Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/346

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334 pensieri (2610-2611-2612)



*   Dicasi quel che si vuole. Non si può esser grandi se non pensando e operando contro ragione, e in quanto si pensa e opera contro ragione, e avendo la forza di vincere la propria riflessione o di lasciarla superare dall’entusiasmo, che sempre e in qualunque caso trova in essa un ostacolo e un nemico mortale e una virtú estinguitrice e raffreddatrice (22 agosto 1822).  (2611)


*   Nessuna cosa è vergognosa per l’uomo di spirito né capace di farlo vergognare e provare il dispiacevole sentimento di questa passione, se non solamente il vergognarsi e l’arrossire (22 agosto 1822).


*   Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che il suo stile sia padrone delle cose: e in ciò consiste la perfezion dell’arte e la somma qualità dell’artefice. Alcuni de’ pochissimi che meritano nell’Italia moderna il nome di scrittori (anzi tutti questi pochissimi), danno a vedere di essere padroni dello stile: vale a dir che il loro stile è fermo, uguale, non traballante, non sempre sull’orlo di precipizii, non incerto, non legato e retreci, come quello di tutti gli altri nostri moderni, francesisti o no, ma libero e sciolto e facile, e che si sa spandere e distendere e dispiegare e scorrere, sicuro di non dir quello che lo scrittore non vuole intendere, sicuro di non dir nulla in quel modo che lo scrittore non lo vuol dire, sicuro di non dare in un altro stile, di non cadere in una qualità che lo scrittore voglia evitare; procede a pié saldo, senza inciampare né dubitare di se stesso, non va a trabalzoni, ora in cielo ora in terra, or qua or là ec. Tutte queste qualità nel loro stile si trovano e si dimostrano, cioè si fanno sentire al lettore. Questi tali son padroni del loro stile. Ma il loro stile non è padrone delle cose, vale  (2612) a dir che lo scrittore non è padrone di dir nel suo stile tutto ciò che