Software libero pensiero libero/Volume I/Introduzione

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Volume I
Introduzione

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Software libero pensiero libero Volume I - Parte prima


Un esperimento globale per l’affermazione della libertà

Offrire al mondo programmi informatici che possano essere liberamente usati e copiati, modificati e distribuiti, gratis o a pagamento. Questa la scommessa lanciata nell’ormai lontano 1984 da Richard Matthew Stallman. Qualcosa (apparentemente) impossibile perfino a concepirsi, in un’epoca in cui informatica era (ed è) sinonimo di monopoli, produzioni industriali, mega-coporation. Un approccio tanto semplice quanto rivoluzionario, il concetto stesso di software libero, che ci riporta finalmente con i piedi per terra. E la cui pratica quotidiana è ispirata a un principio anch’esso basilare ma troppo spesso dimenticato: la libera condivisione del sapere, qui e ora, la necessità di (ri)prendere in mano la libertà individuale di creare, copiare, modificare e distribuire qualsiasi prodotto dell’ingegno umano. Ponendo così le condizioni per un ribaltamento totale proprio di quell’apparato pantagruelico che ha piegato l’attuale ambito informatico alla mercé di un pugno di colossi, inarrivabili e monopolistici.

Nella rapida trasformazione degli equilibri in gioco nell’odierna rivoluzione tecnologica e industriale, il software libero va dunque scardinando certezze antiche, aprendo al contempo le porte a scenari del tutto nuovi e inimmaginabili. Senza affatto escluderne i riflessi nel mondo della piccola e grande imprenditoria e a livello commerciale: basti ricordare l’ampio utilizzo del sistema operativo GNU/Linux (spesso indicato, in maniera imprecisa, solo come ’Linux’) sia su macchine high-end come pure su quelle più economiche e dispositivi portatili vari, mentre il 70 per cento dei server web su internet girano su Apache, programma di software libero. Considerando insomma la centralità assunta dal software in quanto comparto industriale strategico all’interno di una poliedrica età dell’informazione, c’è da scommettere che la rivoluzione innescata da Richard Stallman continuerà a produrre un’onda assai lunga negli anni e nei decenni a venire.

Predisposto all’isolamento sociale ed emotivo, fin da ragazzo Stallman dimostra un’acuta intelligenza unita a una sviscerata attrazione per le discipline scientifiche. Laureatosi in fisica ad Harvard nel 1974, alla carriera di accademico frustrato preferisce l’ambiente creativo degli hacker che danno vita al Laboratorio di Intelligenza Artificiale presso il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. Si tuffa così nella cultura hacker di quegli anni, imparando i linguaggi di programmazione e lo sviluppo dei sistemi operativi. È qui che, poco più che ventenne, scrive il primo text editor estendibile, Emacs. Ma soprattutto abbraccia lo stile di vita anti-burocratico, creativo e insofferente di ogni autorità costituita, tipico della prima generazione di computer hacker al MIT. Nei primi anni ’60 si deve a costoro, ad esempio, la nascita di Spacewar, il primo video game interattivo, che includeva tutte le caratteristiche dell’hacking tradizionale: divertente e casuale, perfetto per la distrazione serale di decine di hacker, dava però concretezza alle capacità di innovazione nell’ambito della programmazione. Ovviamente, era del tutto libero (e gratuito), di modo che il relativo codice venne ampiamente condiviso con altri programmatori. Pur se non sempre queste posizioni di apertura e condivisione erano parimenti apprezzate da hacker e ricercatori "ufficiali", nella rapida evoluzione del settore informatico i due tipi di programmatori finirono per impostare un rapporto basato sulla collaborazione, una sorta di una relazione simbiotica. La generazione successiva, cui apparteneva Richard Stallman, aspirava a calcare le orme di quei primi hacker, particolarmente a livello etico. Onde potersi definire tale, all’hacker era richiesto qualcosa in più che scrivere programmi interessanti; doveva far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni in maniera analoga alle corporazioni medievali, pur se con una struttura sociale non così rigida. Scenario che prese corpo in istituzioni accademiche d’avanguardia, quali MIT, Stanford e Carnegie Mellon, emanando al contempo quelle norme non ancora scritte che governavano i comportamenti dell’hacker - l’etica hacker.

