Storia di Reggio di Calabria

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Giovanni Gemelli

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STORIA


di


REGGIO DI CALABRIA


dai tempi primitivi fino all'anno di cristo 1797


DI DOMENICO SPANÒ BOLANI


(Napoli, Stamp. del Fibreno, 1857, Vol. due in 8vo.).


I. La Calabria, per chi nol ricordasse, è la parte meridionale del reame di Napoli, la quale si estende da’ confini della Basilicata al capo Spartivento, estrema punta dello stivale, di cui Italia imita la figura.

Circondata dal mare, e restringentesi in un istmo non più largo di ventidue chilometri, fra il golfo di Squillace e quello di Santa Eufemia1, ha quasi la forma d’una penisola, con seni e cale e coste, che a commercio assai attivo e proficuo, specialmente di cabotaggio, la renderebbero acconcissima, se altra sorta ordini la reggessero, e più giuste pratiche di pubblica economia la sovvenissero.

La disgiunge dalla vicina Sicilia l’angusto ma profondo faro di Messina2; per via della quale non più che settantacinque miglia [p. 42 modifica]di mare si può dire discosta dall’Africa, tanti correndone tra il capo Lilibeo e il Bon. Ed anche le plutoniche isole dell’arcipelago Eolio, Salina, Vulcana, Stromboli, Villamica, Astica, e, maggiore di tutte, Lipari, levando da mezzo al mare il capo, lei da non lungi salutano, e quasi le stendono sorellevolmente la mano.

È traversata, per tutta la sua lunghezza, dalla catena serpentino-calcare degli Appennini, somiglianti ad una spina dorsale, sopra cui evidenti tu ravvisi le impronte di vulcani già estinti, oltre le alterazioni apportate dagl’interrimenti, e le reliquie lasciatevi dalle varie età geologiche. La quale catena, alto levandosi verso la plaga di settentrione, e precisamente a quattr’ore da Cosenza, forma quella regione montuosa, ch’è detta la Sila3, nelle cui forre, non altrimenti che sulle vette alpine, quasi perenni durano le nevi, e dove rigogliosa cresce la foresta e gran copia pini, faggi, aceri, tigli, cerri, orni, abeti; poi, assottigliandosi presso Nicastro, fra le sorgenti del Lamato e del Corace, si sparte in col line ed alture, a mo’di terrazze onde si prospetta il paese; e per la costa d’oriente, correndo sino all’estremo confine meridionale, s’estolle nella giogaia dell’Aspromonte, che, come il nome suona, aspri soffia i venti, e verni mena gelati.

Scendono da cotesti monti, per non iscabrosi giri, diversi fiumi: il Lamato ed il Corace già detti, ed il Crati, il Neto, il [p. 43 modifica]Savuto, l’Angitola, e correnti altre minori. Lungo le sponde de’ quali tu vedi dispiegarsi ampie vallee, che vanno insino al mare, terminanti in umide e frumentose pianure, cui fertilizza il sole e fende l’aratro. La valle di Cosenza, la pianura di Monteleone, quella di Gioia sodo tra le più estese e le più fertili.

II. Da siffatta configurazione nasce una portentosa varietà di aspetti, ed il clima del Bosforo con quello di Moravia, a brevi intervalli, vi si avvicendano. Il piano, dove tu raccogli limoni e mela rance, spesso fa piede a montagne sulle cui rupinose vette appena il caprio selvaggio raspa qualche lichene. Di nevi s’incoronano il Montenero, l’Acquafredda, il Pollino4, alle cui falde non cessa mai l’estate.

Onde una multiforme vegetazione. Il cupo verde delle conifere spicca a lato allo scarlatto della cerasa; e il castagno, che copre cento cavalli, grandeggia dove l’argentino ulivo; e roccie irte di fichi opunzi si estollono non lungi da’ frassini, da’ platani, dalle farnie, da’ suveri, dagli elci; e questi s’abbellano facendo siepe o prospetto alla varia famiglia di piante, che spontanee, d’ogni sorta squisitissime frutta largiscono; e il pistacchio, e il leandro, e la palma a ventaglio, e persino la pianta del cotone e la canna da zucchero.

Poi macchie e pantani dove a fatica penetra il cacciatore od il bifolco. Ma poco discosto, le macchie ed i pantani hanno termine, ed ecco valli ricreate da piacevoli orezzi e da fresche fonti, o dalla perenne letizia de’ mirti e degli allori fatte gioconde; ecco montagne con lentischi e terebinti, che danno il mastice e la trementina. E qua filari di gelsi, e vigne in accomodata foggia disposte; e là querceti e vaste piantagioni d’ulivi, o campi frugiferi, o ricche pascione per le greggie e gli armenti. E qua poggi festonati di pampani quasi per una solennità, e pergolati che schermiscono dalla canicola e dagli ardori del sole splendidissimo; e là l’oro di parchi d’agrumi e bergamotti, che contrasta al bruno delle boscaglie, e colla montana severità circostante par che imiti il gareggiare della gaia fanciullezza con la pensosa canizie5.

[p. 44 modifica] III. Questa varietà di natura, e tanto vezzo di cielo, e tante rade e seni opportunissimi al comunicarsi della civiltà; e la con figurazione al prosperare delle industrie ed a’ loro baratti adattissima; e de’ minerali la varia qualità; e tanti agi del vivere; e città per la corruttela degli uomini o de’ tempi sepolte, od obliate fra gli scopeti e le macie; e luoghi già popolosi e fiorenti, or da pochi poveri abitati; e avanzi di templi vetusti; e le spiagge portuose, dalle quali una volta salpavano forse cento navigli, ed ora appena qual che feluca o barca peschereccia; e memorie di genti qua venute a far lavacro del loro sangue non meno che di quello dei natii; e l’avervi tenuto imperio e scuola i Magnogreci, per filosofia e prudenza di stato preclari; e i nomi di vecchi e nuovi martiri dati alla libertà e alla scienza; e l’ingegno e fortezza della stirpe che vi ha domicilio, la quale nell’operoso silenzio forse anch’essa della speranza rifà le ali; e, per di più, il solito retaggio delle glorie non discompagnate dalle sventure, già ti avvertono che non infima parte d’Italia è cotesta, e crescer ti senti, non che l’affetto, la voglia di studiarla e conoscerla. Se non che il cuore e la volontà ti cascano franti sulle ginocchia, pensando come tanta benedizione di natura sia aduggiata da tanta maledizione di pubblici lutti.

IV. Sotto il nome di Calabria gli antichi non comprendevano ve ramente quel che noi oggi vi comprendiamo. Calabria chiamavano [p. 45 modifica]i Romani quella che i Greci Messapia o Iapigia, vale a dire non la punta, ma il calcagno della penisola italica; la parte cioè chn corrisponde, poco più poco meno, all’odierna provincia di Terra d’Otranto. E quella che così oggi addimandasi, Brettia o Bruttium invece essi denominavano, e Brettii o Bruttii6 (Bruzi) i suoi abitatori.

Aveva il Bruttium per citta principali:

Sulla costa occidentale, Terina alquanto discosta dal mare; Temesa, fondata forse dagli Ausoni; Hipponium o Vibona Valentia (Bivona, presso Monteleone, e durata fino a’ tremuoti del 1783); Scyllaeum (Scilla) all’estremità della penisola; Rhegium (Reggio) di lì poco lungi; Columna (Catona), ov’era l’ultima pietra migliare d’Italia.

Sulla costa orientale, Locres (Gerace) a tramontana del promontorio Zephirum; Caulonia (Castel Vetere); Croton (Cotrone) sull’Oesaurus; Petilia (Strangoli); Cosa (Cassano).

Nell’interno, Acherontia (Acri); Pandosia sull’Acheronte; Tisia (Tisitano) in forte posizione sul monte Albano; Mamertum (Martirano); Tyrium (Tiriolo); Roscianum (Rossano); Grumentum (la Saponara); e, maggiore di tutte, Consentia (Cosenza), verso le sorgenti del Crati.

Formava esso Bruttium, unito alla Lucania, all’Apulia e all’Iapigia, una sola e medesima regione, retta da un Consolare. Poi, quando sotto Costantino fu l’Impero diviso in prefetture, diocesi e vicariati, ne fu separato, ed ebbe proprio Correttore e circoscrizione di provincia urbicaria.

Durante l’Impero d’Oriente formò uno de’ dodici temi (o vogliam dire contrade) ne’ quali era quello ripartito; e fu aggregato alla Sicilia, di cui pare pigliasse il nome7.

Coll’invasione de’ Barbari, scombuiati i dominii, i territorii, i paesi, non che cotesto nome di Sicilia, ma neppur quello suo proprio e patronimico gli rimase, anzi più e più lo andarono cancellando gli eventi. Imperocchè, venuta la Calabria propriamente detta in [p. 46 modifica]potere de’ Longobardi che a’ Bizantini la tolsero, questi, quasi a rifarsi della perdita, e col pensiero del riacquisto, cominciarono a chiamar Calabria le possessioni che loro restavano ne’ Bruttii. Dal che nacque che il vecchio nome di Brettia o Bruttium andò in di leguo, quello di Calabria vi prevalse, e da indi in poi, tramutato di sede, rimase appellativo della contrada che di presente lo porta8.

La quale, così ribattezzata, passò fra conquassi ed arsioni, da Bizantini a Saracini, e per converso; in fino a che i Normanni, sovrapponendosi agli uni ed agli altri, ne rimasero soli signori, introducendovi i feudi9. E da costoro travalicando, a similitudine delle provincie sorelle, agli Svevi, agli Angioini, agli Aragonesi, a quei di Spagna e d’Austria, fino alla casa oggi regnante, con tutti si può dire essere stata per ogni verso sventuratissima. Palleggiata di padrone in padrone, retta per guerre e per catene, dalla feudalità angariata, da’ magistrati regii concussa, per tutto smunta, corsa, sbatacchiata, fatta misera per le contese di tanti dominatori; secondochè la mala fortuna del Reame girò.

Ne’ quali mutamenti furono virtù de’ suoi figli il coraggio, i virili propositi, i conati con che più d’una volta tentarono scuotere il giogo dell’annosa servitù; ma furono vizi il parteggiare, le invidie personali e di municipio, la lunga tolleranza del male, la contumacia ne’ giorni del pericolo, il difetto d’unione, l’incostanza politica, ossia l’odio continuo del presente e il continuo desiderio di nuovo stato: cagioni ed effetti delle miserie loro, e de’regnicoli in genere.

V. Sono i Calabresi gente altera, intrepida, valorosa, risoluta, d’animo bollente. Confinati laggiù, e però quasi romiti, e da rarissimi viaggiatori appena visitati, conservano dell’indole [p. 47 modifica]primitiva certa ruvidezza, e delle costumanze e tradizioni paesane assai vestigia.

Hanno riputazione d’essere fieri e tenaci di propositi fino alla caparbietà, ma generosi e leali ebbeli sempre a sperimentare chiunque seco loro visse e praticò. E sono altresì frugalissimi, e alacri e desti di mente, e agili di corpo, e ospitali, e serviziati, e dell’amicizia idolatri. A nessuno secondi poi per genio di libertà e amore d’indipendenza; per le quali le difficoltà, non che sgomentare l’animo loro, lo stimolano e l’incoraggiano; tetragoni alle sventure, ai pericoli, anzi alla morte, il cui disprezzo è spesso il suggello della grandezza.

I delitti e le vendette, già una volta si frequenti tra loro, più la gelosia cagionavali e la superbia baronale, che l’efferatezza o il malvagio talento. Oggi è mutato modo. Il brigantaggio, come lo immaginano certi cervelli, e come lo predica ed esagera la fama, più non consentono i tempi ei costumi; e quello rac contato dalla storia fu più una lotta di politica indipendenza, che depravamento morale o di rapina reo istinto, come alcuno scrisse.

Le atrocità sue stipendiò e comandò, è noto a tutti, ragion di stato, cortigiana, funesta. E se la mala pianta tuttavia di tanto in tanto rigoglia, il vizio non è del terreno ma dell’ambiente.

Del resto modi e costumi di civiltà non mancano a’ Calabresi; ed ogni passo che fa il secolo per sue vie è da loro avvertito non meno di quello ch’è presso i popoli fratelli. L’amore del vero, del buono e del bello vi è antico; e sarebbe grandissimo se tante ri tortole non ve lo stremenzissero in culla.


VI. Qual fosse l’origine loro antichissima, se nati dentro, se venuti di fuori e quando, la è disputa che mille volte si è fatta e nessuno chiarì, nè rifarla vorremo noi. Come neppure diremo di che natura istituzioni li reggessero, e i casi, e i modi del vivere, perocchè nulla ci tramandassero i ricordi de’ tempi.

Congetture gli eruditi vi ban fatto, ma da esse qual fondamento può tirar la storia? Arzigogoli, e nulla più. Quell’amor di patria, che pare più s’acuisca come più la sventura lo punge, e che, non trovando pascolo nel presente, suole nella nobiltà del passato porre suo vanto, asserir potè che, fra gli abitatori primigeni dell’Italia, pur codesti dell’estremità sua meridionale fossero per leggi, per armi e per arti più che preclari; anzi, che Italia tutta [p. 48 modifica]fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di qua partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Tal’opinione a cui persuada, la pigli. Quanto a noi, accettiamo il mistero che, come la generazione delle cose, così in volge la genealogia de’ popoli. Non v’è paradosso al quale non possa imprimere aspetto di probabilità un’erudizione vanitosa, comunque fallace o insufficiente.

