Pagina:Wallace - Ben Hur, 1900.djvu/441

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LIBRO OTTAVO





Chi poteva resistere? Nel mondo
Quale nata a fallir creatura umana?
L’ambrosia che fluìa dalle sue labbra,
Gli sguardi dolci, gli amorosi detti
M’avean reso come un bambinello
Cullato fra le rose. La mia vita
Essa mutò. Davanti a quell’altera
Bellezza sensüale io m’inchinai
Come a regina un suo fedel vassallo.

KeatsEndimione.


— Io sono la resurrezione e la vita.



CAPITOLO I.


— «Ester, Ester! Chiama il servo, e fa ch’egli mi dia una coppa d’acqua.» —

— «Non vorreste invece del vino, padre?» —

— «Digli di portare l’una e l’altro.»

Siamo nel padiglione sulla terrazza dell’antico palazzo degli Hur a Gerusalemme. Dal parapetto prospettante il cortile Ester chiamò un servitore nel momento istesso in cui un’altro domestico s’avvicinava, inchinandosi rispettosamente.

— «Un plico pel padrone» — diss’egli, porgendo una lettera avvolta in un rotolo di tela, legato e sigillato.

Convien qui spiegare al lettore, che si era al ventunesimo giorno di Marzo, cioè quasi tre anni dopo l’Annunziazione di Cristo a Bethabara. — In quel periodo di tempo, Ben Hur, il quale non poteva soffrire l’abbandono e lo stato rovinoso del palazzo di suo padre, aveva per mezzo di Malluch comperata la casa da Ponzio Pilato, e con opportune