Relazione sulla Federconsorzi/VIII

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Il così detto piano Capaldo

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VII IX


Il cosiddetto Piano Capaldo


1. I temi esplorati dalla Commissione


La Commissione ha sottoposto ad approfondita analisi la vicenda, acquisendo una notevole documentazione ed ascoltandone i principali protagonisti.

In particolare, è stato indagato il tema del prezzo pagato, e, quindi, la sua congruità, le modalità di pagamento e le ragioni per le quali esso fu offerto ed accettato.

All’esame della questione si è proceduto iscrivendola in una più ampia prospettiva ricostruttiva, finalizzata a tentare di accertare se si trattò di un’operazione, speculativa o non speculativa, posta in essere da soggetti economici per finalità esclusivamente economiche, o se essa ebbe invece altre finalità.

A tal fine, sembra essenziale l’esame del contesto in cui nacque il cosiddetto Piano Capaldo.


I fattiPremessa.


La complessità della vicenda relativa al cosiddetto ""Piano Capaldo"" rende opportuno esporre preliminarmente in che cosa essa si concretizzò.

In data 2 agosto 1993, dinanzi al notaio prof.essor Gennaro Mariconda, il Ccommissario Ggovernativo della Federconsorzi, avvocato Stefano D’Ercole,

In nota :La Federconsorzi sottoscrisse l'atto nella qualità di liquidatore del proprio concordato.

La nomina della stessa Federconsorzi a liquidatore del concordato fu fortemente criticata in dottrina per plurime ragioni giuridiche che si possono riassumere nell'esigenza di garantire la funzione pubblicistica della liquidazione prevenendo conflitti di interessi che ebbero puntualmente a manifestarsi..

e l'avvocato Alberto Giordano nella qualità di procuratore del professor Pellegrino Capaldo, presidente della società S.G.RR .(Società Gestione per il Realizzo) spaspa, sottoscrissero un negozio giuridico denominato "Atto Quadro" con il quale tutti i beni della società in concordato preventivo furono trasferiti alla S.G.R. spa.

La SGR spa fu costituita con un capitale di 10 miliardi di lire in data 23 aprile 1993, dopo un lunga gestazione, durata oltre un anno, da venticinque banche e due società non bancarie, tutte creditrici della Federconsorzi, con lo scopo statutario di rilevare tutte le attività della Fedit.

La stipulazione dell’atto-quadro"Atto" concretizzò un disegno complesso ed articolato, che prese il nome da colui che l’ideò:, il prof.essor Pellegrino Capaldo.

La cessione, autorizzata con provvedimento del 23 marzo 1993 del Tribunale fallimentare di Roma, presieduto dal dottor Ivo Greco, avvenne al prezzo nominale di 2.150 miliardi, notevolmente inferiore , perché pari al 54,58% per cento del valore di stima dei beni, 3.939 miliardi , in forza del quale il concordato preventivo era stato omologato.

La questione del prezzo pagato, congiuntamente con altre, di minore rilevanza, divenne oggetto di un procedimento penale promosso dalla magistratura di Perugia nei confronti dei sottoscrittori del negozio giuridico e del presidente del Tribunale che l’aveva autorizzato.

In nota : Sulle vicende giudiziarie relative alla Federconsorzi ed ai Consorzi Agrari si rinvia al capitolo undicesimo

La richiesta d'ammissione alla procedura di concordato preventivo fu presentata, come si è visto, nel luglio del 1991. Essa segnò l'epilogo dell'intervento governativo, che non aveva raggiunto nessuno degli obiettivi che si riprometteva, e cioè la liquidazione sotto controllo ministeriale dei beni della Federconsorzi e la trasformazione dell'unità di raccordo operativo del sistema dei consorzi agrari - la nuova Fedit - in una struttura societaria pluralistica a base azionaria.

Il ministro Goria aveva esaurito, in breve tempo, capacità d’iniziativa politica e si limitò, da allora in poi, a non contrastare le iniziative esterne e le determinazioni della procedura, rimanendo del tutto estraneo, e con lui i commissari governativi, ad eccezione del dott.or Locatelli, nei limiti illustrati, alle successive vicende.

In nota :cfr.retro cap.sesto

Le questioni aperte, tuttavia, urgevano. Esisteva, in primo luogo, il grave problema della sorte occupazionale dei dipendenti della Federconsorzi. I consorzi agrari si trovavano in grandi difficoltà:

alcuni erano ormai in liquidazione; molti si trovavano in regime commissariale e dovevano continuare ad operare; solo alcuni non sembravano richiedere interventi tutori.

Era mancato improvvisamente l’organo centrale; si era interrotto il sistema mediato degli acquisti; era venuto meno il flusso di finanziamenti diretti ed indiretti. Il ruolo ed il potere della Coldiretti avevano subito un colpo, ad opera di un Esecutivo espressione di quella classe politica ininterrottamente al Governo a cui essa era stata molto vicina.

In nota:

Il già avviato processo d'abbandono del collateralismo della Coldiretti ebbe una forte accelerazione, fino alla proclamazione dell'autonomia.

L’organizzazione di categoria, per il tramite del suo presidente, l' on.orevole Lo bianco, tentò, come si è detto nel precedente capitolo, di rilanciare un sistema ispirato alla stessa architettura preesistente, attraverso un progetto denominato So.con.agri., che aveva un significato più politico che concretamente operativo.

Si prevedeva, infatti, la creazione di una società costituita da consorzi agrari che, nelle intenzioni dei costituenti, avrebbe dovuto prendere il posto della Fedit, - sotto il perdurante controllo della Coldiretti. In realtà, non esistevano assolutamente i mezzi economici necessari e le condizioni politiche.

Si trattava, quindi, di niente di più di un messaggio di vitalità, lanciato al mondo agricolo, di un segnale di ripresa di un’azione salvifica sul piano imprenditoriale, dopo il clamoroso fallimento, dovuto all'opposizione di volta in volta del Partito socialista, del ministro Goria e del presidente del Consiglio Andreotti, dei tentativi di risolvere la crisi sul piano politico.

Nei consorzi agrari rimanevano forti il ruolo e l’influenza della Coldiretti e della consorella Confagricoltura. Permaneva, per le organizzazioni agricole, ed in particolare per la Coldiretti, un'altra primaria esigenza: mantenere posizioni nell'apparato produttivo e nelle strutture operative che componevano la grande costellazione federconsortile, impedendone la dispersione e l'appropriazione da parte di privati ovvero di organizzazioni concorrenti.

Poiché molti beni immobili - soprattutto gli essenziali magazzini - dei consorzi erano stati trasferiti nel corso degli anni alla Fedit, per pagare i debiti accumulati, appariva evidente l'effetto devastante che sarebbe derivato dall'eventuale vendita non controllata di essi, in attuazione del concordato.

Ma tra i beni della Federconsorzi c'erano importanti partecipazioni bancarie ed un gran patrimonio immobiliare che si offrivano al mercato. Forte poteva essere l'interesse speculativo da parte di qualche operatore idoneo a stimolare ardite ipotesi di acquisizioni.

In nota; Per tutte si rinvia all’intervista di Fiorio Fiorini,al settimanale l’Espresso intitolato ritratto di un affarista da giovane ed alle dichiarazioni raccolte dal P.M. di Perugia ……

Preoccupante era poi la posizione che avevano assunto le banche estere creditrici che rivendicavano la garanzia della Banca nazionale del lavoro, per i debiti contratti presso di loro da Agrifactoring s.p.a., e quella dello Stato Iitaliano, per i debiti della Fedit. Allarmavano le istituzioni, ed in primo luogo la Banca d'Italia, le minacce di ritorsione finanziaria, in un momento di grande e persistente debolezza del sistema economico e politico italiano e di necessità d’accesso ai capitali esteri per i grandi enti pubblici.

Tuttavia nessun proposito si tradusse in proposta concreta, ad eccezione di una che fu elaborata negli ambienti della finanza cattolica da tecnici della finanziaria Akros del dottor Roveraro che ne rivendicò, in seguito, orgogliosamente, la paternità.

Il progetto, sinteticamente denominato "Fiordaliso" riscosse l'immediata approvazione della Coldiretti e della Confagricoltura.

Esso si basava sulla costituzione di due società.

Una sarebbe stata costituita dai creditori della Fedit, mediante il conferimento dei loro crediti valutati al 40 per cento e, quindi, svalutati del 60 per cento.

La stessa, acquisendo il patrimonio della Fedit, avrebbe garantito il pagamento degli altri creditori e avrebbe avuto, pertanto, funzioni esclusivamente liquidatorie.

La seconda società, si sarebbe costituita accorpando i consorzi agrari in bonis e sarebbe stata destinata a sostituire la Fedit come holding, esercitando funzioni distributive e di produzione.

La maggioranza del capitale della società holding doveva essere assicurata ai consorzi agrari.

Erano interessati i consorzi del Veneto, dell’Emilia e della Lombardia.

Punti irrinunciabili e decisivi erano che i promotori fossero persone e soggetti di indiscussa autorevolezza e che le istituzioni e le finanziarie private mettessero a disposizione i capitali necessari.

Il dott.or Roveraro, che si era rivolto non al ministro Goria, ma al presidente del Consiglio Andreotti per ottenerne l'approvazione e l'appoggio,ne fu indirizzato da questi al professor Capaldo.

Tenuto conto che, in seguito, della proposta del dottor i Roveraro non si parlò più e che il riferimento al manager di "indiscussa autorevolezza", destinato ad attuarlo, contenuto nel piano Roveraro, sembra attagliarsi perfettamente alla figura del professor Capaldo, appare evidente come, nella complessa situazione dianzi delineata nacque, come adattamento ed evoluzione del progetto Roveraro, il cosiddetto "Piano Capaldo".


3. Il ruolo del professor prof.Capaldo


Eminente studioso, noto banchiere e già consulente della Fedit, il professor Pellegrino Capaldo era, all’epoca dei fatti, presidente del Banco di Santo Spirito e stava conducendo l'operazione che, attraverso la fusione di tre banche (il Banco di Roma, la Cassa di risparmio di Roma, il Banco di Santo Spirito), portò alla nascita della Banca di Roma e, quindi, di un grande polo bancario meridionale.

