Prose della volgar lingua/Libro primo/VII

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Primo libro – capitolo VII

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Tacevasi, detto fin qui, messer Federigo, e gli altri affermavano che egli dicea bene, ciascun di loro a queste ragioni altre prove e altri argomenti aggiugnendo, quando messer Ercole: - Ben veggo io - disse - che troppo dura impresa ho pigliata, a solo e debole con tre contendere cosí pronti guerrieri e cosí spediti. Pure perciò che piú d’onore mi può essere lo avere avuto ardire di contrapormi, che di vergogna se averrà che io vinto e abbattuto ne sia, io seguirò tuttavia, piú tosto per intendere da voi delle cose che io non so, che per contendere. E, lasciando le altri parti da canto, se la nostra volgar lingua non era a que’ tempi nata, ne’ quali la latina fiorí, quando e in che modo nacque ella? - Il quando - rispose messer Federigo - sapere appunto, che io mi creda, non si può, se non si dice che ella cominciamento pigliasse infino da quel tempo, nel quale incominciarono i Barbari ad entrare nella Italia e ad occuparla, e secondo che essi vi dimorarono e tenner piè, cosí ella crescesse e venisse in istato. Del come, non si può errare a dire che, essendo la romana lingua e quelle de’ Barbari tra sé lontanissime, essi a poco a poco della nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente pigliando, e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in processo di tempo e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e dell’una e dell’altra ritenesse, che questa volgare è, che ora usiamo. La quale se piú somiglianza ha con la romana, che con le barbare avere non si vede, è perciò che la forza del natío cielo sempre è molta, e in ogni terra meglio mettono le piante che naturalmente vi nascono, che quelle che vi sono di lontan paese portate. Senza che i Barbari, che a noi passati sono, non sono stati sempre di nazione quegli medesimi, anzi diversi; e ora questi Barbari la loro lingua ci hanno recata, ora quegli altri, in maniera che ad alcuna delle loro grandemente rassomigliarsi la nuova nata lingua non ha potuto. Con ciò sia cosa che e Francesi e Borgognoni e Tedeschi e Vandali e Alani e Ungheri e Mori e Turchi e altri popoli venuti ci sono, e molti di questi piú volte, e Goti altresí, i quali una volta frall’altre settanta anni continui ci dimorarono. Successero a’ Goti i Longobardi; e questi primieramente da Narsete sollecitati, sí come potete nelle istorie aver letto ciascuno di voi, e fatta una grande e maravigliosa oste, con le mogli e co’ figliuoli e con tutte le loro piú care cose vi passarono e occuparonla e furonne per piú di dugento anni posseditori. Presi adunque e costumi e leggi, quando da questi Barbari e quando da quegli altri, e piú da quelle nazioni che posseduta l’hanno piú lungamente, la nostra bella e misera Italia cangiò, insieme con la reale maestà dell’aspetto, eziandio la gravità delle parole, e a favellare cominciò con servile voce; la quale, di stagione in stagione a’ nepoti di que’ primi passando, ancor dura, tanto piú vaga e gentile ora che nel primiero incominciamento suo non fu, quanto ella di servaggio liberandosi ha potuto intendere a ragionare donnescamente.
- Deh voglia Idio, - a queste parole traponendosi disse subitamente il Magnifico - che ella, messer Federigo, a piú che mai servilmente ragionare non si ritorni; al che fare, se il cielo non ci si adopera, non mostra che ella sia per indugiarsi lungo tempo, in maniera e alla Francia e alle Spagne bella e buona parte de’ nostri dolci campi donando, e alla compagnia del governo invitandole, ce ne spogliamo volontariamente a poco a poco noi stessi; mercé del guasto mondo, che, l’antico valore dimenticato, mentre ciascuno di far sua la parte del compagno procaccia e quella negli agi e nelle piume disidera di godersi, chiama in aiuto di sé, contra il suo sangue medesimo, le straniere nazioni, e la eredità a sé lasciata dirittamente in quistion mette per obliqua via. - Cosí non fosse egli vero cotesto, Giuliano, che voi dite, come egli è - rispose messer Ercole - che noi ne staremmo vie meglio che noi non istiamo. Ma lasciando le doglianze adietro, che sono per lo piú senza frutto, se la volgar lingua ebbi incominciamento ne’ tempi, messer Federigo, e nella maniera che detto avete, il che a me verisimile si fa molto, il verseggiare con essa e il rimare a qual tempo incominciò, e da quale nazione si prese egli? Con ciò sia cosa che io ho udito dire piú volte che gl’italiani uomini apparata hanno questa arte, piú tosto che ritrovata. - Né questo ancora sapere minutamente si può - rispose messer Federigo. - È il vero, che in quanto appartiene al tempo, sopra quel secolo, al quale successe quello di Dante, non si sa che si componesse, né a noi di questo fatto memoria piú antica è passata; ma dello essersi preso da altri, bene tra sé sono di ciò in piato due nazioni: la Ciciliana e la Provenzale. Tuttavolta de’ Ciciliani poco altro testimonio ci ha, che a noi rimaso sia, se none il grido; ché poeti antichi, che che se ne sia la cagione, essi non possono gran fatto mostrarci, se non sono cotali cose sciocche e di niun prezzo, che oggimai poco si leggono. Il qual grido nacque perciò, che trovandosi la corte de’ napoletani re a quelli tempi in Cicilia, il volgare, nel quale si scriveva, quantunque italiano fosse, e italiani altresí fossero per la maggior parte quelli scrittori, esso nondimeno si chiamava ciciliano, e ciciliano scrivere era detto a quella stagione lo scrivere volgarmente, e cosí infino al tempo di Dante si disse. De’ Provenzali non si può dire cosí; anzi se ne leggono, per chi vuole, molti, da’ quali si vede che hanno apparate e tolte molte cose gli antichi Toscani, che fra tutti gl’italiani popoli a dare opera alle rime sono senza dubbio stati primieri, della qual cosa vi posso io buona testimonianza dare, che alquanti anni della mia fanciullezza ho fatti nella Provenza, e posso dire che io cresciuto mi sono in quella contrada. Perché errare non si può a credere che il rimare primieramente per noi da quella nazione, piú che da altra, si sia preso -.