Racconti inverisimili di Picche/V

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V
IL CASO DEL CAPITANO CANDIOLO

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IV VI

Parlo di persone vive. Anche a te, per un momento, darò parte della mia vita. Anche tu, dal regno delle ombre verrai qui, evocata dalla memoria del mio cuore. Prego la morte che ti dovrà tenere così lungamente che un solo instante ti ceda a me, che ti renda alla vita del mio pensiero stanco, del mio cuore assopito, che mi ti faccia vedere in viso come in quelle brevissime ore che passavamo insieme sul poggiuolo della terrazza, nelle tacite notti rischiarate dalla luna.

Solo, chiuso dentro me stesso, interrogando il mio passato, figgendo con ostinata impazienza gli occhi della mente nelle tenebre degli anni, io ti rivedo adombrata in una forma eterea e fuggevole, e sento quanta immensità d’ignoto ti separa da me, e mi crucio al pensiero desolato che forse nessun tempo verrà mai in cui potrò essere ricongiunto alla tua vita, ai tuoi sogni, alla tua gioventù fiorente, alla tua bellezza luminosa e terrena.

Le persone vive, che nominerò qui appresso, hanno tutte conosciute Manina. Il nome le stava bene per la piccolezza della mano, ed io così le dicevo; ma era veramente un vezzeggiativo di Maddalena. La chiamavano anche l’Andalusa, per la perfezione delle forme e la brunezza olivastra della carnagione. Era delicata senza esser magra, di giusta statura, vivacissima negli atti come sono un po’ tutte le brune, mutevole nell’espressione del viso. Sorridendo, abbagliava; perché una stessa luce facea risplendere i denti bianchissimi fra le labbra fresche e coralline e la pupilla grande e nera dietro le lunghe ciglia. Se non che, sottentrava subito al sorriso un’espressione pensosa e maliconica, la quale era in lei più frequente, anche nei momenti di gioia. Si sarebbe detto che una naturale trepidazione la persuadesse a contenere i moti dell’animo. Certi sentimenti hanno la tenuità dei profumi delicati. Ella vi s’intrinsecava, li meditava, ne assoporava tutta la soavità, li voleva suoi. Non era triste in quei momenti, come ad alcuno pareva; e così pure non era lieta, quando facea suonar per la casa la nota squillante della sua risata. Allora io le domandava, per tormentarla: - Che cosa ti fa piangere? - Tutta quella luce ch’ella si spandeva intorno mi faceva male agli occhi; preferivo l’ombra mite del crepuscolo e il silenzio della notte. Perciò, quando me la vedevo comparire davanti tutta seria e raccolta, con quel viso bruno ombreggiato da un arruffio di capelli nerissimi, con quello sguardo profondo che mi fisava senza sorridere, le stringevo la mano rallegrandomi; ma non troppo forte, quasi mi pigliasse timore di destarla, o che davvero mi stesse davanti l’immagine della notte. - Adesso -, ella diceva, - sei più contento. Tu preferisci la notte -. E sorrideva un poco.

Questa non è una storia d’amore, né la stessa Manina vi ha gran parte; se mi son fermato a parlar di lei, gli è che ridestando il passato e indugiandosi in esso, ci si forma un momento la grata illusione di una gioventù rinnovellata. Se mi fosse lecito e se mi lasciassi andare al mio desiderio, la narrazione procederebbe qui per lo stesso corso, e del capitano Candiolo e del suo caso singolare non si parlerebbe altrimenti.

