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viro — allora soltanto tribuno — perdè la sua galera. Nella sua nave trovò lui ed un altra persona — i soli superstiti dell’equipaggio, — aggrappati alla medesima trave. Dicono che il compagno del duumviro fosse un Ebreo....» —

— «Un Ebreo!» — ripetè Messala.

— «.... e uno schiavo.» —

— «Come... Druso? Uno schiavo?» —

— «Quando i due furono raccolti e portati sul ponte, il tribuno vestiva la sua corazza, e l’altro indossava la tunica del rematore.» —

Messala si alzò in piedi.

— «Un gale....» — Non terminò la parola degradante, e guardò in volto ai compagni, come trasognato.

In quella entrarono i servitori con fiaschi di vino, cesta di frutta e di dolci, tazze e coppe d’argento e d’oro. Vi fu un movimento nella folla. Messala si riebbe e, salito sopra una sedia:

— «Uomini del Tevere» — disse con voce squillante — «aspettando il console, nostro capo, non offendiamo Bacco, nostro Dio. Chi sarà il nostro anfitrione?» —

Druso si alzò.

— «Chi sarà nostro anfitrione se non colui che darà la festa? Rispondete, Romani» —

Un grido unanime rispose.

Messala prese la ghirlanda dal capo e la diede a Druso, il quale si arrampicò sopra il tavolo, e, in vista di tutti, la ripose sul capo di Messala, consacrandolo Re della festa.

— «Mi accompagnarono» — egli disse — «alcuni amici che avevano banchettato con me questa notte. Affinché la nostra festa proceda secondo i sacri riti, portatemi qui il più briaco fra loro.» —

Un clamore di voci rispose: — «Egli è qui, egli è qui!» —

E dal pavimento dov’era caduto sollevarono un giovane di così squisita ed effeminata bellezza che avrebbe potuto passare pel Dio del vino in persona, soltanto che la corona gli sarebbe scivolata dal capo ed il tirso dalle mani.

— «Sollevatelo sopra il tavolo» — comandò il Re.

Si constatò che non poteva stare seduto.

— «Aiutalo, Druso, se vuoi che la bella Nione un giorno ti aiuti.» —

Druso prese l’ebbro fra le sue braccia.

Allora Messala, in mezzo ad un religioso silenzio, così parlò all’assopito: