Relazione sulla Federconsorzi/III

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I controlli sulla Federconsorzi e sui consorzi agrari

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II IV



Capitolo Terzo

Natura e disciplina

Il catalogo dei controlli sui consorzi agrari e sulla Fedit affidati al Ministero dell’agricoltura e, per i consorzi siciliani, alla Regione Sicilia è riprodotto nella pagina a f iancoIn forza dell'articolo 35 del decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 1235, ai consorzi agrari ed alla Fedit erano applicabili le disposizioni degli articoli dal 2542 eal 2545 del codice civile. (????)

i poteri in essi previsti erano esercitati dal Ministero dell'agricoltura, al quale era, inoltre, conferita la facoltà di


disporre ispezioni sul funzionamento dei consorzi agrari;


sospendere l'esecuzione di deliberazioni od atti illegittimi o contrari alle finalità dei consorzi o al pubblico interesse;


annullare in ogni tempo gli atti contrari alle leggi, ai regolamenti e, di concerto con il Ministero del lavoro, quelli contrari agli statuti.

I consorzi e la Fedit avevano l'obbligo di comunicare al Ministero dell'Aagricoltura:


i bilanci;


le deliberazioni dei cConsigli, e dei cComitati esecutivi e delle Aassemblee.

I consorzi erano obbligati a scegliere il direttore tra gli iscritti al ruolo dei dirigenti dei consorzi tenuto dalla Fedit.

Il Ccollegio sindacale dei consorziCap era composto di tre membri effettivi e di due supplenti.

Esso era integrato per le materia di pubblico interesse:


da un rappresentante del Ministero dell’agricoltura;


da un rappresentante del Ministero del lavoro;


da un rappresentante del Ministero del Tesoro.

L'articolo 2542 del codice civilec.c. stabilisce che le società cooperative sono sottoposte alle autorizzazioni, alla vigilanza ed ai controlli sulla gestione stabiliti dalle leggi speciali, mentre l'articolo 2545 dispone in tema di inerzia od irregolarità del liquidatore.

I controlli dell’autorità governativa previsti per tutte le cooperative erano quindi affidati, relativamente ai consorzi agrari ed alla Fedit, al Ministero dell’agricoltura che quindi poteva:


in caso di irregolare funzionamento, revocare amministratori e sindaci e nominare un commissario governativo;


sciogliere consorzi e Federazione nel caso in cui non fossero state nella condizione di raggiungere gli scopi istituzionali, non avessero depositato i bilanci per due anni consecutivi ed infine nel caso di inoperatività;


nominare i liquidatori e sostituirli in caso di irregolarità o ritardi;


disporre ispezioni sul funzionamento dei consorzi e della Fedit;


sospendere l’esecuzione di deliberazioni od atti illegittimi o contrari alle finalità istituzionali o al pubblico interesse;


annullare gli atti contrari alle leggi, ai regolamenti, ed agli statuti.

I consorzi agrari e la Fedit avevano l’obbligo di dare comunicazione al Ministero dell'Aagricoltura dei bilanci, delle delibere dei Cconsigli di amministrazione, dei Ccomitati esecutivi e delle aAssemblee e delle proposte di modifiche statutarie.

Da questa elencazione appare evidente la natura ordinaria dei controlli, che avevano connotazioni sia di legittimità sia di merito.

Il potere di sospensione di deliberazioni o di atti illegittimi e di annullamento di atti contrari alle leggi, ai regolamenti, ed agli statuti rientrava con evidenza tra i controlli di legittimità. Esso mirava non solo ad assicurare la legalità formale ma anche il rispetto dell’assetto organizzativo, impedendo devianze autonomistiche.

Il Ministero dell’agricoltura poteva sciogliere consorzi e Federazione nel caso in cui non avessero depositatoo i bilanci per due anni consecutivi e nel caso di inoperatività; poteva inoltre nominare i liquidatori e sostituirli in caso di irregolarità o ritardi.

Si tratta di tipici controlli di legittimità.

Il Ministero dell’agricoltura poteva revocare amministratori e sindaci e nominare un commissario governativo, in caso di irregolare funzionamento di consorzi e Federazione, e sciogliere consorzi e Federazione, nel caso in cui non fossero stati nella condizione di raggiungere gli scopi istituzionali.

Il Ministero aveva, inoltre, il potere di sospendere le deliberazioni contrarie alle finalità istituzionali o al pubblico interesse e di annullare di atti della stessa tipologia.

Si tratta di un controllo cui appare difficile non riconoscere le connotazioni di merito.

Del controllo di merito l'espressione più importante e significativa fu il decreto di commissariamento della Fedit del 17 maggio 1991 che contiene valutazioni di natura economico-finanziaria.

Di esso, esemplarmente, si discusse la necessità e l'opportunità, ma non si discusse mai la legittimità.

Giova, tuttavia, chiarire che nessuno dei controlli previsti dal codice civile e dalla legge speciale comportava un costante sindacato del Ministero sulle scelte di politica economica e finanziaria dei consorzi e della Fedit e, quindi, a Ministri e funzionari non era affidata una sorta di supervisione operativa, tale da accreditare le determinazioni degli amministratori delle cooperative vigilate, come condivise dal Governo.

I controlli sui bilanci non comportavano una funzione certificativa di conformità a verità, come quella conferita ad una società di revisione.

Essi erano finalizzati, occorre ribadirlo, ad accertare, con inevitabile ampia discrezionalità, il regolare funzionamento delle persone giuridiche controllate e la persistenza delle condizioni che permettessero di raggiungere gli scopi sociali, attivando, se necessario, il doveroso esercizio di poteri sostitutivi.

In funzione della tipologia dei controlli sopra indicati erano previsti coerenti poteri ispettivi.

I poteri sostitutivi, infine, si spingevano fino al commissariamento ed alla messa in liquidazione e potevano incidere in modo decisivo sulla vita stessa della Fedit e dei consorzi.


L’attuazione dei controlli e le relative responsabilità.

La Commissione ha inteso ad accertare come i controlli appena descritti venisserovano esercitati nei confronti della Fedit e dei consorzi, acquisendo idonea documentazione e procedendo all’audizione dei Ministri dell’agricoltura succedutisi dal 1982 al 1991, e di alcuni funzionari qualificati del Ministero dell'agricoltura e della Regione siciliana. E' stato altresì ascoltato, nella seduta antimeridiana del 6 dicembre 2000, l'assessore all'agricoltura e foreste della regione Sicilia, onorevole Salvatore Cuffaro, cui compete, ai sensi del combinato disposto del decreto legislativo 7 maggio 1948 n. 789 e della legge regionale 8 luglio 1948, n. 35, nelle cui competenze rientra la vigilanza sui consorzi agrari siciliani.

Una prima conclusione è stata facilmente raggiunta relativamente alla Federconsorzi.

