Sommario della storia d'Italia/1513

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1513

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In Firenze questo nuovo modo di governo era a molti insopportabile. E congiurarono Agostino Capponi e Pietropaulo Boscoli di ammazzare Giuliano de’ Medici. E furono scoperti, perciò feciono una scritta, dove scrissono i nomi di quelli che credevano, seguita la occisione, si avessino a scoprire in loro favore; ancora che prima non la volessino conferire. Ed ebbono sì poca avvertenza, che se la lasciarono cadere; ed essendo ritrovata, fu portata al Cardinale; e conoscendo lui in essa essere nomi di uomini tutti sospetti; dubitò di quello che era. Ed essendo stata conosciuta la mano, ordinò fussino presi non solo Pietropaulo ed Agostino, ma tutti li altri che erano in su detta scritta, pensando che tutti fussino nel medesimo errore. Etutti furono esaminati; ma solo furono trovati in colpa notabile Agostino e Pietropaulo; i quali dalli Otto furono condannti a morte. Degli altri, qualcuno ne fu confinato, perchè per le loro esamine si conobbe malissimo animo verso i Medici; alcuni furono assoluti, benchè tutti quelli che per questo caso furono condannati e confinati, alla creazione del cardinale de’ Medici in Papa, che seguì poi intra non molti giorni, furono liberi ed assoluti.

Papa Giulio, in questo tempo, elevato dalla prospera fortuna, disegnava di crescere il dominio della Chiesa il più che poteva; e avendo pubblicato il Concilio Lateranense per distruere il conciliabulo (che così lo chiamava), cominciato l’anno avanti da certi Cardinali, favoriti dal re di Francia, fece estrema diligenza di condurre a detto Concilio il vescovo Gurgense, luogotenente dello Imperatore in Italia, e che lo governava come voleva; e si usava dire in quel tempo, non che il primo uomo che avesse in corte sua lo Imperatore fusse il Vescovo; ma che il primo Re avesse avesse il Vescovo appresso di sè, era lo Imperatore. E tanto operò col promettergli di farlo Cardinale, con donargli danari ed altri doni, con promettergliene in futuro; che lo condusse a Roma, ed intervenne nel Concilio, ed in nome di Massimiliano imperatore lo approvò, e convenne che il Papa avesse Parma e Piacenza, le quali soleano essere della ducea di Milano. Ed il Papa avea trovato certi scartabelli antichi, per li quali volea mostrare avervi su ragioni lasciate alla Chiesa da contessa Matilde. Nè gli bastava Parma e Piacenza; chè disegnava sopra Ferrara. E fatto venire a Roma Alfonso d’Esti, Duca, sotto la fede di Prospero e Fabrizio Colonna, per trattare convenzione; dopo che lo ebbe accolto gratamente cercò d ritenerlo. Il che inteso da’ detti signori Colonnesi, feciono fuggire detto Duca; il quale, per uno grande circuito di miglia, si ridusse a casa e restò nella indignazione del Papa; e non solo lui, ma li signori Colonnesi, per opera de’ quali era fuggito. Convenne ancora il Papa con Gurgense, poi che l’ebbe fatto Cardinale, di dare ducati trentamila a Massimiliano; e che lui dessi la investitura di Siena a Francesco Maria della Rovere, suo nipote. Il che quando s’intese a Firenze, dette grande sospetto; e si cominciò a dubitare, che non volesse colorire nel nipote, quello che Papa Alessandro aveva disengato nel figliuolo. Ma mentre minacciava Ferrara e voleva pigliare Siena, fu sopravvenuto dalla morte, sendo stato malato di febbre qualche settimana; e morì a dì xiii di febbrajo. Uomo, certo, più fortunato che prudente, e più animoso che forte; ma ambizioso e desideroso di grandezze oltre a modo; sendo stati Pontefici Alessandro e Giulio tanto grandi, che più presto si potevano dire Imperatori che Pontefici.

E’ da credere che ciascuno delli principi Cristiani, e massime di quelli che avevano che fare in Italia; conosciuto quanto importasse il Papa, era per fare ogni opera di avere uno Pontefice amico. E per questo i Cardinali (che n’erano allora in Roma ventidue), e perchè pareva loro che la Chiesa avesse uno bello dominio, e loro essere Signori grandi, perchè avevano entrate eccessive da potere spendere in loro voglie, e non avevono cura nè di guardare fortezze, nè di tenere contenti i sudditi come gli altri Signori; sollecitavano quanto era possibile la futura elezione, la quale dovea farsi sanza simonia (secondo una bolla avea fatto pubblicare nel Concilio papa Giulio, quattro giorni avanti la sua morte), nè arebbono voluto i Cardinali che si fusse differito tanto, che vi potessino venire i cardinali di Francia; i quali, per avere inditto il conciliabulo, erano suti privati da Giulio, acciocchè, venendo, non seguisse qualche disordine nella elezione. E però feciono l’esequie di Giulio, secondo il solito; poi subito introrno in Conclavi venticinque Cardinali, che non erano venuti tre, che si trovavano fuori non molto lungi.

Fu oppenione di molti, che il cardinale di San Giorgio fusse eletto Papa; perchè non si potendo usare simonia, come si era fatta in qualche elezione passata, li fautori suoi feciono fare uno cpaitolo in Conclavi, che disponeva che tutti li benefizii di quello che fusse eletto Pontefice, si dovessino distribuire per rata ne’ Cardinali che si trovavano presenti alla elezione; e questo feciono, perchè avendo il cardinale di San Giorgio benefizii assai, ed essendo pure nel Collegio Cardinali a’ quali, secondo l’avarizia, pareva essere poveri; tirati dalla avidità della distribuzione, elegessino lui. Ma sendo stati due Pontefici terribili, ed avendo fatto morire Cardinali, avendone incarcerati, ed a quali avendone tolto la roba, e chi avendo avuto a fuggire, e chi stato in continuo sospetto; era entrato negli animi de’ Cardinali tanto timore di non eleggere uno Papa di simile sorte, che unitamente crearono Giovanni cardinale de’ Medici. Il quale sino allora avea sempre mostro di essere uomo rimesso e liberale, o, per meglio dire, prodigo di quello poco che avea; ed avea saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi. Aggiunsesi a questo, che sendo in Italia potente il re Ferrando, e disegnando il re di Francia di nuovo tornarci; pareva necessario, a volere mantenere la grandezza della Chiesa, che fusse creato Pontefice di autorità; ed avendo il cardinale de’ Medici il governo di Firenze, si poteva giudicare, che essendo eletto Pontefice e congiungendo la potenza de’ Fiorentini con quella della Chiesa, avesse più presto a mettere timore ad altri, che a temere d’alcuno. Giovòlli ancora molto a essere eletto, la destrezza ed industria di Bernardo da Bibbiena suo segretario, uomo astutissimo e faceto, e che era stato molti anni in quella corte, e sapeva molto bene li umori, non solo de’ Cardinali, ma di qualunque loro amico e familiare; in modo che condusse fuori del Conclavi alcuni di loro a promettere, e nel Conclavi a consentire a detta elezione, contro a tutte le ragioni. Fu pubblicato Pontefice il cardinale de’ Medici a dì xi di marzo MDXII, che correva l’anno trigesimo ottavo della sua età, e si fece chiamare Leone X; con tanta letizia di tutti gli uomini di Roma, che non si potrebbe esprimere; con tanta aspettazione di bontà e prudenza, che difficilmente potette in successo di tempo corrispondere alla opinione concetta di lui.

In quelli pochi dì che la sede stette vacante, il vicerè di Napoli occupò Parma e Piacenza. Il che dispiacque assai a tutti i Cardinali; e come fu creato il nuovo Pontefice, lo stimolorono a volerle riavere; e sappiendo il Vicerè, che il re Luigi preparava esercito per mandare a ripigliare lo stato di Milano, giudicò non essere a proposito che il Pontefice fusse male satisfatto di lui, e convenne restituirle, con volere però dal Papa ducati trentamila, e promessa di difenderle da re di Francia. Il quale Re pensò non essere bene che in Italia, in questa nuova creazione del Pontefice, si stabilisse e riordinasse; e però con prestezza fece esercito, e mandòllo di quà da’ monti verso il ducato di Milano; e ordinò capitani di esso il signor Gian Iacopo Triulzo e monsignore della Trimoglia1, uomini reputati prudenti ed esperti nell’arme. Massimiliano, signore di Milano, sendo nuovo nello stato, ed uomo uso più presto in corte che ne’ campi; nè sappiendo come volesse procedere il Vicerè, il quale, se voleva difendere quello stato, doveva andare verso Tortona ed Alessandria, e lui aveva fatto uno ponte accanto a Piacenza, che mostrava volersi ritirare verso Brescia; deliberò di gittarsi tutto in mano de’ Svizzeri, pe’ conforti massime di Ieronimo Moroni, milanese, nel quale era tutta le fede sua. Questo Ieronimo andò nel paese de’ Svizzeri, e con pochi danari e con promesse di più, e con molte parole e ragioni, ne levò circa diecimila. I quali giunti a Noara, inteso come lo esercito franzese veniva verso quella città; ed ancora che non avessino cavalli, li andaro affrontare con pronto animo, e combatterono gagliardamente e li ruppono. La occasione non fu grande, ma la preda fu grandissima; e li Svizzeri liberorono, per allora, lo stato di Milano dalle mani de’ Franzesi e ne ebbono dal Duca, con tempi, quelli premii che vollero. Il Re di Francia, con questo assalto subito, si concitò contro l’Imperatore, il re di Spagna e d’Inghilterra, e gli Svizzeri; i quali tutti ad un tempo da diversi luoghi assaltarono il regno di Francia. Il Papa, poi che ebbe atteso alla coronazione e ceremonie consuete, le quali fece più suntuose che gli altri Pontefici, e spese grossa somma di danari, pernsò che non era bene che il regno di Francia fussi distrutto; e sebbene gli fu grato che le genti del Re fussino rotte a Noara, perchè gli pareva ch’egli avessi avuto poco rispetto mandare ad assaltare Italia, sanza fargliene intendere, della quale egli era capo; considerò quanto importasse debiliare quello regno, rispetto al Turco; quanto profitto ne traeva la corte di Roma delle cose beneficiali; quanto importerebbe, quando lo Imperatore o re di Spagna pigliassino qualche parte di quel regno; e cercò con ogni industria ritrarre il re d’Inghilterra e Svizzeri dalla impresa di Francia; e si sforzò trovare modi di composizione tra questi Principi. Ed a questo effetto mandò più volte suoi uomini a questo Principe ed a quell’altro; ma niente giovò. Perchè il re Ferrando voleva tanto indebolire il re di Francia, che non potesse pensare a Italia; perchè, mentre che esso ci disegnava, a lui non pareva possedere sicuro il Regno di Napoli. I Svizzeri, che in fatto erano signori di Milano, non volevano che egli potesse tornare a ripigliarlo. Lo Imperatore faceva la guerra per piacere, nè altro fine ci aveva dentro. Il re d’Inghilterra voleva contentare i popoli suoi, i quali sono per natura inimici a’ Franzesi. E mentre che tutti i soprannominati si preparavano a far guerra contro a Francia, ed il Re a difendersi; i Veneziani sollecitavano il Papa, che, sendo loro stati in lega con Giulio, re Ferrando e Imperatore, contro a’ Franzesi, che operasse, come successore di Giulio, che fussino osservate loro le condizioni; e che, avendo il Vicere tolto Brescia dalle mani de’ Franzesi; che doveva, per li patti, essere loro restituita. Leone conosceva essere così il giusto, e ne parlava ogni giorno a don Ieronimo Vic, oratore a Roma per Ispagna, e ne scriveva alli suoi nunzii, che erano presso al re Ferrando; ed aveva sempre le migliori risposte e parole del mondo; ma non si veniva a conclusione; il che procedeva, perchè il re di Spagna voleva nutrire un esercito in Italia, in altro luogo che nel Regno di Napoli. Ma in fine i Veneziani, veduto di essere tenuti in parole, s’accordarono col re di Francia, e ottennero da lui che traessi di prigione Bartolommeo d’Alviano, quale era stato preso da’ Franzesi nella rotta di Adda2, e lo feciono Capitano; e deliberorono fare una buona guerra, per vedere di riavere quello si apparteneva loro, con l’arme, poichè non lo potevono riavere con le parole.

In Firenze, della creazione del Papa si fece quella festa che si può stimare; e perchè li Fiorentini sono dediti alla mercatura ed al guadagno, tutti pensavano dovere trarre profitto di questo pontificato. Aveva il Papa delli suoi, in Firenze, Giuliano fratello carnale3, messer Giulio suo cugino, cavaliere di Rodi, priore di Capua4, e Lorenzo suo nipote5. Nessuno di questi voleva stare in Firenze, perchè Giuliano pensava a grandezza eccessiva. Messer Giulio disegnava, con l’essere uomo di chiesa, ottenere dal Papa degnità e beneficii assai. Lorenzo era uso a vedere in che reputazione era in Roma uno parente di uno Papa, ancora che gli attenesse poco; e sendogli lui nipote, gli pareva non si potesse trovare altra stanza più a suo proposito che quella; perchè in Firenze era necessitato a vivere con mille rispetti, ed a Roma non ne avea avere uno al mondo. Il Papa per niente voleva lasciare il governo di Firenze; perchè giudicava, tenendo quello, dovere essere di più autorità appresso a’ Principi; e benchè gli paresse conveniente che Giuliano attendesse egli a quel governo, per essere oramai di età matura, ed uomo da dovere satisfare a’ Fiorentini; non trovando modo che egli volesse farlo, perchè già era ito a Roma, e quivi si voleva stare; nè giudicando essere bene rimuovere messer Giulio dalla chiesa; si ridusse a fare pigliare a Lorenzo detto governo, il quale era di età di anni venti in circa, ed era uso a portare grande reverenzia alla madre6, perchè era stato a sua custodia molti anni, poi che il padre fu morto. Mandò dunque il Papa Lorenzo in Firenze, e mandò con lui messer Cosimo de’ Pazzi7, arcivescovo di Firenze, era successo in quello loco. E si dette principio a ordinare un governo civile, del quale Lorenzo fusse capo, in quella medesima forma appunto, come avea tenuto Lorenzo suo avo. Ed attendeva Lorenzo, ancora che giovane, con grande diligenzia alle cose della città, che la giustizia fusse amministrata egualmente a ciascuno; che le pubbliche pecunie si riscotessino e si spendessino con parsimonia, che le lite si componessino in modo, che ogni uomo ne restava satisfattissimo; e massimo perchè, sendo l’entrate grandi per l’abbondanza del popolo, e le spese non molte; i cittadini erano poco affaticati di danari; che è quello che piace a’ popoli, perchè l’affezione che loro hanno al Principe, procede dalla utilità. Pensarono alcuni cittadini, i quali si tenevano savi, e reputavano che il bene della città consistesse in estendere assai li confini, ed in avere più terra ed un castello, di molestare i Lucchesi, per provare di ridurli in servitù, o almeno riavere da loro Pietrasanta8, la quale altra volta era stata dei Fiorentini, ma era stata poi perduta nella passata del re Carlo. E non si accorseno quanta infamia dettero al Papa appresso a tutti li uomini, e quanto sospetto messono alli Principi, a farlo acconsentire che, ne’ primi mesi del suo pontificato, i Fiorentini assaltassino, senza causa alcuna, i Lucchesi vicini e confederati, e che vivono in pace e in libertà, sotto le loro leggi e con le loro arti. Ed in che modo potevano i Fiorentini ricordare poi al Pontefice, che ponessi freno alle immoderate cupidità del dominare per la Chiesa e per li suoi, e pigliasse esempio dalli Pontefici passati; i quali tutto quello che avevano acquistato per li loro attinenti, con grande infamia, pericolo e spesa, in pochi giorni, alla morte loro, era ritornato alli primi signori; quando loro erano suti i primi a incitarlo a acconsentire cose non convenienti? E quando loro lo dovevano confortare che arricchisse li suoi di possessioni e di danari, e così aiutasse li altri cittadini a conseguire benefizii ed offizii, e che li mercanti potessino guadagnare in vendere le loro mercanzie a Roma ed altrove, e che si risparmiassino l’entrate pubbliche per estinguere gl’interessi che pativa il Comune; loro, mossi da una certa vanità, entrarono di sua volontà, benchè fusse volontà sforzata, in assaltare i Lucchesi da più bande con genti comandate; e feciono prede nel paese loro, con assai danni di essi, e con poco profitto loro e di quelli che rubavono. I Lucchesi, trovandosi arse le ville e predato il paese, ricorseno a Roma a dolersi al Papa ed a’ Cardinali; ed in su queste querele, furono consigliati dagli amici loro, di rimettere le differenze aveano co’ Fiorentini, nel Papa. Il quale fece loro levare subito la guerra da dosso, e giudicò che dovessino restituire Pietrasanta a’ Fiorentini, con certi capitoli, come per il lodo appare. E veramente il Papa malvolentieri permesse che i Fiorentini nocessino a’ Lucchesi; ma si lasciò persuadere a quelli che, intendendo poco, dicevano che, lasciando offendere i Lucchesi, acquisterebbe in Firenze grandissima grazia.

Don Ramondo vicerè, in questo tempo, vedendo i Veneziani essersi collegati con Francia, deliberò di perseguitarli con aperta guerra; e loro si armorono di maniera, che pensorono di potere non solo difendersi, ma offendere gli nemici. Il primo assalto che fece loro il Vicerè fu a Crema, quale è molto vicina allo stato di Milano; ed oltre alle altre difficultà, aveva peste grande; nondimeno, per industria del signor Renzo da Ceri9, si difese, e li nimici se ne levarono con danno e vergogna. Corse il Vicerè dipoi assai del paese de’ Veneziani; ed essi si andavano difendendo. Ma trovandosi lo esercito spagnuolo una volta in uno luogo tra Padoa e Vicenza, dove era costretto o morire di fame o ritirarsi per difficile cammino in Alemagna; Bartolommeo d’Alviano, troppo ardito Capitano, ed al quale pareva quante volte più era rotto, più fama acquistare, volle appicciare il fatto d’arme. Li Spagnuoli, disperati, combatterno valentemente; e per opra massime di Prospero Colonna10ruppero le genti venete ed ammazzarono e presono più loro capi; e potette poi il Vicerè andare liberamente per tutto il paese Veneto; e per più pompa e gloria, andò insino a Menstri, donde sparò qualche tiro d’artiglieria verso Venezia.

In Francia ancora si faceva grandissima guerra; ed il re d’Inghilterra11avea passato il mare, e si era congiunto con lo Imperatore; e con gente grandissima assediorno Terroana12(avendo prima presa Tornai senza difficultà), e presso a quella dettero una rotta a’ Franzesi. Ma la ossidione di Terroana durò bene quaranta dì; e benchè fussi presa, ritardò assai l’impeto degl’Inghilesi e Todeschi. Ed in questa dilazione, lo Imperatore, che per natura era vario, e quanto oro era al mondo non aria potuto riparare alle sue spese, venne a qualche alterazione col re d’Inghilterra; e sanza mettere più tempo in mezzo, o pensare più oltre, se ne tornò in Alemagna. Il re d’Inghilterra per questo, ed ancora perchè avea fatto grande armata per mare, e mandatala a Fonteravia, con intenzione che il re Ferrando avesse a muovere per terra da quella banda, vedendo la cosa andare in lungo, restò male satisfatto, e richiamò l’armata sua. E questo fece tanto più volentieri, perchè gli Svizzeri, i quali, secondo la composizione tra loro collegati, con ventimila uomini asslatarono la Borgogna e messono le ossidiane a Digiuno13, dove era capo per Francia mosnignore della Trimoglia; che fece sì gagliarda difesa, che detti Svizzeri diffidando poterla sforzare, o qualsivoglia altra causa, accordorono con monsignore della Trimoglia, con convenzioni onorevoli ed utili per loro, e ritornoronsi subito in drietro. La quale convenzione il re Luigi non volle nè ratificare nè osservare. Onde (come è detto) Enrico re d’Inghilterra, per li modi del re di Spagna, dello Imperatore e de’ Svizzeri, conobbe che egli era quello che spendeva sanza profitto, e che gli altri collegati facevono quello volevano, sanza tenere conto di lui; ritirò lo esercito di là dal mare, e volse l’animo allo accordo con Francia. Ed essendo morta di poco la regina Anna moglie del re Luigi, si appiccò pratica tra questi due Re d’amicizia e parentado, e si fermò l’uno e l’altro. Ed il re Enrico dette al re Luigi, vecchio ed infermo, Maria sua sorella, giovine e bella; e, come fu detto allora, Luigi trasse d’Inghilterra una chinea, che camminò si forte, che in pochi mesi lo portò fuor del mondo.

Lo avere promesso il Papa che i Fiorentini offendessino i Lucchesi, e la stanza di Giuliano suo fratello in Roma, con avere lasciato il governo di Firenze, dette sospetto a tutt’i Principi grandi o piccoli che avevano che fare in Italia, perchè il re Ferrando dicea: Poichè Giuliano ha lasciato lo stato di Firenze, che è sì bella cosa, bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro che il regno di Napoli. Il duca di Milano, di Ferrara, di Urbino dicevano il medesimo. I Sanesi discorrevano: se il Papa lascia offendere a’ Fiorentini i Lucchesi, che hanno la città forte, ben munita e d’accordo; tanto più lascerà offendere noi, che abbiamo la città debole, poco provvista e disunita. Il duca di Ferrara, oltre a questo dubbio, era malissimo satisfatto del Papa; perchè nel principio del pontificato era venuto a Roma, ed era stato veduto volentieri ed accarezzato dal Papa, e si era partito pieno di buona speranza, e con promissione che si sarebbe restituito Reggio, e fatto lo favore con lo Imperatore che riavessi Modona; ed aveva visto il Papa poi, non solo non gli rendere Reggio, ma comperare Modona dallo Imperatore, o pigliarla in pegno per ducati quarantaquattromila. Ma il duca di Urbino, Giovampaulo Baglioni, e Borghese Petrucci primo cittadino a Siena, mossi dalla sospezione, e come più deboli, feciono lega insieme; cont’a’ quali il Papa prese grandissima alterazione, e fu del continuo poi inimico loro. Nondimeno essi allora l’escusarono con dire esser fatta per difendere il signore di Camerino. Il duca d’Urbino, il quale vedevano esser favorito dal Papa, per avergli data per moglie una sua nipote sorella del cardinale Cibo. Aveva ancora alterato l’animo de’ Cardinali la creazione di quattro Cardinali, che il Papa creò sei mesi dopo la sua elezione, contro a’ capitoli che s’erano fatti e giurati nel Conclavi; i quali furono messer Lorenzo Puccio14, datario, Bernardo da Bibbiena15tesaurieri, messer Giulio de’ Medici suo cugino, e Innocenzio Cibo16, figliuolo di una sua sorella. E vedendo li uomini che rompeva i giuramenti, e che pensava alle guerre e faceva oggi una costituzione nel concilio Lateranense, e domane vi derogava; cominciò a perdere appresso a molti il nome del buono; e bencè dicesse l’Officio ogni dì con divozione, e digiunasse due o tre giorni della settimana, oltre a’ digiuni ordinati; non gli credevano più. E certo è gran fatica volere essere Signore temporale, ed essere tenuto religioso; perchè sono due cose che non hanno convenienza alcuna insieme; perchè chi considera bene la legge Evangelica, vedrà i Pontefici, ancora che tenghino il nome di Vicarii di Cristo, avere indutto una nuova Religione, che non ve n’è altro di quella di Cristo che il nome; il quale comandò la povertà, e loro vogiono la ricchezza; comandò la umiltà, e loro seguitono la superbia; comandò la obedienza, e loro vogliono comandare a ciascuno. Potre’mi estendere negli altri vizii; ma basta avere accennato; che più oltre non mi pare mi si convenga entrare.


Note

  1. Louis II de la Trémoille (1460 - 1525), fu un condottiero francese che partecipò alle più importanti battaglie della campagna d’Italia per conto della corona francese, sconfitto alla battaglia di Novara del 1513, vinse però la battaglia di Marignano, e venne infine ucciso durante la battaglia di Pavia per un colpo d’archibugio da parte delle truppe spagnole.N. d. C.
  2. La battaglia di Agnadello, combattuta tra la Repubblica di Venezia e le truppe francesi il 14 maggio 1509, che vide la sconfitta dei veneziani e la vanificazione delle loro mire espansionistiche sul resto d’Italia. N.d.C.
  3. Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours, dopo l’elezione al soglio pontificio di suo fratello, godette di numerosi incarichi e benefici, fra i quali il governatorato di Parma e Piacenza e il titolo di Capitano Generale di Santa Romana Chiesa. N. d. C.
  4. Il futuro papa Clemente VII (1478 - 1534), fu pontefice dal 1523 alla morte. Diventato titolare dell’arcidiocesi di Firenze, venne eletto cardinale il 29 settembre 1513, nonostante le sue origini di figlio illegittimo. N. d. C.
  5. Lorenzo de’ Medici, Duca di Urbino (1492 - 1519), fu a lui che Niccolò Machiavelli dedicò Il Principe. N. d. C.
  6. Alfonsina Orsini, (1472 - 1520), che governò di fatto su Firenze tra il 1515 e il 1519. N. d. C.
  7. Cosimo de’ Pazzi (1466 - 1513) fu prima canonico in San Pietro in Vaticano, nel 1496 venne inviato come ambasciatore presso l’imperatore Massiliano I e nel 1497 venne eletto vescovo di Arezzo. Nel 1508 venne nominato arcivescovo di Firenze, ruolo che ricoprì fino alla sua morte. N. d. C.
  8. Il borgo era stato consegnato dai fiorentini al re di Francia Carlo VIII nel 1494, e da questi restituito a Lucca. N. d. C.
  9. Lorenzo Orsini, noto anche con il nome di Renzo di Ceri (1475 - 1536), condottiero italiano, al servizio della Repubblica di Venezia. N.d.C.
  10. Prospero Colonna (1452 - 1523) fu un condottiero italiano, celebre per aver guidato le truppe spagnole nella battaglia di Cerignola del 1503, dove sconfisse i francesi per il dominio di Napoli. N.d.C.
  11. Si parla di Enrico VIII d’Inghilterra (1491 - 1547), il quale, dopo aver aderito nel 1511 alla formazione della Lega Santa creata per contrastare l’espansionismo francese, nel 1513 condusse direttamente una spedizione contro la Francia.N.d.C.
  12. La cittadina di Thèrouanne, situata nella parte più settentrionale della Francia.N.d.C.
  13. La città di Digione, posta sotto assedio da parte delle forze imperiali e di contingenti di mercenari svizzeri; la tradizione popolare vuole che il popolo della città riuscì a spezzare l’assedio offrendo il vino di produzione cittadina agli assedianti. In realtà l’assedio ebbe termine anche e soprattutto per la rinuncia del sovrano francese sul dominio di Milano, punto cardinale del trattato di pace per la fine delle ostilità. N.d.C.
  14. Lorenzo Pucci, eletto cardinale il 16 settembre 1513 e nominato da Leone X suo segretario personale. N.d.C.
  15. Bernardo Dovizi da Bibbiena (1470 - 1520) noto nell’ambiente letterario dell’epoca come semplicemente Il Bibbiena.N.d.C.
  16. Innocenzo Cybo (1491 - 1550) figlio di Maddalena di Lorenzo de’ Medici, dal 1520 venne eletto arcivescovo di Genova, e legato pontificio a Bologna nel 1527.N.d.C.