Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/352

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Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a chiamare la sera, sul lago, all’Orto delle Palme; ora lo aveva invitato di nuovo, — nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come in un sogno felice.

Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli si fermò; in quella gli ampi battenti si spalancarono da soli, senza stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa; nessuna mano aveva sospinto l’uscio. La singolarità del caso gli passò inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì.

Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa.

Era impossibile dire l’ampiezza della sala, mirabilmente celata dall’armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s’avvide d’essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti, sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli, meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla trasparente.superficie di uno stagno.

Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva l’azzurro del cielo; l’impluvium, sotto l’apertura, era circondato da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta intorno all’orlo dell’apertura, corruscavano di viva fiamma là dove erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano prolungarsi a profondità infinite.

Strani candelabri pendevano dall’alto, o si partivano in fantastiche curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò da Crasso, o di quell’altra ancora più celebre per la sua stravagante magnificenza, la villa Tusculana di Scauro.