Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/486

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(1190-1191) pensieri 473

sue facoltà, contrarre un’abitudine; 4°, a potere, mediante quello che già conosce, indovinare in breve tempo anche quello che non conosce, in virtú della gran forza comparativa che gli viene dalla delicatezza de’ suoi organi; la qual forza fa ch’egli, ne’ pochi dati che ha, scuopra tutti i possibili rapporti scambievoli, e ne deduca tutte le possibili conseguenze. Per esempio (non uscendo dalla materia che abbiamo scelta), un fanciullo, provvisto di quello che si chiama genio, ha meno bisogno di vedere di quello che n’abbia un altro d’ingegno ottuso e torpido per formarsi un’idea della bellezza umana, perché concepisce piú presto l’idea delle proporzioni determinate, mediante una piú minuta ed attenta considerazione degli oggetti che vede, ed una piú esatta comparazione di questi oggetti fra loro. Verbigrazia, quel fanciullo d’ingegno  (1191) torpido non si accorgerà della piccola differenza di struttura che è fra quella bocca o quella fronte che vede e quelle ch’è accostumato a vedere. Un fanciullo d’ingegno fino, penetrante, arguto, riflessivo, cioè di organi delicati, mobili, rapidi, pieghevoli, pronti, si accorgerà, o súbito o piú presto, di detta differenza e concepirà il senso e il giudizio della sproporzione e della bruttezza; perché gli oggetti che ha veduti gli ha osservati meglio e osserva meglio questo che or vede, e gli uni e l’altro gli fanno, o gli hanno fatto, piú viva, piú chiara e piú costante impressione; dal che deriva la maggior facilità ed esattezza della comparazione ch’egli fa in questo punto; comparazione ch’è l’unica fonte dell’idea delle proporzioni e convenienze. Ecco tutto il genio. Cosí discorrete proporzionatamente di tutte le altre età e di tutti gli altri oggetti e facoltà e vedrete come il genio di qualunque sorta non sia mai altro che una facoltà osservativa e comparativa, derivante dalla delicatezza e piú o meno perfetta struttura degli organi, che è quello che si chiama maggiore o minore ingegno.