Col capitano e col prete de Paoli ci vedevamo tutte le sere in casa di Manina: strana compagnia. Ma il prete, come tutti sanno quelli che lo conoscono, è la persona più spregiudicata che abbia mai vestito sottana e ha molto minore dimestichezza con la Somma o con La città di Dio che non coi poeti di tutte le letterature e con le più libere filosofie. A volte prendeva a discutere col capitano su questo o quell’argomento, e la discussione, se pure s’alzava di tono, non diventava mai acre o personale. Tra i due, per dire, la verità, non sempre toccava al capitano il vanto di libero pensatore. C’era più libertà di raziocinio nella fede del prete che non ce ne fosse nell’ateismo del capitano. Questi negava, non tanto di proposito, quanto per quella infingardaggine di spirito che costituisce il fondo del nostro indifferentismo; quegli, prima di affermare, dubitava. - Per arrivare alla certezza - diceva - bisogna passare sul ponte del dubbio.
- Bravo! - ribatteva Candiolo - purché non si rompa. Quando una nostra compagnia ha da traversare un ponte, noi comandiamo: «Rompete il passo». Così il ponte resiste. Perciò, voi dubitate a modo vostro ed io a modo mio.
- Negando?
- Negando.
- Vale a dire affermando. La negazione parte dal no per arrivare al no e per affermarlo; il dubbio è più logico: parte del se per arrivare al sì -.

Qui la discussione si scaldava; e, come suole, dopo molte parole scambiate, i due avversari si tenevano ciascuno la propria opinione e la suggellavano in una stretta di mano e nella promessa di riprendere a miglior tempo l’argomento.

Una sera, fra le altre, si venne a mezza spada. A de Paoli sfuggì una frase imprudente, cioé che le parole se le portava il vento e che la questione era di fatti, non di altro. Candiolo lo strinse da vicino, dicendo di voler vedere i fatti: allora soltanto avrebbe creduto. Ma che specie di fatti? Anche Manina, punta dalla curiosità, si mostrò disposta a parteggiare pel capitano. Io tacevo e guardavo il povero de Paoli, per vedere come se la sarebbe cavata.

De Paoli si strinse nelle spalle e crollò il capo.
- Forse avete ragione - disse; - certe cose non si toccano con mano. Si potrebbe tentare, però.
- In che modo? - domandammo ad una voce.

Egli non rispose e ci guardò uno dopo l’altro con l’occhio del magnetizzatore che cerchi un soggetto: un occhio acuto e sfavillante. Il capitano rideva sotto i baffi, aspettando.
- E così? - domandò dopo un poco.
- Ecco qua - rispose de Paoli - l’esperimento non si può fare, perché voi riderete.
- No, no staremo seri.
- Se fosse possibile. Ma qui si tratta nientemeno d’interrogare una tavola.
- Ah, ah! - fece il capitano. - Capisco. Ho assistito a molti di questi esperimenti. E poi?
- E poi si vedrà.
- Si vedrà che la tavola gira?
- Può darsi: ma non è questo che voglio dire. Si vedrà se c’è fra noi quattro il mezzo di ottenere i fatti.
- Caro de Paoli - venni su io; - siate franco: voi non volevate dire il mezzo; volevate dire il medium. Non è così? -

Senza volerlo, ridemmo tutti: anche de Paoli.
- Già - disse - avete indovinato il mio pensiero. Ma vedete che a ridere sono io il primo. E non è lecito ridere.
- Sfido io! - esclamò Candiolo. - Come si fa a star sulla sua, quando si tratta di ammettere in conversazione anche i tavolini e le seggiole? Non c’è più verso di star soli. Io non so sopra quali uomini mi metto a sedere e che re e imperatori mi vengono a scricchiolare in camera. Ve lo figurate? Ebbene, l’altra sera capito in casa dell’amico Marino: un uomo di talento, come sapete. Parlava da solo. Lo saluto, non mi risponde. Se ne sta in atto d’ossequio chinato davanti a un suo tavolinetto a tre gambe e lo chiama Maestà. Ci volle il bello e il buono per farlo tornare in sé. Sapete a chi parlava? Ve la do a indovinare fra mille. Parlava nientemeno a Stanislao, re di Napoli -.

Il capitano era molto contento della sua storia. In quei giorni si parlava molto a Napoli, e si discuteva con calore, d’ipnotismo, spiritismo, tavole volanti, medianità e altre diavolerie. I begli umori vi si esercitavano; i credenti nella novella fede dei mobili se ne stavano cupi e stizzosi, quando non pigliavano a battagliare con parole dette o stampate. Tra gli uni e gli altri, come suole, c’erano i neutrali che si contentavano di ascoltare e di sorridere; quei cosiffatti neutrali, ai quali è data la profonda sapienza di stare a vedere quel che gli altri fanno e di non farsi mai vedere a far qualche cosa.

