Sommario della storia d'Italia/1511

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1511

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Avvertimento 1512


1511.Poichè l’esercito di Luigi XII, re di Francia, che aver per Capitano monsignor di Foes1, ebbe rotto e fugato presso alle mura di Ravenna l’esercito di Fernando re di Spagna e di papa Giulio II, guidato da don Raimondo di Cardona2, vicerè di Napoli; parve che la fortuna, come instabile, subito si mutasse. Ed essendo morto nella giornata, combattendo arditamente, monsignor di Foes, e rimanendo lo esercito a essere guidato da più capi, dei quali erano alcuni italiani, che subito (come è il costume loro) furono in discordia; e quando era a proposito seguitare la vittoria, e costrignere il Papa a pigliare le condizioni del vincitore o fuggirsi di Roma; essi, consumando il tempo in dissenzioni e dispute, perderono l’occasione; e lui, rassicurato, prese animo, ed in pochi giorni fece scendere i monti a ventimila fanti svizzeri. I quali uniti con le genti d’arme veneziani, collegati seco e col re Ferrando, assaltarono lo stato di Milano con tanto impero, che li Franzesi furono costretti a ritirarsi di Romagna per far pruova di difendere quello stato. Ed essendo in odio a tutti i popoli, e crescendo del continuo la discordia de’ capi Sanseverini e Triulzi3; l’esercito franzese non confidò tenere la campagna, nè li passi de’ fiumi, nè le città; ma fuggendosi del continuo, come fugge la nebbia dal vento, o li nemici seguitandolo, in pochi dì lo cacciarono da quello ducato, e loro ne restorono signori. E parendo a’ collegati avere acquistato onore o utile grandissimo, pensavano come potessino conservare e l’uno e l’altro. E convenonno di fare una congregazione a Mantova, nella quale si trovassino il vescovo Gurgense4, luogotenente dello Imperatore in Italia, il vicerè don Ramondo per il re Ferrando e gli oratori del Papa e Veneziani. Dove convenuti, e avendo più giorni consultato, sendovi ancora ambasciadori delle leghe de’ Svizzeri, deliberarono che fusse restituito nello stato di Milano Massimiliano Sforza, figliuolo di Ludovico che morì prigione in Francia, il quale era stato gran tempo in Alemagna appresso lo Imperadore. Ed in tal partito, tutti li collegati pensorono avere la satisfazione loro in particulare: ed il Papa prima considerò, che sendo uno duca di Milano debole, potrebbe disporre de’ beneficii ecclesiastici a volntà sua: che è quello che i moderni Pontefici stimano assai, Gurgense, non avendo riguardo al futuro, considerò trarne danari di presente per il patrone, e qualche parte ancora per sè. Il Vicerè, sappiendo che il re Ferrando voleva nutrire un esercito in Italia, altrove che nel Regno di Napoli, considerò che lo potrebbe alloggiare in quello stato e trarne ancora danari per sovvenirlo. I Svizzeri pensarono di avere da detto Duca ogni anno pensione in pubblico e in privato; e che il detto Duca fosse signore in parole, e loro in fatto. I Veneziani, avendo una repubblica stabile, giudicorno che uno giorno si potrebbe porgere occasione, che sendo un Principe debole in quello stato, facilmente ne diventerebbono signori. Deliberarono ancora li sopra detti collegati, che non sendo rimasto in Italia chi tenesse le parti franzesi, eccetto la repubblica Fiorentina, che si usasse ogni opera ed industria di mutare quello stato; stimando ciascuno de’ collegati avere nella mutazione di esso quasi le medesime comodità che si dicono di sopra dello stato di Milano. Il quale assettorno in questo principio così a caso, tanto che Massimiliano Sforza venisse d’Alemagna. E poi il Vicerè con circa seimila fanti spagnuoli e mille cavalli, fra di leggiere e grave armatura, prese il cammino verso Toscana, con ordine che il cardinale de’ Medici5, legato di Bologna, scappato delle mani de’ Franzesi per loro inavvenienza (che lo aveano in prigione), venisse con lui. E dava voce volere levare stato di mano dal popolo, e restituirlo a detto Cardinale, che ne fosse capo, e lo amministrasse con quell’ordine di repubblica, che solea già fare Lorenzo suo padre. Era in questo tempo Gonfaloniere di Giustizia Piero Soderini6, il quale era suto creato a vita insino l’anno MDII, quando si riordinò alquanto la città. Uomo, certo, buone e prudente ed utile, nè si lasciò mai trasportare fuora del giusto, nè da ambizione, nè da avarizia; ma la mala fortuna (non voglio dir sua, ma della misera città) non permesse che egli o che altri vedesse il modo di ovviare alli insulti de’ collegati: o se pure da alcuno fu veduto, non gli fu prestato quella fede che era conveniente, perchè i Fiorentini non potevano avere soccorso dal re di Francia, che avea perduto non solo lo stato e la reputazione in Italia, ma si pensava che avessi avere molestie di là da’ monti. Nè si potevano difendere con le proprie forze, le quali erano troppo deboli rispetto a quelle degli avversarii: e però era necessario venissino a composizione. Nè accadeva mandare a Gurgense (come mandarono) oratore messer Giovan Vittorio Soderini, perchè lo Imperadore non avea in Italia uno cavallo; nè accadeva mandarne al re Ferrando in Ispagna, come mandarono messer Francesco Guicciardini; perchè, avanti che si fosse fatto la proposta ed avuto la risposta, era necessario che il giuoco fusse finito. Nè doveano confidare potere rimuovere il Papa dalla fantasia sua, perchè era nimico, e forse con qualche ragione, non dico ai Fiorentini, ma al modo del governo, e che non avea altri soldati, fuora di quelli che teneva il duca di Urbino7; il quale lo obediva quando voleva. Ma se li Fiorentini si volevano liberare da questo assalto, bisognava accordassino col Vicerè, avido e per natura e per necessità; e quando gli fusse suta data qualche somma di danari per lo esercito, e qualche cosetta da parte per lui proprio, sarebbe venuto a condizioni, dalle quali i Fiorentini non arebbono avuto causa di scostarsi.

Ma erano allora uno Napolitano per il Vicerè ambasciadore in Firenze, ed uno Spagnuolo a Roma, per il re Ferrando; quali con arte dicevano in privato a chi li voleva udire, che li Fiorentini non avevano da temere delle forze del re Ferrando, perchè il Vicerè conosceva benissimo che lo animo di papa Giulio era di cacciare il suo re d’Italia come avea fatto con il re di Francia, e che ogni volta che si mutasse il governo di Firenze, e venisse in mano del cardinale de’ Medici, che egli, sendo Cardinale, dipendeva dal Papa, e in ogni alterazione s’accosterebbe più presto al Papa che al suo Re. E però che il mutare lo stato di Firenze sarebbe uno accrescere vigore al Papa, il quale il Vicerè sapea certo che tra poco tempo era per essergli inimico. Il Papa, ancora che per natura fosse alieno dal simulare; questa volta, o con arte o pure per l’ordinario, diceva al cardinale de’ Soderini e a messer Antonio Strozzi, oratore appresso a lui pe’ Fiorentini, che non aveva manco odio contro alli Spagnuoli che contro a’ Franzesi; e che pensava a ogni modo trarli d’Italia; e che quando il cardinale de’ Medici rientrasse in Firenze, che egli dipenderebbe da quello a chi e’ fusse più obbligato: e che sarebbe più obligato a chi avesse usato in favore suo le forze, il quale sarebbe in fatto il Vicerè; e che non farebbe tale pazzia d’accrescergli potere, quando lo intento suo era d’abbassarlo.

Queste erano le parole che erano dette in privato a’ Fiorentini; nondimeno il Vicerè era già a Bologna con l’esercito, ed in Firenze era opinione che egli non avesse che a venire più avanti contro a quella. Ed era tanto questa fantasia fissa nell’animo delli uomini (i quali il più delle volte s’accordano mal volentieri a credere quello che non vorrebbono), che proponendosi nel Consiglio grande de’ Signori provvisione di danari per potere riparare con essi allo impeto de’ nemici, non si otteneva. Parlandosi poi in pratiche strette, chiamate de’ Dieci preposti alla guerra, se era da cercare convenzione col Vicerè; tutti quelli vi si trovavano, dicevono questo essere l’unico rimedio alla salute della città. Proponendosi poi nel consiglio degli Ottanta8, si deliberava il medesimo. Ma come si veniva a pratiche più larghe; li uomini chiamati a quelle, non volevano sentire parlare d’accordo; e le pratiche larghe erano necessarie, perchè non si poteva fare accordo senza somma di denari; e li denari; e li denari si avevano a vincere per il Consiglio grande. E però era quasi di necessità che una parte di quelli uomini si aveva a provare nel Consiglio a vincere danari, si trovasse ancora a deliberare dello accordo.

