Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/288

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260 pensieri (153-154)

*   Tutti piú o meno parlano e gestiscono da se soli, ma principalmente gli uomini di grande immaginazione, sempre facili a considerar l’immaginato come presente. Cosí l’Alfieri nei pareri sulle sue tragedie, racconta di questo suo costume, massime nei punti di passione o di calore. Il qual costume è proprio piú che mai de’ fanciulli, dove l’immaginazione può molto piú che negli uomini (5 luglio 1820).


*   Io stimo che molte parole antiche, che si credono di diversissima origine, non sieno derivate da altro che da antichissimo errore di scrittura, che le ha diversificate, mentre erano una sola. Mi porta a crederlo la somiglianza materiale delle lettere, o sia dei caratteri, e l’uniformità del significato. Per esempio δασὺ vuol dire lo stesso che λάσιον, e il λάμβδα Λ e il δέλτα Δ sono due caratteri somigliantissimi, e facilissimi a esser confusi nelle scritture. Io non posso pensare che queste due parole di uno stessissimo significato, e uguali, eccetto nella terminazione che non fa caso e nella prima lettera di cui si disputa, non abbiano che far niente fra loro. E credo che si potrebbero addurre molti altri esempi simili sí greci come latini, dove la mutazione di una lettera o due,  (154) con altre compagne nella figura, ha tolto ai grammatici il sospetto della loro unicità nell’origine (5 luglio 1820).


*    Da quello che dice Montesquieu, Essai sur le goût, Des plaisirs de l’âme, p. 369-370, deducete che le regole della letteratura e belle arti non possono affatto essere universali, e adattate a ciascheduno. Bensí è vero che la maniera di essere di un uomo nelle cose principali e sostanziali è commune a tutti, e perciò le regole capitali delle lettere e arti belle sono universali. Ma alcune piccole o mediocri differenze sussistono tra popolo e popolo, tra individuo e individuo, e massimamente fra secolo e secolo. Se tutti gli uomini