Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/323

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

317



CAPITOLO XI.


Non era quasi caduta la sera, che già l’Omfalo, il centro della città, rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re, alla città regina d’Oriente. L’oscurità era bandita come la malinconia. Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che, cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di Bacco.

Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero, non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento dei popoli lontani. E dove era un centro d’autorità Romana, come a Roma affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e con le loro costumanze.

Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all’osservatore quella sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici di Cleante, l’Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a qual punto di follia gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre — verde, bianco, e misto porpora ed oro.

Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l’isola.

I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.