Passa il Vicerè con l’esercito Bologna; viene con lui Legato il cardinale de’ Medici; vengono fanti comandati e pagati dal Bolognese, vengono artiglierie: ed allora li uomini in Firenze cominciorno a credere ed a temere. Ragunasi il Consiglio; vinconsi i danari. I Dieci soldano e comandano fanti. Creansi oratori per mandare al Vicerè: ma avanti che queste cose fussino in fatto, gli inimici erano intorno a Prato, dove erano dentro quattromila fanti, tra pagati e comandati: nè gli inimici ne avevano più che otto, e non aveano più che due pezzi d’artiglieria da battere mura. Nondimeno, in mezzo giorno, feciono una piccola apertura, per la quale i fanti spagnuoli, atti molto a salire, entrorono dentro, e tutto lo messono a sacco, e feciono prigioni i soldati e gli abitatori; e non solo li uomini, ma le donne e li piccoli fanciulli, e vi ammazzarono circa cinquecento, benchè la fama andasse di numero molto maggiore.

Come questa nuova si intese in Firenze, non vi fu uomo si animoso che non invilisse e si perdesse; e le parole di messer Baldassarre Carducci, il quale insieme con Niccolò del Nero, comeo ambasciadore della città, avea parlato al Vicerè dopo la presa di Prato, accrebbono assai il terrore. Perchè così, tornato la sera medesima, volendo riferire quello avea eseguito avanti i Signori e molti cittadini che erano in Palazzo, come quello al quale pareva avere bene l’arte oratoria; tanto accrebbe la vittoria degli nimici, tanto fece grande l’occisione de’ soldati Fiorentini, con tante lagrime deplorò il sacco, il sangue, gl’incendii, gli stupri, i sacrilegj fatti a Prato, che a ciascuno pareva avere già i ribaldi inimici, non solo nella città, ma nelle proprie case, e che i medesimi casi, o più atroci, succedessino quivi. E si può dire, certo, che messer Baldassare, inimico de’ Medici, operasse più nella tornata loro in Firenze, che qualunque altro reputato a essi inimicissimo.

Note

  1. Gaston de Foix-Nemours (1489 - 1512), governatore di Milano e comandante dell’Armata Reale di Luigi XII, re di Francia. Morì nella battaglia di Ravenna nel 1512. N. d. C.
  2. Raimondo de Cardona (1467 - 1522), vicerè di Napoli dal 1509, fu generale dell’esercito della Lega Santa, creata dall’alleanza delle truppe di di papa Giulio II, della Repubblica di Venezia e del re di Spagna per arrestare le mire espansionistiche francesi nell’Italia settentrionale. N. d. C.
  3. Gian Giacomo Trivulzio (1440 - 1518), condottiero italiano, al servizio dell’esercito di Luigi XII dal 1495. N. d C.
  4. Matthäus Lang von Wellenburg (1468 - 1540), vescovo di Gurk, fu nominato cardinale da papa Giulio II. N. d. C.
  5. Giovanni de’ Medici (1475 - 1521), futuro papa con il nome di Leone X. Figlio di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini, fu nominato cardinale a soli tredici anni. Dal 1503 entrò nella corte papale di Giulio II e divenne suo legato pontificio nel 1511 al seguito dell’esercito papale all’interno della Lega Santa. Durante la battaglia di Ravenna fu fatto prigioniero dai francesi mentre assisteva i feriti sul campo e venne incarcerato, ma fu liberato dietro pagamento di un riscatto. In qualità di legato pontificio si adoperò per il rientro del suo casato a Firenze, i suoi ebbero successo dopo l’assedio di Prato del 1512, per conseguenza del quale i Medici rientrarono in Firenze con una cerimonia trionfale. N. d. C.
  6. Pier Soderini (1452 - 1522), politico fiorentino, fu gonfaloniere di Firenze fino al 1512, quando fu costretto a fuggire dalla città dall’arrivo dell’esercito del vicerè di Napoli, Raimondo de Cardona, e di Giovanni de’ Medici, fu costretto a riparare a Roma, al cospetto di papa Leone X. N. d. C.
  7. Francesco Maria della Rovere (1490 - 1538), condottiero e duca di Urbino, dal 1509 era stato nominato da Giulio II Capitano generale dell’esercito papale. N. d. C.
  8. Il Consiglio degli Ottanta fu una istituzione creata sotto il governo del Savonarola e voluto da Pier Capponi, con lo scopo di favorire la classe aristocratica nel governo della città. N. d. C.