Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/106

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(614-615-616) pensieri 93

plorata la speranza della propria felicità, ma non perciò ridotto a quella disperazione che non si acquieta se non colla morte, naturalmente e senza veruno sforzo sia portato a servire e beneficar gli altri, anche quelli che o gli sono del tutto indifferenti, o anche odiosi. E non già per vigore di eroismo, ché l’uomo in tale stato non è capace di nessun vigore d’animo; ma in certo modo, come non avendo piú interesse né speranza per te, trasporti l’interesse e la speranza agli affari altrui, e cosí cerchi di riempiere l’animo tuo, di occuparlo e di rendergli i due sopraddetti sentimenti, cioè cura di qualche cosa, ossia scopo e speranza, senza  (615) i quali la vita non è vita, non si conosce, manca del senso di se stessa. Il fatto sta che quando l’uomo si trova in tali circostanze, cioè disperato in maniera, non da odiarsi, (ch’è la ferocia della disperazione), ma da non curarsi, e metter se stesso fuori della sfera de’ suoi pensieri, non solo prova compiacenza nel servir gli altri, ma prende anche per gli affari loro (ancorché, come ho detto di persone indifferenti) una certa affezione, un certo impegno, un desiderio ec., tutto languido bensí, perché l’animo suo non è piú capace di sentimento vivo e forte, ma pur tale, ch’egli non è stato mai animato verso il bene altrui cosí sensibilmente. E ciò accade anche appena l’uomo si riduce alla detta condizione, cosí che avviene in lui come un cangiamento improvviso; ed accade anche negli uomini stati infetti di egoismo. Insomma la persona degli altri sottentra nell’animo suo quasi intieramente alla persona propria, ch’è sparita e messa in non cale e per perduta, come quella che non può piú sperare e non è piú capace della felicità senza cui la vita manca del suo fine e scopo. E il desiderio e la cura  (616) e la speranza della felicità, che non possono piú diriggersi alla felicità propria, riconosciuta impossibile e nel cercar la quale sarebbero vane e quindi non piú sufficienti all’animo umano,