Certo è che delle genti, o cresciute qua, o venute di fuori, arduo riesce di discernere la stirpe e le vicende, come di tutte le altre dell’italiana penisola; tanto più che la scarsezza de’monumenti prischi toglie la possibilità di spiegare e di correggere l’ignoto col noto. E l’appoggiare le opinioni ed i giudizii sopra errori o incertezze falsa necessariamente le ragioni del discorso.

Antichi scrittori di storie non ha la Calabria. I pochi nuovi10 vennero tardi, e però senza autorità. Gli antichissimi non posero mente a raccogliere le memorie patrie, o a noi non arrivarono. Fossero anche arrivate, ce ne avrebbero potuto rivelare le origini e le istituzioni? Già sformate, le tradizioni rimasero dal passare di bocca in bocca, dall’ignoranza del volgo, dalla scaltrezza [p. 49 modifica]sacerdotale, dalla rivalità de’ forti, dalla boria delle città, dal sovrapporsi delle popolazioni. Poi, quando fu chi si tolse il carico di fissarle in iscritto, o non le seppe vagliare, o i monumenti non cercò, o non gl’intese. E intanto, sovvertimenti naturali, guerre e disastri, altri eventi, altri popoli mutarono semprepiù alle cose la faccia, e i nomi, e i costumi, e le signorie, e le credenze, e le lingue. Sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un rapsòdo, essendo ignoto persin l’alfabeto delle poche iscrizioni sopravanzate, lo scombuiamento fatto maggiore dal tempo, qual maraviglia se, qui non meno che altrove, viene a riescire quasi disperato l’appuramento del vero?

VII. Lasciando dunque agli archeologi ed etnografi di professione lo studio dell’età vetusta, ed alla pili nuova affisandoci, una sola cosa si può con certezza affermare; ed è che la gente, la quale, al sorgere della romana grandezza, abitava in cotesta regione australe della penisola (siane qualunque la derivazione, i casi, i modi), era passata per tal processo ed incremento di civiltà, che da lei piglia vita e vanto una delle epoche primitive e più celebrate della nostra storia nazionale. Chi non sa della Magna Grecia? Altro paese mai, su così breve spazio, non radunò tante città quante qui il genio ellenico affratellato all’energia italica; e ciascuna sì importante, che, nella memoria degli uomini, sarebbe stata de gna di vivere assai più che non molti di quei grandi imperi, sopra cui un despoto regnò, sorretto e circondato da milioni di schiavi.

Qui la fantasia de’ Greci avea già favoleggiato fossero i confini dell’Oceano, qui il rabbioso mostro di Scilla, qui i campi del sole, qui gli orti delle Esperidi, qui la corsa del toro disarmantato e fuggitivo, o il mito d’Ercole e di Gerione. Ed erano sulle rive di questo mare tutti i prodigii dell’antichissima teogonia pae sana, e l’origine degli Dei, e l’età di Saturno, ed i regni della vita e della morte, e le sedi de’ celesti e degl’inferi.

Qui di colonie popolarono di buon’ora la contrada i Greci istessi; allettati dalla bellezza e vicinità del sito, o dalle fazioni obbligati a fuoruscire, o spinti da quel potente bisogno di movimento, di azione, di avventure, di guadagni, di libertà, ch’è l’anima delle repubbliche. Collocate in paese così propinquo alla madrepatria, e così opportuno al commercio, presto salirono in fiore; e quella potè vantaggiarsi di opulenza . e questo aiutare [p. 50 modifica]alla concordia e mistione co’ natii. Costituite di gente operosa e vivace, come sogliono essere i migrali, e di gente tutta ardire ed acume, come sogliono essere i meridionali, non meno vi abbondarono prove d’arte e di sapienza che di guerra e di valore.

Qui, per via di queste colonie, vennero su quelle tante repubbliche . la cui storia, non altrimenti che i nostri comuni del medio evo, grandeggia di geste memorabili e di uomini per mente e per animo insigni. Locri, Reggio, Cotrone, Turio, Sibari, fra le altre famose, non basta egli nomarle per le ammirare? Ed a chi ignoti i nomi di Pitagora, di Zaleuco, di Cassiodoro, dell’abate Gioachino, di Telesio, di Campanella, del Gravina, e alla nostra memoria, di Giuseppe Poerio e di Pasquale Galluppi, per non dire di cento altri, i quali o meritarono il consolato, o furono olimpici lottatori, o capitani, o statisti, o oratori, o scrittori, o poeti, o musici, o artefici, o inventori?11.

Qui nacque il nome sacro d’Italia, qui suonò per lungo tempo sulle bocche degli avi, assai prima che a tutta la penisola si estendesse12. Talchè quando i Marsi alla loro lega contro Roma più tardi lo applicarono, insorgendo per tutelare i diritti di tutta la nazione contro le pretese di una sola città, non fecero che ampliare il circolo già tracciato e preliminato da’ loro fratelli del mezzogiorno.

Qui insomma una civiltà antichissima, una civiltà mista di semi ellenici ed italici, ossia nativi e venuti di fuori, e rigermogliati da un comune ceppo forse pelasgico. Nella quale si riconfuse il sangue di due stirpi sorelle, come due rivi della stessa fonte, che, dopo aver corso alla spartita per un certo intervallo, riuniscono le loro acque in una sola fiumara. Per guisa che sul l’antico tronco nostrale incalmando il germoglio più fresco de’ Greci, cotesta vecchia terra di Calabria, oggi negletta e giacente, ha pur plasmato (forse più di quel che pare) non piccola parte dell’edilizio di nostra storia nazionale.

Vili. Eppure sembra tutto ciò siasi posto in obblio. Di cotesta provincia molti appena sanno la geografia; ed alcuni forse nemmanco questa.

[p. 51 modifica]Di certo non ha la Calabria odierna l’importanza dell’antica, non potendo per nessun verso mostrare città come le già dette spettabili. Tuttavia ne ha di parecchie, anche ora, non grandi, ma che sarebbero d’ogni buona condizione fornite per bello e prosperoso avvenire, se non le sconfortasse la mancanza di quei due beni supremi d’ogni civile consorzio, che sono la giustizia e la sicurezza.

È dessa oggidì divisa in tre provincie, o intendenze, le quali si denominano Calabria Ulteriore I, Calabria Ulteriore II, Calabria Citeriore; con una popolazione di 839,422, secondo il censimento del 1854.

La Calabria Ulteriore I ha per capitale Reggio, ed abbraccia tre distretti, cioè di Reggio, di Gerace, di Palmi. Sono città principali: — Reggio, fiorente, gaia, a piè dell’Aspromonte, e sulla costa che fronteggia la Sicilia, sede d’un arcivescovo, con dicasteri, tribunali, teatro, collegio, e una popolazione di più di 28,000 anime. Feracissima vi è la campagna, anzi tra le più feraci del Regno; e rende in alcuni posti, dicono, trecento ducati per moggio13; oltre al produrre seta, vini, gelsi, d’ogni sorta frutta, più specialmente limoni, cedri, melarance, bergamotti14, dai quali si cavano essenze, ricchezza del paese. — Bova, sopra amenissimo colle, presso al capo Spartivento, con 8,000 abitanti, nel cui dialetto dura tuttavia la guisa e la fattezza greca, non altrimenti che in altri favellari di quivi poco lungi si ravvisano i di scendenti de’ coloni albanesi ed epiroti condottivi da Giorgio Scanderberg, al modo natio tuttora parlanti, e stanziati in villaggi da greci nomi contrassegnati, come Pentimele, Valanidi, Pentidattilo, Malanisi, Polistena ec; e Jeropotamo, fiume che corre presso que st’ultima. — Gerace, l’antica Locri, da’ vini prelibati, abit. 8,000; e, a breve distanza, il capo di Stilo e il villaggio di Pazzano con [p. 52 modifica]ricca miniera di ferro. — Palmi, industriosa, agiata, assai traflicante in alio e spezie, 8,000 abit. — Scilla, con forte castello, abit. 6,000, marinari i più, alla pesca del tonno esercitati. — Seminara, Rosarno, Ragnara, Radicena, Gioia ec., tutte per commerci e per arti di mano non ispregevoli.

La Calabria Ulteriore II, capitale Catanzaro, ha quattro di stretti, cioè di Catanzaro, di Cotrone, di Nicastro, di Monteleone. Tra le principali città sono: — Catanzaro, sede vescovile, e della gran Corte Civile di tutte e tre le Calabrie, con liceo, teatro, gerocomio, manifatture di seta, e 18,000 abit. — Cotrone, città fortificata, con piccolo porto, e territorio soprammodo frugifero e pastoreccio, 10,000 abit. — Squillace, l’antico Scillacio, patria di Cassiodoro, abit. 4,000. — Nicastro, che da grandi fiere annuali trae grossi guadagni, con 11,000 abit. — Maida al golfo di S. Eufemia propinqua, nota per la battaglia combattuta tra Inglesi e Francesi nel 1806, abit. 5,000. — Filadelfia, già Castelmonardo, dallo stesso golfo poco lontana, in bella ed eminente posizione, d’onde ampio si prospetta il paese all’intorno, con 5,000 abit. — Monteleone, ricca, fertile, industre, culta, con un’accademia, un collegio, teatro, abit. 8,000. — Pizzo, dove Gioacchino Murat nel 1815 fu preso sentenziato e morto; assai commerciante, 6,000 abit. — Mileto, Tropea, Nicotera, Soriano, Serra ec, luoghi più o meno notevoli.

La Calabria Citeriore ha per capitale Cosenza, e quattro di stretti essa pure comprende, di Cosenza, di Castrovillari, di Rossano, di Paola. Le città principali sono: — Cosenza, presso al confluente de’ fiumi Crati e Busento, in valle fertilissima e popolata di ville e di casali, ricca, intrepida, armigera, sede d’un arcivescovo, con collegio, teatro, tribunale civile, corte criminale, e una popolazione di 12,000 anime. — Acri, nella valle del Mucone, as sai industriosa e procacciante, 8,000 abit. — San Giovanni in Fiore, sopraccollata alla Sila, ubertosa di frutta, abit. 14,000. — Rossano, ricchissima in olii, 8,000 abit. — Corigliano, da belle piantagioni d’olivi e di aranci rallegrata, granifera, e assai liquirizia, abit. 10,000. — Cassano, dove produzione non minore di liquirizia e di biade e di civaie, 8,000 abit. — Castrovillari, nella valle del Coscile, copiosa di pascoli, segnalata nella cultura del cotone, abit. 7000. — Montalto, dalle castagne molli ed irsute, 4,000 abit. — Paola, con i suoi quaranta e più villaggi lungo la costa del [p. 53 modifica]vicino mare disseminati, dove aranceti e d’ogni guisa piante fruttifere, con 5,000 abit. — Amantea, città fortificata, 4,000 abit. — E Cetraro e Diamante, dove imbarcasi gran quantità vino; e Guardia, detta anche Guardia Lombarda, già colonia di Valdesi fuorusciti dal Piemonte; e San Demetrio, Lungro, Spezzano ec., stanze di Albanesi.

IX. Delle quali città se scrivere si potesse la storia, non inutile glossa, credasi, aggiungerebbesi al testo de’ patrii annali; non già per l’importanza della materia (che alle città calabresi, salvo le antiche, non concesse fortuna l’autonomia e il politico splendore delle toscane, o lombarde, o romagnuole), ma piuttosto per la poca notizia che se ne ha, e per l’intelligenza più compiuta che delle cose nostre domestiche acquisterebbesi.

È singolare che mentre fatiche pur tante e ricerche e studi sonosi fatti, in questi ultimi anni, intorno ad ogni parte, anzi intorno ad ogni latebra di storia italiana, pochissimo o nulla alla Calabria si sia atteso. Eppure non v’ha cronaca che forse più della sua diletterebbe, nè modo saria più acconcio a ringagliardire la bella attività de’ suoi abitanti, quanto il farli istrutti delle cose loro locali. Più che una cronologia di fatti la storia delle loro città sarebbe per essi un’opera di rigenerazione morale, un aumento di dignità, e un cotidiano ammaestramento scritto sulle tombe e fra le case de gli avi. Aiuterebbe ad apparecchiare o migliorare le vie della civile educazione, a comprendere le miserie presenti raffrontandole con le passate, a sostenere il coraggio pensando alla costanza dei padri, e negli affetti e ne’ ricordi del comune speculare quelli della nazione.

E poichè un popolo tanto più ha coscienza di sè quanto meglio conosce quel ch’ei fu e quel ch’è, diventa un offizio di pietà riassumergli la storia sua casalinga; molto più se da pochi fu raccontata, com’è quella de’ Calabresi. Della quale noi più d’una volta domandando ad alcuno il libro dove meglio studiarla, e non ce lo sapendo indicare, una penosa sensazione ci è scesa dentro all’animo, quasi fosse rotto per sempre il filo con cui riordirne la tela.

Onde un augusto concetto ci formavamo ( forse tirati dall’affezione della provincia natia ) di cotest’opera d’amore e di pazienza; parendoci che a disegnarla e colorirla per bene, non l’ingegno solo bastasse, ma gran parte dovesse pigliarvi l’affetto; l’affetto a cui nulla fatica sa troppa, nessun tema umile, quando alla terra natale s’ispira.

