Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/414

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386 pensieri (315-316-317)

duto. Non c’é altro stato intollerante di tirannia o capace di esserne esente, fuorché lo stato naturale e primitivo o una civilizzazione media, com’é ora quella della Spagna, com’era quella de’ Romani, ec. Atene e la Grecia, quando furono sommamente civili, non furono mai libere veramente (10 novembre 1820).


*    (316) Teofrasto, notato dagli antichi per uomo laboriosissimo e infaticabile negli studi, venuto a morte nell’estrema vecchiezza per l’assiduità dello scrivere, secondo ch’é riferito da Suida, e interrogato dagli scolari se lasciasse loro nessun precetto o ricordo, rispose: Nient’altro se non che l’uomo disprezza molti piaceri a causa della gloria. Ma non cosí tosto incomincia a vivere che la morte gli sopravviene. Però l’amor della gloria è cosí svantaggioso come checchessia. Vivete felici, e lasciate gli studi, ché vogliono gran fatica, o coltivategli a dovere, ché portano gran fama. Se non che la vanità della vita è maggiore dell’utilità. Per me non è piú tempo a deliberare: voi altri considerate quello che vada fatto. E cosí dicendo spirò. Queste sono le sue proprie parole come le riporta il Laerzio, in Theophrasto l. 5, segm. 41


*   Del rimanente mi pare che Teofrasto, forse solo fra gli antichi o piú di qualunque altro, amando la gloria e gli studi, sentisse peraltro l’infelicità inevitabile della natura umana, l’inutilità de’ travagli e soprattutto l’impero della fortuna e la sua preponderanza sopra la virtú relativamente alla felicità dell’uomo e anche del saggio, al contrario degli altri filosofi tanto (317) meno profondi quanto piú superbi, i quali ordinariamente si compiacevano di credere il filosofo felice per se, e la virtú sola o la sapienza bastanti per se medesime alla felicità. Laonde Teofrasto non ebbe giustizia dagli antichi, incapaci di conoscere quella profondità di tristo e doloroso senti-