Il Ministero dell'agricoltura per quanto risulta documentalmente, con certezza dal 1982 al 1991 e probabilmente - il beneficio del dubbio è doveroso per il lungo tempo trascorso - dal dopoguerra in poi, non dispose alcuna ispezione nei confronti della Fedit.

Ha dichiarato il ragionier Luigi Scotti, presidente della Fedit, il 20 marzo 1995 alla cCommissione di indagine Poli Bortone:

"(…) dDirò che la Federazione, i C.A. hanno sempre ottemperato alla disposizione di mandare al Ministero i verbali delle assemblee, i verbali dei Consiglio di Amministrazione, i verbali dei Comitati esecutivi sia della Federazione che dei C.A..

Debbo dire anche che, per parlare del ruolo del Ministero, che io non ricevetti mai, dico mai, una riga di rilievo da parte del Ministero dell’Agricoltura, né come direttore Generale, né come Presidente.

(…) Debbo dire che nei confronti della Federazione, durante la mia direzione generale e durante la presidenza non vi fu mai un’ispezione, né alla Federazione, non credo neanche ai C.A., però questo dovrebbe sentirlo (…), non credo neanche ai C.A., né mai fu sospesa l’esecuzione di una delibera per quanto si riferisce alla Federazione; ai C.A. non lo so, però lei lo potrà vedere dagli atti".

La tesi secondo la quale, fino al 1980, le ispezioni sia sulla Federconsorzi ch(e sui consorzi agrari) erano reiterate e continue - espressa dal dottor Vincenzo Pilo, responsabile dal 1986 al 1991 e dal 1991 al 1994 della Direzione generale della Pproduzione agricola preposta alla vigilanza, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione, svoltasi nelle sedute del 5 ottobre e 23 novembre 1999 - è rimasta sfornita di ogni prova.

Si potrebbe sostenere che ciò fu dovuto al fatto che non ve ne furono mai le ragioni.

La Commissione è, al contrario, dell'avvisoopinione che una vigilanza di ordinaria diligenza avrebbe consentito in cinquanta anni molteplici approfondimenti, se non altro su quelle gestioni speciali degli ammassi, oggetto di vivacissimo dibattito politico e di gravi e perduranti sospetti.

Poiché, inoltre, i bilanci della Federconsorzi si segnalarono sempre per sinteticità e mancanza di chiarezza, aprendosi ad una parziale intelligibilità solo negli ultimi due anni, sgomenta che nessuno avvertì mai l'esigenza di chiarimenti e di correlativi accertamenti ispettivi.

Nonostante la sinteticità, tuttavia, i risultati degli esercizi della Fedit, a far capo dal 1985, rendevano evidenti due aspetti fondamentali: il risultato operativo era sempre minore, fino ad assumere connotazione negativa; l'indebitamento era sempre maggiore, fino ad assumere proporzioni insostenibili.

Ebbene tutti i bilanci della Fedit, ad eccezione dell'ultimo, relativo all'anno 1990, che si chiudeva con un artificioso pareggio, furono recepiti dal Ministero vigilante che ne prese atto rimanendo del tutto inattivo.

Non fu assunta nessuna iniziativa né fu chiesto alcun chiarimento: .

Come si è già osservato, non ci si avvalse del potere ispettivo.; Nnon si ritenne di dover valutare, mediante una specifica ed adeguata attività istruttoria, la sussistenza delle condizioni per un eventuale commissariamento.;

nNon vi fu alcuna iniziativa politica per affrontare e risolvere concretamente il problema.

Il Consiglio dei Ministri non fu mai interessato.

Mai fu informato il Parlamento.

Il solo Ministro dell’agricoltura che si attivò per un' approfondimento della situazione fu il professor Saccomandi, che affidò ad un tecnico, il dottor Artusi, un incarico non formale ricevendone una relazione allarmante alla quale, tuttavia, non fece seguito alcuna concreta iniziativa.

Nessun Ppresidente del Ccollegio sindacale della Fedit di nomina governativa assolse le sue funzioni di controllo interno, assumendo la doverosa iniziativa di inoltrare al Ministro relazioni che illustrassero le reali condizioni dell'Ente.

Nessuno di loro segnalò alcunché.

Si deve, pertanto, concludere che i Ministri che ressero il dicastero dell'agricoltura, tutti appartenenti alla Democrazia Ccristiana, ed i funzionari che si adeguarono al loro indirizzo politico, esplicito od implicito, abdicarono del tutto ai loro doveri di vigilanza.

Ciò, in un primo tempo, favorì l'assoluta libertà di azione della Fedit; in un secondo ed ultimo tempo concorse a determinarne il tracollo non garantendo il contenimento, nei confini delle regole economiche e finanziarie, delle richieste del mondo consortile che, se fondate, avrebbero dovuto trovare risposta politica.

A ciò va aggiunto che le potenzialità ispettive presso il Ministero dell'agricoltura erano pressochèpressoché inesistenti dal punto di vista strutturale.

Persino il commissariamento della Fedit non fu preceduto da una ispezione condotta da funzionari ministeriali, ma da una rapidissima ricognizione, affidata dal Ministro Goria a due esperti privati.

Il Ministro non poteva, evidentemente, far alcun affidamento sulle strutture delle quali avrebbe dovuto istituzionalmente avvalersi.

Per quanto riguarda i consorzi agrari, Llargo uso fu fatto, invece, dell'istituto del commissariamento nei confronti dei consorzi agrari.

Ma iI provvedimenti del Ministero non furono però, quasi mai, il frutto di iniziative ispettive.

Come si è già detto, infatti, in tempi prossimi alla crisi e, quindi, in tutto il decennio che va dal 1982 al 1991, oggetto dell’inchiesta di questa Commissione, nessuna ispezione fu compiuta nei confronti dei consorzi. Tanto si deve ritenere su base documentale, la sola alla quale la Commissione ritiene di doversi affidare, mancando del tutto validi contributi testimoniali di segno opposto.

Nonostante le affermazioni in senso contrario dei dirigenti ministeriali ascoltati, infatti, a specifica e reiterata richiesta, il Ministero delle politiche agricole non è stato in grado di trasmettere una sola relazione ispettiva.

I controlli si possono ritenere, pertanto, del tutto omessi.

L'omissione è imputabile, come già evidenziato, in primo luogo ai Ministri pro tempore ed, almeno per quanto riguarda gli anni precedenti al 1987, in forma attenuata, ai responsabili delle Direzioni proposte alla vigilanza di cui si tratterà più oltre.

In un così grave contesto omissivo, si sono tuttavia, acquisite il 23 novembre 1999, a seguito dell'audizione del dottor Vincenzo Pilo, responsabile pro tempore della Direzione generale della Pproduzione agricola, segnalazioni indirizzate, peraltro solo a partire dall'anno 1987, al Ministro dell'agricoltura sullo stato di dissesto del sistema dei consorzi agrari.

Le condizioni in cui versavano i consorzi agrari nella seconda metà degli anni Ottanta erano, infatti, tanto note e gravi da consigliare alla direzione generale vigilante, la redazione di argomentate e documentate relazioni.

Queste, pur senza approfondire il tema dei rapporti finanziari tra i consorzi e la Fedit, disegnavano, tuttavia, ufficialmente, un quadro così tanto grave ed allarmante da far ritenere alla imporrendurre la Commissione inadeguate le determinazioni politiche e di governo, assunte a condividere l'implicita stigmatizzazione un giudizio fortemente negativo desull'operato daei vari ministri succedutisi alla guida del DddDicastero dell'agricoltura prima dell'insediamento diel ministro Goria.

In nota Amplius infra

, espressa dal senatore Andreotti nel corso della sua audizione del 15 febbraio 2000. I ministri interessati sono Filippo Maria Pandolfi, Calogero Mannino ed il deceduto Vito Saccomandi.

Nelle relazioni sopra indicate, tutte a firma del dottor Pilo, riguardanti gli anni dal 1985 al 1990, si segnalava infatti, che la soluzione dei problemi dei consorzi non poteva essere ulteriormente procrastinata e che era urgente ed indifferibile l'esigenza di un intervento radicale ed efficace.

Ad esso non si diede, né si ritenne di dare, mai corso.

Il contenuto delle note non dava adito a dubbi; vi si affermava che le condizioni economiche e finanziarie dei consorzi presentavano nella maggior parte dei casi sintomi di squilibrio; che particolarmente difficile era la situazione di consorzi siciliani, soggetti alla vigilanza della Regione Sicilia, tutti in stato di assoluta precarietà economica, finanziaria e patrimoniale; che molti consorzi avevano chiuso il bilancio con una rilevante perdita di esercizio, altri in pareggio ricorrendo ad un artificio contabile costituito dalla rivalutazione degli immobili; che la Fedit aveva accordato a 23 consorzi un beneficio straordinario, costituito dal congelamento per tre anni degli interessi sui debiti nei confronti della stessa e la rateizzazione della restituzione del capitale in dodici anni ad un tasso di interesse molto basso.

Le cause della crisi venivano individuate nella progressiva contrazione delle attività per conto dello Stato; nelle difficoltà incontrate dai consorzi nel collocamento delle merci; nei maggiori costi rispetto alla concorrenza derivanti dalla struttura consortile; negli oneri fiscali; nei bassi margini di utili sui prodotti commercializzati; nelle esposizioni debitorie rilevantissime con gravissimi riflessi derivanti dall'aumento continuo degli interessi sui conti economici, per essere gli oneri superiori ai ricavi di esercizio.

Si tratta con evidenza di cause tutte strutturali connesse con l'impianto stesso del sistema che, venute meno le possibilità di profitti derivanti dalle gestioni per conto dello Stato, aveva chiare connotazioni di diseconomicità.

Nonostante il fosco quadro che vi si disegnava, e che imponeva urgentissimi ed adeguati rimedi, i due Ministri che ne furono destinatari prima diel ministro Goria, e cioè gli onorevoli Filippo Maria Pandolfi e Calogero Mannino, non ritennero di assumereassunsero i provvedimenti urgenti e indifferibili che la gravità della situazione, a giudizio della Commissione, esigeva.

Tanto più che le pur così negative annotazioni della struttura ministeriale non descrivevano ap pieno la realtà, se il ministro Goria ritenne di vergare di suo pugno sull'ultima relazione, datata 14 marzo 1991, riguardante l'esercizio 1989 in cui si diceva:

"Dinanzi al diffuso stato di precarietà economico-finanziaria dei consorzi la Fedit ha predisposto un piano di accorpamento dei consorzi limitrofi al fine di allargare il bacino di utenza di ogni singolo ente e di contenere i costi di gestione", la seguente annotazione: "La situazione è molto più grave e merita una riunione per decidere il da farsi". La rappresentazione dell'imponenza del dissesto era, pertanto, palese.

La sua decisione assunta dal ministro Goria fu il di commissariaremento della Fedit.


2.1 La posizione del ministro Pandolfi

La rappresentazione dell'imponenza del dissesto era, pertanto, chiara.

Richiesto da questa Commissione di chiarire le determinazioni da lui assunte, l'ex ministro Pandolfi ha affermato di essersi preoccupato prioritariamente di definire e liquidare i rendiconti delle gestioni speciali e cioè degli ammassi, risalenti a molti anni prima e non ancora chiusi predisponendo, con il concorso di una apposita commissione ministeriale, un articolato disegno di legge (AC n. 2315) presentato nel novembre 1984.

Il disegno di legge, assegnato alla Commissione agricoltura della Camera, non fu mai discusso.

Secondo il ministro Pandolfi l'approvazione del provvedimento, che avrebbe avuto natura preliminare nei confronti dell'operazione di risistemazione del sistema dei consorzi agrari e della Federconsorzi, non avvenne per la situazione politica del tempo.

Il ministro PandolfiDalle dichiarazioni di Pandolfi, rese, nel corso dell’audizione svoltasi il 17 febbraio 2000, risulta ha sottolineato come: "Agli inizi degli anni '80 sopravvivevano ancora in maniera fortissima i riflessi delle polemiche di cui le piazze d'Italia erano state testimoni dal 1948 al 1958 e fino alla campagna elettorale del 1963; polemiche che si riferivano appunto alla famosa questione della Federconsorzi (…)".

Egli ha, inoltre rammentato l’opposizione tradizionalmente critica della sinistra in generale e quella "particolarmente critica del partito socialista durante uno dei Governi dell'onorevole Craxi".

Secondo il Ministro: "l'opposizione era ancora prevenuta sui tentativi di sistemazione del mondo federconsortile; erano le confederazioni di parte democristiana, soprattutto la Coldiretti, che a loro volta temevano che, se il Parlamento fosse entrato su tali questioni, si sarebbero riaccese polemiche non necessarie.

(…) "Tutti erano in attesa che si verificasse una situazione diversa; (…) la svolta di Chianciano della Coldiretti; però, tutto questo è successo quando la mia permanenza come Ministro dell’agricoltura era finita".

Ricordo che, in uno dei Governi dell'onorevole Craxi, la posizione del partito socialista era particolarmente critica. (…) C'era poi l'opposizione della sinistra, un'opposizione tradizionalmente critica.

(…) Le due confederazioni maggiori, quella dei Coltivatori diretti e la Confagricoltura, appartenevano all'amministrazione dei consorzi agrari, la terza, invece, (la Confcooperative, che faceva capo al PSI n.d.r.) era storicamente esclusa da questa partecipazione (…) l'opposizione era ancora prevenuta sui tentativi di sistemazione del mondo federconsortile; erano le confederazioni di parte democristiana, soprattutto la Coldiretti, che a loro volta temevano che, se il Parlamento fosse entrato su tali questioni, si sarebbero riaccese polemiche non necessarie.

Tutti erano in attesa che si verificasse una situazione diversa; (…) la svolta di Chianciano della Coldiretti; però, tutto questo è successo quando la mia permanenza come Ministro dell’agricoltura era finita."

In ordine alla sua azione riguardante i consorzi agrari e la Federconsorzi, il ministro Pandolfi ha affermato di aver affrontato il problema mediante l'elaborazione, nel contesto del Piano agricolo nazionale approvato dal CIPE il 1° agosto 1985, di un piano organico riguardante la cooperazione.

In particolare ha rivendicato che "(…) con quel Piano allora si operava una scelta: anche dopo lo scacco del disegno di legge n. 2315, si constatava che rimanevano ancora in campo tutte le questioni che riguardavano i consorzi agrari provinciali e la Federconsorzi e che quindi rischiava di accentuarsi la dicotomia tra associazionismo e cooperazione.

"Per quanto riguarda l'associazionismo, (…) principio generale dell'azione che dovrà essere svolta dai poteri pubblici saranno una finalizzazione e una concentrazione più rigorose dell'intervento pubblico sui fattori che influenzano direttamente il miglioramento dell'efficienza d'impresa. (…) Il paragrafo 180 afferma che la legge pluriennale di spesa, che seguirà il piano agricolo nazionale, sembra essere la sede preferibile per la definizione dei nuovi criteri di intervento pubblico piuttosto che un provvedimento specifico che finirebbe per coinvolgere questioni più generali e per contrastare con l'evidente esigenza di rapidità.

(…) Con quel Piano allora si operava una scelta: anche dopo lo scacco del disegno di legge n. 2315, si constatava che rimanevano ancora in campo tutte le questioni che riguardavano i consorzi agrari provinciali e la Federconsorzi e che quindi rischiava di accentuarsi la dicotomia tra associazionismo e cooperazione.

(…) Raccolsi allora il parere degli esponenti del mondo agricolo che rappresentavano tutte le confederazioni, non soltanto una o due.

(…) Si decise pertanto di non arenarsi con un provvedimento di legge specifico e di lavorare piuttosto sulla legge pluriennale di spesa. Era quello il suggerimento che mi venne dato anche al fine di consentire alle associazioni e alle loro unioni di esercitare attività di impresa, (…) grande questione che sanciva il primato inarrestabile della Germania, della Francia e della Gran Bretagna, dove le associazioni avevano anche poteri di impresa, mentre nella realtà italiana avevano solamente compiti di rappresentanza.

Si arrivò così alla legge pluriennale di spesa dell'8 novembre 1986, n. 752. L'articolo 4, comma 3, lettera c), e l'articolo 7 introducevano un fondo di rotazione per la ricapitalizzazione delle cooperative sulla base di progetti quinquennali. (…) Il provvedimento entrò così regolarmente in vigore nel 1987".

Sulla questione dell’esercizio del potere-dovere di controllo e vigilanza, il ministro Pandolfi è parso rivendicare di avere sempre privilegiato un' impostazione propositiva di carattere generale e, quindi, di aver ritenuto di dover provvedere in forma organica e generalizzata, piuttosto che mediante provvedimenti particolari, alle segnalazioni che gli pervenivano: "Mi arrivavano quotidianamente rapporti sulla situazione dei consorzi agrari nei quali si diceva, ad esempio, che tredici consorzi versavano in gravi difficoltà, tanto da rendere addirittura necessaria la liquidazione coatta amministrativa.


Sui controlli Pandolfi ha affermato: "Mi arrivavano quotidianamente rapporti sulla situazione dei consorzi agrari nei quali si diceva, ad esempio, che tredici consorzi versavano in gravi difficoltà, tanto da rendere addirittura necessaria la liquidazione coatta amministrativa.

Ho sempre usato molto il metodo dell'annotazione diretta sui documenti e, da alcune annotazioni dell'epoca, emerge chiaramente il mio tentativo di far capire che non ci si poteva fermare soltanto alla denuncia degli inconvenienti. Occorreva muoversi".

Ricordo che il mio Gabinetto mi fece presente che per i consorzi agrari provinciali c'erano difficoltà d'inserimento nello schema della legge pluriennale in quanto, in base all'articolo 34 del decreto legislativo n. 1235 del 1948, era prevista una ripartizione degli utili, il che contrastava con il principio della mutualità alla base del sistema cooperativo. Quindi, mi fecero notare che era necessario un piccolo intervento correttivo per eliminare tale difficoltà. Risposi che forse bastava introdurre un articolo che abrogasse il decreto legislativo n. 1235 del 1948, dal momento che non c'era più alcuna ragione che facesse sussistere questo sistema di funzioni pubblicistiche.

L'onorevole Pandolfi ha inoltre sostenuto, a differenza di quanto sopra evidenziato, che al Dicastero dell'agricoltura non spettassero poteri di controllo di merito, affermando che Il ministro non ha mancato di far notare che "(…) Dd’altra parte, le autorità ministeriali avevano un potere di controllo di legittimità: vorrei verificare se il controllo di legittimità salva, per esempio, una grande società multinazionale da qualche catastrofe finanziaria dovuta ad operazioni sbagliate.

E' la decisione di merito che conta per sapere se una gestione funziona.

(…) Vorrei aggiungere: come si può pensare che negli anni '80 strutture ministeriali potessero esercitare un controllo di merito su operazioni per migliaia di miliardi ogni anno? Avremmo dovuto mettere in piedi un ministero ad hoc. Lo stesso Ministero delle partecipazioni statali, finché è esistito, non aveva alcun potere di controllo di merito sulle operazioni".

(…) non ricordo in tutto quel periodo di aver avuto pressioni per occuparmi dei conti della Federconsorzi. Tra l'altro, aggiungo di aver sempre avuto scarse conoscenze dei problemi concreti interni di tale ente. Sono sempre stato alla larga rispetto ai rapporti della Federconsorzi con il sistema bancario. Chi fa il Governatore della Banca d'Italia o il Ministro del tesoro - come lo sono stato io - sa perfettamente che non deve avere rapporti diretti o impropri con il sistema bancario (…).

(...) Pertanto, quando sono stato Ministro l'ultimo mio pensiero era conoscere in forma diretta o indiretta cosa stesse accadendo in enti già sottoposti al controllo del Ministero dell'agricoltura, perché avrei finito di vivere. Era completamente fuori dal mio orizzonte, anche per un certo senso di puritanesimo politico, al quale ho sempre cercato di improntare la mia attività politica. Mettere le mani in queste vicende era secondo me non soltanto inopportuno ma alla fine anche illegale, perché i Ministri dovevano fare altre cose e non questo (…). Confesso i limiti della mia azione di Governo in quel momento

Sulla Federconsorzi il Ministro ha aggiunto: "Venendo alla questione Federconsorzi, non mi è mai stato rappresentato alcun problema che riguardasse la sua concreta gestione.

