Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/223

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216 pensieri (4272)

per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre affaticandosi per arrivare a quello d’insetti alati, nel quale non durano piú di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non piú di una sola notte, tanto che mai non veggono il sole; altre non piú di una, di due o di tre ore) (Encyclopédie, art. éphémères) (2 aprile 1827).


*    Pavot non sembra essere che un diminutivo positivato di papaver; contratte, per corrotta e precipitata pronunzia, le due prime sillabe pa in una sola.


*    Un uomo disarmato, alle prese con una bestia di corporatura e di forze uguale a lui, per esempio con un grosso cane, difficilmente resterà superiore, verisimilmente sarà vinto. Per vincere, gli bisogna qualche arma, che diagli una forza non naturale, e una decisa superiorità. La ragione è perché il cane vi adopra e vi mette tutto se stesso, fa ancor piú del suo potere; dove che l’uomo riserva sempre una gran parte di se medesimo fuor di fazione, e fa sempre meno di quello che può. Il cane non guarda a pericolo, non considera, non usa prudenza. L’uomo al contrario, se non è disperato affatto, stato al quale egli arriva difficilmente, eziandio che abbia piena ragione di disperarsi. Egli si risparmia sempre, perché sempre spera; e cosí risparmiandosi, non ottiene quello che la speranza gli promette, o non fugge quello che egli sperasi di fuggire; quello che, se non lo sperasse, otterrebbe o fuggirebbe. E che questa sia veramente la cagion di ciò, vedetelo in un fanciullo: il quale assai piú facilmente che un uomo riuscirà pari o superiore in una zuffa con un animale di forze uguali alle sue; zuffa che egli medesimo talvolta attaccherà volontariamente. Il fanciullo, e piú il bambino, adopra tutto se stesso, come una bestia, o poco meno. E per questo lato io non trovo niente d’inverisimile nella favola