Dunque, ci accordammo subito, vincendo le ripugnanze dell’amico de Paoli, il quale non cercava di meglio che di lasciarsele vincere. Detto fatto, fu presa una tavola, vi ci mettemmo a sedere intorno, giurammo con una solennità, nella quale entrava una punta di comico, che avremmo taciuto con reverenza, cedendo al prete la direzione della cosa.

Non starò a descrivere i particolari e l’andamento del rito. Son cose note e non fanno al proposito. La tavola era quadrata e d’abete grezzo. Noialtri ci eravamo posti uno per lato, con le mani distese sul piano bianco, co’ visi intenti, in aspettazione di non si sapeva che cosa. Passarono dieci minuti, che mi parvero un’ora; venti e trenta, che mi fecero l’effetto di un secolo. Niente accadeva, all’infuori di qualche scricchiolio come quelli che fanno le fibre del legno quando soffrono del caldo o del freddo.

De Paoli disse con voce imperiosa:
- Silenzio! -

C’era stato uno scricchiolio più forte. Nessuno parlava. Il capitano sorrideva sempre sotto i baffi, benché si facesse pigliare da un certo sopore che stava lì lì per risolversi in uno sbadiglio.
- Che fai? - chiesi a de Paoli, vedendolo che alzava la mano sinistra.
- Interrogo - rispose.

E diè tre colpi con le nocche delle dita sul piano della tavola.
- Se ci siete - disse - rispondetemi allo stesso modo -.

C’era da tenersi i fianchi dal ridere, ma non bisognava farsi scorgere. Tanto per mostrare il grande interesse che si prendeva all’esperimento, piegammo tutti un po’ il capo e tendemmo l’orecchio.
- S’ha da abbassare il lume? - domandai come se facessi una mezza insinuazione.
- No, aspettate - rispose de Paoli.

Aspettammo. Realtà o illusione che fosse, qualche cosa si udì. La udimmo tutti, e però l’illusione, se tale era, fu di tutti. Tre colpi ben distinti, a distanza eguale, furono battuti nel legno. Non venivano di sotto; nessuno di noi gli avea battuti di sopra; uscivano, dirò così, dalle viscere dell’abete. Il capitano ed io ci guardammo. Manina, nella sua semplicità tranquilla, disse semplicemente:
- Ha risposto. Vuol dire che c’è.
- C’è - confermò de Paoli. - Lasciatemi interrogare -.

E chinandosi sulla tavola e parlandole come a persona viva, soggiunse:
- La solita convenzione. Tre colpi per rispondere «sì», due colpi pel «no». Siamo bene intesi? - Da capo si udirono i tre colpi, più deboli questa volta.
- Bene - proseguì de Paoli. - Se voi avete avuto modo di manifestarvi, vuol dire che fra noi quattro c’è un medium. Sono io il medium? -

La risposta si fece attendere; fu appena percettibile. La tavola, o chi le stava in corpo, diceva di no.
- È medium il mio amico a destra? - Due colpi.
- È medium il capitano?
- Oh, oh! - fece il capitano. - sarebbe bellina davvero. O che le piglia alla tavola? Non fate il chiasso, vi prego; non spingete.
- Ma io non spingo - assicurai. - Vedete come tengo le mani -.

La risposta c’era stata. La tavola avea dato due colpi violenti urtando nella pancia del capitano.
- Non sono scherzi che si fanno - disse questi. - Ma io vi giuro...
- Permettete - s’interpose de Paoli. - Parlo io. Non resta che una sola persona. La signorina Manina è medium? - La risposta fu punta ed energica. La tavola si sollevò dalla parte di Manina, la quale sedeva dirimpetto a de Paoli, e battè in terra co’ due piedi tre colpi.

Il capitano disse:
- Bravo de Paoli! -

Io ero perplesso. Manina non rideva. De Paoli guardò con occhio pietoso al capitano e poi tornò ad interrogare la tavola:
- Scusateci. Siamo tardi e grossolani. Vorremmo una risposta più precisa, più vostra.