Il professor Capaldo conosceva perfettamente la realtà della Fedit ed ideò, in sintesi, in distonia dal ministro Goria circa l’esigenza del commissariamento,

In nota : amplius ultra


la costituzione di una società da parte dei maggiori creditori della Federazione per rilevarne tutti beni, cederli e rivalersi con il ricavato.

Operazione senz’altro innovativa, la cui attuazione non si prospettava per nulla agevole:

occorreva coagulare il consenso di numerose banche italiane e dei maggiori creditori privati; superare le problematiche giuridiche ed economiche connesse con le dimensioni e l’eterogeneità del patrimonio della Fedit; se non convertire in adesione, quanto meno moderare l’atteggiamento oltranzistico delle banche estere; avere l’appoggio del ministro Goria ed infine la ragionevole aspettativa che il concordato sarebbe stato omologato.

La straordinarietà dell’impegno del professor Capaldo, a parere di alcuni, non potrebbe conciliarsi solo con una chiave di lettura d’esclusiva soddisfazione creditizia, ma si iscriverebbe in qualche modo in un'ottica politica, ed in particolare di quel composito mondo legato ai cattolici ed alla Democrazia cristiana. Ciò che appare certo è che il professore, ispirato dagli interessi di un nutrito numero di soggetti bancari e di alcuni grandi creditori privati, non si riprometteva, e non avrebbe effettivamente ricevuto, alcun vantaggio economico personale.

Il crollo della Fedit ed il mancato o ridotto recupero del credito danneggiava il sistema delle banche e, tra queste, ma di certo non di più di altre, le banche in fase di fusione nella Banca di Roma; in ogni caso non ne era posta in particolare dubbio la patrimonializzazione e, quindi la loro stessa sopravvivenza.

In buona sostanza, pertanto, avuto riguardo agli esiti cui è pervenuto il primo gruppo di lavoro, con riferimento al professor Pellegrino Capaldo, la Commissione ha potuto definire e qualificare, sin dall’inizio, il ruolo svolto sia in veste di consulente della Federconsorzi, sia in qualità di ideatore e fondatore della SGR. Sulla base degli elementi raccolti, infatti, è emerso che il professor Capaldo si interessò alle vicende della Federconsorzi nell’autunno del 1988, su richiesta dell’onorevole Lobianco. Dopo averne esaminato la situazione economico-finanziaria, egli suggerì alcuni interventi per riequilibrare una gestione che appariva già pesantemente in perdita. Tali provvedimenti, tuttavia, non furono adottati, anche sulla base di valutazioni concernenti il conseguente impatto occupazionale.

A seguito della nomina del nuovo direttore generale della Federconsorzi, dottor Silvio Pellizzoni, nel 1989, la collaborazione del professore Capaldo è andata diradandosi sino ad esaurirsi completamente nel 1990. Egli si riaccostò alle vicende della Fedit dopo l’ammissione al concordato preventivo, avvenuta nel febbraio del 1992, allorché, con la collaborazione dell’avvocato Mario Casella, mise a punto un progetto per la costituzione di una società aperta a tutti i creditori, allo scopo di acquistare la massa dei beni ammessi a concordato e provvedere al loro realizzo con procedure rapide e competitive. Tale progetto contemplava il rimborso integrale dei piccoli creditori, sino a 20 milioni di lire, oltre a particolari forme di tutela per i lavoratori.

La proposta fu accettata dalla pressoché totalità dei creditori, soprattutto istituti di credito, e portò alla costituzione della SGR che, nell’agosto del 1993, sulla base di ciò che fu definito "atto-quadro", rilevò in blocco l’intero patrimonio mobiliare ed immobiliare della Fedit, contro un corrispettivo di 2.150 miliardi di lire.

In merito a tale operazione, la Commissione ha posto particolare attenzione, indirizzando specifiche analisi per chiarire il controverso aspetto della congruità del prezzo pattuito. Sono state infatti approfondite l’azione di dismissione e le procedure seguite dalla SGR per la liquidazione del patrimonio della Federconsorzi, attraverso una puntuale indagine, svolta dal secondo gruppo di lavoro che si avvalso della collaborazione della Guardia di Finanza per l’esecuzione di specifici ed articolati accertamenti su tutto il territorio nazionale.

Gli esiti di tale attività di acquisizione conoscitiva sono stati sottoposti al plenum della Commissione nella seduta del 22 novembre 2000. Al riguardo, è stato accertato che nulla di significativo è emerso circa l’ipotesi che il complesso delle transazioni sia stato svolto dalla SGR allo scopo di soddisfare interessi particolari nell’ambito di un pre-organizzato quadro speculativo, con dismissioni a prezzi inferiori a quelli di stima e/o mercato. Sia con riferimento agli immobili che alle partecipazioni, tra l’altro, è emerso che nessun socio od amministratore della SGR ha effettuato acquisti. Inoltre, è stato accertato che la SGR ha stimolato una forte competitività tra gli offerenti, soprattutto nei casi relativi alle cessioni di maggior rilievo, in conformità a canoni di economicità propri di ogni impresa, enunciati ab initio.


La SGR (Società Gestione per il Realizzo) s.p.a.Spa fu costituita in data 23 aprile 1993, dopo un lunga gestazione durata oltre un anno.

Già nella fase antecedente la costituzione, però, a nome di "una costituenda società" pendendone il nome, l'avvocato Casella di Milano aveva chiesto, in data 27 maggio 1992, al Tribunale fallimentare di Roma di acquistare, in blocco, per 2.150 miliardi tutti i beni della Fedit.

Il Tribunale, presieduto dal dottor Ivo Greco, omologato il concordato, con successivo provvedimento del 23 marzo 1993, autorizzò il trasferimento di tutto il patrimonio della Fedit, alla S.G.R., per la somma offerta.

Il passaggio fu disciplinato con uno strumento giuridico denominato atto-quadro, sottoscritto dalle parti , Federconsorzi quale esecutrice del concordato e S.G.R. il 2 agosto 1993.


3.12. . Il La genesi del piano secondo il professor.la ricostruzione del professor Capaldo



La Commissione ha approfonditamente analizzato le ragioni, le finalità ed i contenuti dell’operazione S.G.R. spa

E’ sembrato opportuno esporre prima di tutto la prospettazione dell’indiscusso ideatore di essa e cioè del professor Pellegrino Capaldo.

Nel corso della sua audizione, svoltasi nelle sedute del 20 aprile e del 4 maggio 1999, il professor Capaldo ha ricostruito come segue la sua iniziativa in termini volontaristici, fondata su motivazioni occupazionali e creditizie:

"…(…).So che il ministro Goria, avvalendosi della collaborazione dell’ABI, effettuò diversi tentativi per trovare una soluzione del problema, tuttavia, mi risulta che, nel corso dell’estate 1991, non furono prese iniziative di particolare rilievo. C’è da dire, però, che la situazione era in particolare fibrillazione, basti pensare che i lavoratori della Federconsorzi ne avevano occupato la sede, i piccoli creditori erano in uno stato di particolare tensione ed anche i creditori maggiori manifestavano la loro preoccupazione in quanto appariva evidente che un’operazione di risanamento, per una struttura di quelle dimensioni, difficilmente avrebbe potuto essere attivata e regolata attraverso le normali procedure concorsuali.

Faccio questa affermazione perché, nel frattempo, si aveva notizia, ad esempio, di professionisti che emettevano parcelle per decine di miliardi e quindi si aveva proprio la sensazione che la situazione fosse al di fuori di ogni controllo. (…)…Ripeto, c’era una preoccupazione diffusa da parte di tutti, lavoratori, creditori piccoli e grandi. In questo quadro, maturò in me l’idea di studiare una qualche iniziativa in grado di rimuovere, almeno in parte, queste condizioni di generale insoddisfazione (.…)….

Il progetto che ideò fu il seguente:

"( Naturalmente, nell’elaborare un progetto non potei far altro che partire dalla constatazione che la Federconsorzi nel frattempo era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo; gli spazi per esercitare la fantasia erano pertanto piuttosto limitati.…). In quelle condizioni, la sola cosa da fare era prevedere un meccanismo che consentisse di procedere allo smobilizzo dei cespiti in maniera rapida ed efficace. Eravamo di fronte ad una situazione di ammissione al concordato preventivo e tutto il problema si risolveva nel vendere i beni al meglio, ossia in tempi rapidi e in modo efficiente.

Prospettai una soluzione di questo tipo: costituire una società capace di rilevare in blocco i beni dalla Federconsorzi, per poi procedere ad una loro liquidazione nel modo più razionale e trasparente possibile. Nell’immaginarla ritenni che dovesse trattarsi di una società alla quale partecipassero tutti i creditori della Federconsorzi in proporzione ai rispettivi crediti, per non alterare i rapporti tra i diversi creditori; una società che, costituita soltanto dai creditori e in rapporto ai rispettivi crediti, acquistasse i beni, li pagasse un prezzo ritenuto congruo e quindi procedesse rapidamente alla loro alienazione.

Era questa l’idea guida dell’operazione. Nel frattempo pensai anche che, impostando una procedura per lo smobilizzo dei cespiti molto più rapida ed efficiente, vi potessero essere degli spazi per considerare le esigenze dei lavoratori e dei piccolissimi creditori. In sostanza ritenni che i vantaggi che detta iniziativa avrebbe consentito di realizzare in termini di efficienza avrebbero potuto essere distribuiti tra i piccoli creditori e i lavoratori. In quest’ottica, il progetto prevedeva che la società acquirente avrebbe acquistato anche i crediti inferiori a 20 milioni pagandoli il cento per cento del loro importo. Non solo, detta società avrebbe messo a disposizione della Federconsorzi anche l’importo di 20 miliardi che avrebbe potuto consentire un’incentivazione all’esodo di circa 200 persone in ragione di 100 milioni ciascuna. Ed effettivamente poi le cose andarono proprio così".

Secondo il Pprof.essor Capaldo il piano non aveva connotazione politica ovvero intento speculativo: la società per lo smobilizzo, privatizzando le dismissioni, si riprometteva di monetizzare il patrimonio della Fedit consentendo ai creditori, soci e non soci, il recupero del massimo possibile in tempi brevi ed in eguale entità. Di ciò si tratterà diffusamente in tema di prezzo.


