Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/133

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128 pensieri (4197-4198)

labat eum πηλὸν αἵματι πεφυραμένον. Sveton., cap. LVII. E Svetonio stesso chiama la sua indole saeva ac lenta natura (ib., init.)


*    Che gli uomini abbiano trovate e pongano in opera delle arti per combattere, soggiogare, recare al loro uso e servigio il resto della natura animata o inanimata, non è cosa strana. Ma che abbiano trovato ed usino arti e regole per combattere e vincere gli uomini stessi, che queste arti sieno esposte a tutti gli uomini, e tutti ugualmente le apprendano ed usino, o le possano apprendere e usare, questo ha dell’assurdo; perché se due uomini sanno ugualmente di scherma, che giova la loro arte a ciascuno de’ due? che superiorità ne riceve l’uno sopra l’altro? non sarebbe per ambedue lo stesso, che ambedue fossero ignoranti della scherma, o che tutti e due combattessero alla naturale? Vedi p. 4214. Un libro, una scoperta di tattica o di strategica o di poliorcetica ec. pubblicata ed esposta all’uso comune, a che giova? se l’amico e il nemico l’apprendono del pari, ambedue con piú arte e piú fatica di prima si trovano nella stessissima condizione rispettiva di prima. Il coltivare queste tali arti, o scienze che si vogliano dire, il procurarne l’incremento,  (4198) e molto piú il diffonderne la coltura e la conoscenza, è la piú inutile e strana cosa che si possa fare; è propriamente il metodo di ottener con fatica e spesa quello che si può ottenere senza fatica né spesa; di eseguire artificialmente e di render necessaria l’arte laddove la natura bastava, e laddove col metodo artificiale non si ottiene il menomo vantaggio sopra il naturale. Insomma, è il metodo di moltiplicare e complicar le ruote e le molle di un orologio, e di far con piú quel medesimo che si poteva fare e già si faceva con meno. Il simile dico della politica, del macchiavellismo ec. e di tutte le arti inventate per