Primo maggio/Parte seconda/I

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Parte seconda - I

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Parte seconda Parte seconda - II

La sera del giorno appresso, dopo un gran lavorio diplomatico del cavalier Bianchini da una parte e della signora Paola dall’altra, il Commendatore e Alberto venivano ad una riconciliazione pro forma, non accompagnata che da poche parole asciutte; compiuta la quale si separarono con due facce ch’eran due mute dichiarazioni di guerra. Nondimeno, Alberto fu contento di quell’atto apertamente non sincero che, pure salvando le convenienze, lasciava lui libero. Ma ebbe presto a persuadersi, con rammarico, che il suo amico Cambiasi gli aveva predetto la verità.

Cominciò tra lui e sua moglie una lotta tranquilla, ma continua; una di quelle infinite piccole lotte familiari di cui si compone la grande guerra delle idee fra un’età che muore e un’età che sorge; guerra nella quale il cozzo meno visibile, ma più forte e più doloroso, è quello dell’uomo audace, che corre all’avvenire, con la donna misoneica, che s’avvinghia al passato. Egli avrebbe voluto scansare quei discorsi; ma, legandosi la grande quistione quasi a ogni idea e a ogni fatto della vita d’ogni giorno, non gli sarebbe riuscito di scansarla se non rinunziando affatto a parlare. D’altra parte, egli sperava di conquistar l’animo di lei lentamente, senza mostrare di volerlo, insinuandole un’idea dopo l’altra, e ciascuna idea a poco a poco, per via della ragione e dell’affetto ad un tempo, e quasi rifacendo la sua educazione intellettuale e morale, come avrebbe fatto con un ragazzo.

Ma riconobbe subito una grande difficoltà: essa non ragionava. Tutte le nuove idee ch’egli esprimeva andavano a urtare contro cinque o sei idee confitte e immobili nell’animo di lei, che opponevano alle sue la resistenza molle, ma tenace, di un’imbottitura, in cui nessun argomento penetrava. Egli comprese per la prima volta che per accogliere certi sentimenti generosi non basta esser buoni e delicati d’animo, com’era sua moglie, ma si richiede una sensitività particolare che vien soltanto da un certo ordine di cognizioni e di riflessioni, a cui raramente la donna si eleva. Non gli era possibile di farle deviare la visuale ordinaria del pensiero quanto e come occorreva perché ella vedesse quelle anomalie sociali che a lui parevano mostruose. Anzi, quanto più queste eran grandi, tanto meno le vedeva, e tanto più si meravigliava ch’ei le vedesse, e faceva il viso d’una persona ragionevole a cui un allucinato indicasse con la voce e col gesto uno spettro.

Quando, cadendo il discorso sulle condizioni della donna, egli diceva che è ingiusto che le sian chiuse tante vie di guadagnarsi il pane, poiché millioni di donne non trovan marito e rimangono senza mezzi di sussistenza, che è immorale che esse sian poste nella necessità di dar una caccia sfrontata al marito come l’uomo dà una caccia impudente alla dote, che è iniquo che, a lavoro eguale, esse siano meno ricompensate degli uomini, perché, se han meno bisogni, ci rimetton più di forza e di salute; che è illogico che non possan votar le leggi, di cui, come figliuole, come madri, come contribuenti, come lavoratrici subiscon gli effetti, che non è ragionevole che sian private dei diritti civili e politici, come gli interdetti per imbecillità o per delinquenza, mentre incorrono nelle stesse pene che l’altro sesso quando falliscono e sono sottoposte alle stesse prove intellettuali per essere ammesse agli stessi uffici; che è assurdo il parlar d’eguaglianza fra gli uomini se è esclusa da questa una metà del genere umano; a tutte queste ragioni essa ne opponeva una sola. - Ma, caro Alberto - rispondeva placidamente - la missione della donna è la famiglia!