[p. 54 modifica] Non disperammo perciò. Che se molte le difficoltà del condurla, tutto superano la perseveranza e lo studio; oltre di che fa sempre a dovere chi fa a potere. Ed uno, purchè con buona fede, con cognizione del soggetto sicura, e con liberi intendimenti, può benissimo assumere la storia della Calabria, quando lo faccia non a balocco, ma ad ammaestramento de’ suoi conterranei. Avvertenza questa necessaria; perocchè cotesta parte del Regno, anzi tutte le provincie sorelle, non abbisognino di erudite dissertazioni e di lusinghe, nè d’idilli o di fiabe, ma, come diceva uno de’ loro sto rici «d’uno specchio verace che loro ritragga la politica irrequietezza, il precipitoso consiglio nell’operare, la fiacchezza nel sostenere le cose operate, il facile sospetto, la maldicenza verso i maggiori, l’abbandono de’ compagni; e, dopo caduto per tanti errori l’innalzato edifizio, il vergognoso riposo, e spesso l’allegrezza sulle rovine. Ma lo stesso specchio non meno ritragga la impazienza del popolo alle ingiustizie di governo, argomento di buono istinto e sprone alle imprese di civiltà, la facilità d’intendersi, di muovere, di riuscire; la modestia nella vittoria, e la virtù sofferente sotto i flagelli della tirannide; l’indugio ai disegni virtuosi, non mai l’abbandono; e le armi pronte, l’ingegno desto, e il buon volere che ratto scoppia. E però i Napolitani apparire facili ad imprendere, svogliati a mantenere, tristi ne’precipizi; ma pieni dell’avvenire, speranza d’Italia, popolo che avvicenda costumi civilissimi e barbari. E questo importa dimostrare a quelle genti, acciò non s! inebriando delle proprie lodi, non durino ne’ falli del passato, nè rimproverati più che non si debbe ad infelici, credano sè deboli alle imprese e si addormentino come disperati prigionieri sulle catene15».

X. Per tali considerazioni noi salutiamo lietissimi Domenico Spanò Bolani, che testè ci regalava una Storia àdi Reggio di Calabria, coll’affetto di chi scrive e parla della cosa più caramente di letta. Utile e bella fatica, che, oltre di apportare onore a lui, fa entrare nel convito degli studi storici contemporanei quella meri dional parte della penisola, che pareva come dimenticata. Non dissimile da colui, che, presso ad una madre da altri percossa, poi svenata, anzi per morta tenuta, la esplora tra lacrimoso e [p. 55 modifica]venerabondo, se mai a qualche pulsazione delle arterie possa dire che morta non è.

È Reggio, tra le città di Calabria, la più gioconda; e soprabella la sua campagna. Vaga così che come ad essa tu ti avvicini, più alla mente ti si pinge che qua d’intorno sia caduto un pezzo di cielo. Un sole benefico, chiari rivi scendenti da’poco discosti Appennini, fragranti orezzi, rigoglio di piante, apriche e deliziose colline, freschezza di siti all’ombra degli aranci, de’ gelsi, de’ limoni, de’ fichi, de’cedri, de’ granati, tale ti fanno letizia che l’animo se ne ricrea, e la natura par che ti carezzi. Giardino del Reame può dirsi, come Italia fu detta giardino di Europa.

Città già antica fra le antiche, di cui perfin l’origine s’ignora, forse opica e tirrenica, di certo anteriore alle età splendide di Grecia e di Roma. Già repubblica, poi tirannide, poi repubblica da capo, poi città federata, municipio, colonia militare sotto i Romani; poi tra Bizantini c Saraceni disputata; da Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Austriaci governata, o, meglio, sgovernata. Fatta illustre, oltre per l’ingegno de’ suoi abitanti, per bella perizia di arti e di lettere, per egregi fatti di guerra, per chiari uomini, per mercature, per ordini civili, per doti altre parecchie. Dalla varia fortuna di tanti dominatori travolta, eppur serbando nella rovina sua l’antico onore. E per le stesse sue discordie politiche e per le cause di sua declinazione forse più di quel che pare istruttiva; perocchè se niuna lezione sia giovevole agli uomini «è quella che dimostra le cagioni degli odii e delle divisioni delle città, acciocchè possano, col pericolo d’altri diventati savi, mantenersi uniti16».

Chi dunque non vorrebbe conoscere le particolarità della sua storia? la storia d’una città, di cui il nome si trova tramischiato a tutti gli eventi degli annali napolitani, antichi e moderni?

XI. Epperò miglior carico non potea tórsi il Bolani, che quello di raccontarla. E giacchè ogni età ha un criterio e un linguaggio suo proprio, ogni storico un proprio modo di giudicare e connettere i fatti, così alla verità e alla cerna di questi ha egli più specialmente vólto l’animo.

«È proposito mio (dice nella prefazione) di non lasciarmi distrarre da digressioni e discussioni che dal tema mi [p. 56 modifica]dilungassero. Ma ridotte in succo e sangue le notizie che mi furono necessarie al lavoro, narrai nettamente le avvenute cose per ordine di tempi», coordinandole colla storia del Regno17. Non volli essere prolisso, nè pomposamente erudito; ma non asserii cosa che non abbia l’appoggio di autentici documenti e di probe testimonianze18». Mi giovai «degli scrittori e de’ loro dotti interpreti, de’ monumenti, delle monete, delle pergamene, delle scritture pubbliche, delle memorie private, delle tradizioni» e degli autori sincroni o più fededegni19. Soprattutto mi studiai di non farmi vincere da genio municipale «il quale spesso esagera tanto le cose vere, che fa parerle menzogne, e le non vere racconta con tanta sicurezza, che altrui porgono sembianza di verità, mentre verità non sono20». Che se ciò non ostante questa mia fatica parrà a taluni soverchia, e d’importanza non più che locale, valgami almeno «il merito d’aver tentato un’impresa, la quale non sarà alla mia patria, nè inutile, nè sgradita; ed è parte di storia italiana21».

Dopo il quale preambolo l’autore entra tosto nel campo di sua narrazione, e per capi la viene a mano a mano dichiarando. È dessa divisa in otto libri, e va da’ tempi primitivi al 1797. Della quale se alcuno desiderasse aver notizia compiuta, noi non potremmo che dirgli: leggete. Perocchè essendo essa piena di quei particolari onde sogliono abbondare le storie municipali, non è facile (e neppur utile), fra i limiti qui assegnati, fare delle sue varie e minute erbe imbandigione. A chi gusterebbero, fuorchè a’ nati e cresciuti nel proprio orto? Nulla ostante, siccome molteplici possono essere le attinenze d’una storia municipale colla nazionale, così le cose almeno maggiori e più notevoli ci par buono di non tacere. E questo facciamo.

XII. Tratta il primo libro (dall’Olimpiade IX alla CXXVII) dei primordi della città; della floridità sua al tempo de’ Calcidesi e dopo; della tirannide di Anassila e della succeduta riscossa; del suo stato di repubblica; delle guerre con Dionisio di Siracusa; e [p. 57 modifica]delle vicissitudini sue fino al dominio de’ Campani, ed al primo sovrastare de’ Romani che le tolsero affatto l’indipendenza. È questa l’età eroica di Reggio, quando i suoi figli a chi volle loro tórre la libertà talvolta piegarono, ma tal’altra seppero «unirsi in un volere e cacciarlo a rumor di popolo fuori della loro città22»; ed a re Dionisio, che aveva chiesto per moglie una loro conterranea, risposero non aver per lui che la figliuola del boia23. Soltanto a cittadini educati alla Scuola Italica venivano allora conferiti i primi gradi del governo; ai quali «è veramente dovuto quell’ordinamento civile, e quel fruttuoso e solido progresso, la cui mercè questa ed altre repubbliche raggiunsero una virilità ed opulenza che «sembra favola a’ moderni24». Un consiglio di mille, un senato, arconti, pritani, formavano le magistrature supreme. Diffuso l’amore delle scienze, delle lettere, delle arti gentili; floridi i traffichi e i commerci. E se ebbesi a patire disastri, eccidi, suggezione, niquitosi reggimenti, e mala vicenda di servitù e di libertà, non manca rono tuttavia bei giorni di vivere riposato e senza «nè prepotenze e discordie domèstiche, nè tirannidi o forestiere ingerenze25».

XIII. Discorre il libro secondo (dall’anno di Roma 483 all’anno di Cristo 623) de’ casi della città, che, non più autonoma, passò a tutta balìa de’ Romani; da prima tenuta per patti di federazione; poi in municipio ridotta, ma serbando le greche sue istituzioni e costumanze; per le guerre puniche in vario modo travagliata; da Annibale non potuta occupare; stata di scampo a Cicerone, fuggente dalla persecuzione di Clodio; in colonia militare trasmutata durante il Triumvirato e sotto Augusto; nel continuare dell’Impero aggregata alla regione della Lucania e Bruttii, e fatta sede del Correttore; sottratta all’autorità di quello col sopravvenire dei Barbari, ma restituita da Belisario; in mano a’ Goti caduta; da Buccellino longobardo saccheggiata ed arsa; in potestà de’ Bizantini tornata.

Tempi procellosi furono questi per Reggio. Tuttavia non pari al travaglio il danno; avvegnachè, per virtù di quel poco di [p. 58 modifica]libertà da’ Romani lasciatale, pare potesse a molte delle cose interne provvedere, nelle esterne destreggiarsi, l’indole sua nativa, nella cultura, ne’ magistrati, nel culto religioso, nelle usanze civili, per certo tempo serbare26. E non senza favore erano le arti, le morbidezze, gli scenici ludi, le filosofiche speculazioni; ed «incliti uomini, fra i quali il poeta Licinio Archia da Antiochia, reputavansi a gloria l’aver ottenuta la cittadinanza reggina27».

Oscura è la sua storia dal cominciare dell’Impero fino a’ Goti, e non notissima per molti anni dappoi; ma sembra indubitato che in quel cozzarsi di genti universale, contuttochè a fasci andassero le cose e le città, non meno seguitasse rubesta la vitalità sua. Anzi siccome i popoli mediterranei d’Italia, a cansar morte e servitù, rifuggivano allora verso le parti littorane della Sicilia e de’ Bruttii, dove ancora non era abbattuta l’autorità de’ Cesari; così non pur essa Reggio, ma e Rossano, e Gerace, e Santa Severina, e Cotrone altresì «erano frequenti, e ricche di esterni traffichi, e scambiavano utilmente le merci indigene con quelle d’Oriente28».

Non vi mancarono per altro infortunii e miserie e i soliti mali della decadenza (massime durante la seconda guerra punica e il disfarsi dell’Impero); de’ quali se pochi toccò a Reggio, moltissimi si rovesciarono sul paese d’attorno. «Ove già sorgeva potente, florida e popolosa la Magna Grecia; ov’erano opulente città, scuole di antica sapienza, capolavori d’arte greca, gara di nobilissimi studi e di utili traffichi, gentilezza di costumi, desterità di liberi e sottili ingegni.... non vedevi che terre deserte ed incolte, che popoli scaduti e sventuratissimi, a cui niun’altra cosa avanzava, a che la noiosa memoria del tempo felice, e la presente abbiezione. All’operosità era succeduta l’ignavia, alla concitazione il silenzio. la morte alla vita. Allo stesso inclito nome di Magna Grecia era prevalso quello di Brutii.... Un aspro e barbaro gergo, che non avea alcun sapore dell’antico italico, tenne il luogo del morbido e delicato idioma degl’Italioti.... 29».

E così via via, poco più poco meno, non solo per tutto il periodo romano, ma e pel gotico e il bizantino. Era la Calabria una fattoria, non una patria; dominio tutto militare, niente civile.

[p. 59 modifica]Nelle armi e nella potenza sempre or l’uno or l’altro de’ vincitori; al lavoro de’ campi, alle arti, agli scarsi studi, a’ tributi soltanto i vinti. Solito destino di chi soccombe, che rado o giammai lascia a’ caduti ristoro; adoperati talvolta, ma per bisogno, non per onoranza; partecipanti alla giurisdizione, ma per favore, non per diritto.

XIV. Del terzo libro (dall’anno 624 al 1196) formano materia l’invasione de’ Saracini in Calabria; la occupazione loro di Reggio; la lunga lotta tra essi e i Bizantini per ritorgliersela gli uni agli altri: i varii successi, le varie battaglie, le varie mutazioni che ne conseguitano; fino a che e la città e tutta la contrada vengono in potestà de’ Normanni, stirpe forse chiara per virtù guerriere, esaltata ne’ suoi capi colle lodi che sogliono prodigarsi a’ fondatori dell’indipendenza d’uno stato, ma origine non sai se più di danno o di guadagno a’ popoli napolitani.

In questi tempi è Reggio fatta capo de’ dominii greci in Italia, e diviene residenza d’un magistrato particolare, che, col titolo di Duca di Calabria, gli amministra30. Comprendendo gli autocrati di Costantinopoli di quanto fosse momento, a proteggere dalle in giurie de’ Saracini le possessioni rimaste loro ne’ vecchi Brullii, il tener le chiavi d’una città che n’era la porta maestra, la vennero semprepiù munendo e restaurando di agi e di potenza. Ond’ella risali per poco «ad una floridità maravigliosa, ed arricchitasi di sontuosi e nobili edfizi, ritornò popolatissima, opulenta, operosa di arti e d’industrie, e frequente di contrattazioni mercantili»31.

Ma presto le sfrondò i rami la fortuna; chè, sbocconcellata, sbattuta, fatta esangue da tanti contenditori, fu gran mercè se del tutto non inciprignì. Infesta, più che altro, le fu «la rabbia musulmana, che dopo il pasto aveva più fame che prima»32. E durò meglio che un secolo e mezzo così misero stato; a cui da vano cagione le violenze de’ tempi, il conquasso di tante pubbliche e private fortune, le scorrerie di genti sì varie di ambizioni e di favelle, la instabilità de’ dominii, e, dicasi, la poca Virtù de’ Reggini e de’ Calabresi in genere. I quali . alla corte di [p. 60 modifica]Bisanzio or devoti or avversi, a’ Saracini or collegati or nemici, per tutti prodi fuorchè per sè stessi, combattevano guerre d’altri non di loro; non sapendo nè l’indipendenza difendere, nè dalla tirannide riscuotersi.

