Rubin e il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione/Capitolo 3.2

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Il prezzo di produzione

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Capitolo 3.1 Capitolo 3.3

Nel capitalismo il prezzo della merce che garantisce un tale stato di cose è il prezzo di produzione, definito come ; capitali quantitativamente uguali ( uguali) producono in equilibrio merci vendute allo stesso prezzo di produzione. La distribuzione del capitale -- che avviene sulla base del saggio del profitto -- comporta anche una determinata distribuzione del lavoro; capitali di eguale entità producono merci dell'eguale prezzo di produzione, anche se essi dovessero avere una composizione organica1 molto differente, cioè essere composti da masse di lavoro "morto" e lavoro "vivo" che potrebbero essere non considerati come socialmente equivalenti in un contesto mercantile semplice, privo del comando del capitale sul lavoro e della sua espropriazione a quest'ultimo del potere di organizzare l'attività economica.

Noi sappiamo che questa possibilità per le merci di essere vendute nel lungo periodo a un prezzo non corrispondente al loro valore (bensì al prezzo di produzione)2 ha dato il via a una lunghissima serie di critiche a Marx, alle quali abbiamo solo appena accennato nel primo capitolo. Per Rubin invece questa contraddizione non esiste in Marx; viceversa, esisterebbe un ponte tra prezzo di produzione e valore basato su quello tra distribuzione del capitale e distribuzione del lavoro (ivi, 186). Rubin suppone una situazione d'equilibrio, due capitali di eguale grandezza (es. 100), la stessa capacità di "sfruttare" la manodopera (es. 100%: ogni ora di lavoro richiede come salario soltanto la metà del valore aggiunto imputabile a tale ora di lavoro nel processo produttivo), ma con diversa composizione organica: 4:1 contro 2,33:1 (cioè 80 + 20 contro 70 + 30). L'ipotesi d'equilibrio ci dice che i due capitali producono merce dal prezzo di produzione identico, cioè pari a 125 ciascuno con un profitto di 25, pari al 25% del capitale; siccome entrambi i capitali ottengono il medesimo saggio del profitto nell'investimento, si ha una situazione d'equilibrio dove non si hanno più né migrazioni di capitali né, soprattutto, ulteriore distribuzione sociale del lavoro. In altri termini: attraverso l'equilibrio del capitale si verifica l'equilibrio nella distribuzione sociale del lavoro dove in un contesto mercantile semplice non si sarebbe verificata3. Dunque la formula dell'equilibrio del lavoro si fa più complessa perché a sua volta dipende da un altro equilibrio, quello dei capitali (ivi, 187): diverse quantità di lavoro corrispondenti a capitali eguali sono poste socialmente equivalenti se e solo se sono rappresentate dal medesimo prezzo di produzione.

Riportiamo la famosa tabella del III libro del Capitale, supposti 5 capitali di uguali dimensioni che distribuiscono il lavoro sociale complessivo, sempre supposto il saggio del pluslavoro del 100%:

Distribuzione dei capitali Composizione organica del capitale Distribuzione del lavoro (valore delle merci in Marx) Prezzo di produzione e differenza col valore
I. 100 80c + 20v 120 122 (+2)
II. 100 70c + 30v 130 122 (-8)
III. 100 60c + 40v 140 122 (-18)
IV. 100 85c + 15v 115 122 (+7)
V. 100 95c + 5v 105 122 (+17)