È medium la signorina Manina? -

La tavola, questa volta, rimase immobile.

Tre colpi poderosi rintronarono, facendo tremar la camera. Venivano dall’alto della parete a destra, come se la palma di una mano gigantesca vi avesse percosso. Tutti alzammo gli occhi. Il capitano sorrideva un po’ meno, ma sorrideva. In quanto ad aver sonno e a sbadigliare, non ci pensava più.
- Grazie - bisbigliò de Paoli.
- Grazie che? - venne su il capitano. - Io non ho visto niente. Che la signorina Manina sia medium, mi fa tanto piacere. Capirete però...
- Capisco tutto - interruppe il prete. - Non vi basta la tavola.
- Niente affatto, a meno che non fosse imbandita.
- Non fate dello spirito, ve ne prego.
- O che solo le tavole ne hanno da avere?
- Voi volete vedere altro.
- Naturalmente. Vedere, non già sentire, intendiamoci bene.
- E non avrete paura?
- Oh, oh!
- Nemmeno se lo spirito si mostrasse in persona?
- Graziosa davvero! Vorrei proprio vedere com’è fatta la persona dello spirito.
- E se poi viene?
- Venga. Venga pure chi vuole. Allora crederò a tutte le vostre stregonerie. Venga Alessandro il Grande, venga Leonida, venga Ildebrando, siamo qui.
- E se viene un vostro parente?
- Venga, tanto meglio. Crederò più presto -.

Il capitano era nervoso, benché si sforzasse di fare il disinvolto. Non avevamo più le mani sulla tavola. Manina s’era alzata ed era andata a sedere nel suo cantuccio di canapè. Io la guardai e feci per andarle vicino. Era pensosa, seria, fisava nel vuoto quella sua pupilla nerissima. Più che mai mi parve l’immagine della notte.

De Paoli si accostò al capitano, gli posò una mano sulla spalla, gli bisbigliò qualche parola all’orecchio.
- Che sciocchezze! - esclamò il capitano. - E sia, ci consento.
- De Paoli - domandai io - che cos’ha Manina?
- Niente, niente. Incomincia lo stato ipnotico. - Avete detto...?
- Lo stato ipnotico. Lasciate fare -.

Alzò la mano verso il lume e ne sbassò la fiamma. Rimanemmo in una mezza oscurità.
- Adesso aspettiamo - disse de Paoli a voce contenuta. - sediamo qui, vicino alla signorina. Voi tacete -.

Poi, volgendosi a parlare a un essere invisibile, soggiunse:
- Voi avete inteso il desiderio del capitano? So che non è facile. È una grazia speciale che vi domando. Ipnotizzate il medium, come vedo che già tentate. Credo che sia la via migliore -.

Stette un momento in sospeso e porgendo l’orecchio, poi riprese a dire:
- Formulerò meglio la domanda: il capitano Candiolo vorrebbe ottenere di poter comunicare con un suo caro parente.
- Prego, prego - s’interpose il capitano - non vorrei che si tirassero in mezzo le cose sante. Si scherzi finché si vuole -.

De Paoli che, pareva non averlo udito, prese un tono solenne e disse con voce alta ed imperiosa:
- Il capitano Candiolo desidera parlare con l’anima di sua madre. È possibile? Rispondete -.

Il silenzio era profondo e pauroso. Un suono fioco rispose dalla parte di Manina:
- È possibile -.

E nel punto stesso, volgendoci tutti verso di lei, la vedemmo che reclinava il capo e lentamente s’abbandonava con tutta la persona sul canapè. Ve l’adagiai meglio, non senza provare un tormentoso batticuore. Non indovinavo quel che stesse per succedere. La voce di Manina non era stata la solita. Manina dormiva.

Quel che seguì è così fuori dei limiti del naturale, che non troverà fede presso i lettori. Ma chi di noi può dire con sicurezza quali siano i limiti del naturale? Io narro, non discuto: non difendo l’ipnotismo o lo spiritismo: lascio i miracoli agli uomini della scienza. Certo, se potessi tornare indietro con gli anni, se mi fosse dato far rivivere i morti, se mi si proponesse di ripetere il terribile esperimento di quella notte, darei piuttosto dieci anni di vita.

