Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/238

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226 pensieri (2413-2414-2415)

umana e per ordine generale della natura, piú infelice del naturale e tanto piú quanto è piú perfezionato. E cosí l’infelicità dell’uomo è sempre in ragion diretta degli avanzamenti del suo spirito, cioè della civiltà, consistendo essa negli avanzamenti dello spirito e non potendo dire alcuno che il corpo dell’uomo si sia perfezionato mediante di essa. Anzi è manifestamente scaduto da quel ch’era nell’uomo naturale, in cui la preponderanza del corpo o della materia tenea piú basso e men vivo il sentimento e quindi l’amor proprio e quindi l’infelicità.

In uno stesso secolo, essendo altri piú raffinato, cólto ec. di spirito, altri meno, segue  (2414) dalle predette cose che quegli debba necessariamente esser piú infelice, questi meno, in proporzione; e l’ignorante e il rozzo e il villano manco infelice del dotto, del polito, del cittadino ec.

Indipendentemente dalla coltura, nascendo gli uomini quali con maggior sensibilità o vivezza di spirito o conformabilità o sentimento d’uomo (dice il Casa, Galateo, cap. 26, principio), quali con minore, dalle predette cose resta spiegato il perché gli uomini quanto piú sensibili tanto piú sieno irreparabilmente infelici, e il perché la natura dica agli uomini grandi, Soyez grand et malheureux (D’Alembert). Giacché questo maggior sentimento non è altro che maggior vivezza e profondità e senso ed attività d’amor proprio o non può star senza queste cose, abbracciando l’amor proprio ogni possibile sentimento animale e producendolo o essendo sostanzialmente legato con essolui e in proporzion diretta con esso (2 maggio 1822). Vedi p. 2488.  (2415)


*   Alla p. 2402. Non solo non bisogna vantarsi delle proprie sciagure, ma guardarsi di confessarle, e ciò anche a quelli cui sono notissime. Se ne perde, non solo la protezione o l’amore efficace, ma eziandio