Proprio per garantire massima consistenza e aderenza a tale etica, dopo non poche vicissitudini, all’inizio del 1984 Stallman lascia il MIT per dedicarsi anima e corpo al lancio del progetto GNU e della successiva Free Software Foundation. Come scrive Sam Williams nella biografia "ufficiosa" di Stallman (Codice Libero, Apogeo, 2003), il «passaggio di Richard Matthew Stallman da accademico frustrato a leader politico nel corso degli ultimi vent’anni, testimonia della sua natura testarda e della volontà prodigiosa, di una visione ben articolata sui valori di quel movimento per il software libero che ha aiutato a costruire». A ciò va aggiunta l’alta qualità dei programmi da lui realizzati man mano, «programmi che ne hanno cementato la reputazione come sviluppatore leggendario». Un attivismo spietato, il suo, sempre al servizio della libertà di programmazione, di parola, di pensiero. Non certo casualmente alla domanda se, di fronte alla quasi-egemonia del software proprietario, oggi il movimento del software libero rischi di perdere la capacità di stare al passo con i più recenti sviluppi tecnologici, Stallman non ha dubbi: «Credo che la libertà sia più importante del puro avanzamento tecnico. Sceglierei sempre un programma libero meno aggiornato piuttosto che uno non-libero più recente, perché non voglio rinunciare alla libertà personale. La mia regola è, se non posso condividerlo, allora non lo uso».

Questo in estrema sintesi il percorso seguito finora dall’ideatore del movimento del software libero, rimandando ulteriori approfondimenti alle risorse segnalate in appendice. Ma per quanti hanno scarsa familiarità con simili dinamiche e con lo Stallman-pensiero, oppure per chi vuole esplorare tematiche più ampie, questa collezione di saggi è certamente l’ideale. Primo, perché copre vent’anni di interventi pubblici da parte di colui che viene (giustamente) considerato il "profeta" del software libero. Secondo, perché nella raccolta vengono sottolineati gli aspetti sociali dell’attività di programmazione, chiarendo come tale attività possa creare davvero comunità e giustizia. Terzo, perché nel panorama dell’informazione odierna spesso fin troppo rapida e generica, ancor più in ambito informatico, è vitale tenersi correttamente aggiornati su faccende calde, tipo le crescenti potenzialità del copyleft (noto anche come "permesso d’autore") oppure i pericoli dei brevetti sul software. La raccolta riporta inoltre una serie di documenti storici cruciali: il "Manifesto GNU" datato 1984 (leggermente rivisto per l’occasione), la definizione di software libero, la spiegazione del motivo per cui sia meglio usare la definizione ‘software libero’ anziché ‘open source’. Il tutto mirando ad un pubblico il più vasto possibile: "non occorre avere un background in computer science per comprendere la filosofia e le idee qui esposte", come recita infatti la nota introduttiva del libro originale - Free Software, Free Society: Selected Essays of Richard M. Stallman.

L’edizione italiana di quest’ultima è stata scomposta in due distinti volumi: quello che avete per le mani, dove sono raccolte le prime due sezioni della versione inglese, verrà seguito a breve da un secondo con i testi rimanenti. Tra questi, vanno fin d’ora segnalate le trascrizioni di alcuni importanti interventi dal vivo di Stallman (quali "Copyright e globalizzazione nell’epoca delle reti informatiche" e "Software libero: libertà e cooperazione"), oltre al testo integrale delle varie licenze GNU, a partire dalla più affermata, la GPL, General Public License.

Si è optato per due volumi italiani onde rendere più agile e godibile l’intera opera originale, considerando lo spessore e la complessità spesso presenti nei vari saggi. Presi nella loro interezza, questi forniranno al lettore un quadro ampio e articolato su questioni pressanti, non soltanto per l’odierno ambito informatico. Proprio perché Stallman non si risparmia affatto, gettando luce sul passato e soprattutto sul futuro di tematiche al crocevia tra etica e legge, business e software, libertà individuale e società trasparente.

Senza infine dimenticare come a complemento del tutto sia già attiva un’apposita area sul sito web di Stampa Alternativa (http://www.stampalternativa.it/freesoft/index.html) dove circolano interventi vari in tema di software libero e dove troverà spazio l’intera versione italiana del libro. Oltre naturalmente alle relative modifiche, ovvero le segnalazioni di lettori e utenti riguardo errori, contributi, aggiornamenti e quant’altro possibile. Il materiale qui raccolto sarà ulteriormente disponibile sul sito dell’Associazione Software Libero, il quale ospita il gruppo dei traduttori italiani dei testi del progetto GNU (http://www.softwarelibero.it/gnudoc/) che ha validamente contribuito alla stesura di questo lavoro. Un lavoro, va detto nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, portato avanti interamente via internet tra i vari soggetti coinvolti, dalla fase di progettazione a quella di consegna dei materiali definitivi, e ricorrendo al software non proprietario per quanto possibile.

Un progetto in evoluzione continua, quindi, in sintonia con la pratica di massima apertura e condivisione su cui vive e prospera il movimento del software libero a livello globale - espressione concreta di un esperimento teso all’affermazione della libertà di tutti e di ciascuno.

Bernardo Parrella
berny@cybermesa.com
marzo 2003

Note