe. La qual cosa negli altri stu- s di ancora, dicesi, avvenire, perchè niuno in più cose vantaggi, e però, si crede, da natura ciò es- ser fatto. Chè, se ad un solo tutte , o molte cose ella, qual madre donasse, nou avrebbe poi verso

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