Sior Todero brontolon/L’autore a chi legge

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L’autore a chi legge

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Sior Todero brontolon Personaggi
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L'AUTORE

A CHI LEGGE1.


TODERO è il nome proprio della persona, e vuol dir Teodoro: Brontolon non è il nome di famiglia di Todero, ma un adiettivo che deriva da brontolare, soprannome datogli dalle persone che lo conoscono a fondo, e che spiega e mette in ridicolo il di lui carattere inquieto, fastidioso, indiscreto. Usavasi un tempo dare ai personaggi delle Commedie de’ nomi e de’ cognomi tratti dal loro carattere, o dai loro difetti. Per esempio Coviello, Spaccamonti, Ardrubale, Tagliaferro, Gelsomino degli Affettati, e simili; e i personaggi medesimi si chiamavano eglino stessi con questi nomi e con questi cognomi, come se si vantassero delle loro caricature: anche a’ giorni nostri vi sono de’ Comici che cadono in questo errore. Il bravo, eccellente Tartaglia, che dopo aver fatto per tanti anni il piacere di Roma, è passato a far quello di Venezia2, quando parla di se medesimo sulla scena, si chiama il signor Tartaglia: domandate il signor Tartaglia: avete a far con Tartaglia: lasciate fare a Tartaglia ecc. Come mai un uomo può denominarsi egli stesso dal proprio difetto? O come può darsi ad intendere che l’accidente abbia dato ad un uomo un nome o un cognome che combini col suo difetto? In tal caso, credo che un tale cambierebbe il nome, e sfuggirebbe di mettersi da se stesso in ridicolo.

Todero, se fosse anche della famiglia Brontoloni, per poco che conoscesse il proprio carattere, non soffrirebbe esser così chiamato, e cambierebbe di nome. Non vi è niente di più fastidioso, di più molesto alla Società, di un uomo che brontola sempre; cioè che trova a dire su tutto, che non è mai contento di niente, che tratta con asprezza, che parla con arroganza e si fa odiare da tutti. [p. 402 modifica] Todero in questa commedia non è brontolon solamente, ma avaro e superbo. L’avrei potuto intitolare o il Superbo o l’Avaro; ma come la sua superbia consiste solamente nel comandar con durezza a’ suoi dipendenti, e la sua avarizia è accompagnata da un taroccare fastidioso, insolente, ho creduto bene d’intitolarlo dal difetto suo più molesto ch’è il Brontolone, o sia il Vecchio fastidioso. Tutta la morale di questa Commedia consiste nell’esposizione di un carattere odioso, affinchè se ne correggano quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati. E in fatti qual maggiore disgrazia per un uomo, che rendersi l’odio del pubblico, il flagello della famiglia, il ridicolo della servitù? Eppure non è il mio Todero un carattere immaginario. Pur troppo vi sono al Mondo di quelli che lo somigliano; e in tempo che rappresentavasi questa Commedia, intesi nominare più e più originali, dai quali credevano ch’io lo avessi copiato. Dio mi guardi da esporre in pubblico il difetto di chi che sia in particolare; ma in verità, quando scorgo tai caratteri odiosi, faccio forza a me stesso, e vi vuole tutto quel principio di onestà che mi sono prefisso, per risparmiar loro quel ridicolo che si danno da se medesimi. Senza aver in vista persona alcuna, ho colto bene nel segno, e la Commedia, non ostante l’odiosità del Protagonista, ha incontrato moltissimo, ed è stata con fortuna più volte rappresentata.

Note

  1. La presente prefazione uscì in testa commedia per la prima volta l'anno 1774, nel t. XIV dell'ed. Pasquali di Venezia. Non esiste lettera di dedica.
  2. Certamente si allude ad Agostino Fiorilli napoletano, tartaglia applauditissimo della compagnia Sacchi nel teatro di S. Samuele.