Quando, discorrendo della educazione pubblica dei fanciulli, su cui pure non aveva ancora un’idea ferma, egli opponeva alle sue esclamazioni d’orrore che l’error di lei e degli altri era di posare il quesito sopra la supposizione d’una famiglia ideale, e le domandava quante famiglie rimanessero, a suo giudizio, capaci di educare, se si toglievan quelle in cui i coniugi si odiano, leticano e si tradiscono a vicenda, quelle in cui il padre è tutto il giorno al lavoro, la madre in visita o in chiesa e la prole in balia dei servitori, e quell’altre in cui i figliuoli hanno l’esempio continuo della vanità, della dissipazione e dell’ipocrisia, e le altre moltissime in cui i genitori tristi o leggieri lascian crescere i figli senza alcun freno, o li intristiscono con una durezza tirannica, o li corrompono con scandali manifesti, o li inimican fra loro con preferenze inique, o istillan in essi i propri odi, il proprio scetticismo, i propri vizi, e tutte le false idee che hanno ereditate essi stessi: a tutte queste domande essa rispondeva invariabilmente: - Ma, Alberto! Strappare i fanciulli al santuario della famiglia! Ma è possibile? Ma come lo puoi dir seriamente?

Quando, cadendo sul tappeto la quistione del lusso, egli le diceva che il lusso è pernicioso alla società e agli individui, perché divora i capitali che, accumulati, produrrebbero un rialzo dei salari, perché storna dalle industrie veramente utili un gran numero di lavoratori, perché assoggetta il lavoro alla mutabilità continua dei suoi capricci, perché provoca ambizioni e gare rovinose, eccita la sensualità, corrompe i gusti e le tendenze di tutti a danno dell’intellettualità e della cultura, e trascina alla colpa chi ha mezzi modesti e irrita il sentimento della miseria in chi manca del necessario, a queste osservazioni essa mostrava una grande maraviglia, e rispondeva sorridendo: - Ma, Alberto, se non ci fosse il lusso, come vivrebbe tutta la povera gente che il lusso fa lavorare? - E non lo diceva, ma lasciava capire chiaramente che, a suo giudizio, se si fossero soppressi i ricchi, il popolo sarebbe morto di fame.

Se, venendo a parlare della giustizia, egli le diceva che, nella società presente, il principio che "la legge è eguale per tutti" è un’aperta menzogna, perché il povero non può litigare col ricco, perché le pene pecuniarie, che schiacciano l’uno, sono derisorie per l’altro, perché, irresistibilmente, quanti esercitano la giustizia la violentano a difesa degli interessi della propria classe, o cedono al potere da cui dipendono, o alle simpatie e agli influssi del ceto sociale in cui son nati e in cui vivono; e le adduceva in prova l’abbominevole sproporzione delle pene fra il grande latrocinio finanziario e il piccolo furto volgare, le scandalose assoluzioni dei ladri e delle ladre in guanti gialli, i processi impediti, le fughe protette, le prigionie addolcite, le mille complicità e indulgenze infami con cui la classe dominante nasconde od attenua i delitti che si commettono nel suo seno, mentre è punito senza pietà persino il grido solitario ed il canto che s’innalza contro i suoi privilegi; a tutto questo essa rispondeva ingenuamente: - Ma, Alberto, a me par naturale che la giustizia sia più severa con la classe che commette più reati e che, essendo la più pericolosa, ha bisogno di maggior freno, per la sicurezza di tutti! È una necessità, caro Alberto!

Quando infine, negando che il socialismo voglia sradicare dal cuore dell’uomo l’amor di patria, egli le diceva che questa parola si fraintende e si abusa ipocritamente, perché essa non ha senso alcuno se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente, e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla formata da due popoli, e quasi da due razze diverse, di cui l’una si coltiva, s’ingentilisce, signoreggia, mentre l’altra, che lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’anima dal disprezzo che si sente pesare sul capo; quando egli le diceva questo, e soggiungeva che come la patria sta al di sopra della famiglia, l’umanità sta al di sopra della patria, e che il patriottismo chiuso e orgoglioso non è che l’egoismo larvato d’una classe, - essa rispondeva, quasi scandalizzata: - Ma, Alberto! Anche la patria! Ma non è il più sacro dei nostri affetti, dopo Dio?

E se, accalorandosi un poco, egli insisteva, essa metteva fuori quel benedetto: - Non t’alterare! - che gli urtava i nervi; o faceva di peggio: gli dava tutt’a un tratto ragione, accarezzandolo affettuosamente e sorridendo, come si fa per rabbonire un fanciullo caparbio. Ma quello che più lo feriva, quando egli esprimeva le sue idee intorno alla donna, alla famiglia o alla patria, era il sentirsi dire a bassa voce: - Bada che Giulio ascolta! - come s’ei tenesse dei discorsi immorali, e il veder gli atti premurosi e i pretesti con cui essa cercava di allontanare il ragazzo il quale stava sempre lì attento, e mostrava già qualche volta sul suo bel viso bianco somigliantissimo a quel della madre, un sentimento diverso da quello di lei.

Un giorno, finalmente, essa si lasciò sfuggire una parola che lo scoraggiò più d’ogni sua resistenza. - Ma già -, gli disse con un sorriso, è impossibile che tu rimanga un pezzo in queste idee... Cambierai, ne son certa.

Gli sorse ancora una speranza: di aprirle l’animo alle proprie idee giovandosi dell’unico affetto profondo che era in lei, oltre a quelli del sangue: l’affetto per la sua amica perduta. Questo era forse la scintilla elettrica che avrebbe scosso ed acceso gli elementi buoni ch’essa aveva nell’animo, soffocati dall’educazione e dall’atavismo borghese. E un giorno, al termine d’una discussione un po’ aspra sopra le cause della miseria, egli le disse: - Ma come non comprendi, come non senti questa scellerata ingiustizia? Ah! La tua Angiola Lariani, se fosse qui, la capirebbe, e ti darebbe torto!

La signora si scosse a quel nome, e rispose con serietà e con dolcezza: - Lascia stare quella santa creatura, Alberto. Quella era un’anima retta. Se fosse qui, ti direbbe che parli con passione, sotto l’influenza di libri di partito... o di amici, che t’hanno sviato. Essa voleva bene a tutti ad un modo, a poveri e a signori. Era giusta con tutti.

Alberto tentennò il capo. - Sono stati dei signori, però, quelli che l’hanno calunniata, tormentata, spinta al suicidio; e l’hanno potuto fare perché loro eran ricchi e lei era povera.

La signora ribatté con una forza di cui non la credeva capace. - Ah! non dir questo! I poveri, i contadini non sono stati meno feroci degli altri... Per diffamarla hanno deposto il falso, hanno venduto la loro coscienza! Sono stati più vili e più malvagi degli altri!

- Eccoti dunque nelle mie acque: non ci sarebbero dei vili che vendon la coscienza se non ci fossero dei vili che posson comprarla.

- Via, Alberto; non tirare in queste discussioni Angiola Lariani. Lasciala tutta nel mio cuore e nella mia memoria. - E il suo viso mostrò una viva commozione. Poi, a un tratto, sorrise, e soggiunse: - Se cerchi un’alleata, hai la signora Luzzi.

Ma essa medesima fu colpita dal suono di quelle parole, che le destarono improvvisamente il pensiero d’una simpatia pericolosa, d’un amore possibile fra l’amica e il marito, per effetto della comunanza di idee. Alberto indovinò quel pensiero, ed espresse in una forma mentita la viva curiosità che lo pungeva da qualche giorno, di saper da sua moglie quale fosse l’indole vera della sua amica, e se covasse alcunché di serio sotto i fuochetti d’artifizio che aveva fatti quella sera in onor suo.

- Ma che! - disse, scotendo una spalla - io credo la signora Luzzi una testa vuota. Non sono quelle animette lì in cui possano entrare le grandi idee. Ha preso le mie parti per far l’originale. T’aveva mai espresso delle idee di quel genere?

Il sospetto di sua moglie era già svanito. Essa si compiacque di quel giudizio; ma non lo confermò, poiché non diceva mai male di nessuno. Non poteva dir altro se non che la Luzzi, fin da giovinetta, era stata sempre un po’ bizzarra: faceva dannare le maestre; ma aveva buon cuore, e ingegno: essa ci discorreva volentieri.

Da quel giorno, Alberto rinunciò alla sua impresa, confidando nei buoni effetti del tempo e della libera riflessione di lei. Non stuzzicata, essa l’avrebbe, se non altro, lasciato in pace, ed era quello che più gli premeva.

Ma già nell’animo suo stava per alzarsi la favilla che avrebbe infiammato le polveri e scosso alle fondamenta la casa.