Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/301

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292 pensieri (4349-4350)

prodotto l’idea e ’l desiderio della immortalità, la scrittura considerata come istrumento di essa immortalità, la medesima moltiplicando a dismisura gli oggetti consegnati alla tradizione, sola o principalmente, ha reso a quest’ora impossibile il conseguirla. Anche i sommi uomini, scrittori e fatti si pérdono ora necessariamente nella folla: consegnati alla sola memoria, non si confondevano in gran moltitudine, e quell’istrumento in apparenza sí debole, dico la memoria semplice, sapeva ben conservarli a perpetuità. Il che non può piú la scrittura. Essa nuoce alla fama, di cui è creduta il fonte e l’organo principalissimo e necessario. Vedi p. 4354.

Quanto alle letterature moderne in cui la poesia precedé la prosa, come l’italiana e l’inglese, la ragione di ciò è d’un altro genere. E prima bisogna distinguere. Se si tratta di versi e di prose qualunque, il fatto non è vero. Noi abbiamo prose, anche di quelle destinate e fatte perché durassero, e che compongono una qualunque letteratura; abbiamo croniche (Ricordano, Dino ec)., leggende ec., tanto antiche quanto i nostri piú antichi versi; o sarà ben difficile il provare ne’ versi un’anteriorità. Se si tratta di classici, certo Dante per esempio precedette ogni nostro classico prosatore. La ragione è che le lingue moderne in principio  (4350) furono credute inette alla letteratura. E ciò è naturale: prima ch’esse fossero colte, la letteratura era considerata risiedere nella lingua colta, in quella lingua semimorta e semiviva, in cui sola si avevano buoni libri e dottrine. Vedi p. 4372. Quindi i prosatori che aspiravano ad esser colti, scrivevano nella lingua colta, benché diversa da quella ch’essi parlavano. Ma il poeta ha bisogno di esprimere i suoi sentimenti nella lingua nella quale egli pensa, e trova ogni altra lingua incapace di renderli. Si dice che Dante per compor la Divina Commedia tentasse prima il latino, ma dové