E fosse stata l’ultima fiata! Ma no; chè col sovrammontare de’ Normanni non meno continuarono le miserie e il decadimento. Venne in Calabria quel Roberto Guiscardo (cioè l’astuto), loro duce; facendo guerra di bande, correndo, predando, tre volte assaltando Reggio33, oggi ricco, domani affamato, presto diventato padrone di tutto il paese34. Aveva egli conferito al suo minor fratello Ruggero il titolo di conte di Sicilia, ma niun mezzo di conquistarla fuorchè la propria audacia ed un cavallo. Costui, gittatosi alla via, svaligia i passeggieri, massime quelli che per mercatanzie recavansi ad Amalfi; in battaglia uccisogli l’unico destriero, togliesi in ispalla la sella, e con questa si salva; dalla moglie, a cui in ricambio della scarsa dote nulla potè donare, facendosi cuocere il desinare, e spesso tra amendue non possedendo che un mantello solo. Tragittatosi nell’isola, ventott’anni si ostina per toglierla agli Arabi, a’ Greci, a’ naturali. Vintala, ne fa un dominio solo colla vicina Calabria; al quale succedendo poi il figlio, vengono poste le fondamenta di quella monarchia che ancora oggi infra gli antichi termini si mantiene, da un avventuriero creata, da altri avventurieri sfruttata, per diritto di supremazia da’ papi contesa, da dinastie straniere sempre dominala, da nessun principe italiano mai retta.

Collocata da costui in Palermo la sede della sua reggenza, Reggio cessò d’essere residenza de’ duchi di Calabria, ed ebbe invece un camerario, uffiziale regio preposto all’amministrazione e riscossione delle pubbliche rendite. Serbò, come sotto i Bizantini, il gaito, lo stratego, il logoteta, il sindico, che dura ancora35; serbò greca la favella, greco il rito, greca la popolazione, greci molti de’ suoi costumi; ma non più gran metropoli, nè donna d’imprese. La feudalità già impiantavasi; conti e baroni rinfarcivano il [p. 61 modifica]nuovo regno; tutta in altro ordine andava la pubblica fortuna. Con Arrigo VI imperatore cominciava pur quaggiù l’odio al nome tedesco.

XV. Si raccontano nel libro quarto (dall’anno 1197 al 1381) le cose di Reggio sotto agli Svevi e al primo signoreggiare degli Angioini e degli Aragonesi.

Federigo II viene in questa città ad oggetto di domare certa ribellione che qua e nella vicina Sicilia rinfocolava36. Sormontano in Calabria le parti imperiale ed anti-imperiale. Pietro Ruffo, conte di Catanzaro, poi Manfredi la riempiono di schermaglie37. Quietano. Ma altre peggiori ne ricominciano con quei d’Angiò e d’Aragona; i quali in preda alle fazioni e agli odii civili la danno addirittura. Spasimanti gli uni e gli altri del Regno, costoro fanno di Reggio posta alle offese e difese rispettive; e di qui si mandano sfide38, qui pongono assedi, qui congregano milizie, qui a vicenda soggiornano; qui or balzelli, or supplizi, or violenze e male arti. Sicchè la povera città «sguazzata e risguazzata dall’angioino all’aragonese, e da questo a quello con dolorosa vicenda», è fatta «campo alle pugne delle due nemiche dinastìe, le cui genti, or tornando vincitrici, or fuggendo sgarate», sfogano lor vendette su quanto è largo il paese, appena da poche tregue ristorato39.

E non essa soltanto, ma la propinqua Messina va alla medesima stregua: tutte e due «come città di frontiera erano sempre poste a’ bersagli di percosse alterne..... Quando gli Angioini volevano far guerra alla Sicilia, da Reggio si scagliavano alla conquista di Messina, per averla base delle loro operazioni guerresche. Medesimamente, quando gli Aragonesi volevano muovere guerra in Calabria, si gittavano all’occupazione di Reggio, che dava porta alle loro imprese sul continente.... Quindi Messina era sempre, sopra le altre, città di Sicilia, accarezzata e favoreggiata dagli Aragonesi per tenerla forte contro gli Angioini. Reggio per contrario veniva accarezzata e favoreggiata dagli Angioni sopra le altre città di Calabria, perchè non facesse [p. 62 modifica]sdrucciolo nelle mani degli Aragonesi. Ma queste carezze costavan gli a occhi»40.

Erano questi i tempi del Vespro Siciliano; della traslazione della sede del principato da Palermo a Napoli; dello smembramento del Regno, da sciagurate contenzioni dinastiche diviso, unito, ridiviso; dell’autorità regia che ognor più fortemente ambiva costitursi; dell’autorità baronale che ognor più fortemente ricalcitrava alla sommessione. Avevano gli Svevi avuto certa prudenza di stato; arroganza ed albagìa hanno gli Angioni. Qualche lume di lettere aveano veduto Sicilia e Calabria per quelli; nessun benefizio fruiscono ora per questi. La lingua nazionale, la poesia volgare non erano state disgradite alla corte de’ primi; spiriti affatto stranieri mantengono sempre i secondi. Valendosi delle ordinazioni normanne, e dandovi maggior forza, aveva Federigo II svevo costantemente mirato a rendere robusta la monarchia a spese dei privilegi e delle entrate dei feudatari, impedendo si costituissero grandi e liberi comuni quali nell’altra Italia; soltanto studioso di accentrare in se e ne’ suoi uffiziali il pubblico potere, tolto ai signori, a’ vescovi, alle città. Questa medesima arte di stato continua, e peggio, cogli Angioini; questa cogli Aragonesi; questa con tutti i re delle stirpi posteriori.

In tali termini che cosa poteva ormai devenire Reggio? che cosa le altre città del Reame? Si fa più chiara, egli è vero, a cominciare da questi secoli (e propriamente da re Roberto in qua) la storia del municipio reggino; ma non ombra apparisce di autonomia, non propria autorità politica, non propria e libera padronanza de’ suoi atti, mai. Municipio in pupillare stato, come il genio di quel sovraneggiare assoluto e forestiero comportava, e nulla più. Gran ventura se ai suoi Sindici talora riesciva carpire dagli avveniticci padroni qualche favore o franchigia, o a piè del trono l’omaggio dell’università presentare41.

[p. 63 modifica]XVI. Seguita il quinto libro (dall’anno 1381 al 1496) a dire de’fatti di Reggio sotto i Durazzeschi e gli altri d’Angiò e d’Aragona.

Ahimè! la medesima trista ed uniforme narrazione di parteggiamenti, di battaglie, di brighe, di supplizi, di perfidie. D’ogni sorta stranieri accampano sul povero Reame ragioni, e lo sovver tono. Ed esso, che pur fin qua non era stato felice, ora si sfascia e va a balìa di nuovi arfasatti. Non esercito, non flotta; poche bande di ventura, non armi proprie, non fortezze ben munite; esausto l’erario, effeminata sontuosità alla corte; le provincie vassalle, dalla milizia disabituate, da’ padroni di dentro trascurate, da’ nemici di fuori non temute. Erano stati per opera di cotesti Angioini già morti Manfredi e Corradino, re svevi; poi Andrea e Giovanna I della stessa prosapia. Ora l’altro re, Carlo da Durazzo, sorpreso negl’inganni che ordiva alle due regine d’Ungheria, è ucciso: di veleno oscenamente prestato muore Ladislao. Per causa loro nato lo scisma nella Chiesa, ne restano turbate le coscienze [p. 64 modifica]de’ popoli. Per causa loro a’ papi, secondo che avversi o no, vien dato o tolto dominio, a’ chierici concesso privilegi, a’ tempii e monasteri ricchezze; mentre pur enormi sono i delitti che ne’ penetrali della reggia nascondonsi. E tali i vizi del sangue, che oscurano perfino quella poca virtù politica o guerriera, che forse in taluno di essi ti par d’intravvedere. Insomma flagelli del Regno tutti i re della stirpe.

La fortuna di Reggio gira secondo cotesto regale tramaglio. Avvicendata da tante armi va in novelle miserie, si spopola, perde per alcuni anni financo il grado di città capitale, alla qualità di vassalli ridotti gli abitanti, e tutto il territorio annesso a quello della limitrofa provincia di Catanzaro42. La rivogliono per sè gli Angioini; la rivogliono per sè gli Aragonesi; c la meschina, per non essere mandata da’ primi all’ultimo esizio, barcheggia e cede: per serbar fede a’ secondi, superbi e crudeli, si scomuna in par liti. E prima n’è mal rimeritata; poi con alcuni disgravii le risaldano le piaghe; finchè col rintegrarla nel regio demanio la francano dal giogo feudale43).

Magro ristoro però; chè dalle due parti le sciagurate guerre proseguono. Ond’ella passa, si può dire, dal medico all’ospedale, e per converso: tantochè rifinita dal lungo soffrire, o corrotta dalla servitù, o da’ pericoli fatta esperta, della civile dignità apparisce piuttosto incurante che amorosa. Colpa forse non sua; chè a questa mal s’acconciavano i tempi, e dell’abito servile ribadito troppo era il chiodo. Quindi scarsi gli spiriti di libertà che i cittadini suoi mostrano in quest’età; e soltanto li vediamo solleciti dell’acquistare la grazia del vincitore, da cui, più che altro, tengonsi felici impetrare la riconferma di vecchi privilegi, e la concessione di nuovi. E privilegi, in effetti, e immunità, e fiere, e alcuni sgravi, e il rilascio di alcune gabelle sono la riempitura della storia di lor città in questo giro di anni; quasi prezzo della docilità loro agli alterni dominatori44.

[p. 65 modifica] XVII. Sorti non liete, ma meno sconvolte, sono quelle che si leggono di Reggio nel libro sesto (dall’anno 1498 al 1602). Carlo VIII era calato in Italia, venuto nel Regno, fugato. Francia e Spagna arbitre di tutto. È il secolo di Carlo V e di Francesco I. Battuti a Seminara, rotti al Garigliano, i Francesi escono


[p. 66 modifica]definitivamente dal Reame. E gli Spagnuoli, rimastine assoluti signori, lo riducono a stato di lontana provincia, e vi stabiliscono il governo de’ vicerè, che per due secoli e trent’anni lo afflissero e dilapidarono45.

Patisce Reggio in questi tempi terremoti e pestilenze46; patisce persecuzioni e sedizioni civili a causa della riforma luterana47; patisce guasti e rovine da’ Turchi, i quali più volte osteggiandola vi fanno sbarchi, prigionieri, depredazioni, bottino48.

Oramai tutto il Regno, destituito di attività nazionale, non ha viso che d’indecorosi patimenti. Mancipio di Spagna e de’caslaldi di lei, è sottomesso ad ordinamento tutto militare e fiscale, vólto solo a mietere, mai a seminare. Mutati gli ordini politici; per magistrati novelli, gli antichi caduti di autorità e di grado; la milizia serva della milizia e della grandezza spagnuola; la superbia dei chierici fatta grande; i popoli tenuti in dovere con guarnigioni e fortezze, obbligati a dar uomini e danari non a misura del bene loro, ma del vantaggio e della boria de’ monarchi di Madrid. A tutto questo aggiungevasi in Calabria e in Reggio il disordine de’ banditi49; i quali, profittando de’ tempi torbidi e scorretti, s’erano divisi in brigate, e, gittati alla campagna e alle strade, audacemente avventavansi nelle indifese città, depredando, assassinando, a prezzo mettendo le vite de’ meglio stanti. Invano chiedevano i più al governo provvedesse: chè questo, fisso poco alla tutela e assai alla pecunia, non solo a tal male non poneva rimedio, ma neppure a quello peggiore delle invasioni turchesche veniva in aiuto. S’avvicendavano queste sulle calabresi marine, al saccheggio ed all’incendio mandando la roba e le case de’ cittadini; i quali, da nessuno difesi, erano costretti a far da sè; e talora furono visti pochi animosi lottare con disperato coraggio contro alle migliaia di quei barbari, e fugarli.

In tale stato era più d’una città nel Reame; in tale stato fu Reggio per tutto il secolo decimosesto50. Ciononostante qualche segno di vita civile non le mancò: rifatti in miglior forma i [p. 67 modifica]pubblici edifizi; di nuovi fondatone; ravvivato il commercio, e da due fiere franche annuali sovvenuto; abbastanza procaccianti le industrie, soprattutto quella della seta; non trasandate le lettere nè le arti liberali; parecchi nomi di cittadini illustri; più ragguardevole divenuta per la regia udienza del tribunale, qua trasferita da Catanzaro51. Di forma che al vederla, dopo tanti secoli di sventure, un po’ rifocillata, e riabbellite le sue vie con vario ordine di pubbliche opere e di civili e religiosi istituti, avresti detto che prospera ed operosa le fosse ritornata la fortuna. Ma no, chè di sotto le rodeva i nervi la tarma della mala signoria vicereale.

Aveva inoltre i soliti privilegi, il solito magistrato de’ Sindaci, i soliti ordini di cittadinanza52. Del resto serva come prima, le gravezze insopportabili, crudeli ed inesorabili i giudizi. Quindi le gozzaie, i mali umori, le congiure53.

XVIII. Al libro settimo (dall’anno 4600 al 1722) danno argomento le condizioni di Reggio durante il secolo diciassettesimo.

Al passeggiero sollievo dell’età scorsa è succeduta la discordia; alle guerre di fuori le baruffe di dentro. I nobili guasti dalla [p. 68 modifica]boria spagnola, imbaldanziscono; i cittadini smaniano di salire a nobiltà, e, non potendo colle virtù, vi adoperano le brighe e le subornazioni; i popolani oppressi ed angariati dagli uni e dagli altri. Onde vengono alla città gare e contenzioni; le quali, versando principalmente sopra l’elezione de’ Sindaci, alterano gli ordini dell’amministrazione municipale, e, con questa, le intelligenze tra le famiglie, i parentadi, le clientele54.