A grandi linee questo era il disegno: una società alla quale potevano partecipare tutti e solo i creditori della Fedit in proporzione ai rispettivi crediti, quindi una società non aperta ad altri soggetti e che non consentiva ad un creditore di partecipare in una misura proporzionalmente superiore al proprio credito. Esposi la mia idea ai rappresentanti di alcuni grandi creditori - i piccoli creditori avevano tutto da guadagnare da una tale situazione e quindi non era necessario che mi rivolgessi a loro - e, una volta ottenuto l’assenso, decidemmo insieme di incaricare della questione un esperto di questioni fallimentari e di procedure concorsuali in genere. Ci rivolgemmo ad un professionista milanese, l’avvocato Mario Casella, che seguì poi tutta la pratica".I profili tecnico-giuridici e le finalità del piano furono elaborati dallo studio legale del prof.essor Mario Casella di Milano ed in particolare dall'avvocato Maugeri.

In nota Cfr dichiarazioni rese dinanzi al Gup di Perugia

I due avvocati sono stati audiascoltati dalla Commissione SGR sono stati ricostruiti alla Commissione, nella seduta del 22 giugno 1999.

Appare opportuno ricordarne alcune dichiarazioni: ., dall'avvocato Casella e dall'avvocato Maugeri, che ne curarono la concretizzazione giuridica:"


(Maugeri) "(...) Lo studio è iniziato - ha affermato l’avvocato Maugeri - (…) alla fine del 1991.

(…) L'obiettivo del conseguimento dei beni della Federconsorzi; (…) ci era stato segnalato dal professor Capaldo (…)".

L'avvocato Maugeri, ha, poi, delineato le ragioni e le finalità dell’operazione affermando:

"(…) Quello delle banche principali creditrici era stato individuato come un intervento che avrebbe consentito di razionalizzare e soprattutto di ottimizzare i realizzi dell'attivo della Federconsorzi. (…) Un grosso elemento di preoccupazione era rappresentato sia dall'eccessivo dilatarsi dei tempi necessari per la liquidazione della Federconsorzi, sia dalle spese che si sarebbero dovute affrontare (…). Inoltre, si riteneva che le banche fossero i soggetti che, con più facilità, avrebbero potuto procurare acquirenti di determinate attività, partecipazioni o complessi immobiliari. In tal senso, quindi, l'iniziativa che poi fu presa venne interpretata come l'intervento di un sistema bancario che, essendo molto esposto nei confronti della Federconsorzi (le banche italiane avevano crediti per circa 1.900 miliardi), si era voluto in qualche modo sostituire agli organi della procedura nell'eseguire la liquidazione.

Pertanto, almeno secondo quanto ci fu prospettato, si trattava di un'operazione che non mirava ad un utile derivante dall'acquisto dei beni e da una loro rivendita a un prezzo superiore, bensì di un intervento considerato imprescindibile se si voleva evitare di impantanarsi in una liquidazione che secondo le previsioni sarebbe dovuta andare avanti per decine di anni e con spese enormi".

Emerge con chiarezza che, dal punto di vista giuridico e strutturale, il nucleo centrale, fortemente innovativo, del progetto, consisteva in una sorta di "privatizzazione" della procedura concorsuale di dismissione e realizzo dei beni.

Rinviando l’approfondimento sui temi della congruità del prezzo e della garanzie"" per i creditori, il sistema dei controlli sui ricavi e sui riparti sarebbe stato di natura societaria . Il piano segnava anche sul piano economico, una rilevante, ed oggettiva novità: il sistema bancario era chiamato ad affrontare le difficoltà creategli dalla mala gestio di una grande impresa non bancaria, senza nessuna forma di intervento governativo e senza nessun dispendio di daenaro pubblico.

Alle banche era richiesto di partecipare ad una operazione del tutto inusitata di autosoddisfacimento che, nella sostanza, corrispondeva a quella già loro proposta, senza successo, dal ministro Goria, che però l’ancorava indissolubilmente al rilancio della Fedit.

In quel momento però la Banca nazionale del lavoro e, quindi il Tesoro, l'ABI e la Banca d'Italia avevano un problema forse ancor più importante di quello costituito delle perdite e dal loro recupero: la questione Agrifactoring.

Occorreva, come detto, affrontare il problema delle banche estere - per non compromettere l'affidabilità internazionale del sistema bancario italiano e, quindi, l’erogazione di ulteriori crediti in un momento di difficoltà economiche - e mantenere un’elevata valutazione delle principali banche ed in particolare della Banca nazionale del lavoro.

I problemi accennati e più ampliamente già trattati , trovarono soddisfazione attraverso l'istituto della post-tergazione dei crediti, che esigeva innanzitutto il consenso proprio del Banco di S. Spirito, che condivideva con la Banca nazionale del lavoro il ruolo di azionista e di creditore di Agrifactoring. Nel descritto contesto la Banca nazionale del lavoro, che aveva negato il suo appoggio al ministro Goria, il quale le chiedeva di concorrere a finanziare la nuova Fedit, entrò nell'operazione SGR.

Il 14 ed il 22 maggio 1992 si tennero, presso il Banco di Santo Spirito in Roma, due riunioni dei maggiori creditori italiani ed esteri per l’esame del piano, nel frattempo definito dallo studio Casella attraverso varie soluzioni tecniche, sottoposte, di volta in volta, al prof.essor Capaldo. Durante la discussione, quest’ultimo illustrò i vantaggi del suo progetto ed i criteri che avevano condotto alla determinazione del prezzo per il rilievo di tutte le attività della Federconsorzi.

Furono esaminate in particolar modo la situazione Agrifactoring e i suoi riflessi sul concordato della Federconsorzi e le ragioni delle differenti percentuali di recupero dei crediti nella proposta di concordato per cessione dei beni e nel Piano Capaldo.

Il Piano fu approvato da parte della maggioranza delle banche italiane creditrici della Fedit. Le banche estere non l’approvarono, né mostrarono di volervi aderire ma, tuttavia, non si opposero. Esse furono forse soddisfatte dalla posizione privilegiata loro concessa nella procedura Agrifactoring, che garantiva loro un soddisfacente rientro dalle esposizioni.

L’autorizzazione all’esecuzione dell’operazione, che doveva impegnare gli istituti di credito in un’impresa del tutto nuova, venne chiesta alla Banca d'Italia il 14 maggio 1992 dal Banco di Santo Spirito , nella qualità di banca promotrice, prospettando un acquisto dell'attivo ad un prezzo pari al 50-/60%% del valore stimato dal commissario giudiziale, senza far riferimento all’ammontare delle passività ed al rapporto tra passività e percentuale di realizzo.

A nome di una costituenda società, poi denominata S.G.R., il 27 maggio 1992, con una lettera indirizzata al commissario giudiziale prof.essor Picardi, il prof.essor Casella poté così, offrire di acquistare tutti i beni della Federconsorzi , al prezzo globale di 2.150 miliardi, da pagarsi in 18 mesi. La struttura dell’operazione proposta non subì sostanziali modificazioni e il prezzo offerto fu accettato.

Il Piano Capaldo divenne, pertanto, di dominio pubblico. E’ necessario rilevare che da nessuna parte politica, sociale, imprenditoriale si levarono opposizioni o reclami.




3.2 l’atteggiamento delle banche estere


Come detto, nessuna delle banche estere creditrici aderì al piano Capaldo, pur reclamando di essere pagate. Può darsi che, come ha affermato il prof.essor Casella:, davanti a questa Commissione, " i i rappresentanti delle banche estere creditrici (…) declinarono l'offerta di partecipare all'acquisto delle attività Federconsorzi, soprattutto in considerazione dell’impossibilità di conoscere con esattezza le necessità finanziarie che l'operazione comportava e di avere un'affidabile previsione dei futuri realizzi."

La banche estere avevano come interlocutori non il Governo italiano, che aveva disatteso le –loro del tutto ingiustificate aspettative; non la Federconsorzi o la B.N.L.anca Nnazionale del lavoro, ma quasi tutto il sistema bancario italiano con il quale continuavano ad avere rapporti di affari.

E’ possibile che, come dichiarato dal loro rappresentante dott.or Rosa, fossero impedite da limiti ordinamentali.

E’ tuttavia altresì ipotizzabile, anche se la Commissione non ha raccolto significativi elementi di conforto, l’esistenza di un accordo che previde la loro soddisfazione nel quadro del concordato Agrifactoring , nell’ambito del quale sacrificarono invece i loro interessi le banche italiane.

A detta dell’avvocato Maugeri non fu facile persuadere le banche:

"(…).., ricordo anche che riscontrammo delle grosse difficoltà nel convincere i creditori - per l'esattezza le banche - a fare parte di questa iniziativa, tanto è vero che tutti si tiravano indietro, ed anche quelle banche che per la loro collocazione all'interno del sistema non ritenevano di poter dire di no alla partecipazione, trovavano comunque tutti i pretesti per cercare di limitare la loro partecipazione all'interno della SGR (…).

(…) Quello che posso dire è che vi era una vera e propria corsa a limitare la propria partecipazione alla SGR (…)"".

Il ragionamento svolto dall’avvocato Maugeri potrebbe ma condurre, per completezza, ad un’opposta conclusione. Se le banche, dopo il trauma subito con il commissariamento, fecero grande esercizio di prudenza, evidentemente s’indussero ad aderire all’iniziativa nella certezza di non andare incontro ad ulteriori perdite e nell'auspicata prospettiva di conseguire profitti.

E’ opinione della Commissione che, per essere accettata dai creditori, l’operazione doveva presentarsi più conveniente, dal punto di vista economico e finanziario, ma anche dei tempi, rispetto all’ordinaria distribuzione del riparto concordatario.

Il prezzo d’acquisto di 2.150 miliardi, evidentemente, confortato da presumibili ragionevoli aspettative in termini di tempi di realizzo, risultò tale da vincere ogni possibile resistenza.

Nella documentazione acquisita dalla Commissione presso alcune banche si sono, infine , evidenziati motivazioni diverse. Va tuttavia avvertito che non si trattava delle maggiori creditrici della Federconsorzi.

Per completezza, sono di seguito riportate alcune notizie relative a tali casi.

Fu sicuramente determinata anche dalla prospettiva di esplicite "plusvalenze" la decisione della Banca popolare di Verona - Banco San Geminiano e San Prospero.

