Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/12

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(3527-3528-3529) pensieri 7

quelle e queste sono ugualmente effetti di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un certo aspetto, finte, queste veraci. Il timore muove l’uomo a far quasi una pantomima appresso se stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in luoghi, cammini, occasioni pericolose o che tali paiono, è uso naturale dell’uomo il cantare, non tanto ad effetto di figurarsi e fingersi una compagnia, o di farsi compagnia (come si dice) da se stesso; quanto perché il cantare par proprio onninamente di chi non teme; appunto perciò chi teme canta (vedi a tal  (3528) proposito un luogo molto opportuno del Magalotti segnato da me nelle prime carte di questi pensieri, sul principio, se non erro, del 1819). Dai medesimi principii (piú che dal bisogno di distrazione) nasce che in un pericolo comune o creduto tale, o vero o immaginario assolutamente, piace, conforta, rallegra l’udire il canto degli altri, il vedergli intenti alle lor solite operazioni, l’accorgersi o il credere ch’essi o non istimino che vi sia pericolo, o nulla per sua cagione tralascino o mutino del loro ordinario, e di quello che infino allora facevano, o che, senza il pericolo, avrebbero fatto, o che non lo temano, e sieno intrepidi ec. Il coraggio veduto o creduto negli altri, o l’opinione che non vi sia pericolo, veduta o creduta in essi, incoraggisce l’individuo che teme. Nello stesso modo il mostrar di non temere a se stesso è un farsi coraggio, o col persuadersi che non vi sia pericolo, o col dare a se stesso in se stesso un esempio di coraggio e di non temere questo pericolo, ancorché vi sia. Or chi ha bisogno che gli sia fatto coraggio, o di aver nello stesso pericolo esempi di coraggio e altrimenti teme, non  (3529) è certamente coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E chi ha bisogno, per non temere, di credere che non vi sia pericolo, cioè ragion di temere, o di sminuirsi l’opinion del pericolo e di credere che questo pericolo, questa ra-