Prose della volgar lingua/Libro terzo/XX

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Terzo libro – capitolo XX

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Io - tornò qui a dire mio fratello - tanto credo esser vero, quanto voi dite d’intorno a questa voce; ma egli mi risorge da un’altra parte di lei un altro dubbio, il quale è questo che egli si truova ne’ poeti alle volte dupplicata di lei la prima lettera, quando ella è consonante, Aprilla Dipartille, in vece di dire La aprí e Le dipartí. Questo perché si fa? O quando s’ha egli a fare piú in un luogo che in altro? - Fassi - disse il Magnifico - ogni volta che ella, dopo ’l verbo in vocale finiente posta, dall’accento di lui si regge, e il verbo ha l’accento sopra l’ultima sillaba. Perciò che, sí come ci ragionò ieri messer Federigo, l’accento, posto sopra l’ultima sillaba della voce, molto di forza si vede che ha, in tanto che egli ne’ versi di dieci sillabe, nella fine del verso posto, opera che la sillaba, sopra cui esso giace, vi sta in vece di due sillabe e basta per quella che al verso manca naturalmente. Perché, sí come egli da questa parte dimostra la sua forza, bastando per una sillaba che non v’è, cosí da quest’altra, quando alcuna di queste voci vi s’aggiugne, la dimostra egli medesimamente, raddoppiando sempre la consonante di lei, come diceste, perché la sillaba ne divenga piú piena: Dàlle Sortille e somiglianti. Né solamente in queste voci ciò aviene, che si raddoppia in quel caso sempre la lettera consonante loro nel verso; anzi in quelle altre ancora che si son dette, Mi Ti Si, e Ne, in vece di Noi detta, ora nel verso e quando nella prosa questo stesso si vede avenire. Perciò che né piú né meno, nel verso, Fammi Mostrommi Stassi Vedrassi, vi si dice sempre, et Etti Faratti Dinne e Dienne nelle prose. Né solo la consonante di queste tali voci si raddoppia, ma ancora la vocal loro primiera quando ella in forza di consonante vi si pone; come si pon nel Voi, che si dice Vi: Favvi Sovvi Puovvi Dievvi, e somiglianti; tuttavia solamente nelle prose, ché nelle rime ciò non ha luogo. Raddoppiavisi medesimamente la consonante di queste due particelle del parlare, Vi Ci, o pure la vocale che in vece di consonante vi sta: et evvi, oltre acciò, l’aere piú fresco, e Porrovvi suso alcun letticello, e Hacci Vacci e simili -. Appena avea cosí detto il Magnifico, che messer Federigo cosí disse: - Egli è il vero che quelle consonanti, che voi detto avete, si raddoppiano, Giuliano, a quelle voci donate, che si son dette. Ma io mi sono aveduto che in alquante altre voci elle non si raddoppiano; il che si pare non solo in Dante, il quale e Quetami e Levami disse, ma ancora nel nostro medesimo Boccaccio, che disse: Farane un soffione alla tua servente, e altrove, Tu hai avuto da me ciò che disiderato hai, e hami straziata quanto t’è piaciuto; e ciò si vede in molti altri luoghi delle sue prose. E pure qui la medesima ragione v’è dell’accento che è in quelle. - E cosí detto, si tacque. Di che il Magnifico rincominciò in questa maniera: - Egli v’è bene, in quelle voci che voi detto avete e in altre somiglianti, l’accento che io dissi, ma egli non v’è in quel modo. Con ciò sia cosa che egli in queste voci non vi sta, sí come in ultima loro sillaba, anzi sí come in penultima; perciò che Quetàimi e Levàimi e Faràine e Hàimi, sono le compiute voci. Là dove in quelle, delle quali vi recai gli essempi, elle vi stanno, sí come in compiute. E perciò che compiendole, come io ora fo, e fuori mandandolene, le consonanti raggiunte loro non si raddoppiano, ché non si potrebbe dire Quetaímmi Ricorderaítti e l’altre, ché bisognerebbe levarne l’accento del suo luogo, vuole l’usanza della lingua che elleno vi rimangano sole e semplici, non altramente che se le voci si dicesser compiute. Il che si fa medesimamente della voce, di cui si ragionava; perciò che, quando la voce, a cui ella si dà, è compiuta, la consonante di lei si raddopia, come si dice. Vedesi in questi versi:

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla.

Quando poi la voce non è compiuta, niente di lei si raddoppia, ma si lascia tale quale ella è naturalmente. Vedesi in quest’altro delle canzoni del medesimo poeta:

E s’altro avesser detto a voi, direlo.

Ne’ quali due luoghi si vede, che perciò che Riguardò è voce compiuta, si disse Riguardolla; allo ’ncontro, perciò che Dire’ non è compiuta voce, ma tronca, ché la compiuta è Direi, fu di mestiero che si dicesse Direlo, né altramente si sarebbe potuto dire -.