Varii di ciò gli accidenti.

Da prima per le ire delle due potenti, anzi prepotenti, famiglie de’ Melissari e de’ Monsolini, in due nemiche fazioni si scompone la cittadinanza. E stando co’ primi i Pugliese, i Mazza, i Filocamo, i Trapani, i Barone, gli Magona, i Saragnano, i Marescalco: co’ secondi i Poerio, i Diano, i Furnari, i Ricca, i Bolani, i Geria, per più anni da uccisioni e zuffe restano turbati la universal quiete e i pubblici e privati negozi55.

Poi, per la sollevazione di Masaniello, crescono i malumori, e ne seguono contese, sedizioni, tumulti. Il palazzo del Governatore assaltato e preso; rotte le porte delle prigioni, e data libertà a’ detenuti; le case de’ Sindaci e de’ nobili che più erano odiati, fatte segno alla furia popolare; i villani in armi, e più degli altri accesi quei di Sasperato, casale di Reggio56. Voleva il popolo non essere oppresso; volevano i grandi opprimere e comandare; voleva il Governatore colle insolenze e co’ segreti maneggi rivendicarsi. E l’Arcivescovo ad interporsi per riconciliar tutti, ma invano. Quindi maggiore la confusione, maggiore la irritazione. Un giorno, sonate le campane, battuti i tamburi, i Reggini corrono impetuosi al castello, vi fanno trincee, piantano cannoni, e furiosamente lo battono. Vincevano; ma ormai le cose di Napoli erano scombuiate, le provincie esitavano, per nuova interposizione dell’Arcivescovo tregua facevasi agli assalti. Restava egli altro che cessare da un inutile combattere? E cessarono57.

[p. 69 modifica]Altri subbugli, altri moti seguirono più tardi; cagionati dal parziale reggimento de’ patrizi, c dall’ingiusta ripartizione delle pubbliche tasse. Ma tutto quietò un Consiglier Carlo Carmignano, «raro esempio di giustizia, che conobbe la ragione del popolo, il quale per ordinario deve sempre aver torto»58.

E da ultimo terremoti, pericoli di peste, altre calamità arrecarono alla città nuova afflizione. E nuove armi e nuovi stranieri la presidiarono durante la guerra detta di successione; per la quale il regno dagli Spagnuoli si tramutò agli Austriaci59.

Cosi per tutto questo secolo decimosettimo più che da guerre esterne fu Reggio travagliata da intestine contese. Era il popolo venuto a sdegno pel soprusare de’ nobili; i nobili in discordia tra loro e co’ magistrati regii; i magistrati regii arroganti e concussionari; tutti dalla comune servitù e dal mal governo menati. Forse una buona scelta di persone prudenti alle magistrature della città avrebbe potuto qualcuna delle piaghe in parte risanare; ed a questo erasi con apposita legge provveduto60. Ma che cosa approdano le leggi dove primi a prevaricarle sono i reggitori? e come una buona scelta fare, dove predominano di potenti e boriosi magnati, le brighe e i sottomani?

Miseri tempi correvano, e misere cose facevansi. Nondimeno esempi di pubblica beneficenza, e propositi di patria carità neppur in questo secolo mancarono. Pochi ma bastevoli a far testimonio che ne’ petti de’ Reggini non avevano tante contrarietà di casi spento l’amore delle opere virtuose.

Ed anche alle scienze e alle lettere non fecero difetto cultori; e più o meno illustri furono, secondo il tempo, Marcantonio Politi, Silvestro Politi, il cappuccino Bonaventura Campagna, Gio. Angelo Spagnolio, Gio. Battista Bovio, Diego da Mari, Gio. Battista Catanzariti, Ottavio Sacco, Francesco Sacco, Girolamo Mallano, Francesco Maiorana, Antonio Oliva, Gio. Alfonso Borrelli, Giuseppe Zuccalà, Stefano Pepe, Niceforo Sebasto Melisseno, [p. 70 modifica]Giuseppe Foli, Mariano Spanò, Ignazio Cumbò, Paolo Diano, Silvestro Bendicio, Paolo Filocamo, Francesco Spanò, Simone Porzio61.

Come altresì alle arti fu fatto onore, specialmente alla pittura, della quale teneva uno studio in Reggio il bolognese Vincenzo Gotti, pittor caraccesco, di pennello franco e velocissimo, che in questa sola città, ove dimorò molto tempo, dipinse ducentodiciotto tavole di altari»62.

II qual lume di arti e di lettere, sebbene, come a quello ch’era scarso e dalle civili dissensioni aduggiato, poco potesse forse conferire all’ammaestramento ed all’educazione della città in generale; tuttavia non fece disservigio, e anzi impedì che il filo della cultura domestica affatto si rismarrisse63.

XIX. Finalmente il libro ottavo (dall’anno 1723 al 1797) fa la narrazione delle cose di Reggio nel settecento. È l’età in cui cessa il governo de’ Vicerè, e comincia quello de’ principi di casa Borbone.

Era il Regno, per le riferite vicissitudini di fortuna, venuto a così infermo stato, che peggio non poteva incorrergli. I Codici confusi, confuse le ragioni de’ cittadini; innumerabili i curiali, intriganti, corrotti. La feudalità sempre viva, i feudatari spregevoli; l’amministrazione scompigliata, cupida, insolente; la milizia nulla, e di stranieri. 11 clero puntiglioso, e nelle prerogative sùe temporali più incocciato quanto meno si avea l’ossequio de’ meglio pensanti. Il popolo schiavo di molti errori, a’ reggitori avverso, di meglio bramoso.

Perciò bisogni, opinioni, speranze, acerbità del male, insofferenza del vassallaggio, novità d’imperio, genio di secolo, desiderio di più civile parità, tutto spingeva al riscatto, alle mutazioni. Il principato di Carlo III rimediava a qualcuna delle infinite piaghe, ma profonde erano le radici del male. Nè bastar potea medicina di re a salvare dalle marmeggie un corpo da forestiero ed annoso morbo disfatto.

Per tali ragioni in duri frangenti versavano, più o meno, tutte le città del Reame; Reggio non meno delle altre. Mutati i modi di governo, non mutarono le sorti de’ poveri Reggini. Ebbero anzi in [p. 71 modifica]questo secolo a patire lutti e calamità peggio che nell’altro64; e come nell’altro continuarono tumulti, private e pubbliche offese, rancori di parti, intestine discordie.

Soprattutto accrebbe gli scandali l’abilitazione (come la chiamavano) al Sindacato; per la quale si mise fra i vari ordini di cittadini tal divisione, che tenne per lunga pezza acceso un odio inestinguibile. Era il Sindacato divenuto quasi privilegio di trentatre famiglie, le quali sole reputantandosi patrizie, ostavano vi partecipassero altre non meno cospicue per ricchezze e per meriti civili. Ciò non tolleravano i più; ciò non potea più lungamente tollerare verun canone di giustizia. Quindi dissidi e nimicizie, cui, per impedire trascorressero ad azzuffamenti, fu mestieri alla meglio comporre, e le regole di elezione per nuovo decreto rettificare65.

Oltre a ciò ed a’ notati lutti, non casi che siaqo degni di speciale ricordo. Solamente per circolo inesplicabile dell’umano intelletto, mentre i germi di tante utili cose per gli enunciati travagli perirono, non perivano delle buone discipline i semi; nè già per cura della pubblica autorità, che in questa come nelle altre urbane bisogne si stava oziosa od avversa, ma per accidentale in flusso del secolo e per la natia virtù ch’è negl’ingegni meridionali.

E così, tuttochè aspreggiata, potè Reggio avere, anche in questo secolo decimottavo, egregi uomini nelle armi, nelle lettere, nelle arti; tra cui, più degni di fama, Gius. Morisani, Dom. Gius. Barilla, Antonio Cannizzone, Franc. Ferrante, Ant. Spizzicagigli, Ant. Oliva, Gregorio Palestino, Pietro Roscitano, Gio. Battista Panagia, Girolamo Politi, Demetrio Nava, Dom. e Fed. Musitano, Giacomo [p. 72 modifica]Gullì, Vinc. Cannizzaro, il Generale Agamennone Spanò, Gius. Logoteta, ed il P. Gesualdo66.

Se non che questa cultura fu, direbbesi, di sgobbo e mezzo arcadica, e non potè dare copiosissimi frutti; perocchè mancasse quella ch’è condizione necessaria d’ogni letterario progresso, la quiete. Nè la quiete venne, anzi più turbata seguì per gli effetti de’ rivolgimenti di Francia. Erano questi, come in tutto il Regno, così in Reggio, variamente appresi; e producendo, conforme l’animo degli emuli abitatori, opinioni differenti, spaventavano i retrivi, i cortigiani, i bizzochi, concitavano gli audaci e i novatori, rallegravano i buoni e gli amanti di patria. Tutti però incerti de’ futuri eventi, e da’ berrovieri del Governatore vigilati, non fiatavano, non prorompevano; ma gli odii municipali mescolandosi alle passioni politiche, non andò guari che gli umori si rinciprignirono.

Fu del male prima cagione un de’ Musitani (Pietro); il quale, denunziando di massoneria molti spettabili cittadini67, ammannì il prologo di quegli anni dolenti che, cominciati col carcere, doveano indi a poco finire co’ patiboli68. Fecero il resto un frate Barbuto e un Domenico Bilia, i quali, con nuove denunzie nuovi sospetti generando, furono causa che il dramma più s’intrigasse, gli animi più si accendessero, e le persecuzioni meno quietassero69.

Convenivano la sera nelle case di Carlo Plutino una brigata de’ più generosi della città, fra i quali Diego Spanò, Giacomo Prato, Domenico Suppa, Marcello Laboccetta, Giuseppe Plutino, Francesco e Vincenzo Trapani, Bernardo Gatto, Giuseppe Battaglia, Giuseppe Morabito, Anton Maria Genoese, Can. Demetrio Nava, Domenico Pontari, Gius. Maria Piconiero, Giuseppe Capialbi, Giuseppe Logoteta, Paolo Minardi, Federico Bosurgi, Girolamo Politi, Francesco Caracciolo, ed altri70. Era lor delitto amare la libertà e [p. 73 modifica]la patria; non cospiravano; non tumultuavano. Ma il Governatore uscì in rigori, e, disperdendo la innocua comitiva, s’accanì male e seguitò peggio. Onde i più animosi, reputandosi perduti, si ristrinsero e giurarono la morte di lui. E fu morto71.

Di qui il principio delle persecuzioni e vicende politiche della città; delle quali l’autore non racconta il proseguimento e latine, perchè dice dissuaderlo prudenza «di mettersi dentro alla storia de’ tempi che sono nostri, dalla cui narrazione, comunque ei volesse scriverla, non potrebbe seguirgli che amarezza e pentimento72».

E finisce.

XX. E così terminiamo e chiudiamo anche noi questa storia di Reggio. La quale ora che tutta, a parte a parte, la abbiamo fatta conoscere, ci sia lecito di domandare: dalla materia ch’ebbe per le mani seppe l’autore cavare opportuno profitto? Seppe cavarne il vivo e massiccio che dentro v’era, e dalla scoria nettarlo? De’ tempi che de scrisse si formò sempre giusto ed adequato concetto? I fatti scelse sempre con savio intendimento sì che servissero ad utili e pratici esempi di viver civile? Li dispose e lumeggiò per modo che vi avesse acconcia proporzione delle parti col tutto, e le particolarità tanto vi fossero mostrate quanto al generale svolgersi de’ patrii destini conferissero? Insomma, fece della storia una maestra della vita, come voleva Tullio, ed i sembianti ed i lineamenti degli uomini e delle cose colorì così che l’opera sua possa dirsi senza mende e difetti?

No, questo noi non crediamo senza una qualche riserva. Ci pare che l’insigne autore alcune parti della sua storia narrasse con accuratezza e proposito di buona utilità, ma altre descrivesse più per luoghi comuni ed effetti retorici, che per istudi approfonditi e argomenti di civiltà. Invano tu vi cerchi, per esempio, la cognizione delle istituzioni antiche di Reggio, la storia sua civile ed intellettiva, quella delle arti belle e de’ commerci. Mentre diligentissimo lo si può dire nella descrizione delle guerre, e delle gare della città, e delle altre miserie di lei; così leggermente sfiorata apparisce [p. 74 modifica]quella delle cose predette, che li sa di scarsità. Il che vogliamo notato non tanto per disegnare una piccola lacuna ch’è in cotesta fatica dell’egregio Calabrese, per molti altri rispetti pregevole, quanto per lamentare come alcuni fra gli studiosi non sieno ancora venuti nella persuasione di curare, in quella misura che i tempi forse meglio richiederebbero, la parte civile, ossia politica, delle composizioni loro. Eppure chi non sa che, nelle storie specialmente, è questa la parte più vitale ed ammaestrativa? È ella infatti la storia, nel l’ambito suo maggiore, altro che azione ed esperienza nell’ordine delle cose pubbliche?