Da quel che si è letto, ma anche da quel che si sapeva, il bilancio della Federconsorzi aveva tutta una parte relativa ad investimenti immobiliari (alcuni buoni, altri meno buoni, altri ancora cattivi), ma di tali questioni non ho mai sentito parlare. (…) si manteneva in vita un sistema che aveva perso da 25 anni ogni tipo di giustificazione poiché non esistevano più (…) funzioni pubblicistiche e non capivo il motivo per cui la Federconsorzi dovesse avere tutte queste bardature a differenza di altre importantissime cooperative.

La seconda tappa consisteva nel far rientrare in corsa - eventualmente anche la Federconsorzi - nelle provvidenze del famoso progetto di ricapitalizzazione con un progetto quinquennale che, tra l'altro, doveva essere accertato con certificazione di bilancio, con schemi molto rigorosi. Questa, in sintesi, l'ipotesi di lavoro pensata durante il mio ministero.

E’ stata elaborata la legge pluriennale di spesa che consente di varare piani di ricapitalizzazione quinquennale con l'apporto dello Stato e con tutte le regole già fissate al suo interno, mentre non è andata in porto l'operazione del ripiano del disavanzo".

Per quanto riguarda la Federconsorzi, l’onorevole Pandolfi ha affermato di "(…) aver sempre avuto scarse conoscenze dei problemi concreti interni di tale ente. Sono sempre stato alla larga rispetto ai rapporti della Federconsorzi con il sistema bancario. Chi fa il Governatore della Banca d'Italia o il Ministro del tesoro - come lo sono stato io - sa perfettamente che non deve avere rapporti diretti o impropri con il sistema bancario (…) Pertanto, quando sono stato Ministro l'ultimo mio pensiero era conoscere in forma diretta o indiretta cosa stesse accadendo in enti già sottoposti al controllo del Ministero dell'agricoltura, perché avrei finito di vivere. Era completamente fuori dal mio orizzonte, anche per un certo senso di puritanesimo politico, al quale ho sempre cercato di improntare la mia attività politica. Mettere le mani in queste vicende era secondo me non soltanto inopportuno ma alla fine anche illegale, perché i Ministri dovevano fare altre cose e non questo (…). Confesso i limiti della mia azione di Governo in quel momento.

Venendo alla questione Federconsorzi, non mi è mai stato rappresentato alcun problema che riguardasse la sua concreta gestione".


Tenuto conto che l'onorevole Pandolfi fu Ministro dell'agricoltura dal 4 agosto 1983 al 12 aprile 1988 (I e II Governo Craxi, VI Governo Fanfani, Governo Goria) e quindi per cinque anni consecutivi, durante i quali i problemi del sistema, di cui era ben consapevole, crebbero senza freno; considerato che essi imponevano una soluzione giudicata non più differibile fin dal 1985, le sue iniziative politiche, per di più fallite, non possono essere giudicate che come il risultato di una inadeguata azione di governo.

Di fronte all'urgenza - non percepita o non voluta percepire -, Lla situazione fu, di fatto, lasciata incancrenire.

Di fronte all'urgenza trascorsero anni senza alcun risultato.

Il progetto di legge di approvazione dei rendiconti degli ammassi, presentato nel novembre 1984, non fu mai esaminato dalla Commissione agricoltura della Camera dei deputati e il Governo non assunse alcuna iniziativa per sollecitarne ed ottenerne l'approvazione.

La rendicontazione delle gestioni speciali, inoltre, non era affatto un tabù di un passato lontano, ma una questione aperta, che richiedeva, dopo trenta anni, una soluzione che non poteva essere senza contrasti ma, non per questo, si poteva e doveva rinviare all'infinito, se da essa dipendeva, come riteneva il ministro Pandolfi, l'avvio del risanamento del sistema.

Si trattava, comunque, di null'altro che di far pervenire ai consorzi agrari danaro pubblico, e non, quindi, di un tentativo di affrontare e risolvere un problema che il Ministero e lo stesso Ministro consideravano strutturale e che richiedeva, pertanto, scelte politiche chiare e determinate, sulla sua conservazione, conversione o cancellazione.

Trascorsero almeno due anni fino alla presentazione del disegno di legge pluriennale, senza che niente altroalcunché si tentasse.

Anche nel contesto della legge pluriennale, null'altro è dato scorgere se non la possibilità di una ricapitalizzazione dei consorzi e della Fedit. Nulla si dice della eventuale soppressione di quest’ultima, della sua eventuale trasformazione, del suo adeguamento, di una eventuale apertura all'apportoprivatizzazione operata con l'apporto di tutte le componenti del mondo agricolo e di capitali privati.

I tentativi dell’onorevole Pandolfi concretizzarono la sua volontà politica di non affrontare, come sarebbe stato necessario e doveroso, direttamente il problema della crisi del sistema.

Sembra alla Commissione che il ministro PandolfiPandolfi preferì non scontrarsi con gli interessi forti di cui le associazioni di categoria erano portatrici.

, nell'ambito di unaLa sua impostazione concorse, in tal modo, politica generale che non obbediva all'esigenza di governare affrontando e risolvendo i problemi, ma di amministrare e di ricercare il massimo consenso possibile, anche a rischio, come poi si verificò, dia creare con l'inerzia sostanziale, lele premesse per il tracollo di un grande apparato con enormi danni per la collettività.

A ciò va aggiunto che è sicuramente vero quanto da lui affermato: da Pandolfi: "Vorrei verificare se il controllo di legittimità salva, per esempio, una grande società multinazionale da qualche catastrofe finanziaria dovuta ad operazioni sbagliate. E' la decisione di merito che conta per sapere se una gestione funziona".

Ma, prescindendo dall'inaccettabile riduzione del contenuto dei controlli alla semplice presa d'atto, non v'è dubbio che il tracollo della Fedit non fu affatto dovuto ad una sola operazione sbagliata ma agli effetti della scelta, che all'epoca dell'abbandono diel ministro Pandolfi durava da almeno tre anni, e che di anno in anno si rinnovava, di sostenere economicamente e finanziariamente i consorzi agrari indipendentemente dalla loro redditività.

Si trattava di una politica aziendale che prosciugava inesorabilmente le risorse e rendeva dubbia la persistenza della capacità della Fedit di soddisfare i suoi scopi istituzionali e quindi non solo legittimava, ma imponeva l'intervento dell'autorità tutoria.


2.2 La posizione del ministro Mannino

L’impostazione del ministro Antonio Calogero Mannino, si è rivelata diversa da quella del suo predecessore.

Il ministro, nel corso della sua audizione avvenuta il 6 giugno 2000, ha, innanzitutto, minimizzato i poteri di vigilanza del ministero nei confronti dei consorzi agrari, sostenendo che essi erano "irrilevanti".