La respirazione di Manina era lenta e affannosa; ma sul viso, non che rivelarsi alcuna sofferenza, le si dipingeva una gioia serena, una ineffabile soavità di sorriso.
- Mi udite? - domandò de Paoli chinandosi verso di lei.
- Sì - rispose ella debolmente.
- Potrete rispondere alle mie domande?
- Provate, non so.
- Dove siete ora? -

Il sorriso di Manina divenne luminoso; ma nessuna parola ne venne fuori dalle labbra.
- Dove siete? - insistette de Paoli.
- In alto, in alto. Una regione abbagliante di tanti soli. La luce mi penetra ed io la respiro. Non mi fa male. Non posso dire altro. Non m’interrogate. Sono con lei che m’accompagna e mi sostiene.
- Con lei, chi? - domandò de Paoli.

Nessuna risposta. Il volto di Manina si fece un poco più pallido e il sorriso disparve. Dopo un poco, disse senza muovere le labbra, con parole sospirate più che articolate:
- Avrò paura. Mi lascerà sola. Non so dove sono. La vostra luce le farà male. Così dice.
- Dobbiamo spegnere?
- Sì.
- Allontanarci?
- Sì, meno lui.
- Candiolo?
- Sì. Basta. Non dite altro -.

Queste ultime parole furono appena udibili.

Suonarono come un addio lontano. Nel momento che de Paoli spegneva il lume, in quel rapido passaggio nell’ombra, io notai che il viso di Manina si faceva di una pallidezza cadaverica e che tutto il corpo s’irrigidiva. Forse era un giuoco della stessa luce o della fantasia esagitata. Ci ritraemmo in fondo del salottino, di faccia al canapè. Solo il capitano rimase al suo posto, sulla sua poltrona, aspettando.

Passarono così alcuni minuti. Il silenzio era profondo com’era profonda l’oscurità. Una strana oppressura ci mozzava il respiro. Di lì a poco si udì un bisbiglio; ma non pareva vicino a noi, tanto somigliava ad un’eco: l’eco di una melodia stanca, di una cantilena malinconica fatta di poche note appena sfiorate sopra una corda.

Mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Mi protesi per afferar meglio quei suoni debolissimi. Un’altra voce vi si mescolava; una voce umana; pareva quella di Candiolo. Mi sembrò di udire; anzi udii certamente, un gemito represso, e poi due sole parole che m’agghiacciarono il sangue: - Mamma, mamma! - Il bisbiglio continuava; e così il gemito, che si mutò subito in un pianto trattenuto a stento. Sentii ancora la voce di Candiolo, che diceva: - Parla, parla - e poi da capo quel lungo bisbiglio che s’andava affievolendo, e poi un singhiozzo disperato. - Grazie, mamma - disse Candiolo - Sei sempre così buona. Io non ti vedrò più, non ti vedrò più! -

E scoppiò in singhiozzi convulsi, strazianti. Il bisbiglio misterioso era cessato. Ci levammo in fretta ed accorremmo. De Paoli accese il lume. Il capitano, con le braccia incrociate sulla spalliera della poltrona, col viso nascosto fra le braccia, piangeva come un bambino. Ci accennò con una mano di non volere essere disturbato, che ci scostassimo. Io guardai a Manina, fui preso da un terrore folle, gettai un grido, me le chinai sopra, la chiamai due volte per nome.
- Morta! morta! - gridai.

È impossibile descrivere lo spavento e la confusione di quell’ora. Anche il capitano si levò. De Paoli era atterrito, balbettava appena. Non si sapeva che fare. Manina era livida, fredda, stecchita. Le sollevai delicatamente le palpebre. Le pupilla era appannata, perduta nel bianco della cornea. Le posi una mano sul cuore. Non batteva.
- Un dottore! un dottore ! - esclamai, e feci per uscire.

Il capitano mi trattenne. Avea ripreso il domino di sé stesso. Avea da dire qualche cosa; nel momento supremo dell’addio l’avea dimenticata. Stessi fermo, gli dessi retta, rientrassi in me.