Si legge, infatti nel verbale della seduta del Consiglio di amministrazione del 23 febbraio 1993:

"(..Dopo aver fornito ulteriori dettagli sulle fasi del complesso programma e sulle modalità di attuazione, .) iIl Direttore Generale indica i vantaggi conseguibili, con l’adesione alla società, nella possibilità di percepire dividendi, per effetto delle plusvalenze probabilmente realizzabili e dei minori oneri di liquidazione, e di acquisire il relativo credito di imposta; inoltre egli evidenzia l’obiettivo interesse della Banca a favorire l’avvio dell’operazione, in quanto garanzia di rimborso di una quota del credito in misura ed in tempi determinati".

Di particolare interesse, è, poi, il contenuto del verbale del Consiglio di amministrazione del 15 febbraio 1993, della La Banca popolare di Cremona. ,.

come si ricava dal verbale del Consiglio di amministrazione del 15 febbraio 1993, riteneva che, non partecipando all’iniziativa, avrebbe ricevuto il pagamento del solo 32 per cento dei suoi crediti, pari alla percentuale di riparto che si prospettava certa per i creditori chirografari, in caso di accoglimento dell’offerta della SGR:

"(Il Direttore Generale fa altresì presente che la condizione di adesione del 65 per cento è condizione vincolante al perfezionamento della proposta e che…) L. l’obiettivo del piano Capaldo, come ribadito dalla Banca d’Italia interpellata in merito, consiste nella più efficace tutela delle ragioni creditorie delle banche interessate altrimenti destinate a subire le dispersioni connesse ai lunghi tempi di realizzo e agli oneri di un concordato di eccezionale complessità e durata. L’iniziativa si propone, come detto, il realizzo delle attività concordatarie, per un valore corrispondente orientativamente al 50-60 per cento dell’attivo stimato dal commissario giudiziale e, se accettata, comporterà il pagamento dei creditori chirografari nella misura del 32 per cento circa.

Il Direttore Generale considerato che non partecipando all’iniziativa, qualora la stessa venisse accettata dagli organi della procedura, il nostro Istituto rientrerebbe tra i creditori che verranno pagati al 32 per cento e delle ulteriori partecipazioni, esprime parere favorevole alla adesione alla proposta a condizione che partecipi almeno il 65 per cento dei creditori chirografari.

Il Consiglio, dopo approfondito scambio di idee, delibera di aderire alla proposta come indicato dal Direttore Generale dando delega allo stesso per il perfezionamento dei relativi incombenti".".


Il maggior creditore, il Banco di Napoli, si poneva con chiarezza le possibili alternative, privilegiando l’opzione Capaldo.

Si legge, infatti, nella relazione al Consiglio di amministrazione dell’Ispettorato Crediti del dicembre 1992:

"Si ritiene che sussista l’interesse del Banco a partecipare alla costituenda società, giusta anche quanto ha formato oggetto della relazione allegata alla suddetta delibera 11/5/92; in proposito si richiama in particolare l’obiettivo della iniziativa consistente nella più efficace tutela delle ragioni creditorie delle Banche interessate, altrimenti destinate a subire le dispersioni connesse ai lunghi tempi di realizzo e agli oneri di una procedura concordataria di eccezionale complessità e durata.

La lettera di intenti del professor Casella è stata formulata per conto dei maggiori creditori della Fedit, fra i quali un ruolo di primo piano è stato assunto dalla Banca di Roma, come è stato ampiamente riferito dagli organi di stampa.

A seguito di un ulteriore incontro avuto di recente con il Commissario Giudiziale e con il Presidente della Sezione fallimentare del Tribunale di Roma, il professor Casella ha formulato invito ai maggiori creditori della Fedit a far conoscere le proprie decisioni in ordine alla partecipazione alla costituenda società. In proposito si riferisce che da notizie informalmente ricevute si è appreso che sarebbero stati interpellati undici Istituti di credito più FIAT ed ENI, per una creditoria globale di Lmd. 1.325. La percentuale d’inserimento del Banco è del 17,3 per cento.

Nello stesso tempo, il Commissario Giudiziale, in adempimento del formale obbligo a lui derivante dalla sentenza omologativa del concordato, ha predisposto un suo piano di vendite graduali dei beni della Fedit, ed è logico ritenere che questo piano si ponga in termini per così dire concorrenziali con quello patrocinato dal professor Casella; sicché si deve ipotizzare che gli organi della procedura (Tribunale, Giudice Delegato, Comitato dei Creditori e il medesimo Commissario Giudiziale) dovranno necessariamente raffrontare e scegliere fra le due prospettive: da una lato, l’opportunità e la convenienza per i creditori di realizzare in un termine alquanto breve (18 mesi) il prezzoo di 2.150 miliardi, corrispondente a circa il 55 per cento del valore dei beni ceduti, stabilito (come anzidetto) in 3.973 miliardi, e che consentirebbe di distribuire ai chirografari una percentuale tra il 30 per cento e il 35 per cento; dall’altro, la possibilità di realizzare con la teorica possibilità peraltro di distribuire ai chirografari una percentuale fra il 60 per cento e il 70 per cento, salvo sorprese sempre ipotizzabili."

Ovviamente, data la differenza non irrisoria delle possibili percentuali, non è agevole stabilire quale soluzione sceglierà il Tribunale. E, d’altra parte, qualora si optasse per la vendita in blocco, non si deve affatto escludere l’eventualità che il Tribunale possa comunque indire, con regolare bando, una gara tra l’offerta formulata dall'avvocato Casella ed altre ipotetiche offerte di terzi".

La Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, come verbalizzato nella seduta del Consiglio di amministrazione del 12 febbraio 1993, decideva di aderire perché rassicurata dall’assoluta inesistenza di rischi e contando sulla prospettiva, sempre esclusa dal prof.essor Capaldo, di non equivoco contenuto speculativo, dell’acquisto dei beni immobili da parte delle stesse banche socie della nuova società:

perché:

"Secondo l’avvocato Maugeri l’operazione, una volta avviata, finirebbe in tal modo per "autofinanziarsi" in gran parte, riducendo ai minimi termini le esigenze di ulteriori esborsi per ricapitalizzare la società.

Tenuto conto:

- che il complesso dell’attivo Federconsorzi (beni mobili, immobili - anche di gran pregio -, crediti e partecipazioni) è stato valutato dagli organi della procedura oltre 4.000 miliardi;

- che esiste già un concreto interessamento da parte delle medesime Banche partecipanti alla nuova società per l’acquisto di gran parte dei beni immobili e delle partecipazioni, con conseguente previsione di tempi relativamente rapidi per il realizzo degli stessi;

- che, al fine di contenere gli oneri fiscali, è già stato previsto che il rilievo delle attività da parte della nuova società possa avvenire anche mediante più atti ed in più tempi, eventualmente mediante rilascio di parte dei cespiti ed alle diverse prospettive di realizzo;

l’operazione si prospetta come vantaggiosa per i creditori che aderiranno, consentendo un recupero in tempi più rapidi ed in miglior percentuale dei propri ingenti crediti".

Dunque, si valutò che il pPiano Capaldo avrebbe assicurato una: "più efficace tutela delle ragioni creditorie delle Banche interessate, altrimenti destinate a subire le dispersioni connesse ai lunghi tempi di realizzo e agli oneri di una procedura concordataria di eccezionale complessità e durata", ma si tenne altresì nel debito conto che .

Concorse il timore di subire una lesione della par condicio: "non partecipando (…) il nostro Istituto rientrerebbe tra i creditori che verranno pagati al 32 per cento".

Allettante era la prospettiva di: "percepire dividendi, per effetto delle plusvalenze probabilmente realizzabili e dei minori oneri di liquidazione, e di acquisire il relativo credito di imposta".

Decisiva appariva la prospettiva, che doveva rivelarsi ben fondata, dell’inesistenza di rischi perché "l’operazione si sarebbe autofinanziata. , una volta avviata, finirebbe in tal modo per "autofinanziarsi" in gran parte,

riducendo ai minimi termini le esigenze di ulteriori esborsi per ricapitalizzare la società".

Si smentisce infine l’assunto che i soci della SGR non fossero assolutamente mossi dal fine di acquisire in proprio in tutto od in parte i beni della Federconsorzi - fine che, in effetti, non si è poi realizzata -, esisteva, infatti un "concreto interessamento da parte delle medesime Banche partecipanti alla nuova società per l’acquisto di gran parte dei beni immobili e delle partecipazioni".

47. Possibili ulteriori e finalità del piano


47.1 Il riassetto dei consorzi agrariLa rete dei consorzi agrari


E’ altresì ipotizzabile che il suddetto Piano non avesse solo il fine, dichiarato, di liquidare il patrimonio della Fedit, ma perseguisse anche un obiettivo strategico: rilanciare il progetto di una nuova società per azioni con funzioni di coordinamento operativo dei consorzi, assicurando, quindi, al sistema una sostanziale continuità.

Se si accettasse questa ipotesi, appare evidente che il progetto non poteva realizzarsi senza l’appoggio delle associazioni che continuavano a dominare i consorzi, la Coldiretti e la Confagricoltura, l'apporto finanziario dei soci della stessa SGR ed, eventualmente, di d’altri operatori economici, il sostegno del Governo e di gruppi politici.

L’elaborazione tecnica del Piano venne iva affidata, come si è già illustrato, allo studio Casella di Milano. La Commissione ha acquisito gli scritti, trasmessi dal professor Casella al professor Capaldo ed al ragionier Geronzi, contenenti i risultati delle progressive e successive sue eelaborazioni.

Con nota del 2 marzo 1992, indirizzata, come riservata personale, l'avvocato Casella ssottoponeva al ragionier Geronzi due ipotesi operative che fanno chiaramente comprendere come gli fosse stato richiesto di affrontare e risolvere, in chiave di conservazione del sistema, le problematiche derivanti dalla crisi della Federconsorzi, della Agrifactoring e dei consorzi agrari.

Esordiva, infatti l’avvocato Casella affermando che:

"lL'avvenuta approvazione da parte dei creditori della proposta di concordato preventivo Fedit (...) apre il problema della individuazione e della scelta delle soluzioni che possano tutelare al contempo le aspettative del ceto creditorio e l'operatività del sistema dei consorzi agrari (…)" e proseguiva proponendo due ipotesi.