Essi, secondo il suo assunto, "non permettevano al Ministero l'assunzione di una funzione ispettiva in termini poliziesco-giudiziari" ma piuttosto degli interventi di indirizzo.

AllLa Commissione non appaiono condivisibilide le affermazioni dell’ex ministro, perché che appaiono in contrasto con la penetrante dotazione di poteri di controllo sopra illustrata.

Basta considerare che lo stesso onorevole Mannino non ha mancato di rivendicare di aver incaricato "moltissimi funzionari" di eseguire indagini presso i consorzi agrari provinciali, prevenendo la contestazione di non aver assunto conseguenti determinazioni, con l'affermazioneaffermando che accadeva che le relazioni "pervenivano quando pervenivano, magari quando il Ministro era cambiato".

Per quanto concerne la vigilanza sulla Federconsorzi, egli ha affermato che, nel periodo in cui fu Ministro dell’aAgricoltura, tra il 1988 e il luglio del 1990, a livello ministeriale, non era emerso dallaa una "situazione finanziaria della Fedit , un dato catastrofico tale da richiedere un intervento radicale" sostenendo che il problema dell'indebitamento nel 1988-1989 "era soltanto una minaccia incombente, non era un fatto esplosivo".

Egli ha voluto, significativamente, precisare di non aver mai avvertito che il bilancio della Federconsorzi potesse nascondere delle perdite, che potesse occultare qualcosa perché in tal caso "sarei intervenuto e lo avrei riconosciuto".

Il Ministro ha affermato di non aver approvato i bilanci della Federconsorzi, nel periodo di sua competenza, ma di essersi limitato a prenderne atto perché il direttore generale cui si era rivolto gli disse che il ministero non era in grado "di disporredi disporre un'analisi attraverso le società di revisione" e, quindi, avendo avuto "(...) dei dubbi, non nei confronti del bilancio in quanto tale, ma del momento gestionale della Federconsorzi", li aveva espressi "nella forma di approvazione del bilancio" e cioè limitandosi, come del resto aveva fatto il suo predecessore Pandolfi, ad una presa d’atto formale.

In merito,Rileva sul punto la la Commissione rileva che,che l’essersi il Ministro posto il problema di sottoporre il bilancio della Federconsorzi all’analisi di una società specializzata, rivela di quale spessore fossero come i dubbi sui contenuti di verità del documento contabile.

La "presa d’atto", del bilancio, nella ricostruzione del ministro, sembra assumere il significato più di una "presa di distanza" che "d’atto", in un’ottica politica non interventista che non sembra corrispondere alle esigenze di governo.

Secondo la condivisibile analisi del Ministro, il sistema federconsortile era gravato da problemi di natura strutturale: "(…) I consorzi a livello periferico, e poi anche la Federazione a livello centrale, si sono venuti via via trovando in presenza di una condizione di difficoltà - che da me fu avvistata fin dal 1983 - dovuta al fatto di avere sostanzialmente un quadro dirigente di tipo funzionario, burocratico, quando ormai occorreva introdurre un quadro di tipo manageriale. Ricordo di avere rivolto, nel 1983, ai dirigenti della Federconsorzi e delle organizzazioni agricole che facevano più direttamente riferimento ad essa (cioè la Confagricoltura e la Coldiretti), l'invito a porsi il problema di una trasformazione di tipo imprenditoriale della stessa Federconsorzi.

Ho ritrovato tale questione nel 1988, in condizioni ancora più preoccupanti sotto il profilo finanziario (…)".

Ma il progetto di: "rendere la Federconsorzi una struttura di servizio, una holding partecipata politicamente, sindacalmente e socialmente da tutte le organizzazioni produttive" aveva incontrato forti difficoltà".

Ciò perché, ritiene la Commissione, usando le stesse parole del ministro, "la Coldiretti e la Confagricoltura guardavano alla Federconsorzi come ad uno strumento della propria politica, quindi gelosamente".

In questa prospettiva, l'onorevole Mannino ha rivendicato la sua vicinanza alle posizioni della Coldiretti: "La sinistra DC, - ha, infatti, affermato - della quale, come è noto, ho sempre fatto parte, fino a tutti gli anni '70 non ha avuto un rapporto di integrazione politico-ideologica con la Coldiretti.

Negli anni '80 tra la Coldiretti e la segreteria De Mita c'è stato un dialogo, una collaborazione molto intensa, sino a realizzarsi quella integrazione che non c'era stata prima. Anche questa è un'opinione, fondata però sulla ricostruzione di cronache politiche".

E’ parso, però, chiaramente rivendicare di aver assunto una differenziata posizione in favore dell’ingresso del Partito comunista e del Partito socialista nell’area della organizzazione, attraverso l’apertura delle iscrizioni degli agricoltori e delle cooperative ai consorzi provinciali, schiudendo così la strada all’ingresso nella Federconsorzi ed alla trasformazione di questa in una holding.


Non



L’onorevole Mannino si era posto il problema del futuro della Federconsorzi, sulla base di una condivisibile osservazione che la Commissione condivide: "in mancanza di un intervento di sistemazione delle passività pregresse e di una ristrutturazione del quadro politico di riferimento della Federconsorzi il nodo, prima o poi, sarebbe arrivato al pettine, indipendentemente dai possibili interessi di accaparrarsi ciò che rimaneva ; nel caso della Federconsorzi l’eredità c’era, soprattutto se si fosse realizzato un intervento di duplice ordine, quello della sistemazione del debito che lo Stato aveva e quello della trasformazione della Fedit. Il quadro ordinamentale della Fedit, in base al decreto legislativo n. 1235, era assurdo. Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Era giusto prevedere una trasformazione della Fedit in holding, aperta a tutti (…)"".

Il suo monito fu: "guardate, o superiamo la pregiudiziale politica e mettete questo strumento al di fuori dello scontro politico, oppure tra qualche anno non ve lo ritroverete più (…).

Anzi sono venuto anche a dirvi: superiamo il regime giuridico delle società cooperative, introducendo una parziale capitalizzazione a carico del socio, in maniera tale che ci sia una responsabilizzazione".

Il problema della sopravvivenza, della ristrutturazione e della trasformazione, del sistema, si evidenzia , di conseguenza, a giudizio della Commissione, in tutta la sua valenza non solo economicao e finanziaria ma anche politica.

Lea questionie dell’apertura del concorso all’apporto di capitali privati e della rinuncia al monopolio da parte delle associazioni che lo detenevano, del monopolio urgevano ed imponevano scelte politiche di fondo, che travalicavano la persona ed il ruolo del ministro dell’agricoltura.

Pur tuttavia, ancor prima di assumere determinazioni di tipo strutturale, occorreva assicurare se non il risanamento, quanto meno che le condizioni economiche e finanziarie della Federconsorzi non si aggravassero.

In merito il Ministro ha sostenuto di essere stato rassicurato sulle possibilità e capacità di ripresa della Federconsorzi, dall’onorevole Lobianco.

