Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/309

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(1660-1661) pensieri 295

stanza l’ortografia degli antichi ne’ luoghi e ne’ casi alquanto dubbi ec. (come notano infatti degl’italiani, che, non essendo ben formata l’ortografia nostra massime nel quattrocento e ne’ principii del cinquecento, si serviano della latina e scrivevano, per esempio, et pronunziando e, vulgare, letitia ec. ec.; cosí mi pare che osservi il Salviati); e tutto ciò producesse le imperfezioni che si trovano nelle ortografie straniere (9 settembre 1821). Vedi p. 1945 e 2458.


*   Quanto l’uomo sia solito a giudicar di tutto assolutamente, e quanto perciò s’inganni, vediamolo in cose ordinarie. Il giovane deride, accusa, non concepisce, condanna i gusti, i pareri, i costumi, i desiderii ec. del vecchio, e viceversa. Tutti due s’ingannano, e nel fatto loro hanno piena ragione. Cosí dico di chi è appassionato e di chi non lo è; di chi si trova in un tal caso e di chi non vi si trova. S’io fossi ne’ suoi panni farei certo o non farei cosí: non comprendo come  (1661) egli possa portarsi altrimenti. Se foste ne’ suoi panni, lo comprendereste. Tutto giorno ci par facilissimo, verissimo ec., quel ch’é impossibile, falsissimo ec. per chi si trova nel caso. A chi consiglia non duole il capo (Crusca), dice il proverbio, e fa molto al proposito (9 settembre 1821).


*   Il talento non è altro che facoltà d’imparare, cioè di attendere e di assuefarsi. Per imparare intendo anche le facoltà d’inventare, di pensare, di sentire, di giudicare ec. Nessuno impara le sue proprie invenzioni, pensieri, sentimenti o i giudizi particolari ch’egli porta, ma impara a farlo e non lo può fare se non l’ha imparato e se non ha acquistato con maggiore o minore esercizio e copia di sensazioni, cioè di esperienze, queste tali facoltà, che paiono affatto innate e sono realmente acquisite piú o meno facilmente. La nostra mente in origine non ha altro che