Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/237

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230 pensieri (4283-4284)

sia composta di piú assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né piú né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso.  (4284) Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e cosí io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato piú male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo piú vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti (Firenze, 1 luglio 1827).


*    È ben trista quella età nella quale l’uomo sente di non ispirar piú nulla. Il gran desiderio dell’uomo, il gran mobile de’ suoi atti, delle sue parole, de’ suoi sguardi, de’ suoi contegni fino alla vecchiezza, è il desiderio d’inspirare, di communicar qualche cosa di se agli spettatori o uditori (Firenze, 1 luglio 1827).


*    Una delle cause della imperfezione e confusione delle ortografie moderne, si è che esse si sono quasi interamente ristrette all’alfabeto latino, avendo esse molto piú suoni, massime vocali, che non ha quell’alfabeto. Ciò si vede specialmente nell’inglese, dove per