La terza colonna rappresenta la distribuzione sociale del lavoro, le quantità di lavoro (astratto!) che i vari capitali mettono in moto e distribuiscono, derivate dalla composizione organica. Il fatto che la seconda e la terza colonna siano espresse in valori, unito alla "consapevolezza dell'errore" (Marx 1965, 206) che Marx stesso avrebbe sul fatto che anche i prezzi di costo dei capitali sono in realtà prezzi di produzione e non valori, è visto da molti come la grande contraddizione della teoria del prezzo di produzione e la "dimostrazione" che tra valore e prezzo di produzione non esiste alcun legame; le due teorie sono dunque alternative. A nostro avviso, riprendendo le pagine di Marx stesso, egli è solo consapevole del fatto che il modo di esposizione del problema "a tabella" presenta anche lo svantaggio di far pensare che in ogni sfera di produzione avvenga un reale passaggio tra valore e prezzo di produzione: "un errore è sempre possibile quando, in una determinata sfera di produzione, il prezzo di costo della merce viene identificato col valore dei mezzi di produzione in essa consumati." (ibidem). Tuttavia "se il plusvalore che entra in una merce è eccessivo, quello che entra in un'altra è troppo piccolo" (ivi, 202); se in forza della legge dell'uguale rendimento per uguale capitale, una merce in regime di equilibrio di capitali può essere valutata maggiormente sul mercato rispetto al regime di equilibrio del lavoro astratto, ciò non toglie che la massa totale del lavoro non pagato non può variare da come i capitalisti si distribuiscono la ricchezza. Notare che anche i prezzi di costo sono espressi in prezzi di produzione non significa altro, a nostro avviso, che la distribuzione del plusvalore in base all'entità del capitale (e non al saggio di profitto in termini di valore) avviene continuamente, proprio perché il processo della trasformazione è un fatto storico, non contabile; pertanto avviene senza soluzione di continuità e temporalità, poiché tutti i prodotti sono espressi in prezzi di produzione da quando la classe borghese domina l'economia. Siccome i capitali della società non acquistano contemporaneamente tutti i fattori di produzione in prezzi corrispondenti ai valori, per poi rivendere i prodotti tutti contemporaneamente in prezzi di produzione, si può ritenere che la rappresentazione matematica usata nelle tabelle di Marx non sia né dirimente né indispensabile per la spiegazione, ma solo uno strumento come un altro per aiutare a comprendere un aspetto del problema e sottolineare la differenza con il precedente modello economico.

Rubin risponde ai critici che ritengono la colonna dei "valori" artificiosa (perché non rappresenta i prezzi delle merci di ciascuna sfera di produzione) che un rifiuto del genere significa "respingere la stessa teoria economica, che ha per oggetto essenziale proprio la distribuzione sociale del lavoro" (Rubin 1976, 187-188), collegando la distribuzione sociale del lavoro con la composizione organica dei capitali. Attraverso il prezzo di produzione si modifica la distribuzione dei capitali e, infine, quella del lavoro sociale; Rubin intende ora esaminare il primo anello, il prezzo di produzione, per scoprire se è a sua volta in relazione con quella catena propria della società mercantile analizzata dalla teoria del valore (ibidem), cioè verificare se la "legge del valore" influenza ancora - e in che modo - la distribuzione sociale del lavoro nel capitalismo. Tuttavia già da ora è possibile scorgere un primo accenno di "ponte" tra la teoria del valore e quella del prezzo di produzione: "la quantità totale del fondo per l'espansione del consumo e della produzione [plusvalore] rimane immutata." (ivi, 195).

Note

  1. Che ricordiamo essere il rapporto tra capitale speso in mezzi di produzione e capitale speso in salari, cioè c\v . La composizione organica, caratteristica del capitale, va distinta dalla composizione tecnica o produttività del lavoro, che è cosa dell'attività produttiva in sé indipendente dal modo di produzione: MP\L, mezzi di produzione in rapporto al lavoro necessario per metterli in moto.
  2. Che in realtà non è una semplice possibilità, ma una vera e propria certezza, dal momento che la totale identità tra prezzi di produzione e valori si ha solo con l'uguaglianza della composizione organica dei capitali. Data l'impossibilità di questa evenienza per via delle differenti quantità di lavoro che richiedono materialmente le varie produzioni, si ha che generalmente i prezzi d'equilibrio delle merci nel capitalismo coincidono con i prezzi di produzione, e non con i valori.
  3. Infatti avremmo che (125-80)/20 =2,25 per ogni v nel primo caso; (125-70)/30 = 1,83 per ogni v nel secondo caso, che non è affatto una situazione di equilibrio e comporterebbe una redistribuzione sociale del lavoro. Qualora mantenessimo fissa l'ipotesi del 100% di pluslavoro avremmo (120-80)/20=2 per ogni v nel primo caso; (130-70)/30 = 2 per ogni v nel secondo caso, con una situazione di perfetto equilibrio.