Ha, infatti, dichiarato che il Presidente della Coldiretti: "(...) Mi ha sempre manifestato un'opinione molta fiduciosa nella possibilità di recupero e di risanamento delle Federconsorzi, anzi ha sempre indicato nella nomina di Pellizzoni (a nuovo direttore generale della Fedit n.d.r.) l'atto preliminare, diciamo propedeutico per giungere a questi risultati.

(…) Nel 1989 Lobianco giurava a tutti che, con Pellizzoni, avrebbe risolto tutti i problemi della Federconsorzi. Ricordo molti colloqui, non soltanto a due, ma anche a tre, con De Mita, prima Presidente del consiglio e poi ancora segretario del partito. Lobianco giurava che la situazione della Fedit era superabile".

E’ agevole dedurrezione della Commissione, che il problema era diventato tanto grave da porsi all’attenzione non più del solo Ministro competente ma dello stesso Presidente del Consiglio e del sSegretario del maggior partito italiano.

Acquista, inoltre, maggiore credibilità l’assunto del dottor Pellizzoni,. direttore generale della Fedit , che il professor. Capaldo gli avrebbe confidato di aver ricevuto l’incarico di occuparsi della Federconsorzi, non solo dai due presidenti confederali Wallner e Lobianco ma anche dall’allora presidente del consiglio De Mita.

Osserva , tuttavia, la Commissione che il ministro, assai lucido nel percepire i reali problemi dei Cconsorzi agrari e della Federconsorzi, favorevole a soluzioni più aperte , moderne e democratiche , non fu tuttavia conseguente, poiché, le sua giusta analisi dovevaavrebbe dovuto, malgrado le rassicurazioni dell’onorevole Lobianco, fargli, ben fondatamente, dubitare della possibilità di successo della via intrapresa e, quindi, consigliarglisi un’azione più incisiva ed concretamente efficace, anche attraverso il concreto esercizio dei suoi poteri di controllo e vigilanza.


2.3 La breve stagione del Ministro Saccomandi

Il professor Vito Saccomandi, fu ministro dell’agricoltura dal 27 luglio 1990 al 12 aprile 1991 nel VI governo Andreotti.

L’aggravarsievoluzione ingravescente della crisi della Federconsorzi portò il ministro, nonostante la breve durata del suo incarico, ad occuparsene.

IE’ rimasto a lungo sconosciuto che il prof.essor Saccomandi , affidò ad un tecnico della società Arthur Andersen, il dottor Carlo Artusi, che in quel tempo lavorava presso il Ministero dell'agricoltura come consulente per l'analisi dei problemi della cooperazione, il compito di monitorare la Federconsorzi e di riferirgli. ILe valutazioni del dottor Artusi ha così ricostruito per la Commissione con una relazione datata 22 febbraio 2000, le valutazioni da lui, riferite al Ministro, sono le seguenti, come da lui ricostruite per la commisioneCommissione in base ai suoi ricordi :

"(…)… In tale veste, ebbi due riunioni informali con il vertice di Federconsorzi (Ddottor Pellizzoni e Ddottor Bambara) nelle quali, unitamente al Dottor Carlo Cocco, vice capo di Gabinetto del M.A.F. –(e presidente del Ccollegio sindacale della Fedit! n.d.r.) - esaminammo le grandi linee della situazione finanziaria Federconsorzi (…) a quanto ricordo, emergeva, in sintesi, una situazione finanziaria molto grave, caratterizzata da alto indebitamento verso banche fronteggiato da crediti verso consorzi agrari di difficile esigibilità immediata ed un patrimonio immobilizzato di lenta e complessa dismissione.

In particolare, per quanto ricordo:


il conto economico composto in gran parte di ricavi derivanti da operazioni con il sistema dei consorzi agrari, non generava flussi di cassa tali da ridurre l’indebitamento. Più in dettaglio, parte dei ricavi riguardavano interessi attivi e interessi di mora verso consorzi agrari non in grado di pagare


dal punto di vista del capitale circolante, la crisi che coinvolgeva i singoli consorzi agrari, impedendo di fatto il pagamento dei loro debiti verso Federconsorzi, era fonte di una supervalutazione dell’attivo, voce crediti, che generava uno sbilancio finanziario di grande ammontare


il rilevante indebitamento verso il sistema bancario era generato, oltre che dagli investimenti fissi, dalla necessità di copertura di debiti in assenza di incasso dei crediti descritti


il patrimonio immobiliare si presentava di difficile e lenta dismissione, anche se le ipotesi di valore attribuito dai dirigenti Federconsorzi erano molto elevate


tra le partecipazioni, alcune erano facilmente cedibili altre erano di difficile dismissione a causa dell’andamento economico e della tipologia di business.

Quindi una richiesta di rientro da parte di una o più banche avrebbe immediatamente generato uno stato di crisi, peraltro non sanabile nel breve periodo, e probabilmente un effetto "domino" su tutte le altre banche esposte.

Di questo, nell’appunto e a voce, ritengo in due o tre riunioni, discussi con il Ministro, ipotizzando scenari di risanamento che potessero salvaguardare la struttura avviando contemporaneamente processi di reperimento di risorse finanziarie, attraverso dismissioni o altro, che potessero ridurre l’indebitamento.


Gli scenari di risanamento discussi prevedevano (…) ipotesi (…) di (…) moratoria del debito verso banche con scadenzamento a lungo termine e a fronte di realizzi patrimoniali e riduzione del carico di interessi (…)


un’analisi approfondita dell’andamento dei consorzi agrari allo scopo di capire se era possibile e quando per loro pagare i debiti verso Federconsorzi, ipotizzando anche per loro, peraltro indebitati verso il sistema bancario, azioni simili a quelle descritte per Federconsorzi


indagini dettagliate su eventuali crediti e/o pretese che Federconsorzi potesse vantare nei confronti dello Stato e che erano ventilate dal management Federconsorzi (…)


un’analisi del "valore di mercato" del patrimonio immobiliare e della "vendibilità" e relativi tempi di realizzo


una valutazione delle possibilità di ridurre i costi di gestione per ricondurre il conto economico in attivo e generare "cassa" da inquadrare in un piano organico che potesse essere discusso con le parti interessate ed, eventualmente, con il loro supporto messo in atto. Peraltro, dopo poco tempo, credo un mese, il Governo cadde ed il Ministro non fu riconfermato".

Nonostante i chiari elementi informativi raccolti , che avrebbero consigliato provvedimenti urgenti, il Ministro non assunse nessuna iniziativa.

Non è dato sapere se i risultati di tale lavoro furono conosciuti dal successore del professor Saccomandi, il ministro Goria, ma si può pensare che ciò accadde.

La perfetta informazione dell’on.orevole Goria, sulla reale situazione del sistema, come di seguito si vedrà meglio, potrebbe trovare una convincente spiegazione.


