Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/19

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14 pensieri (3539-3540)

non gli lascia luogo a considerare il pericolo per se stesso semplicemente. Egli è quasi impossibile a un uomo o ad un vivente il trovarsi in un gran pericolo, conosciuto e considerato come tale, e affissandosi in esso col pensiero senza distrazione alcuna, e pienamente e semplicemente, comprendendolo per se stesso e considerandone e rappresentandosene, sia colla fantasia o anche col solo intendimento e ragione, tutta la qualità e la grandezza, e il danno che seguirebbe dal suo tristo esito, e riguardando questo come gran danno realmente, contuttociò non temere, e restare in perfettissima indifferenza e calma interiore ed esteriore.

Quel che ho detto sin qui del coraggio e del timore nel pericolo, cioè nel dubbio del danno futuro, si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno luogo nella certezza del danno futuro imminente, o piú o men prossimo. E intendo  (3540) di quel danno ch’è subbietto di ciò che propriamente si chiama timore e timidità, viltà ec., non di quello ch’è materia solamente di afflizione, dispiacere, cordoglio ec. o dubbiosamente o certamente aspettato ch’ei sia (nel qual caso questo dispiacere suole altresí chiamarsi timore), o ricevuto e presente ec.

Il passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili e non dipendenti dalla volontà de’ rispettivi individui. Il coraggio d’affrontare o cercare i pericoli volontariamente e potendo a meno, procede per lo piú e principalmente da natura o abito d’irriflessione o di non riflettere profondamente; ovvero dal non curare il pericolo, cioè non considerar come male, o come assai piccolo e spregevol male, il danno che ne potrebbe seguire (ancorché tenuto generalmente grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a esser quanto non riguardare il pericolo come pericolo o dal non credere che questo danno ne possa o debba facilmente o in niun modo seguire, il che torna