Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/145

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
132 pensieri (685-686-687)

derata piú volte nella lingua francese. Infatti, da un secolo e piú, ella ha perduto, non solamente l’uso, ma quasi anche la memoria di quei tanti e tanti idiotismi e irregolarità felicissime della lingua nostra, nelle quali principalmente consisteva la facilità, l’onnipotenza, la varietà,  (686) la volubilità, la forza, la naturalezza, la bellezza, il genio, il gusto, la proprietà (ὶδιὼτης), la pieghevolezza sua. Non parlo mica di quelle inversioni e trasposizioni di parole e intralciamenti di periodi alla latina, sconvenientissimi alla lingua nostra e che, dal Boccaccio e dal Bembo in fuori, e piú moderatamente dal Casa, non trovo che sieno stati adoperati e riconosciuti da nessun buono scrittore italiano. Ma parlo di quella libertà, di quelle tanto e diversissime figure della dizione, per le quali la lingua nostra si diversificava dalla francese dell’Accademia, era suscettibile di tutti gli stili, era cosí lontana dal pericolo di cadere nell’arido, nel monotono, nel matematico, e insomma di quelle che la rendevano similissima nel genio, nell’indole, nella facoltà, nel pregio alle lingue antiche e specificatamente alla greca, alla quale si accostava da vicino anche nelle forme particolari e speciali, cioè non solamente nel genere, ma anche nella specie; siccome alla latina si accosta sommamente per la qualità individuale de’ vocaboli e delle frasi. Ma oggidí ella va a perdere, anzi ha già perduto, presso  (687) il piú degli scrittori, le dette qualità che sono sue vere, proprie, intime e native; e dico anche presso quegli scrittori che a gran fatica arrivano pure a preservarsi dai barbarismi (e qui riferite quello che ho detto altrove, come in detti scrittori facciano pessima comparsa le parole e modi italiani in una tessitura di lingua che, per quanto non sia barbara, non è l’italiana, e gli antichi accidenti in una sostanza tutta moderna e diversa). E cosí anche la lingua nostra si riduce ad essere una processione di collegiali, come diceva, se non erro, il Fénelon, della francese. Del che