Udivo appena le sue parole, non le intendevo, guardavo esterrefatto a lui, a de Paoli, torcevo gli occhi da Manina.
- A che serve? - soggiunse Candiolo. - Il dottore non potrebbe far nulla. Non temete -.

Era un’irrisione quel suo conforto a non temere. De Paoli, che s’era chinato sul canapè, venne verso di noi. Era disfatto in viso, irriconoscibile. Aveva in mano uno specchietto.
- Ebbene? - gli domandai.

Rispose debolmente:
- Il polso non batte. La circolazione del sangue è arrestata. Le ho accostato lo specchio alle labbra. È morta...
- Sì, - confermò Candiolo - è morta. Ma non temete -.

Quella sua sicurezza era spaventevole. Temevo della mia ragione.
- Parlate - gli dissi con voce soffocata e stringendogli il polso fra le dita frementi -.

Parlate, ve ne scongiuro? Se è morta, non c’é da temere, lo so; ma nemmeno da sperare. Candiolo, ve ne prego, rientrate in voi stesso, lasciatemi andare!
- No - egli rispose - calmatevi voi. Io ho parlato con lei, con la mia cara mamma. Ve lo giuro sulla salvezza dell’anima mia, ve lo giuro per la mia parte di paradiso. Ebbene, me l’ha detto nell’ultimo momento, nell’addio, me l’ha susurrato. Ha portato l’ambra grigia. Bisogna bruciarla -.

Lo credetti pazzo. Non capivo il senso stesso delle sue parole.
- L’ambra? che ambra? Via, Candiolo, spiegatevi meglio.
- Ecco qua state fermi. Dev’essere qui. -

E con sicurezza andò verso uno scaffaletto, stese la mano in un vassoio, prese una cartellina.

Era trionfante, e rideva e piangeva ad un tempo dalla violenta commozione. Ci stringemmo ai suoi fianchi, spiammo l’atto ch’egli faceva di aprire la cartellina, trattenemmo il fiato. C’erano dentro cinque granellini neri, qua e là punteggiati di grigiastro lucido, con una polvere sottile, anche grigia, che faceva da letto.

Mi volsi a Manina. Giaceva sempre sul canapè, stecchita, cadavere.

Candiolo ci fece cenno di star fermi, di non dargli molestia. Era tranquillo e sorridente. Prese dal caminetto una palettina d’ottone, vi pose sopra con delicatezza i cinque granelli, vi scosse sopra il fogliolino per farvi cader la polvere. Accese quindi una candela e alzò la palettina sovrapponendola alla fiamma. Noi lo guardavamo fare, in ansiosa aspettazione.

Vedemmo in principio alzarsi una nuvoletta di fumo leggerissimo. Via via, questo si fece più denso. Un profumo acre, penetrante, se ne andò sprigionando e pervase tutta la camera. Eravamo come in una nebbia.
- Badate - disse Candiolo. - Statele vicino -.

Obbedimmo. Io non so dire con precisione quel che avvenisse. Certo, l’immobilità rigida di Manina era la medesima; certo sul bianco viso di lei non si colorava una tinta, né un muscolo tremava, né un leggerissimo moto facea fremere le palpebre. No. Eppure, mi parve che qualche cosa come uno soffio le passasse sul corpo e l’avvolgesse tutta. Potrei dire di averlo sentito sulla faccia e di averlo veduto; potrei giurare, per poco che s’intenda la mia affermazione, che in quel punto Manina rivivesse, rimanendo cadavere. Sembrò che quel soffio a poco a poco la penetrasse. Vidi, e questa volta non era il mio un inganno degli occhi o della fantasia, vidi il seno di lei mosso da un alenare breve e leggerissimo. Le tremarono appena le labbra livide. Dal profondo del cuore, mentre le lagrime mi empivano gli occhi, io ringraziai Dio misericordioso e mormorai una preghiera. Il fumo dell’ambra si faceva sempre più fitto e l’odore più acre.

