Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/270

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256 pensieri (1597-1598-1599)

e ordinata dalla natura, noccia a quella di un’altra parte similmente principalissima. Ora se quella che noi chiamiamo perfezione del nostro spirito, se la civiltà presente fosse stata voluta e ordinata dalla natura, e se ella fosse insomma veramente la nostra perfezione, allora la contraddizione assurda che ho detto si verificherebbe; giacché è incontrastabile che questa pretesa perfezione dell’animo nuoce al corpo.

Primieramente ricordatevi di ciò che ho spiegato altrove, che la debolezza corporale giova, e il vigore nuoce all’esercizio e allo sviluppo delle facoltà mentali massime appartenenti alla ragione. E viceversa l’esercizio e lo sviluppo di queste facoltà nuoce estremamente al vigore e al ben essere del corpo. Onde Celso fa derivare l’indebolimento degli  (1598) uomini e le malattie dagli studi, e ciascun pensatore o studioso ne fa l’esperienza in se, quanto al deterioramento individuale del suo corpo. Né solamente per le fatiche ma in centomila altri modi lo sviluppo della ragione nuoce al corpo, colle pene che cagiona, coi mali che ci scuopre e che ignoti non sarebbero stati mali, coll’inattività corporale a cui ci spinge anche per massima, e coi tanti begli effetti che costituiscono la natura della civiltà e dello stato presente del mondo derivato quasi tutto dallo sviluppo della ragione. Se dunque l’infinito sviluppo della ragione costituisce la perfezione propria dell’uomo, la natura, torno a dire, è in contraddizione, perché la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra e fino arriva a distruggere questa parte, tanto a poco a poco, quanto in un punto mediante il suicidio. Anzi non solo la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra, ma una perfezione di una stessa parte o del tutto nuoce ad un’altra perfezione manifestamente voluta dalla natura.

Lo sviluppo della ragione e la civiltà che ne deriva a noi sembra perfezione propria non solo dell’animo umano ma anche  (1599) del corpo, cioè in-