2.4 L’apparato ministeriale

Per quanto riguarda il ruolo dell’apparato ministeriale, la vigilanza sui consorzi agrari e la Fedit competeva, fino al 1978, alla Ddirezione generale dell'alimentazione presso il Ministero dell'agricoltura; dal 1978 al 1994, quando il Ministero dell'agricoltura fu trasformato in Ministero delle risorse agricole, alla Direzione generale della produzione agricola; dal 1994 in poi alla Direzione generale dei Servizi generali e del personale.

Di tali uffici sono stati responsabili, fino al 1986, il dottor De Fabritiis; dal 1986 fino alla fine del 1990 il dottor Pilo; dal gennaio 1991 al dicembre 1992, il dottor Incoronato; dal gennaio 1993 al maggio 1994, nuovamente il dottor Pilo; dal 1994 ad oggi, la dottoressa Delle Monache.

I funzionari ministeriali, ascoltati dalla Commissione nella sedute del 5 ottobre e 23 novembre 1999, ed in particolare il direttore generale dottor Pilo, che pur si segnala per essere stato il firmatario delle importanti note sopra citate al paragrafo 2, hanno invocato, per giustificare l'omessa esecuzione di accertamenti ispettivi sulla Fedit e sui consorzi, una grave carenza di personale.

La difesa sembra debole perché, quand'anche fondata, potrebbe spiegare una eventuale esiguità del numero delle verifiche ma mai la loro totale omissione.

Occorre ribadire che per ben dieci anni, dal 1982 al 1991, non fu disposto ed eseguito alcun accertamento ispettivo.

Il dottor Pilo, in assonanza con la posizione assunta dall'ex ministro dell'agricoltura Pandolfi, ha altresì sostenuto che il Ministero riteneva, per un verso, che i controlli avessero natura esclusivamente di legittimità - da ciò la prassi di rilasciare sugli atti esaminati un "nulla osta" o un "si prende atto" - e, per altro, che essi erano stati previsti in funzione delle attività ammassatorie affidate ai consorzi ed alla Fedit; venutea meno queste, ne sarebbe venuta meno la rilevanza funzionale.

La Commissione non condivide l'assunto per le ragioni sopra esposte.

I controlli vale ribadirlo, avevano natura concorrente e coesistente di legittimità e di merito.

In contrasto con la linea enunciata, appare la condotta dell'alto funzionario ministeriale che, oltre a rendersi autore delle note scritte già ricordate sulla situazione dei consorzi, assunse una iniziativa verso la Fedit, che non sembra in alcun modo iscrivibile nella categoria del controllo di legittimità.

Egli Così ha infatti riferito alla Commissione nella seduta del 5 ottobre 1999: "Ricordo anche che, proprio a seguito della relazione consegnata nel 1988 al Ministro pro tempore, incontrai due volte l'allora direttore (della Fedit ndr) Pellizzoni, con il quale facemmo una puntuale disamina di tutte le questioni relative alla vita del sistema - quindi, Federconsorzi e consorzi agrari - ricevendo poi, al termine del secondo incontro, l'impegno, peraltro già proposto dall'Amministrazione con una lettera circolare inviata proprio quell'anno, di sottoporre a certificazione i bilanci sia della Federconsorzi che dei consorzi agrari (…). Nel 1989 fu predisposta una lettera dettagliata, diretta alla Federazione, con la quale (…) ferma restando la correttezza analitica del bilancio, l'ufficio segnalò alcuni aspetti che inducevano ad avere dei timori sull'andamento economico delle gestioni, in particolare dei consorzi agrari, fatti questi poi confermati dalle numerose procedure di commissariamento. Ricordo pure che detta lettera conteneva alcune contestazioni e ritengo che fu anche per effetto di quella lettera che l'allora direttore generale chiese di vedermi (ho accennato al fatto che ci siamo incontrati due volte) dandomi modo di analizzare con lui approfonditamente la situazione di fatto (anche con riferimento a ciò che non emergeva dagli atti) giungendo poi all'impegno di portare a certificazione i bilanci".

una lettera dettagliata, diretta alla Federazione, con la quale, pur nell'incertezza di scendere nei dettagli e di giungere a quantificazioni (evidentemente una qualsiasi analisi su quest'aspetto doveva presupporre la realizzazione di uno studio di estimo assai profondo) e ferma restando la correttezza analitica del bilancio, l'ufficio segnalò alcuni aspetti che inducevano ad avere dei timori sull'andamento economico delle gestioni, in particolare dei consorzi agrari, fatti questi poi confermati dalle numerose procedure di commissariamento. Ricordo pure che detta lettera conteneva alcune contestazioni e ritengo che fu anche per effetto di quella lettera che l'allora direttore generale chiese di vedermi (ho accennato al fatto che ci siamo incontrati due volte) dandomi modo di analizzare con lui approfonditamente la situazione di fatto (anche con riferimento a ciò che non emergeva dagli atti) giungendo poi all'impegno di portare a certificazione i bilanci."


In definitiva si può affermare che, in linea ed in coerenza con gli orientamenti e l'impostazione dei Ministri pro tempore e con la qualità di dominio riservato delle associazioni di categoria ed in particolare della Coldiretti, non fu esercitata nei confronti della Fedit, nel decennio 1980-1990, nessuna azione di reale controllo amministrativo.

Basta considerare che non si è evidenziata una sola nota di commento dei bilanci della Fedit, che pure erano e sono sospetti di falsità per plurimi aspetti e che, comunque, non potevano tuttavia nascondere il continuo peggioramento dei risultati.

L'omesso controllo fu dagli operatori ed, in particolare, dal sistema bancario, interpretato come un controllo positivo che fu, successivamente, a crisi aperta, invocato, insieme con l’accreditamento che derivava alla Fedit dall’essere per dimensioni la quinta impresa del settore agro-alimentare in Europa, a sostegno di una pretesa garanzia pubblica della regolarità della gestione e del merito creditizio della Fedit.


La necessità di affidare per il futuro eventuali analoghi controlli ad organismi qualificati, e, soprattutto, indipendenti,e e, di predefinirne contenuti e responsabilità sembra alla Commissione il conseguente suggerimento proponibile al Parlamento.

L'omesso controllo fu dagli operatori ed in particolare dal sistema bancario - di per sé assai più attento all’espansione dei crediti che alla qualità effettiva degli affidati - interpretato come controllo positivo e concorse, insieme con l’accreditamento che derivava alla Fedit dall’essere per dimensioni la quinta impresa del settore agro-alimentare in Europa, a confidare nella garanzia pubblica della regolarità della gestione e, quindi, nel merito creditizio della Fedit.

La necessità di affidare per il futuro eventuali analoghi controlli a personale qualificato ed indipendente e di predefinirne contenuti e responsabilità sembra alla Commissione il conseguente suggerimento proponibile al Parlamento.


ADDE MANNINO E ANDREOTTI