Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/211

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198 pensieri (808-809-810)

lingua. Al che si ponga mente per giudicarne quanto sia necessario anche oggidí ritenere piú che si possa, e nella nostra e in qualunque lingua, la facoltà de’ nuovi composti; atteso l’immenso numero delle nuove cose bisognose di denominazione (massime nella lingua nostra), numero che ogni giorno necessariamente e naturalmente si accresce, e d’altra parte l’impossibilità della troppa moltiplicità delle radici, sí al fatto o all’invenzione, sí all’uso, intelligenza e diffusione, sí anche alle facoltà della memoria e dell’intelletto umano ed alla chiarezza delle idee che debbono risultare dalla parola, chiarezza quasi incompatibile colle nuove radici (vedi p. 951} e compatibilissima coi nuovi composti; oltre alla mancanza di gusto che deriva dalle nuove radici, le quali sono sempre termini, come ho spiegato altrove; non cosí i composti derivati dalla propria lingua. Lo dico senza dubitare. La lingua piú ricca sarà sempre quella che avrà conservata  (809) piú lungamente e piú largamente adoperata la facoltà dei composti, e oggidí quella che la conserverà maggiore e maggiormente l’adoprerà. L’esempio della lingua greca, ricchissima fra quante furono sono e saranno, anzi sempre e anche oggi inesauribile, conferma abbondantemente col fatto questa mia sentenza, già sí evidente in ragione. E d’altra parte la mia teoria serve a spiegare il secreto e il fenomeno di una tal lingua sempre uguale alla copia qualunque delle cose. Se dunque vogliamo che una lingua sia veramente onnipotente quanto alle parole, conserviamole o rendiamole e, se è possibile, accresciamole la facoltà de’ nuovi composti e derivati, cioè l’uso degli elementi ch’essa ha e il modo, la facoltà di combinarli quanto piú diversamente e moltiplicemente si possa. Questo, e non la moltiplicità degli elementi, forma la vera e sostanziale ricchezza, copia e onnipotenza delle lingue, quanto alle parole, come la forma di tutte le altre cose umane e naturali. Generalizziamo un  (810) poco