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Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia.

— «Che devo rispondere?» — chiese.

— «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» —

Ilderim rise e disse: — «La gioventù non viene che una volta sola; non deve l’uomo approffittarne?» —

Ben Hur si volse al messaggero.

— «Dirai a colei che ti inviò, che io. Ben Hur, sarò felice di vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si trovi.» —

Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì.

A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo.

E Ben Hur rimase solo in Antiochia.


CAPITOLO XVI.


Il giorno appresso, una buona mezz’ora prima del tempo fissato per l’appuntamento, Ben Hur, lasciato l’Omfalo, che era nel cuore della città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di Idernee.

Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo a un bacino di marmo lasciava zampillar l’acqua dal becco. I leoni, la gru le scale ricordavano l’Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta, la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo, sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo, spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra.

Ben Hur si fermò all’ombra del porticato, per ammirarne la finitezza del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L’ampio portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l’animo alle bellezze che dovevano venire di poi.