La prima prevedeva il "conferimento da parte di maggiori creditori di Federconsorzi ed Agrifactoring dei crediti medesimi in una nuova società di capitali che utilizzi i crediti stessi per l’acquisto dalle due procedure di concordato preventivo dei beni e dei diritti di Fedit e di Agrifactoring (…)".

La seconda immaginava "l’assunzione da parte dei maggiori creditori della Federconsorzi e della Agrifactoring di attività e passività dei due concordati preventivi" "previa costituzione di una nuova società da parte dei maggiori creditori.

L'avvocato Casella si preoccupava della sistemazione delle posizioni delle banche estere "di cui mi viene sottolineata la delicatezza" e prevedeva il meccanismo di acquisto dei crediti che si sarebbe poi tradotto nell’offerta definitiva.

E’ interessante notare che, nello stesso scritto, l’avvocato Casella poneva ben in evidenza come "la nuova società necessiterebbe di un capitale relativamente contenuto dovendo solo far fronte (come visto sopra anche ratealmente e quindi potendo utilizzare i proventi dei primi realizzi dei beni acquistati per assunzione) al pagamento dei creditori privilegiati e prededucibili (in totale almeno per quanto riguarda la Federconsorzi, meno del 10 per cento dell’indebitamento complessivo").

L'avvocato Casella nonnon mancava, inoltre, di sottolineare che:

"La nuova società (…) si troverebbe ad essere la maggiore creditrice dei Consorzi Agrari e quindi potrebbe esercitare un voto determinante nella eventuale proposta di concordato da parte dei Cap e (...) proporsi quale assuntore, con le stesse modalità eventualmente da adattarsi caso per caso anche di eventuali concordati Cap".(cfr cap. )


Ma l’impostazione definitiva del Piano, adeguato ed affinato, da sottoporre ai potenziali soci ed in particolare alle banche non mutò nella sostanza.

Infatti in una successiva bozza dello scritto, datata aprile 1992, da inviarsi al commissario giudiziale professor Picardi, per ufficializzare la proposta di acquisto in massa dei beni della Fedit, trasmessa con fax riservato personale il 22 aprile 1992 dall'avvocato Casella al professor Capaldo, si legge:

"(…) Il programma predisposto si ripropone altresì di concorrere al riassetto ed alla riorganizzazione del sistema dei Consorzi Agrari Provinciali, in modo da conservare e rivitalizzare strumenti idonei di consulenza e cooperazione a favore degli agricoltori ed in una prospettiva di solidarietà e di salvaguardia di pubblici interessi, in sintonia con gli orientamenti manifestatisi in sede governativa e ministeriale".

Il riferimento al progetto del ministro Goria di rilancio della Fedit sotto forma di Fedit 2 è evidente.

L'avvocato Maugeri dello studio Casella, nel corso dell'audizione del 22 giugno 1999, pur senza annettere alla questione particolare rilievo, , ha tentato di accreditare, presso la Commissione, una versione fuorviante del progetto affermando:

"(…) L’aspetto di una generale riorganizzazione del sistema di finanziamento all’agricoltura era un qualcosa che serviva anche a presentare questo programma, così come sicuramente serviva a presentarlo l’esigenza di mantenere i livelli occupazionali.

(…) In altre parole si trattava di discorsi visti come una probabile conseguenza favorevole di questa soluzione, ma non erano l’oggetto della soluzione e restavano al di fuori dell’operazione.

Rrispondendo alla domanda:

"Il programma predisposto dal vostro studio si riproponeva, attraverso la SGR, di concorrere all’eventuale riassetto del sistema dei consorzi agrari provinciali?" -affermava: (…) "Nella fase di maggiore attività dello studio (1992-1993) direi quasi in nessun modo, nel senso che queste esigenze ci venivano rappresentate come uno scenario generale dell’operazione che prevedeva lo sviluppo delle iniziative dai contenuti analoghi a quelli della Federconsorzi.

Sostanzialmente, però, non ce ne siamo mai occupati e fatti carico".

E’ agevole osservare che le finalità di sistemazione dell’intero comparto colpito dal commissariamento e dalla crisi della Fedit, potrebbero essere soltanto un quadro di riferimento per chi aveva un ruolo puramente tecnico, essendo impegnato nella ricerca della soluzione giuridica più vantaggiosa da dare al problema della cessione di una così rilevante e variegata massa di beni.

Va pure registrato un ulteriore dato. ,

L’assunto dell'avvocato Casella si scontra, inoltre, con il dato testuale e con la decisiva circostanza che lLaa prospettiva dell’intervento sulla rete dei consorzi comparivea nel progetto sottoposto ai futuri soci, nel corso delle già citate riunioni svoltesi nella sede del Banco di Santo Spirito.

L essa fu oggetto di specifiche valutazioni.

In merito si scontrarono opinioni opposte.

La questione era tanto impegnativa che soci essenziali come la Fiat e la Banca nazionale del lavoro giunsero a condizionare la propria partecipazione al progetto all’eliminazione del riferimento alla rete dei consorzi nel testo dell’offerta che doveva essere inviata al commissario giudiziale. Si legge, infatti nel verbale del Comitato esecutivo della Banca nazionale del lavoro del 28 maggio 1992:

"L’Avv. De Palma precisa che in tali incontri (presso la sede del Banco di Santo Spririto n.d.r.) sono emerse perplessità di ordine finanziario e giuridico e di opportunità, soprattutto nei confronti delle posizioni riguardanti le Banche estere e l’Agrifactoring. Sin dalla prima riunione hanno manifestato la loro adesione, oltre al Gruppo Banca di Roma, la Cariplo, il Banco di Sicilia, la Cassa di Risparmio di Macerata il Banco di Napoli e il Credito Italiano. Ma in quella stessa sede emerse anche un’obiezione di fondo, sollevata dalla FIAT e dalla nostra Banca, sull’eventualità, prevista nell’originaria stesura del progetto, che l’iniziativa dovesse "concorrere al riassetto ed alla riorganizzazione dei Consorzi Agrari Provinciali".

L’obiezione è stata accolta nonostante un orientamento inizialmente diverso espresso dal rappresentante dell’ENI. Conseguentemente tale indicazione è stata eliminata dal testo della lettera da inviare agli Organi della procedura.".

Risulta, pertanto, plausibile l’ipotesi che il progetto sottoposto ai potenziali soci potesse avere tra le finalità anche il riassetto dei consorzi e che questa incontrò il sostegno di tutti ed in particolare dell’Eni e l’avversione solo della Fiat e della Banca nazionale del lavoro.



47.2. Il rilancio del progetto Agrisviluppo


Si è già esposto che, a seguito della crisi della Fedit, erano stati elaborati due progetti di rilancio, il primo dei quali, concretizzatosi nella costituzione della società Agrisviluppo e patrocinato dal ministro Goria, era fallito, ed il secondo, patrocinato dalla Coldiretti, era entrato in quiescenza.

Subito dopo la presentazione della offerta di acquisto da parte della SGR, nel giugno 1992, il commissario governativo Mario Piovano, nominato in sostituzione dei commissari Locatelli, Gambino e Cigliana, presentò al Tribunale di Roma istanza per essere autorizzato ad eseguire la riorganizzazione delle attività commerciali federconsortili.

Su parere favorevole del commissario giudiziale, il giudice delegato dottor Greco autorizzò il 15 luglio 1992 la Federconsorzi a "riorganizzare per il tramite di Agrisviluppo la propria rete commerciale".

La ripresa dell'iniziativa fu annunciata, significativamente, dal ministro Fontana, al termine di una riunione con i sindacati, i rappresentanti della Coldiretti, della Confagricoltura e della Confcoltivatori, e con il ministro del lavoro Cristofori.

All'epoca, la decisione sull'omologazione del concordato non era ancora stata presa.

Il ministro Fontana, parlando il 28 luglio 1992 al convegno Ismea in corso alla Fiera di Verona, come riportato dal mensile Terra e vita, dichiarò che Agrisviluppo, "di gestione privatistica", sarebbe "stata aperta a tutti i soggetti della filiera, compresa l'industria di produzione di mezzi e servizi". Il Ministro aggiunse che la Fedit sarebbe stata soppressa.

Il 29 settembre 1992 la ragione sociale di Agrisviluppo fu modificata da Fedit- Agrisviluppo in Agrisviluppo Italia.

Nella sentenza di omologa del concordato preventivo, depositata il 5 ottobre 1992, si dava atto (punto D.7) dell'autorizzazione concessa alla Federconsorzi al riavvio delle "attività di distribuzione con graduale recupero della rete commerciale".

Il 17 novembre 1992 presso il Ministero del lavoro (ministro del lavoro Cristofori, ministro dell'agricoltura Diana) fu sottoscritta un'intesa che prevedeva l'intervento ministeriale per "non privare la rete dei consorzi agrari territoriali di servizi efficienti di secondo livello" e fu previsto il trasferimento da Federconsorzi a Agrisviluppo Italia di 50 dipendenti.

In data 4 dicembre 1992, il commissario governativo Piovano, dando atto che l'attività della Federconsorzi, mantenuta viva dopo il commissariamento, si concretizzava esclusivamente nel servizio di stoccaggio per conto dell'AIMAima e nel servizio di commercializzazione di mais ibridi, chiedeva l'autorizzazione al Tribunale a trasferire, previo passaggio di dipendenti Federconsorzi, tale attività alla Agrisviluppo Italia e successivamente a capitalizzare o a vendere Agrisviluppo.

Il commissario giudiziale, il 12 dicembre 1992, esprimeva parere favorevole al graduale trasferimento ad Agrisviluppo delle residue attività di commercializzazione della Federconsorzi ed al passaggio di 14-15 dipendenti da Fedit ad Agrisviluppo, rinviando alla fase della cessione dei beni l'ipotesi di cessione anche del pacchetto azionario di Agrisviluppo, che era detenuto totalmente dalla Federconsorzi.

Sulla società Agrisviluppo il 29 settembre 1992 fu dato dal giudice delegato Greco mandato di eseguire una consulenza tecnica al professor Gianfranco Zanda, che depositò il suo elaborato il 15 dicembre 1992. Al professor Zanda fu chiesto di individuare i criteri per la determinazione del prezzo di vendita della società; determinare il valore della rete commerciale che faceva capo alla Fedit Agrisviluppo S.p.a.; indicare le iniziative da adottarsi per la migliore valorizzazione della società.