Eppure - debbo dirlo? - un senso inesplicabile, intimo, mi dava la paurosa sicurezza che Manina, ad onta di quei segni della vita che tornava, non riviveva. Avrei voluto interrogare de Paoli; temevo di averne una risposta che confermasse quel mio sospetto. Mi volsi al Candiolo. Avea finito di bruciare l’ambra grigia e venne dalla mia parte.
- Lo sapevo - disse, dopo aver osservato i piccoli fremiti delle labbra di Manina. - Non mi poteva ingannare quell’anima buona. Adesso interrogatela.
- È viva? - gli domandai.

Il capitano sorrise stranamente, crollò un poco il capo e rispose:
- Non v’ho detto d’interrogarla? - Abbassando la voce, quasi non volessi turbare quel sonno profondo, che somigliava il sonno che si dorme nel sepolcro, io la chiamai per nome. Non rispose; soltanto le palpebre ebbero un battito istantaneo.
- Manina - insistetti - tu mi ascolti?
- Sì - rispose, senza che le labbra in alcun modo si muovessero. - Parla. Io non sono qui.
- Dove sei?
- Lontano, molto lontano. Vi vedo, vengo verso di voi. Ero più lontano poco fa.
- Dove?
- In alto, in alto. Non ero sola. Ero con lei che mi accompagnava e mi proteggeva. Era bello e terribile.
- Che cosa, Manina?
- Non posso rispondere. Poi, eravamo laggiù. Era un paese deserto, arido. Si chiamava Tayakand. Una immensa pianura gialla avvolta in una nube. Vi siamo discesi un momento, sfiorando la terra -.

La voce s’era fatta più ferma, più articolata; l’anelito era regolare, benché affannoso, Eppure, nessun movimento si determinava nelle labbra, non un velo d’incarnato le si stendeva sulle guance.
- Ebbene? - dissi - Continua. Io ti ascolto.
- Lo so. Tu sei ancora lontano; ma io vengo dalla vostra parte. Ha preso l’ambra grigia. Io no, è stata lei. Poi, mi son trovata sola; ero sola, nell’infinito. Sognavo.
- Ed ora dove sei, Manina?
- Vedo laggiù una costa bassa. Com’è triste e desolata! Un lungo e angusto canale, due navi vi s’incrociano, si salutano, lentamente si allontanano. Come vanno lente, lente. Ecco il Nilo, ecco il mare immenso ed un gruppo d’isolette -.

Seguì un momento di silenzio. Poi una luce, che pareva venir di dentro, le rischiarò il viso.
- Sono ancora lontana - proseguì - eppure tanto vicina a voi. Ancora un braccio di mare, ancora un altro. Qui è Cadice, ecco Lisbona. Trasvolo. Viaggia il pensiero. Laggiù, quelle onde agitate e scure, la Manica. Oh! finalmente, ecco la terra, gli uomini, la vita.
- Dove sei? - Domandai. La sicurezza mi era tornata. Provavo uno strano diletto in quella rapida corsa, alla quale mi pareva quasi di prender parte. - Dove sei? - ripetetti.
- Son qui, più e più vicina a voi. A Parigi -.

Mi balenò un’idea singolare. Le chiesi titubando:
- Puoi seguire il mio pensiero?
- Parla - rispose.
- Ho un amico a Parigi.
- Lo so, lo conosco. Tu parli del marchese Nicolai. - Sì. Lo vedi?
- Non lo vedo. Dimmi dov’è.
- Rue du Bac, 105.
- Bene. Ci sono. Tutta la casa è sottosopra. Egli si apparecchia alla partenza per Seraievo. Sulle casse è scritto: Marchese Pappalepore Nicolai, r. console italiano - Seraievo (Bosnia-Erzegovina).
- Ed egli è in casa?
- Sì, in salotto. C’è con lui una signora che non conosco, appoggiata alla spalliera della poltrona. Leggono insieme un giornale.
- Che giornale?
- Il "Gil Blas". Aspetta; leggo anch’io -.

