Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/290

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278 pensieri (2501-2502-2503)

del bello ec., che gli uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d’idee  (2502) con parole e modi appresi e ricevuti da un’altra nazione che sia seco loro in istretto e frequente commercio, com’é appunto la Francia rispetto a noi, ed anche agli altri europei, per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio e generalmente per l’influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la cólta Europa. Torno a dire che questo non ripugna naturalmente al bello, se quelle voci e modi non sono di forma assolutamente discorde e ripugnante alle forme della propria lingua. E tale si è appunto il caso nostro. Bisogna dunque cercare un’altra cagione fuori della natura generale e immutabile, perché questo barbarismo distrugga sensibilmente l’eleganza e non possa stare seco lei. Egli è pur certo, e tutti i maestri dell’arte l’insegnano e raccomandano, e io l’ho spiegato e dimostrato altrove, che non solo il pellegrino giova all’eleganza, ma questa non ne può  (2503) fare a meno, e non viene da altro se non da un parlare ritirato alquanto, piú o meno, dall’uso ordinario, sia nelle parole, sia ne’ loro significati, sia ne’ loro accoppiamenti, nelle metafore, negli aggiunti, nelle frasi, nelle costruzioni, nella forma intera del discorso ec. Or come dunque il barbarismo, ch’é un parlar pellegrino, il barbarismo, dico, quando anche non ripugni dirittamente, anzi punto, all’indole generale e all’essenza della lingua né all’orecchio e all’uso de’ nazionali, in luogo di riuscirci elegante, ci riesce precisamente il contrario e incompatibile coll’eleganza? Ecco com’io la discorro.

I primi scrittori e formatori di qualsivoglia lingua e fondatori di qualsivoglia letteratura non solo non fuggirono il barbarismo, ma lo cercarono. 1Tolsero voci e modi e forme e metafore e maniere di

  1. Vedi Caro, Apologia, p. 23-40, cioè l’introduzione del Predella.