L'incarico pare singolareappare: la società Agrisviluppo era, infatti, del tutto inattiva e non aveva nulla iente, salvo il capitale sociale versato; la "rete commerciale" non esisteva; le attività commerciali - ben modeste ed in realtà statiche - venivano esercitate da Fedit. Il consulente non poteva che dare atto che "attualmente - 15 dicembre 1992 - la società non svolge alcuna attività operativa" e che, di fatto, la rete commerciale non esisteva per nulla. Non v’erano stati che accordi transattivi e cioè parziali rinunce da parte della Fedit ai crediti vantati nei confronti di 14 consorzi agrari, motivati dalla prospettiva di favorirne il riavviamento commerciale.

Il professor Zanda faceva pertanto riferimento ad uno studio-ipotesi di riorganizzazione delle attività commerciali Federconsorzi, datato luglio 1992, e concludeva il suo scritto, caratterizzato da un notevole sforzo di elaborazione ipotetica, con affermazioni prive di ogni rilievo pratico.

L'anno successivo, ancor prima della firma dell'atto-quadro, nel corso di un incontro svoltosi al Ministero dell'agricoltura nel marzo 1993 - era titolare del dicastero Alfredo Diana - si annunciò che la Banca di Roma avrebbe collaborato finanziariamente per il rilancio della rete dei consorzi, concorrendovi la finanziaria pubblica del Ministero dell'agricoltura, la RIBS.

L’onorevole Alfredo Diana subentrò il 28 marzo 1993 al dimissionario on.orevole Dimessosi Fontana;, raggiunto da avviso di garanzia, gli subentrò il 23ministro del tesoro era all’epoca il professor Barucci, che aveva presieduto il Credito italiano prima del commissariamento della Fedit.

Va rammentato che era stato il Credito Italiano l'unica banca a voler finanziare la Fedit, prevedendo l'erogazione di 250 miliardi che dovevano consentire il consolidamento della debitoria.

Il ministro Diana, nel corso di una conferenza stampa il 15 aprile 1993, fece esplicito riferimento alla Banca di Roma come volano finanziario di Agrisviluppo.

Quattro giorni dopo, il Governo emanò il decreto-legge 19 aprile 1993 n. 112 "Gestione di ammasso dei prodotti agricoli e campagne di commercializzazione del grano per gli anni 1962/1963 e 1963/64", che prevedeva la sostituzione con titoli di Stato, con godimento 1° gennaio 1993, dei titoli di credito detenuti dalla Banca d’Italia in relazione alle campagne di ammasso obbligatorio, ma anche il ripianamento dei disavanzi derivanti dalle gestioni dell’ammasso obbligatorio con la spesa di 1.035 miliardi per il periodo 1993-2000.

Il 27 aprile 1993, fu costituita la SGR Società Gestione per il Realizzo s.p.a..

Il decreto-legge fu respinto dalla Camera dei deputati nella seduta del 10 giugno 1993 ma fu seguito da identici decreti n. 565 del 30 dicembre 1993, n. 142 del 28 febbraio 1994, n. 264 del 29 aprile 1994, n. 423 del 30 giugno 1994, tutti decaduti.

Il giorno 11 maggio 1993 fu nominato l'avvocato Stefano D’Ercole quale nuovo commissario governativo.

Il 20 luglio 1993, il Tribunale autorizzò la sottoscrizione dell’atto-quadro di cessione che fu rogato dal notaio Mariconda il 2 agosto 1993. Parallelamente fu elaborato e definito il nuovo piano Agrisviluppo.


4.3 Il progetto Agrisviluppo ed S.G.R.


Il nuovo progetto impegnava direttamente la SGR che, con la firma dell’atto-quadro, sarebbe entrata in possesso di tutte le partecipazioni della Fedit e, quindi anche ed interamente, della società Agrisviluppo.

E’ verosimile che del piano fu artefice il dottor Paolo Bambara, che avrebbe dovuto diventare direttore generale della SGR, ma che non assunse mai tale incarico, perché colpito da provvedimento restrittivo della libertà personale, emesso dalla magistratura di Roma per una vicenda per la quale è stato, tuttavia, successivamente assolto con sentenza definitiva. (cfr. cap.************ )


Più elementi inducono ad evidenziare il ruolo del dottor Bambara: le competenze tecniche; la coerenza del piano con il progetto di trasformazione della Fedit in una società per azioni vagheggiato da Pellizzoni, di cui egli era il principale collaboratore; infine il contenuto di una nota riservata del 30 agosto 1993, trasmessa al professor Capaldo, nella quale il dottor Bambara affermava che il nuovo sistema informatico della Federconsorzi, affidato alla società Agritalia informatica, era stato concepito in funzione delle esigenze della Agrisviluppo, e, quindi, di un progetto operativo ben diverso e ben lontano da un contenuto quello esclusivamente liquidatorio., che, nell’ambito della procedura di concordato preventivo in corso, la doveva riguardare.


Il dottor Bambara è stato ascoltato da questa Commissione il 3 febbraio 2000 ed ha reso dichiarazioni su come il progetto Agrisviluppo fosse nelle prospettive della società SGR e come su di esso interloquissero tutti i soggetti della procedura fallimentare.

Alla domanda su chi gli fece l’offerta di passare ad SGR, ha infatti risposto: "Bisogna ricordare chi è stato il primo perché le cose si sono accavallate. Comunque tutto è avvenuto nei miei ricordi nella tarda primavera del 1993. Il primo a parlarmi, tra l'altro facendosene anche merito, è stato il commissario governativo dell'epoca, il dottor Piovano il quale mi disse di avere parlato con il professor Capaldo che incarnava un po' l'idea SGR in quel momento - ancora la società non era costituita - e che aveva fatto il mio nome per questa posizione. Poi il chiarimento ufficiale mi è stato dato dallo stesso professor Capaldo nel corso di un incontro personale e apposito. Successivamente anche il giudice delegato, il dottor Greco, e il nuovo commissario governativo, arrivato intorno al mese di maggio o di giugno del 1993, il professor D'Ercole, mi hanno confermato quest'ipotesi".

Richiesto specificamente sulla "missione"di Agrisviluppo ha dichiarato:

"Agrisviluppo era una società il cui oggetto sociale non era di acquisire i beni della Federconsorzi, bensì di rifondare un sistema federconsortile diverso, anche se ne sposava l'idea originaria, da quello precedente. Agrisviluppo è nata subito dopo il concordato quando già i primi commissari, nominati non come liquidatori ma come commissari per il rilancio della Federconsorzi, avevano tentato, con una società esterna suggerita dal ministro Goria, di rifondare il sistema. Agrisviluppo è nata in quel periodo e l'oggetto sociale era quello di tutelare e sviluppare la rete di vendita della Federconsorzi, cioè i consorzi agrari, sostituendosi ad essa.

Successivamente Agrisviluppo ha avuto delle maturazioni e, sotto la guida del dottor Piovano, commissario governativo, è stata ratificata dal tribunale come una società adibita a questo scopo. Tanto è vero che la sentenza di omologa del concordato ne descrive i contenuti, ne approva l'esistenza, ma chiarisce che la Federconsorzi, essendo in concordato, non poteva essere capitalizzata e messa sul mercato. Questa è la storia di Agrisviluppo. È chiaro che per fare funzionare tale realtà occorreva un'organizzazione, un sistema di controllo, un sistema informativo. Agritalia, cui era stato ceduto il service informatico della Federconsorzi, aveva costruito o si apprestava a costruire anche il sistema informativo per la gestione di Agrisviluppo. Agrisviluppo è una delle società promesse in cessione alla SGR.

(…) Agrisviluppo avrebbe senz'altro associato tutte le attività commerciali ex-Federconsorzi, sia pure con un'ottica diversa in quanto avrebbe agito solo da intermediario commerciale evitando di occuparsi degli acquisti e delle vendite come accadeva per la Federconsorzi. Si trattava di un'attività molto più semplice (…) nei progetti che immaginavamo io e la mia struttura addetta, c'era anche l'ipotesi di renderla cessionaria dei crediti di Federconsorzi verso i consorzi agrari.

(…) Pensavo (ee prima della costituzione di SGR, o meglio della firma dell’atto-quadro, ero abbastanza coscientemente speranzoso che questo si verificasse) che tramite SGR si potesse trovare una strada più concreta e più operativa per il rilancio del mondo federconsortile (…).. . A questo proposito, faccio l'esempio di Agrisviluppo che, come ho appena detto, passava in SGR perché era una delle controllate della Federconsorzi; allora intravedevo la possibilità – e ne parlai con il professor Capaldo – di investire in Agrisviluppo tramite questa iniziativa. Il professor Capaldo, in linea di principio, non era del tutto in disaccordo su questo argomento. Questo mi incentivò a dire di sì. Poi purtroppo nello statuto di SGR - – e questo è il motivo per cui me ne allontanai - – si dimenticò, o meglio si perse, perché i soci non furono d’accordo (ho chiesto spiegazioni e questa è la risposta che mi è stata data), l'aspetto della gestione dello sviluppo, limitando l’oggetto sociale di SGR alla pura liquidazione. Comunque, il primo motivo per cui dissi di sì a questa prospettiva è quello che ho testé indicato.

(…) Nelle trattative che sono intercorse tra gli organi della procedura, i commissari governativi e SGR, questo argomento non è stato trascurato, tant'è che, se non sbaglio, questo aspetto della tutela del sistema e del rilancio delle società controllate e di Agrisviluppo è riportato nel secondo provvedimento del giudice delegato del luglio 1993, che approva definitivamente l’atto-quadro (ma forse questo concetto era già richiamato nel provvedimento del marzo 1993). Quindi nelle trattative, nel negoziato che è stato fatto, certamente questo discorso è stato affrontato".

Secondo il dottor Bambara vi sarebbe una connessione tra il Piano Capaldo, la SGR ed il progetto Agrisviluppo. Quest'ultimo era fallito, in una prima fase, per l’opposizione delle organizzazioni professionali, ed in particolare della Coldiretti, ad una prospettiva di gestione che ne limitava fortissimamente il ruolo. Ma il progetto appariva, invece, realizzabile, se diversamente gestito.

