Pagina:Vita di Dante, Petrarca e Boccaccio.djvu/187

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principalmente levossi a tuo aperto contro quella pessima ri- sma di scrittori, financo all' Inferno sospinti della furia prepo- tente della sua immaginazione, valse non poco a determinare i' itala favella, a rigettare ogui altro dialetto delle città italia- ne, non escluso il Fiorentino, e a renderla si d<dce , si armo- niosa , e gentile , quanto dassi a vedere nelle auree carta di quei sommi, e primi maestri. Che, se di colali bei modelli ael- l'arte del dire fossimo mancati, serebbe forse assai maggiora il numero de' trial* imitatori del frate GuiUoo di Arezzo , di Jacopo» da Todi, e di Brunetto Latini, al quale non perdonò lo stesso Dante , ancoraché di lui discepolo , e consegno!lo a perpetua infamia, richiamandolo di quel turpe vìzio, che Un- to fugli in piacere difendere nell'osceno Pataffio. Ed il seicen- to aucora, il corrotto seicento, non vanterebbe neppnr qaeì po- chi , ma illustri scrittori, che ne sminuiscono I' abbonimen- to, se modellati ei non si fossero su i tre primi maestri del gentil favellare , e non avessero saputo il poco oro delta lin- gua razzolare nella molta polvere dei trecéntiiti.

FINE