Stette un poco, poi con voce più lenta e quasi scadendo le parole, pronunciò:

L’ASSASSINAT DE LA RUE DE LA GAÎTÉ

Les scellés qui avaient été apposés chez M. Riollet, le distillateur assassiné au mois de janvier dernier, rue de la Gaîté, ont été levés, bier, avec toutes les formalités d’usage. Or, en faisant l’inventaire des objets garnissant le domicile de M. Riollet, on a retrouvé tous les titres, toutes les valeurs, tous les bijoux que Mion est accusé d’avoir volé et qu’on recherchait comme ayant été vendus par lui ou par ses prétendus complices.
Cette importante découverte va modifier toute la physionomie de l’affaire; à quoi ont donc servi les perquisitions et les recherches?".

Come se questa lettura l’avesse affaticata più che non le consentissero le sue forze, Manina tacque. Mossi ancora qualche interrogazione, ma invano. Anelava più forte, quasi l’avesse presa un sentimento di terrore.
- Dove sei ora? - domandai per la terza volta.

Rispose con un lungo sospiro di sollievo, e un tremito le scosse tutta la persona. Le palpebre le si agitarono con moto febbrile e due lagrime le scorsero lente lungo le guance.
- Manina - dissi - sei qui?
- Non ancora. Però sono felice. Sono felice e ho paura. Torno a voi, vi vedo bene adesso. Ecco la curva dolce del golfo, le case biancheggianti alla luna, la nostra casa. Vedo me stessa, distesa in fondo alla camera. Ero morta, sono ancora morta -.

Fu un solo momento di spasimo terribile, inenarrabile. Manina, giacente lì, sotto i nostri occhi, ebbe un sussulto, come se scossa da una pila. Le si contrassero tutti i muscoli della faccia, le si strinse la gola in una soffocazione angosciosa, le ansò rumorosamente il seno. Tutta la persona tremò. Ma non fu che un momento solo. Con uno sforzo disperato, due volte ripetuto, sollevò il busto. Io la sorreggevo. Aprì gli occhi grandi, profondamente neri, smarriti ancora nel sogno. Ci guardò tutti, uno dopo l’altro, e domandò sorridendo:
- Ho dormito molto? -

* * *



Com’ebbi a verificare in seguito, Manina nulla si ricordava delle cose vedute, dello stranissimo viaggio nelle regioni dell’ignoto e del sogno.

Per quella sera, si stette ancora un poco prima di separarci; ma né de Paoli volle insistere nel riandare le fasi dell’esperimento, né il capitano, si vede, era molto disposto a parlarne. Era tutto pallido e conturbato e di tanto in tanto borbottava una parola sottovoce e si asciugava una lagrima.

Io domandai soltanto:
- Quanti ne abbiamo del mese?
- Diciassette - rispose de Paoli. - Perché lo domandi?
- No, per sapere -.

De Paoli ed io accompagnammo il capitano fino alla porta di casa sua, e là ci demmo la buona notte.
- Per me no - disse Candiolo. - Sarà buona, ma non dormirò. Io sono un altro uomo. A rivederci. -

E disparve nell’androne buio.

Tre giorni dopo, il 20 di maggio 1886, seguendo la mia idea, aspettai con ansia che capitasse al caffè il fattorino dei giornali.
- Hai il "Gil Blas"? - domandai.
- È arrivato adesso, - e così dicendomi porse il giornale.
- Quanto?
- Sei soldi.
- Ecco -.

Più che aprirlo, lo spiegazzai. In seconda pagina, all’ultima colonna, l’occhio corse rapidamente in fondo, attirato da un titolo in maiuscoletto. Lessi:

L’ASSASINAT DE LA RUE DE LA GAITÉ

Les scellés qui avaient été apposés chez M. Riollet, le distillateur assassiné au mois de janvier dernier, rue de la Gaîte, ont été levés, hier, avec toutes les formalités d’usage. Or, en faisant l’inventaire des objets garnissant le domicile de M. Riollet, on a retrouvé tous les titres toutes les valeurs, tous les bijoux que Mion est accusé d’avoir volé et qu’on recherchait commé ayant été vendus par lui ou par ses prétendus complices.
Cette importante découverte va modifier toute la physionomie de l’affaire; à quoi ont donc servi les perquisitions et les recherches?