Le affermazioni del dottor Bambara circa la presunta impraticabilità del progetto Agrisviluppo a causa dei limiti statutari di SGR, tendono a contenerlo nei termini di una semplice idea, cui non avrebbe fatto seguito alcun tentativo di realizzazione.

Va, però, osservato perché, che è sicuramente vero che lo statuto della SGR impediva attività dirette diverse da quella liquidatoria, ma nulla escludeva che società partecipate da SGR, invece di essere cedute a terzi, fossero rivitalizzante dagli stessi soci di SGR.

Ed è quanto si legge nel verbale del 9 settembre 1993 del Consiglio di amministrazione di SGR:

"(...) Il problema Agrisviluppo merita di essere valutato con particolare attenzione in considerazione del fatto che tale società potrebbe essere utilizzata per la ricostruzione di una rete di sviluppo e di rilancio dei Cap al servizio dei produttori agricoli; SGR però secondo il vigente statuto non può gestire partecipazioni in via permanente ma solo a fini liquidatori (…). Attese peraltro le potenzialità insite in un progetto quale quello prospettato per Agrisviluppo, l’acquisizione della partecipazione potrebbe interessare gli stessi soci di SGR".

Qualche giorno dopo il dottor Bambara – non mancava di sottolineare agli amministratori di SGR un ulteriore vantaggio della dell’iniziativa Agrisviluppo: "Il piano di recupero dei crediti verso i consorzi agrari (pari a 3.479 miliardi) potrà essere definito, studiato nell’ambito del piano Agrisviluppo".

Il Consiglio di amministrazione di SGR tornava sul tema Agrisviluppo il giorno 11 novembre 1993 e dopo aver discusso se fosse più opportuno "un impegno diretto di SGR nella fase di rilancio di Agrisviluppo e solo successivamente la vendita della stessa ai Soci SGR o al mercato o l 'immediata vendita della Società ai Soci SGR", deliberava di offrire ai soci della SGR: azioni Agrisviluppo in proporzione alle loro partecipazioni nella stessa SGR ed esaminava esaminava il seguente piano operativo:

"Il Presidente ricorda che, nell'adunanza del 9 settembre scorso, si affrontò il problema della sorte da riservare alla partecipazione nell'Agrisviluppo Italia S.p.a. e si convenne, al riguardo, sull'opportunità di utilizzare la suddetta società per la ricostituzione di una rete per lo sviluppo e il rilancio dei Cap. Nell'occasione, inoltre, si prospettò l'opportunità di offrire prioritariamente ai soci SGR il pacchetto azionario in questione, non potendo la SGR, per statuto, gestire partecipazioni in via permanente.

Ciò premesso, il Presidente informa che la questione è stata approfondita e si è giunti ad elaborare il progetto organico contenuto nei due documenti allegati in atti del Consiglio al n.16/93.

Prima di passare all'esame del piano, il Presidente osserva che, in realtà, il rilancio di Agrisviluppo potrebbe essere perseguito attraverso due diverse vie:

una prima prevederebbe un impegno diretto di SGR nella fase di rilancio di Agrisviluppo e solo successivamente la vendita della stessa ai Soci SGR o al mercato.

Tale soluzione renderebbe più agevole la riorganizzazione della Società e, probabilmente, anche la definizione dei rapporti creditori con i Cap;

la seconda via prevederebbe invece l'immediata vendita della Società, preferibilmente, come detto, ai Soci SGR. Incomberebbe quindi al nuovo azionariato il riordinamento di Agrisviluppo.

Nel corso della successiva discussione vengono vagliati tutti gli aspetti, positivi e negativi, delle due ipotesi e si registra, in particolare, l'intervento del Consigliere avvocato De Palma, il quale sottolinea come, a suo avviso, tenuto anche conto di quanto previsto dallo Statuto di SGR, sia necessario tenere ben distinte le attività di gestione o di liquidazione e, quindi, si debba adottare la seconda delle soluzioni prospettate.

A questo punto viene invitato a illustrare il prianmo operativo Agrisviluppo illustrato dal direttore generale, il dottor Antonio Rossetti:

", il quale riferisce quanto segue.

L'attivazione della Società Agrisviluppo si inserisce nel contesto di un progetto che ha come obiettivo la promozione e lo sviluppo di un sistema di servizi per l'agricoltura attraverso la riconversione e l'utilizzo della rete dei consorzi agrari su basi economiche ed imprenditoriali (.

Agrisviluppo, già costituita per tali scopi, è in grado di realizzare, con rapidità ed in modo economico, da una parte un piano operativo autonomo, dall'altro l'avvio e lo sviluppo del processo di trasformazione del sistema agricolo.

A tal fine ha già stipulato accordi pluriennali in esclusiva con la maggior parte dei Consorzi in gestione ordinaria, per intermediare il 40 per cento del loro fatturato (anno 1992: L.2.500 mld. circa), pari a circa 1.000 mld. di giro d'affari…)….. Il piano operativo allegato è basato sull'attivazione di tali accordi per:

-

- intermediazione commerciale sullo scambio di mezzi tecnici utili all'agricoltura (fertilizzanti, sementi, macchine, ecc.)



- commercializzazione di prodotti agricoli e servizi connessi (…)..


i, per favorire adeguato supporto ai produttori agricoli nella raccolta, stoccaggio e collocazione delle produzioni sul mercato (cereali, oleoginose, ortofrutta);

- servizi di tipo organizzativo/gestionale, fornendo assistenza alla rete dei consorzi agrari al fine di favorirne il mantenimento e lo sviluppo.

E' basato, inoltre:


sulla acquisizione, in termini di convenienza ed economicità, di attività produttive complementari, ma essenziali, di alcune partecipate ex Fedit (…)..


- sull'utilizzo immediato del know-how necessario e su un organico iniziale di 50 unità circa, da individuarsi fra le migliori professionalità tecniche e commerciali della Federconsorzi.

Il relativo piano economico finanziario è fondato su ipotesi realistiche e prudenti e prevede di remunerare adeguatamente il capitale proprio nell'arco di tre anni.

La copertura del fabbisogno finanziario richiede, a regime, un capitale proprio di 70 miliardi di lire, riferibile per 25 miliardi alle attività di intermediazione e commercializzazione e per il resto all'acquisizione graduale delle attività produttive e dei marchi, di partecipate ex Fedit. (…)..Il dottor Rossetti aggiunge, infine, che Agrisviluppo per la natura stessa della sua attività rivolta ai Consorzi, potrebbe tutelare i creditori (SGR) attraverso la gestione diretta dei crediti per loro conto, con un miglior recupero in termini di valore e di garanzia (circa il 90 per cento della massa creditoria nominale è concentrata nei consorzi in liquidazione o in crisi).

Segue un'ampia discussione al termine della quale il Consiglio di amministrazione all'unanimità delibera:

- di offrire ai socie S.G.R: azioni Agrisviluppo in proporzione alle loro partecipazioni nella stessa SGR

- di estendere l'offerta anche a coloro che - a seguito della "riapertura dei termini" - diventassero soci della SGR nel prossimo futuro;

di consentire che le azioni non acquistate dagli aventi diritto vengano acquistate da altri soci SGR;

- di determinare il prezzo di ciascuna azione in lire 10.000 pari al suo valore nominale, subordinatamente al conforme risultato di una stima, da affidare ad una società di consulenza;

- di richiedere agli acquirenti l'impegno a sottoscrivere pro quota aumenti di capitale fino a 70 miliardi.

Il Consiglio delega al Presidente la nomina del perito che dovrà stimare il prezzo delle azioni Agrisviluppo".

Da quanto riportato appare evidente il carattere del progetto, ma non se ne evince la portata strategica, che l’esame del testo integrale parrebbe delineare. In esso si legge, inoltre, che la società Agrisviluppo aveva una missione di gran lunga più rilevante di ogni altra: governare la trasformazione dell’intero sistema dei consorzi agrari.

Ad Agrisviluppo si intendeva affidare una complessa ed articolata "missione": intermediazione commerciale; commercializzazione dei prodotti agricoli; gestione dei servizi di assuntoria per conto dell’Aima; riorganizzazione e gestione della rete dei consorzi; sviluppo delle attività industriali indirette.

La finalità di riorganizzazione delle rete si sarebbe dovuta realizzare attraverso la costituzione di alcune società di gestione (Sogest) di ordinaria natura commerciale - non più cooperativistica - che avrebbero rilevato le attività operative dei consorzi.

Quanto alle attività industriali, si menzionavano espressamente quelle gestite dalla SIAPA, dalla SIS (antiparassitari, fitofarmaci, sementi), della SITPA, della MOMO (soia, ortofrutticoli), della CERZOO (ricerca) e, dunque, attività di rilevanza strategica. Il presunto disegno di una nuova Federconsorzi nella forma di una holding commerciale ed industriale apparirebbe completo; va osservato che, in un tale assetto, il ruolo economico e l’autonomia finanziaria dei consorzi sarebbero risultati limitati.

Si tratterebbe, quindi, di un riassetto complessivo di una larga parte del settore agro-alimentare italiano. Non pare, altresì, senza significato che esso ebbe luce dopo che, nel giugno 1993, il governo Ciampi abolì il divieto assoluto - che durava da quasi cinquanta anni - per le banche di partecipare al capitale delle imprese, prevedendo un limite del 15 per cento: le banche, che registravano un aumento notevole delle loro sofferenze, quindi, avrebbero potuto trasformare in capitale di rischio - azioni - una parte dei crediti.

Va detto che, anche ipotizzando che tutte le banche socie di SGR avessero aderito all’iniziativa, il loro apporto non si sarebbe mai potuto sostituire integralmente a quello dei privati investitori, la cui partecipazione era prevista dal piano e che era indispensabile per assicurare capitali e gestibilità.

L’identità di soggetti economici eventualmente interessati, di cui si prevedeva l’accesso alla partecipazione azionaria, non è neppure congetturabile anche se, proprio in quel periodo, non mancava l’interesse di grandi gruppi per l’agroalimentare.

Come di seguito si esporrà, il progetto, malgrado l’impegno dei promotori, non ebbe successo ed il disegno politico che vi era sotteso fallì.

