Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/71

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58 pensieri (551-552-553)

bligati non solo a non procurare il loro bene, ma il loro  (552) male. Insomma tutte le calamità derivano dalla tirannia, stato direttamente contrario alla natura di tutti i viventi d’ogni specie e quindi certa sorgente d’infelicità. Cosí la società diviene un male infinito, diviene formalmente l’infelicità degli uomini che la compongono: infelicità maggiore o minore, in proporzione che il principe, il quale viene a racchiudere in se stesso la società, si allontana per qualunque motivo dal di lei fine, ch’è divenuto in diritto e in dovere il suo proprio fine.

Se dunque la società non può stare, anzi non esiste senza unità; e la perfetta unità non può stare senza un principe assoluto; né questo principe corrisponde al fine di essa unità e società e di se stesso, se non è perfetto; perché il governo monarchico e la società sia perfetta, è necessario che il principe sia perfetto. Perfezione, ancorché relativa, non si dà fra gli uomini né fra gli animali né fra le cose. Ed ecco lo stato di società necessariamente imperfetto. Ma, parlando di quella perfezione ch’è nell’uso e nella vita comune (Cicerone, de amicitia, c. 5), un principe  (553) perfetto in questo senso si poteva trovare nei principii della società: 1°, Perché la virtú, le illusioni che la producono e conservano, esistevano allora: oggi non piú; 2°, Perché la scelta può cadere sopra il piú degno e il piú capace, tanto per ingegno e giudizio quanto per buona e retta volontà, di corrispondere al fine del principato e della società, ossia, 1°, di conoscere, 2°, di procurare il ben comune di quel corpo che lo sceglieva.

Se dunque i primi popoli, le prime società, scelsero al principato quell’uomo che eminebat per doti dell’animo e del corpo, vere e convenienti alla detta dignità o piuttosto uffizio e incarico: certo i primi popoli provviddero quanto può l’uomo al fine della società, vale a dire al bene comune; e quindi alla perfezione della società.