Onde ben s’avvisava chi lei definiva scienza fisiologica de’ governi, per dire ch’essa mostra la qualità delle aggregazioni civili, indica i segni delle loro malattie, fa prognostici de’ loro agitamenti, mette innanzi i rimedi. E chi ben guarda, è invero la scienza delle storie somigliante molto a quella della medicina: tuttaddue, per le esperienze del passato, porgono regole di sanità e documenti di guarigioni; tuttaddue dalla natura de’ loro soggetti sono tratte a fallare, l’una per le varietà speciali che, non ostante la medesimezza de’ casi, hanno i corpi nostri, l’altra per le variazioni a cui sono sottoposti i corpi civili negli avvicendamenti de’ secoli e de’ popoli; tuttadue tanto più arrecano pro, quanto meglio, considerati i fatti, ammaestrano a cavarne buona guida per conoscere quando e fin dove la somiglianza de’casi sopporti la somiglianza de’ rimedi. Conciossiachè questo importi ben fissarsi nella mente, che, come nelle singole persone così in tutte le città e in tutti i popoli, sono, o poco o assai, quei medesimi desiderii e quei medesimi umori che vi furono mai sempre; di sorta che dallo esame delle cose passate non è arduo antivenire le future, e alle presenti provvedere, secondo i modi usati da coloro che ci precorsero, e, non ne trovando degli usati, pensarne de’ nuovi, per la similitudine degli accidenti. Le quali considerazioni, perchè son neglette dal più degli uomini, e neglettissime da chi governa, ne seguita che sempre sono i medesimi scandali, e i medesimi mali, e quindi i medesimi moti e le medesime reazioni. Or se chi compone storie a tutto questo non bada, il resto approda poco; sendo esse, senza efficacia morale e civile, prive d’ogni lievito e nutrimento, o, al postutto, buone a far dell’ingegno una conserva di fatti, una stanza di masserizie, e nulla più.

Forse al Bolani sono scusa e i tempi e il paese in cui scrisse, e non diciamo che no. Ma appunto ciò gli avrebbe partorito merito [p. 75 modifica]maggiore. Egli sa, meglio di noi, e sanno gli studiosi medesimi, che il coraggio civile e la prima virtù dello storico; testimoni, per non dire di altri, Cornelio Tacito, il Machiavelli, il Guicciardini, il Varchi, il Segni. Non ci ammoniscono costoro col loro fatto che si può aver cuore ed ingegno da sollevarsi sopra le ignavie della propria età, e farsi banditori di virtù e di liberi veri anche fra uomini e sotto governi pessimi? Non scrisse il primo in un tempo che insieme colla libertà se n’era quasi andata la memoria73, e i secondi quando più prevaleva la tirannide medicea? E il buon Muratori, che sebbene pe’ tempi in che viveva, e per l’abito di ecclesiastico che vestiva, e per l’ingegno piuttosto rimesso che aveva, fosse di animo religiosissimo e di parte devota a’ principi ed a’ papi, si astenne egli forse dal notare le colpe degli uni e degli altri, e non fu anzi de’ vizi de’ chierici severo riprenditore?

Non intendiamo dire per questo che al Bolani facessero difetto nobiltà di sensi o amore di civili propositi, chè sappiamo lui non meno ottimo cittadino essere, che retto e independente gentiluomo. Ma importa, non per lui sì per altri, combattere un vezzo che oggimai, per la mutata disciplina degl’ingegni, ne garberebbe meglio vedere smesso nelle lettere, e più nelle storie; Vale a dire il vezzo di scusare e scusarsi colla prudenza, a proposito e fuori di proposito. Il qual costume se mettesse universalmente radice, addio storie e utilità di scriverle; meglio varrebbero le cronache e i frati che le accappucciarono. È la prudenza, non v’ha dubbio, molte volte avvedimento necessario al procedere, nè saremo già noi a contraddire; chè, come dicea Fontenelle «quando si ha la mano piena di verità, non si dee lasciarle uscire che ad una ad una». Ma ogni virtù ch’eccede diventa vizio; e piuttosto gli uomini messi in dignità dovrebbero guardarsi dalle male opere che le storie astenersi dal riferirle. Che se lo storico, più che della verità, dovesse curarsi di ciò che gli accatterà odio o pericolo, ei non sarebbe diverso da quel beghino che pel troppo badare al padre confessore perdè l’asino e la soma. Piuttosto ei muti mestiero, o lasci correre ad altri il palio, se assolutamente malagevole e quasi impossibile gli rendessero l’officio le difficoltà de’ tempi e de’ luoghi (e tale è forse il caso di chi scrive sul Sebeto e sul Faro); ovvero aspetti giorni migliori, [p. 76 modifica]insino a che gl’insegnamenti da lui maturali e raccolti in privato possano comparire al pubblico plasmali delle loro proprie sembianze, e senza i tagli e le raccenciature della servitù.. Le quali avvertenze preghiamo il signor Bolani pigli nel senso più benigno, e non dia loro più peso che non hanno; chè non è pensier nostro noverar lui fra gli storici cortigiani o servili, ma solamente desiderio ch’ei fosse stato più libero e severo scrittore de’tempi che prese a narrare.

Non diremo in particolare i luoghi della sua opera dove più cotesto desiderio si fa sentire; ma (per mentovarne una) troppa ci pare, per esempio, la compiacenza ch’egli mette a ricordare, ad ogni piè sospinto, i privilegi alla città conceduti da’ sovrani di Napoli, e l’omaggio che a questi venivano a rendere i Sindaci di lei. Non già che riferir tali cose non fosse buono, ma portarne giudizio secondo la qualità loro sarebbe stato meglio. Come non vedere che prezzo della pronta obbedienza e della docile sommissione erano, per lo più, quei privilegi; e che tutt’altro che argo mento di dignità cittadina era sovente quell’omaggio? Ed un’altra cosa pur ci avrebbe fatto miglior garbo di non vi scorgere, cioè alcuni modi e vocaboli di non chiaro suono contro certi fatti politici de’ quali il tempo e più riposato consiglio dovrebbero ormai persuaderci a fare più giusta estimazione. A che pro, verbigrazia, delle frasi come queste a carico de’ rivolgimenti francesi ed italiani dell’ultimo secolo «ma già in Italia... cominciavano a saporirsi i bozzacchi dell’albero della scienza del male piantato nel vicino regno di Francia74: i popoli italiani si ubbriacavano di speranze smisurate75; pestifere dottrine francesi76; le idee democratiche facevano uscir di cervello la gioventù del reame napolitano77 ec. ec? Piccolezze, ma che pur inducono a false opinioni; perocchè non i bozzacchi dell’albero della scienza del male venutoci di Francia, non le smisurate speranze, non le idee democratiche furono, in alcun tempo mai, le cagioni per cui nel Reame non allignassero i frutti della libertà, ma il lungo servaggio di dentro e le prepotenze di fuori. Spesso il senno, ma più spesso la fortuna fa diffalta ai [p. 77 modifica]popoli. Mal va la barca senza remo. Ed è inutile che Dio mandi la farina, quando il diavolo toglie il sacco.

Queste conclusioni, meglio che altre, confessiamo ci sarebbero sembrate più vere e più proficue a trarre da una storia, ch’è parte di un’altra in cui tante miserie, tante mutazioni civili, tanti martòri per causa di libertà sono registrati. Forse esse erano in mente all’esimio autore, ma per non averle poste in luce (vuoi per un motivo, vuoi per un altro), ha l’opera sembianza di esser deficiente dell’attrattivo ed interesse necessari alla compiuta satisfazione di chi si fa a leggerla; e quindi di servire a curiosità esclusivamente municipale, senza quel cemento adatto a connetterla colla storia generale del Regno e con quella più generale d’Italia78. Non già che dell’una e dell’altra, qua e là, de’ piccoli sprazzi mancassero; ma, se mal non ci apponiamo, appaiono senza effetto di ammaestramento, e senza l’accompagnatura delle debite avvertenze per comprendere le relazioni tra municipio e nazione, tra municipio e stato.


XXI. Tutto ciò quanto a’ generali. Nel particolare poi è l’opera condotta con amore e diligenza; niente vi è trasandato di quanto possa satisfare alla naturale curiosità de’ Reggini. Le particolarità archeologiche, genealogiche, biografiche, storiche, topografiche, erudite, vi abbondano; ben distribuita vi è la materia; non inelegante la forma. Crediamo anzi di non fallare, affermando che, fra le poche storie municipali che abbiamo79, questa del Bolani può andare alla pari colle buone, ed alle ottime di poco resta inferiore. Della quale se la storia generale del Regno o d’Italia non [p. 78 modifica]abbastanza (per quel che si è detto) si può vantaggiare, come delle altre congeneri, ciò dipende forse più dal modello che dal dipintore; non essendo Reggio, nè altra città della regione napolitana, tale che lo storico possa fornire e colorire gran quadro, come farebbesi, verbicausa, di Firenze, di Pisa, di Siena, di Milano, di Bologna, di Genova, di Venezia ecc. ecc., per molti rispetti più famose. E bisogna aggiungere che il paziente autore ha fatto quanto era in lui per rendere vistosa la sua tela; onde, anche a voler essere severi, non può negarglisi questa giustizia, che s’egli tacque cosa che pensava, non disse cosa che non pen sasse, amò e studiò il proprio tema, e, se non conseguì, almeno tentò alcun giovamento arrecare a’ suoi conterranei, che con lui amano la patria e la giustizia. 11 che, non fosse altro, tornerebbegli già a gran lode; tanto più che l’unico e solo premio ch’ei ne sperò non fu che la benevolenza loro, e solo compenso il procurarsi un lungo colloquio con essi.

E chiudendo il libro, ad essi ancora noi vorremmo favellare, per dire come dallo studio di cotesta storia alcun bene, contuttocchè non potuta liberamente scrivere, possono pur trarre; essendo la cognizione del passato, in qualunque misura donata, pe’ popoli foggiati a migliore avvenire, sempre gran lume a schiarire la via de’propri destini. Specialmente vorremmo loro richiamare alla mente queste auree parole del Segretario: «Quando io considero quanto onore si attribuisca all’antichità, e come molte volte, lasciando andare molti altri esempi, un frammento d’una antica statua sia stato comperato gran prezzo, per averlo appresso di se, onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che di quell’arte si dilettano; e come quelli poi con ogni industria si sforzano in tutte le loro opere rappresentarlo: e veggendo, dall’altro canto, le virtuosissime operazioni che le istorie ci mostrano, che sono state operato da regni e da repubbliche antiche, dai re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate; anzi in tanto da ciascuno in ogni parte fuggite, che di quell’antica virtù non ciò è rimaso alcun segno l’non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga; e tanto più, quanto io veggio nelle differenze che intra i cittadini civilmente nascono, o nelle malattie nelle quali gli uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudicii o a quelli rimedii che dagli antichi sono stati [p. 79 modifica]giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non sono altro che sentenzie date dagli antichi iureconsulti, le quali, ridotte in ordine, a’ presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nò ancora la medicina è altro che esperienzia fatta dagli antichi medici, sopra la quale fondano li medici presenti li loro giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel mantenere gli stati, nel governare i regni, nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nello accrescere Io imperio, non si trova nè principi, nè repubbliche, nè capitani, nè cittadini, che agli esempi degli antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molto provincie c città cristiane, quanto dal non avere vera cognizione delle istorie, per non trarne, leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè. Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà delli accidenti che in esse si contegono, senza pensare altrimentc d’imitarle, giudicando la imitazione non solo diffìcile ma impossibile: come se il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini fossero variati di moto, di ordine e di potenza, da quello ch’egli erano anticamente80».

Di tali parole ingegninsi anche i Calabresi a far pro. Rammentino quel che furono, quel che sono. Meditino ed imparino dagli esempi recenti, ma degli antichi si risanguinino. Assai dolori l’affetto degli avi lenisce, cui la ragion non sana, nè cura il tempo. Che se molte le cagioni dello sconforto, buono studio rompe rea fortuna. E buono studio ila ad essi per ora questo: emendar sè medesimi; nutricarsi di generosi pensieri, che sempre sono di generose opere il seme; non separare ne’ loro amori quello della provincia da quello della nazione; patire con dignità. Così invece di logorarsi in tedi gemebondi, o in improvvide speranze, o in odii impotenti, faranno bene (e non eglino soli, ma tutti i Napolitani, anzi tutti gl’Italiani) di ammannire ricca messe di senno e di virtù, senza cui nè si risorge, nè si acquista la fama, ch’è vita dell’anima e foriera delle nazioni.

G. Gemelli.          



[p. 80 modifica]


A.


Fra le congiure celebri di quest’età è quella di Tommaso Campanella, come tutti sanno. Trattandosi di cosa intorno a cui varie corrono le sentenze degli storici, non vogliamo qui passarci dal riferire quella dell’autore.

«Tommaso Campanella, fervido e vigoroso intelletto, uomo dottissimo ed operosissimo, conobbe i tempi, conobbe l’universale scontentezza, e propose di mettere in effetto le sue dottrine politiche, prevalendosi di una sommossa calabrese, a scuotere il giogo della dominazione spagnuola. Ed a preparare il terreno fra la moltitudine, che lascia sempre illudersi dalle cose insolite e dalle speciose promesse, spargeva che per i moti degli astri egli si era accorto che grandi mutamenti di stati, specialmente nel regno di Napoli e nella Calabria, avvenir dovevano al principio del nuovo secolo. Molli altri frati, molti signori, moltissimi popolani venivano ad intelligenza col Campanella, e, congiuratisi, cominciarono a meditare i mezzi di effettuare il gran disegno. Tra i frati che col Campanella aveano pratica, era Dionigi Ponzio da Nicastro, a cui fu data commissione di muovere alla sedizione Catanzaro e le contigue terre. Nè pochi ivi il seguirono, i quali presi alle sue parole, si mostrarono assai propensi a gittarsi ne’ fatti. Gli altri congiurati più notabili e di molto seguito furono, tra i religiosi, il padre Gio. Battista da Pizzoni, il padre Pietro da Stilo, ed il padre Domenico Petroli da Stigliano. E frati agostiniani, domenicani, francescani, più che trecento, eran con loro. Con loro erano i Vescovi di Oppido, di Nicastro, di Gerace, di Mileto; con loro molti baroni napolitani e provinciali, e nobili cittadini, ed uomini dottissimi, fra i quali basti nominare il cosentino Antonio Serra. Con loro moltissime città, come Stilo, Catanzaro, Cosenza, Reggio, Squillace, Nicastro, Tropea, Cassano, Castrovillari, Terranova, Cotrone, Satriano. E più che duemila banditi eran pronti ad ajutar l’opera che si andava maturando. Tutto insomma era presto in Calabria ad una grande rivoluzione, la quale doveva produrre conseguenze assai gravi e straordinarie.

