Ragionamenti/Ragionamento della Nanna e della Antonia/Dedica

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Ragionamento della Nanna e della Antonia
Dedica

../ ../Giornata prima IncludiIntestazione 26 aprile 2008 75% Satira

Ragionamento della Nanna e della Antonia Ragionamento della Nanna e della Antonia - Giornata prima
RAGIONAMENTO
DELLA NANNA E DELLA ANTONIA
FATTO IN ROMA SOTTO UNA FICAIA
COMPOSTO DAL DIVINO ARETINO
PER SUO CAPRICCIO
A CORREZIONE DEI TRE STATI DELLE DONNE.

PIETRO ARETINO AL SUO MONICCHIO.


Salve mona! Salve, dico, poiché la Fortuna ancora nelle bestie tien mano, e però ti tolse di donde nascesti, dandoti a me che, per essermi accorto che sei un gran maestro sotto la forma di gatto, sì come era Pitagora un filosofo sotto la forma di gallo, ti intitolo le fatiche, anzi lo spasso, di .XVIII. mattine: non come a mamone, non come a scimia, né come a babuino, ma come a gran maestro. Perché se io non avessi saputo dal segreto della natura che tu fussi un gran maestro, ti arei intitolato il dialogo della Nanna e della Antonia come ad animale, ché anco i Romani, dopo lo aver punito con pena capitale colui che uccise il corvo che non avea altra vertù che salutare Cesare non solo il fecero portare in su la bara da duo etiopi col pifero inanzi, ma nominaro il luogo dove fu sepolto «Ridiculo»: sì che con la pazzia di molti savi antichi si poteva iscusare quella di uno stolto moderno. Ma che sia il vero che tu sia un gran maestro, cominceremo a dirti che hai imagine di uomo, e sei chi tu sei, ed essi han nome di gran maestri, e sono chi sono; tu con la tua ingordigia ogni cosa trangugi, ed essi con la loro divorano sì, che la gola non si trova più tra i sette peccati mortali, tu fino a uno ago rubi, ed essi fino al sangue furano, riguardando il luogo dove fanno i furti come lo riguardi tu; essi sono liberali nella maniera che diranno i suditi loro a chi gliene dimanda, e tu sei cortese come ponno giurare quelli che si arrischiano a toglierti qualunque cosa tu ti tenga fra le unghie; tu sei sì lussurioso che ti corrompi fin con te istesso, ed essi usano sanza punto di vergogna con le medesime carni; la tua presunzione avanza quella degli sfacciati, e la loro quella degli affamati; tu sei sempre pieno di lordezza, ed essi sempre carchi di unguenti; il tuo volubile aggirare non trova mai luogo, e il loro cervello è stabile come un torno; i tuoi scherzi sono il giuoco del popolo, e le lor pazzie il riso del mondo; tu sei fastidioso, ed essi importuni; tu temi ognuno e fai temere ciascuno, ed essi a tutti fanno paura e di tutti hanno paura, i tuoi vizi sono incomperabili, e i loro inestimabili, tu fai strano viso a ciascuno che non ti porta il cibo, ed essi non mirano con dritto occhio se non gli apportatori dei loro piaceri, essi non danno cura a vituperio che si gli dica, né tu a villania che ti si faccia. Né mi lascio perciò uscir di mente che, sì come i gran maestri hanno cera di scimie, così le scimie hanno cera di gran maestri. E avvertite, satrapi, che fra i gran maestri simili al Bagattino (che così si chiama il mio gatto) non si intende il re di Francia: perché ci fa divini a chiamarsi come noi, e fa umani gli dèi mentre non si lascia dire iddio. Ma per tornare a te, Bagattino, dico che se tu non fussi sanza gusto come sono i gran maestri, farei un poco di scusa del licenzioso parlare della opera che mando fuora alla ombra tua (che li gioverà come giovano quelle dei gran maestri a quelle che tuttodì si gli intitolano indegnamente), con allegare la Priapea di Virgilio e ciò che in materia lasciva scrisse Ovidio, Giovinale e Marziale, ma per esser tu dotto come i gran maestri, non dirò altro, aspettando in premio del mio farti immortale un morso dove ti avverrà di darmelo: ché anche i gran maestri pagano di cotal moneta gli autori delle laude che si gli attribuiscono, non per altra cagione che per intendersi della scienza come te ne intendi tu. Avrei detto che hanno la anima alla similitudine della tua se fosse stato onesto a dirlo, ma dico bene che i gran maestri ascondeno i difetti loro con i libri che si gli fanno, come ascondi tu le tue bruttezze con la veste che ti ho fatto.

Ora, altissimo Bagattino (che così si dice ai gran maestri degni di cotal dignità come tu), piglia le mie carte e squarciale: che ancora i gran maestri non pure squarciano le cose che si gli indrizzano, ma se ne forbiscono poco meno ch’io non te lo dissi, a laude e gloria delle coglione Muse che, per correr dietro a panni alzati ai gran maestri, sono da essi apprezzate come le apprezzi tu, che vorresti forse, per il dire che farà la Nanna delle moniche, che io fussi tenuto della buccia della tua malignità. La Nanna è una cicala e dice ciò che le viene alla bocca; e alle suore sta bene ogni male da che si fanno vedere dal vulgo peggio che le femine del popolo e avendo già empito ogni cosa di Antecristi, con la puzza della lor corruzione non lasciano spirare i fiori della verginità delle spose e ancille di Dio che ci sono: che, mentre le mentovo, mi sento tutto confortare da quel non so che di sacro e di santo che passa nell’anima sì tosto che si arriva dove stanno, sì come passa dentro al naso la soavità delle rose subito che si giugne dove sono; né si curi di udir gli angeli chi le ode cantare quei santi uffici co’ quali raffrenano l’ira di Dio, movendolo a perdonarci le nostre colpe. Sì che la Nanna non parla delle osservatrici della castità giurata, come ella istessa nel ragionamento suo dirà alla Antonia, ma parla di quelle il cui lezzo è il zibetto del demonio. E certamente come non ardirei di adorare, né di ubidire, né di lodare altro che il cristianissimo re Francesco, né di cantare altro che il magno Antonio da Leva, né di lodare altro duca che quel di Fiorenza, né di predicare altro cardinale che quel de’ Medici, né di servire altro marchese che quel del Vasto, né di osservare altro prencipe che quel di Salerno, né di ragionar d’altro conte che di Massimiano Stampa, così non arei avuto ardire di pensare, non che di scrivere, quello che delle moniche ho posto in carta, se non credessi che la fiamma della mia penna di fuoco dovesse purgare le macchie disoneste che la lascivia loro ha fatte nella vita d’esse: che dovendo essere nel monistero come i gigli negli orti, si sono lordate di modo nel fango del mondo, che se ne schifa lo abisso, non che il Cielo. Onde spero che il mio dire sia quel ferro crudelmente pietoso col quale il buon medico taglia il membro infermo perché gli altri rimanghino sani.