Prose della volgar lingua/Libro primo/XX

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Primo libro – capitolo XX

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Allora lo Strozza, che buona pezza assai intentamente quello che s’era ragionato ascoltando, niente parlato avea, disse: - Lo avermi voi tutti oggi fatto chiaro d’alquante cose sopra la volgar lingua, delle quali io niuna contezza avea, m’ha posto in disio di dimandarvi d’alquante altre, e fare’lo volentieri se l’ora non fosse tarda, come messer Federigo dice e come io veggo che ella è, e se noi non avessimo pur troppo lungamente occupato messer Carlo, il quale fie bene che noi lasciamo. - Me non avete voi occupato di nulla, - riprese mio fratello - il quale non potea questo dí meglio spendere che io me l’abbia speso. Voi, messer Ercole, e questi altri posso io bene avere occupati e disagiati soverchio, il che se è stato, della vostra molta cortesia ringraziandovi, che avete con isconcio di voi il mio natale dí della vostra presenza onorato, vi chieggo di ciò perdono. Non per tanto io non mi pento d’avervi dato questo sinistro: e chi sa, se io ne ho a fare piú alcuno altro? Ma, lasciando questo da parte, se io credessi che voi, fatto chiaro di quelle cose delle quali dite che ci addimandereste volentieri, pensaste di scrivere alcuna volta con quella lingua con la quale ragionate sempre, io direi che noi, o qui o in altro luogo dove a voi piacesse, insieme ci ritrovassimo medesimamente domani a questo fine. Ma io non lo spero, in maniera v’ho io conosciuto in ogni tempo lontano da questo consiglio. - Sicuramente - disse lo Strozza - cosí è stato di me come voi dite, infino a questo giorno, che non ho mai potuto volger l’animo allo scrivere in questa favella. Non perciò dovete voi di ragionarne meco rimanervi, che egli potrebbe bene avenire che io muterei sentenza, udendo le vostre ragioni. E domani che possiamo noi meglio fare, massimamente niuna cosa affare avendo, come non abbiamo? se costor due tuttavolta maggiore opera non hanno a fornire, che m’abbia io -. I quali rispondendo che essi niuna ne aveano, e quando n’avesser molte avute, essi non sapeano che cosa si potesse per loro fare, che loro piú piacesse che si facesse di questa, - Dunque, - disse mio fratello - poscia che voi il fate possibile, per me non voglio già io che rimanga, che non vi sia ogni occasion data, messer Ercole, della vostra falsa openione di dipartirvi -. E cosí conchiuso per ciascuno che il seguente giorno appresso desinare pure a casa mio fratello si venisse, essi da sedere si levarono, e preso da tutti il passo verso le scale, che alquanto lontane erano dalla parte, nella quale dimorando ragionato aveano, disse lo Strozza: - Se di questo dubbio voi mi potete, messer Carlo, cosí caminando far chiaro, ditemi: quando alcun fosse, il quale nello scrivere, né a quella antica toscana lingua, né a questa nuova in tutto tenendosi, delle quali disputato avete, ma dell’una e dell’altra le migliori parti pigliando, amendue le mescolasse e facessene una sua, non lo lodereste voi piú che se egli non le mescolasse? - Io - disse mio fratello - il loderei, quando egli tuttavia facesse in modo che la sua mescolata lingua fosse migliore, che non è la semplice antica. Ma ciò sarebbe piú malagevole affare, che altri per aventura non istima; con ciò sia cosa che il men buono aggiunto al migliore non lo può miglior fare di quello che egli è, men buono sí il fa egli sempre; ché il pane del grano non si fa miglior pane per mescolarvi la saggina. Perché io per me non saprei lodare, messer Ercole, questo mescolamento -. Cosí detto, e scese le scale, e alle porte, che dal canto dell’acqua erano, pervenuti, mio fratello si rimase, e gli tre, in una delle nostre barchette saliti, si dipartirono.