Il deliberato del cConsiglio di amministrazione di SGR fu attuato.

In esecuzione del deliberato unanime degli amministratori, il professor Capaldo inviò ai soci di SGR

una lettera contenente l’invito a partecipare all’iniziativa, di cui è stata trasmessa La a questa Ccommissione è pervenuta, infatti, mediante una fortunata ricerca, ad acquisire presso la banca Ca.ri.ma. di Macerata, copia di una lettera contenente l’invito a partecipare all’iniziativa, "(…) per un rapido avviamento dell'operatività della società Agrisviluppo Italia spa, finalizzato precipuamente a rilevare ed esercitare residue attività ancora svolte dalla Federconsorzi" inviata dal professor Capaldo ai soci di SGR.

copia - ancorché priva del documento che vi era in origine allegato - dalla sola Ca.Ri.Ma. di Macerata.

La Ca.ri.ma., che era l’istituto di credito proporzionalmente più esposto con la Fedit, deliberava di accogliere la proposta con delibera del Consiglio di Aamministrazione del 18 dicembre 1993: "Il Consiglio di amministrazione, valutata la portata e gli obiettivi del piano in questione, nonché gli effetti che la sua attuazione potrà avere sulla gestione della posizione della Federconsorzi e sul recupero dei crediti vantati verso la stessa e verso i consorzi agrari provinciali, tenuto conto altresì delle linee strategiche complessive nel settore delle partecipazioni, su conforme proposta del Direttore generale,

Delibera

Subordinatamente all'autorizzazione dell'Organo di vigilanza, se necessaria, di acquistare la quota del 6,45 per cento del capitale azionario della Agrisviluppo Italia spa, pari a L. 19.350.000, impegnandosi altresì alla sottoscrizione dei successivi graduali aumenti di capitale fino all'importo massimo di L. 4.515.000.000.

Per quanto concerne le quote non sottoscritte da altri aderenti alla SGR, il Consiglio di amministrazione si riserva di valutare successivamente l'opportunità di ampliare la partecipazione della Ca.ri.ma.".

Otto soci di SGR, risposero negativamente e tredici non dettero nessuna risposta.

La Fiat New Holland sottopose la sua partecipazione alla condizione che Agrisviluppo non commercializzasse macchine agricole.

Adesione incondizionata al progetto fu data solo da Ca.ri.ma., Banca di Roma e Sicilcassa.

E’ stato possibile alla Commissione acquisire le motivazione esplicite e chiare di uno dei soci che respinse il progetto, :ella Banca San Paolo di Torino.

Nel verbale del Consiglio di amministrazione del 24 gennaio 1994 si legge: "(…) In particolare, detta società dovrebbe esercitare opera di intermediazione commerciale in relazione ad alcune delle attività svolte dai consorzi agrari Provinciali, oltre ad operare direttamente nel settore della commercializzazione dei prodotti agricoli e della consulenza tecnica a servizio degli stessi.

La proposta prevede che l'intero pacchetto azionario della "Agrisviluppo" venga rilevato al valore nominale dai soci della "SGR" in misura proporzionale alle proprie quote di partecipazione. Al fine di consentire un rapido avvio operativo, è sin d'ora previsto un aumento iniziale del capitale sociale che passerebbe da L. 300 milioni a L. 25 miliardi per raggiungere nell'arco di 2/3 anni, L.70 miliardi, livello definitivo di capitalizzazione prevista.

L'esborso complessivo per il "San Paolo" dovrebbe pertanto aggiungersi su L.6,7 miliardi, oltre alla possibilità di sottoscrivere eventuali azioni inoptate.

Relativamente all'iniziativa proposta, il dal dottor (…) Capuano evidenzia che sembrano notevoli le analogie con la vecchia "Federconsorzi" della quale l'Agrisviluppo Italia pare costituire un tentativo di riedizione.

Inoltre ancorché il progetto presenti sulla carta un'apprezzabile validità sotto il profilo tecnico-operativo, le specifiche competenze manageriali richieste dal tipo di attività risultano totalmente estranee rispetto all'attività bancaria.

Il Direttore Generale conclude la propria esposizione facendo presente che da contatti intercorsi con alcuni dei maggiori soci sembra emergere un orientamento negativo al progetto come sopra descritto, peraltro con disponibilità ad un riesame in caso di allargamento della compagine sociale ad imprenditori del settore (…)".

Al temine dell'esposizione, preso atto di quanto comunicato relativamente all'argomento in oggetto, IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE SI DICHIARA NON FAVOREVOLE al rilievo da parte del "San Paolo" di una partecipazione nella Agrisviluppo Italia s.p.a. (società integralmente detenuta dalla SGR) sulla base delle motivazioni esposte in premessa"..




4.4 Ulteriori sviluppi del progetto Agrisviluppo


Nonostante il sostanziale fallimento dell’iniziativa, ed il trascorrere del tempo che doveva vedere impegnata SGR esclusivamente nell’attività di dismissione del patrimonio, circa un anno dopo la stipulazione dell’atto-quadro, il 2 giugno 1994al Consiglio di amministrazione di SGR del, 2 giugno 1994 il direttore generale Rossetti non mancava di riferireche: al Consiglio di amministrazione di SGR: "(…) E’ stato peraltro manifestato interesse da parte delle organizzazioni professionali agricole e di alcuni consorzi in gestione ordinaria adda acquisire partecipazioni in Agrisviluppo".

Si esplicitava quell'interesse delle organizzazioni professionali agricole che concorse, accompagnò e sostenne, a giudizio della Commissione, il Piano Capaldo.


L’anno successivo, il progetto Agrisviluppo conservava ancora per SGR un interesse ancora vivissimo.

La società si orientava a percorrere, questa volta esplicitamente, la via del concorso finanziario indiretto dello Stato al rilancio della rete federconsortile, che l’avrebbe anche avvantaggiata sotto il profilo della esigibilità dei crediti nei confronti dei consorzi.

In una nota del 30 gennaio 1995, la SGR faceva esplicito riferimento alla società Agrisviluppo come ad una società acquistata dalla Fedit, insieme con le altre partecipazioni, "con il compito indicato di rivitalizzare la rete distributiva della Fedit".

Il 7 febbraio 1995, il professor Carbonetti, nuovo presidente della SGR, indirizzava al ministro delle risorse agricole Lucchetti una nota in cui si delineava legge:

"ho il pregio di accludere un appunto che delinea un progetto per la sistemazione dei debiti dello Stato verso i consorzi aAgrari Pprovinciali e la Federconsorzi (e, quindi, in luogo di quest'ultima, verso la SGR., costituita dai maggiori creditori della Federconsorzi per agevolare la liquidazione dei suoi beni)

In essa si legge che "(…) - è stata a suo tempo costituita - ed è attualmente controllata da S.G.R - una società, la Agrisviluppo, con il compito di rivitalizzare la rete distributiva ex Federconsorzi; in mancanza di nuove prospettive, Agrisviluppo dovrebbe essere posta in liquidazione;

- una società con compiti analoghi, la Soconagri, è stata costituita ad iniziativa delle Organizzazioni professionali;

- SGR è subentrata alla Federconsorzi nella proprietà di un grande numero di immobili funzionali all'attività dei Cap ed a questi affittati; in mancanza di nuove prospettive, SGR non potrebbe che procedere alla loro vendita sul mercato.

Tutto ciò premesso, il presente progetto si articola nel modo che segue.

Il Governo emana un decreto legge che prevede - oltre alla sistemazione del debito verso la Banca d'Italia (…), secondo i meccanismi già previsti - la immediata (e pertanto non condizionata al formale esaurimento dei controlli della Corte dei Conti, ciò che richiederebbe tempi lunghissimi) sistemazione del debito verso SGR e i Cap mediante emissione di titoli di Stato (…). infruttiferi per un ammontare nominale pari al debito al 31 dicembre 1994, da rimborsarsi in 9 rate di eguale ammontare, ciascuna quindi pari a 174 miliardi, a partire dal secondo anno successivo all'emissione.


Il valore attuale dei titoli cosi emessi ( - attualizzato …)al tasso del 12,50 per cento - è pari a lire 808 miliardi (.…). Di conseguenza, il debito finora maturato verrebbe pagato sostanzialmente in misura di poco superiore alla metà (e precisamente al 51,6 per cento) (…).


Un consorzio di banche acquista i titoli come sopra emessi al loro valore attuale, sicché ad SGR ed ai Cap giunge liquidità rispettivamente per lire 369 e 439 miliardi.

I Cap sono obbligati dal decreto legge ad utilizzare tale liquidità esclusivamente per loro risanamento finanziario (…)., e pertanto:

- i Cap in liquidazione coatta amministrativa per prospettare ai creditori soluzioni concordatarie;

- i Cap in bonis per pagare i creditori e solo per l'eventuale eccedenza (ipotesi questa presumibilmente non realistica) per partecipare alle iniziative al servizio dell'agricoltura di cui appresso.

La SGR è obbligata dal decreto legge ad utilizzare tale liquidità esclusivamente per finanziare iniziative al servizio dell'agricoltura, e precisamente:

- per costituire e dotare di sufficienti capitali una società immobiliare, la quale rileverà dalla SGR stessa, ai prezzi già determinati al suo tempo con perizia disposta dal Tribunale di Roma, gli immobili funzionali all'attività dei Cap;

- per dotare di ulteriori capitali Agrisviluppo la quale, eventualmente integrata con So.con.agri., svolgerà il ruolo di centro di coordinamento e razionalizzazione della rete distributiva al servizio dell'agricoltura (.…).

Si ha motivo di credere che, nella nuova impostazione, il decreto legge non dovrebbe più incontrare ostacoli in Parlamento.

Si ribadisce che la praticabilità della soluzione proposta è subordinata ad una immediata adozione del decreto legge.".

Il Ministro non assunse, per quanto noto, alcuna iniziativa. Non se ne fece nullaIl denaro pubblico non andò alla SGR. ed Iil progetto Agrisviluppo sembra essere stato così definitivamente abbandonato. Successivamentesi dissolse definitivamente anche perché, nel frattempo, sulla SGR sarebbe intervenuta l’indagine penale da parte della Procura di Perugia ed in particolare avrebbero inciso i sequestri dei beni della Federconsorzi disposti dal giudice per le indagini preliminariGip.e