Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/258

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246 pensieri (2447-2448)

tissime e però incapaci di ritener precisamente tante parole quante sono le idee e le parti e diversità loro; se queste parole sono affatto diverse e dissimili e indipendenti l’una dall’altra, come avverrebbe se tutte fossero radicali. E quindi l’uomo è incapace di possedere e di usare una lingua che abbia nel tempo stesso tante parole quante mai sono le cose da esprimersi e che sia tutta composta di radici sole. La composizione e derivazione sono il mezzo piú semplice e vero, riducendo infinite parole sotto pochi elementi, come ho spiegato altrove, paragonando questo mezzo alla scrittura nostra e una lingua tutta composta di radici alla scrittura cinese.

Quindi, non potendo mai bastar le radici, e avendo noi lasciato l’uso della derivazione e composizione di nuove parole dalle già esistenti, vediamo infatti che con tanto maggior numero di  (2448) radici la lingua nostra è infinitamente meno ricca e potente e meno esatta e propria nell’espressione delle minime diversità delle idee, di quel che fossero la latina e la greca con tanto meno radici.

La conclusione è che bisogna a tutti i patti, e malgrado qualunque difficoltà, riassumer l’uso di spiegar le nuove idee, col comporre, derivare e formare nuove parole dalle radici della propria lingua; essendo questo, per natura delle cose (che tutto opera per modificazione degli elementi, e non per aggiunzione di sempre nuovi elementi, per modificazione o composizione e non per moltiplicazione), l’unico, proprio ed assoluto mezzo di rendere una lingua sufficiente ed uguale a qualunque numero d’idee ed a qualunque novità d’idee; e renderla tale non accidentalmente ma per propria essenza e non per alcuni momenti, come può essere adesso, per esempio, la francese, ma per sempre finch’ella conserva il suo carattere: come s’é veduto manifestamente nella lingua greca che da’ tempi antichissimi fino a oggidí è stata