«Aggiungasi ancora, che la rivoluzione delle Fiandre, per cui quella parte nobilissima di Europa si era testè sottratta alla monarchia spagnuola dopo tanti gloriosi sforzi, spingeva le altre membra della medesima ad imitarne l’esempio (1600). Ha quando il general tumulto era già presso allo scoppio, due consapevoli, Fabio di Lauro, e Gio. Battista Biblia da Catanzaro, vomitarono ogni cosa a Luigi Xarava avvocato fiscale in Catanzaro; il quale immannente ne diede ragguaglio al vicerè. Questi, facendo sembiante di non saperne, spedì in Calabria con assoluta plenipotenza Carlo Spinelli. Tutto ad un tempo, in una notte, ad un gran numero di compromessi misero le mani addosso i soldati spagnuoli, e li menaron presi. Altri moltissimi, avuto sentore del tradimento, s’erano già nascosi o fuggiti con quella più celerità che potettero. Fra gli arrestati di maggior nome si contarono Maurizio di Rainaldo, Dionigi Ponzio, e Tommaso Campanella. Questo frate era fuggito alla marina per trovar modo d’imbarcarsi, ma fu colto in una capanna per opera del principe di Roccella, a cui un villano aveva denunziato il nascondiglio. Il Rainaldo, ed il Ponzio, esaminali a crudelissima tortura, confessarono tra gli [p. 81 modifica]strazii quanto sapevano e non sapevano, ed ebber mozza la testa dal boja. Una gran quantità furono quali squartati, quali impiccati, quali fatti morir di stento nelle carceri dello Stato. Il Campanella, dopo aver sostenuto con indomito animo i più atroci tormenti, senza mai confessar cosa alcuna, fu condannato a perpetua prigionia.

«Fu chiusa allora in Cosenza la telesiana Accademia, e neramente perseguitati i dotti uomini, che seguaci delle ardite e nuove dottrine del Telesio e del Campanella, miravano a toglier la filosofia dalle astruse teorie (in cui avevanla avviluppala i seguaci d’Aristotile) per ricondurla a’ suoi veri principii. Laonde fu spento nella Calabria quel nobile fervore che eccitato aveva i nostri concittadini alla ricerca e meditazione della verità. I pubblici uffizi furono ricompensa a’ più ignoranti e malvagi; de’ quali il maggior merito era di aver fatto crescere ad un volume immenso le denunzie ed i processi.

«Io non mi tratterrò ad investigare quanto possano esser veri gli strani disegni che il Giannone imputa al Campanella. Dico solo che le sue asserzioni poggiano tutte sul processo, che veniva fatto a quegli sventurati sotto la terribile impressione della tortura, la quale faceva mentire egualmente e chi poteva e chi non poteva soffrirla; processo che la polizia spagnuola compilava fuori della giurisdizione ordinaria de’ Tribunali di Napoli. E poi il Giannone scriveva sotto la signoria spagnuola, e ciò basta. Ma che il dottissimo Botta, non contentandosi di copiare a verbo il Giannone, abbia altresì voluto far posare molte sue amare parole sulla memoria del Campanella, pervertendone i fatti e le intenzioni, ed aggravandone i carichi, questa è cosa che muove ad ira e dispetto. E chi lacerasse quella pagina della sua Storia d’Italia, ove si piace di travisare e disconoscere il vero, presterebbe un gran servigio alla dignità della storia, ed alla travagliata memoria del dottissimo frate calabrese.

«Il quale se fosse stato quel detestabile uomo che asseriscono il Giannone ed il Botta, io non so come fosse avvenuto che in luogo di mozzargli la testa, si fosse solo contentata la giustizia spagnuola di dannarlo a perpetuo carcere, e poi liberarlo dopo ventisette anni.

«Pesa sul Campanella la colpa di aver chiamato il Turco ad ajuto della sua meditata impresa; il che non è provato. E fosse pur vero; non furono forse i Turchi anteriormente chiamati in Italia da un re cristianissimo contro un re cattolico? Ed Hassan Cicala, ch’era già venuto in Reggio nel 1594, aveva forse bisogno dell’invito di un frate per tornarvi nel 1602? E non dice la storia quanto alla tentata rivoluzione abbia in occulto dato incentivo la Francia, la quale fu sempre collegata cogli Ottomanni a danno della casa di Spagna?

«Certo che nella estimazione delle cose umane è si errato il giudizio, che a chi riesce in un’impresa segue il nome di eroe, segue la fama e la gloria, quantunque il proemio dei suoi fatti sia stato un assassinio o un tradimento; a chi poi l’impresa va fallita, resta il nome di malfattore e di detestabile, resta l’infamia ed il patibolo, quantunque nessun malvagio proposito o misfatto ne abbia contaminata la vita. Conchiudiamo, che quando la prevenzione fa velo al giudizio, lo storico scende dal suo alto ministero, e diviene o accusatore, o avvocato.

«Allegrò il nostro Campanella la tristezza della dura e lunga prigionia col lavoro di dottissime opere filosofiche, che oggidì i più profondi pensatori [p. 82 modifica]dell’Alemagna comentano, traducono e pubblicano per ogni verso, mentre forse pochi tra noi ne conoscono i titoli e la materia. Usci finalmente di prigione ad intercessione e premura dell’ambasciatore francese, e di papa Urbano VIII, che lo accolse in Roma umanissimamente, e gli porse chiarissimi contrassegni della sua benevolenza. Da Roma fece via per Parigi, e vi fu accolto e festeggiato da’ più dotti Francesi, e dallo stesso sovrano. Ivi fra profondi studii storici e filosofici, fra la familiare conversazione di que’ letterati, trascorse il rimanente della sua vita, che gli durò sino al 1639».

(Libro VI, cap. V.)


B.


A compimento della storia di Reggio, durante questo secolo diciassettesimo, ci pare utile non tacere alcune particolarità circa a’ suoi magistrati municipali: — «Amministravano giustizia nella città cinque Curie, o Corti, e queste erano: Curia Arcivescovile, Capitaniate, Sindacaria, Portulanaria, e Baiulare.

«La Corte arcivescovile conosceva delle cause ecclesiastiche appartenenti ai chierici ed alla diocesi.... L’arcivescovo di Reggio, come conte di Bova e d’Africo e barone di Castellace, esercitava in questi paesi anche la giurisdizione temporale per mezzo di suoi Viceconti e Capitanii. Costringeva perciò colle multe pecuniarie al culto de’ giorni festivi, ed all’osservanza di tutte le altre pratiche religiose; ed i suoi servitori stavano armati.

«Era attribuzione del Capitanio correggere con moderata potestà ogni pubblico disordine, fare osservare le regie costituzioni ed i privilegi locali e prendere nelle gravi faccende le misure convenienti dopo inteso il parere del Giudice Assessore.

«Il Sindaco aveva autorità su tutto ciò che riguardasse la pubblica amministrazione dell’Università, come governar le gabelle, destinare i custodi e ripartitori delle acque, giudicare le contenzioni sulle cose urbane de’ cittadini, designare i Vicesindaci della città e suoi borghi, e cose simili.

«Il Maestro Portulano conosceva delle cause dei traffichi, de’ dazii da esigersi su’ frumenti, legna, merci di qualunque genere che si esportavano dalla città, o in essa s’immettevano, e di tutto ciò in somma che competeva alla Regia Camera.

«Il Bajulo o Baglivo verificava i danni che s’inferivano a’ fondi rustici ed urbani o dalla mano dell’uomo o dalle bestie; e v’imponeva le multe proporzionate. Imprigionava i debitori, aveva cura dell’esazione dei crediti, rendeva ragione sopra ogni causa, tranne se criminale. Aveva il suo Maestro d’Atti, e con lui si consigliava per diffinir le controversie.

«Vi erano i Sindaci, i Vicesindaci, il Prosindaco. I Vicesindaci venivan nominati dagli stessi Sindaci per l’amministrazione de’ borghi e sobborghi: il Prosindaco era nominato dal Capitanio a tenere il luogo del Sindaco, qualora questi fosse impedito per qualunque cagione, o sospeso o dimesso. Ne’ luoghi pubblici ed in ogni altra parte della città, dopo il Capitanio o Governatore, il primo onore era de’ Sindaci. Nell’annuo Parlamento (o Consiglio o Reggimento che il dicessero) il Sindaco proponeva [p. 83 modifica]quel che reputava più utile a farsi; e qualora le sue proposte ottenevano la pluralità de’ suffragi, metteva in esecuzione le cose approvate. Radunava il Consiglio ad sonum tubae, ogni volla ch’erano necessarie delle convocazioni straordinarie. Le ordinarie riunioni erano fatte ad sonum campanae.

«Tenevano i Sindaci tribunale, reggevano corte, conoscevano e giudicavano le cause censuali, di salarii, di servizii personali, di locazioni di case, di strade, di pesi e misure. In tali giudizi, quando niuno de’ Sindaci aveva il grado di dottor di legge, si pigliavano per Consultore un legista a loro scelta. Nella piazza davano la meta a’ commestibili che si ponevano in vendita, e questo facevano a vicenda una settimana per uno, o personalmente, o dandone delegazione ad un Vicesindaco.

«Al sindaco di settimana spettavano tutte le lingue de’ buoi macellati, e di ogni tre otri di olio ch’entrava in città gli era dovuto un quartuccio di trenta once, ed un rotolo sopra ogni partita di frutti, o di altri generi a peso, ed un quartuccio di once quaranta sopra ogni salma di vino. Il Capitanio di ogni casale era nominato da’ Sindaci, si quale dovevano obbedir tutti colle armi in mano e colle rispettive insegne, qualora ciò fosse richiesto o per la conservazione dell’ordine interno, o per la difesa contro gli esterni pericoli. Questi Capitani! speciali dipendevano tutti dal Capitano a guerra di Reggio.

«I Sindaci dovevano invigilare ancora perchè i luoghi della città fossero ben presidiati, sorvegliavano le sentinelle, e prevedevano i casi in cui la città ed il comune poteva patir pericolo d’interno tumulto, e di esterne concitazioni. Nelle sacre cerimonie che avean luogo nella Cattedrale i Sindaci sedevano in un luogo alto con tre scalini coperto di panno verde, e con spalliera di seta del color medesimo, dove figuravano elegantemente ricamate le armi della città. Quando erano presenti a’ divini uffizii, dopo del Prelato toccava loro l’incenso, ed il loro entrare ed uscir di chiesa, con in mezzo il Prelato ed il Governatore, era annunziato dal suono dell’organo.

«Il Consiglio generale nominava il Giudice assessore; il quale ordinariamente non era reggino, e nell’entrar in offizio doveva recar seco un probo cittadino che gli facesse garanzia, e dopo terminata la sua annuale gestione doveva stare a sindacato.

«Erano ancora eletti da esso Consiglio il Capitano della compagnia de’ cavalli, ed i Capitani delle cinque compagnie a’ piedi della città; dei quali Capitani, tre dovevano esser nobili, e due onorati. Eleggeva altresì il Maestro d’atti o Attuario, il Segretario, l’Erario o Cassiere, i Rettori del Monte della Pietà, i Razionali per la revisione de’ conti annuali, ed i Sindacatori.

«Nelle cause in cui i Sindaci dovevano elevarsi a giudici, sceglievano tra loro il Commissario, che facesse relazione della controversia, e gli assegnavano un dottor di legge per consultore. Per le legazioni a personaggi eminenti, o alla regia Corte di Napoli, deputavano sempre due o tre cittadini patrizii de’ più ragguardevoli per esperienza, prudenza e dottrina.

«Come si deduce da’ pubblici atti, i Sindaci nel 1500 si chiamarono anche Consoli, ed ebbero il titolo di Eccellenti, nel 1600 d’Illustrissimi; e troviamo [p. 84 modifica]che dalla metà del 1600 a quasi tutto il 1700 facevano chiamarsi anche Senatori, e tali si qualificavano nello lapidi e nelle pubbliche scritture, in mancanza del Capitanio o Governatore faceva le veci il Sindaco nobile più anziano. I Sindaci davano possesso al nuovo Governatore, ed il Governatore ai nuovi Sindaci nella Cappella di Santa Maria del popolo dentro la Cattedrale.

«Era ancora di attribuzione de’ Sindaci la proposta del Protopapa. Ognuno di essi nominava un soggetto, e su questa terna votava il Parlamento generale. Chi de’ tre proposti raccoglieva due terzi di voti rimaneva eletto Protopapa, e se ne provocava la superiore approvazione da Napoli.

«Non era disdicevole a’ nobili la professione di notaio e di medico a tutta la metà del seicento; ed agli onorati tale professione, come pur quella di dottor di legge, e di capitano nella milizia, dava agevolezza di nobiltà personale, che li faceva abili al sindacato dei nobili». (Libro VII, Cap. II.)











Note

  1. Dicono fra questi due golfi traversasse in antico un canale, in guisa da restare isola una parte della Calabria. — Pilla, Ann. civ. di Nap., quad. XL; Philippi, Cenni geognostici sulla Calabria. A Carlo III Borbone erasi proposto di riaprirvelo, come già ne aveva avuto idea Dionigi di Siracusa, secondo quello che attesta Plinio, Hist. natur. III, 45: Nusquam angustior Italia; vigintimillia passuum latitudo est: itaque Dionysius maior intercisam eo loca adjicere Sicilia voluit.
  2. È tradizione avessero operato questa disgiunzione, per improvviso strappo, le correnti qua favolosamente pericolose. Dimostrò geologicamente il fatto Dolomieu, Mem. su’ tremuoti della Sicilia. E il Cluverio raccolse i passi di antichi che lo attestano. Citeremo quelli di Virgilio e d’Ovidio:

    Haec loca, vi quondam et vasta convulsa ruina
    (Tantum ævi longinqua valet mutare vetustas)
    Dissiluisse ferunt: cum protinus utraque tellus
    Una ferunt, venit medio vi pontus, et undis
    Hesperium Siculo latus abscidit, arvaque et urbes
    Litore deductas angusto interluit æstu. — Aen., III, VI 4.

    ...Zancle quoque iuncta fuisse
    Dicitur Italia, donec confiniu pontus
    Abstulit, et media tellurem repulit unda. — Metam., XV, 290.

           Ma testè De Buch, confrontando i monti Peloritani con quelli della vicina Calabria, e precisamente col gruppo dell’Aspromonte, negava che questa sia mai stata unita alla Sicilia. Tal’opinione aveano già mossa innanzi il Brocchi nella Bibl. Ital. e Gemellaro nelle Effemeridi scient. e lett. della Sicilia.

  3. Già maravigliosa ancora agli antichi. Virgilio ne accenna l’immensa foresta che estendevasi per settecento e più stadi. — Aen. XII.
  4. Sommità fra le più alte degli Appennini calabresi; le due prime nella Sila, la terza al confine della vicina Basilicata.
  5. ... omnium Italiæ regionum Calabriam optimam esse dico. Nam quicquid mortalibus est necessarium terra ipso per se foelix abunde gignit, nullisque adscititiis bonis eget, sed per se sibimet suppelit.... Sunt Calabra arva pinguia, et feraces campi, ubi cernere est simul et mirari quarn grandet segetet, novales et campi ipsi roscidi emittent. Montes in eis sunt frugiferi, et aprici, pinguesque; colles frugibus, vilibus, arboribusque, impendio apli, ac benigno ventorum afflatui expositi, valles amenai opaca nemora singulari quadam voluptale conferla.... pascud pabulaque florentissima teneris herbis floribusque viventia, perennibus rivis irrigata.... — Barrio, De antiq. et situ Calabria, lib. I, cap. XXI.

           «— dell’Italia quella che avanza ogni oondilione di terra credo che fosse la provincia di Calabria. Perchè quanto di buono si produce in tutta Italia per uso di sè stessa, in maggior copia si produce in Calabria per uso di sè medesima e di tutta Italia; che per ciò i nostri antichi la chiamavano Calabria, da calo e brio, che vuol dire di buono esubero et abbondo — Marafioti, Cron. et antich. di Calabria, lib. V, cap. I.

           E il Pontano in libro astrorum soggiunge:

    Et tellus late ingenti circumdata Sila
    Dives agri, dives pecoris, longe optima nutrix
    Lenacœ vitis, ditique argentea gleba,
    Clarorum inventrix studwrum, alque nuli divis,
    Magna l’iris, magna ingeniis, alque urbibus ingens.

  6. Nome che pare significasse schiavi fuggiaschi, o, come altri opina, schiavi ribelli. Vernacula enim sermone fugitivi appellabantur Brettii. Diod. Siculo, lib. XVI. — Brettios Lucani rebelles, fugitosque vocant. Strab., lib. VI. — D’altra origine però lo fa venire Vincenzio Cuoco, cioè dall’arte di trar la pece da’ loro pini, nella quale erano peritisssimi. V. Plat. in Ital. cap. XXXVI.
  7. Presso i cronisti bizantini di fatto è chiamalo Vescovo di Sicilia il vescovo di Reggio.
  8. Questa corografica mutazione seguì nel secolo VIII, e propriamente dopo il 752. A ben porvi mente è necessario, essendo caduti in grandi strafalcioni i cronisti, appunto per avervi badato poco. Confondendo le date, i luoghi, gli eventi, i personaggi hanno attribuito alla Calabria nuova le cose dell’antica, ed a questa le cose di quella; ingannali dalla medesimezza del nome.
  9. «I Bizantini e i Saraceni feudi non conobbero.. .. Furono i Normanni, che in queste provincie (in Calabria) gl’introdussero, ad esempio delle altre ch’erano più lungamente durate sotto la dominazione de’ Longobardi. Quindi. ...i baroni di Catanzaro, di Sinopoli, di Cosenza, di Tarsia, di Bisignano, di Girace, di Melilo, di Policastro e molli altri». — Giannone, Stor. civ. del Regno di Napoli, lib. X, cap. XI.
  10. Cioè:

    Garriele Barrio. De antiquitate el situ Calabriae. Romae, 1571.
    Tommaso Aceti. In Gabrielis Barrii libros quinque. . . . prolegomena, addiliones et notaa. Romae, 1737.
    Girolamo Marafioti. Cronache et antichità di Calabria. Padova, 1601.
    Elia Amato. Pantopologia calabra. Napoli, 1725.
    Giovanni Fiore. La Calabria illustrata.
    Zavarroni. Biblioteca calabra.
    Domenico Martire. Storia di Calabria. (Non istampata, ma in due volumi serbasi manoscritta nel collegio di S. Francesco di Paola ad montes, in Roma). Giuseppe Moribani. Bruttium ecclesiasticum vetus, graecanicum, et novum.
    Antiquitates veterum Bruttiorum. ( Opere rimaste incompiute per la morte dell’Autore. Si ha appena il sommario della prima; e della seconda non esiste che il primo libro, il quale conservasi nella Biblioteca Borbonica di Napoli).

    Lavori tutti o di minutaglie erudite, o di notizie topografiche, che aspettano sempre la mano che li fecondi e li ripulisca, e loro dia la tempera e il pregio veramente storico che non hanno. I loro autori, frati i più, fecero quel che poterono. Toccherebbe ora a qualcuno degli studiosi calabresi riseminare il campo, e sbrattarlo del troppo e del vano, e alla cultura moderna renderlo più adatto. E deh I beato chi abbia agio e quiete ed amore da ciò!
  11. Vedine l’elenco in Marafioti, Op. cit., p. 303 e seg.; e in Aceti, Op. cit., p.431 e seg.
  12. Quest’opinione è ormai consentita da lutti gli eruditi. La sinonimia d’Italia, Italium, Vitalia, Vitalium, Vitctlia, Vitellium, Vitello, Vileliu è attestata da tradizioni e da medaglie.
  13. Vedi Afan de Rivera, Cosiderazioni sulle Due Sicilie. Napoli, 1833.
  14. Il bergamotto è un agrume che si produce soltanto in Reggio. Credesi un ibrido nato dal limone e dall’arancio, e l’essenza che se ne cava è molto cercata in commercio. Lo vogliono alcuni originario dall’isola Barbada; altri indigeno di Bergamo; altri per la via di Roma portato a Reggio da un Vazzana, già un secolo o poco più. Certa cosa è che oggidì nè in Roma, nè in Bergamo, nè nell’isola di Barbada, nè in alcuna parte del globo più si produce cotesto frutto; e la sua cultura è tutta propria e particolare del solo territorio reggino, di cui è uno de’ principali capi d’entrata.
  15. Colletta, nella Lettera che doveva essere premessa alla Storia del Reame di Napoli. Vedi la vita di lui scritta da Gino Capponi.
  16. Machiavelli, Ist. Fior., proemio.
  17. Prefaz., p. iii.
  18. Ivi, p. iv.
  19. Ivi, p. iii.
  20. Ivi, p. iii.
  21. Ivi, p. iv.
  22. Lib.I, cap. 2, §.6.
  23. Ivi, cap. 4. §. 3. — In questo medesimo cap. 4, §. 10, vedi un’altra bella risposta di Pitone al tiranno di Siracusa.
  24. Ivi, cap. 3, §. 2.
  25. Ivi, cap. 3, §. 2 e 8.
  26. Lib.II, cap. I, §. 4; cap. 2, §.4 e 10; cap. 6, §. 8.
  27. Ivi, cap. 2, §. 10.
  28. Ivi, cap.6, §. 8.
  29. Ivi, cap. 2. §. 4. Conferisci §. 1 del cap.6, e §. 9 del cap. 4.
  30. Lib. III, cap. 2, §. 5.
  31. Ivi, cap. 2, §. 5.
  32. Ivi, cap. 2, §.7.
  33. Ivi, cap. 4, §. 5, 6, 7.
  34. Dal nome che Roberto tolse di Duca di Calabria, volle si chiamasse ducato la prima moneta d’argento da lui fatta battere dopo la presa di Reggio. D’onde 1.° l’uso di contare per ducati nel Regno; 2.° il titolo di Duca di Calabria che prende l’erede del trono
  35. Ivi, cap. 5, § 3.
  36. Lib.IV, cap. 1, §. 6.
  37. Ivi, cap.1 e 2.
  38. Fu da Reggio che l’angioino Carlo intimò il famoso duello (di cui parlano le storie napoletane) all’aragonese Pietro. — Ivi, cap. 2, $ 8.
  39. Ivi, cap. 4, §. 2.
  40. Ivi, cap. 5, g. 1. — Ciò spiega perchè, in questa età e nelle posteriori, coteste due case siano state si larghe a concedere o riconfermare a’ Reggini quei tanti privilegi e favori e immunità, che l’autore mentova ne’ varii luoghi della sua opera. Volendo di tali privilegi ed immunità avere qualche notizia, vedi Lib. IV, cap. 3, §. 3, 5, 7, 9; cap. 4, §. 3, 9, 11; cap. 5, §. 2, 3. — Lib. V, cap. 1, §. 1, 3, 5, 6; cap. 2, §. 4, 5, 7, 8; cap. 3, § 1, 6; cap. 4, § 4, 6; cap. 5, §. 1; cap. 6, §. 2. — Lib. VI, cap. 2, §. 3; cap. 3, §. 4.
  41. Per l’intelligenza della storia civile di Reggio in particolare, e di quella del Regno in generale, non fin ozioso ricordare che «a quel che oggi «diciamo Comune i nostri vecchi davano il nome di Università; e chiamavano Sindico, ossia Procuratore, chi era preposto alla trattazione delle cose dell’Università. Questo nome ed uffizio di Sindico (che alla nostra pronunzia è Sindaco) fu a noi senza dubbio tramandato dagl’Italioti; i quali, alla guisa degli Ateniesi, nominavano Sindici cinque oratori eletti dal popolo per la difesa delle antiche leggi presso il Consiglio de’ Nomoteti, quando si mettesse in proposta l’abrogazione e derogazione di alcuna fra esse. Questo magistrato, perdutosi come pare sotto il lungo dominio de’ Romani e de’ Goti, ci fu restituito da’ Bizantini; e da costoro, come avvenne di altri nomi di pubblici uffizi, passò a’ Normanni senz’alterazione di sorta. Cosicchè ne’ primi secoli della monarchia siciliana erano dinotati col nome di Sindaci quei cittadini che le Università mandavano oratori al sovrano per la difesa e conferma de’ loro privilegi, o eleggevano temporaneamente per qualche altro lor grave negozio che richiedesse la direzione ed il consiglio di cittadini sperimentati ed integri. — Quindi quest’uffizio non fu allora un magistrato annuo, ordinario, o periodico comecchessia, ma temporaneo ed eventuale. Laonde spesso avveniva, che, nel corso d’uno stesso anno, fossero eletti più Sindici, secondo che si stimavano necessari all’avviamento e conchiusione di faccende pubbliche di varia natura. E qualche volta ancora il Sindico era scelto fuori del seno della cittadinanza reggina, come tra i cittadini di Messina, o altrove. Ne’ tempi anteriori a re Roberto l’ordinario ed annuo magistrato municipale della città di Reggio risedeva in quattro nobili e probi uomini detti Giurati, perchè giuravano sopra i santi Evangeli di trattare con rettitudine e fedeltà tutte le cose appartenenti all’Università. Costoro erano eletti annualmente dall’Università medesima; e del loro uffizio abbiamo chiara notizia in una lettera patente di re Roberto; il quale, confermando a’ Reggini tal magistrato (1326), concedè che ne facessero l’elezione giusta il consueto» - Ivi, cap. 4, §. 4.
  42. Lib. V, cap. 3, §. 3.
  43. Ivi, cap. 3 e 4.
  44. Fra cotesti privilegi e immunità sono nondimeno notevoli, per esempio, i seguenti:

    — «Che niun reggino potesse tenere in città alcun regio uffizio». — Ivi, cap. 1, §. 1.
    — «Che nessuno uffiziale o capitano di essa città potesse procedere contro persona alcuna ex officio Curiae, se non dopo essersi presentato un denunziatore che si obbligasse a provar la cosa denunziata, e desse idonei fidejussori a portar la pena del taglione, ed a rifar i danni al denunziato, nel caso che il denunziatore non ne avesse sostenuta la prova, anche nelle circostanze dalla legge previste». — Ivi, cap. 1, §. 1.
    — «Che in avvenire nell’università (Comune) di Reggio non potessero più riunirsi in una stessa persona gli uffizi di castellano e di capitanio, e che a tali uffizi non potessero esser chiamati nè conti, nè baroni, nè Fiorentini o Lombardi, ma solo regnicoli» — Ivi, g. 3, cap. 1.
    — «Che gli ufficiali successivi fossero i sindacatori de’ passati, coll’aggiunta sempre di un sindacatore eletto dall’università» — Ivi, cap. 1. §. 3.
    — «Che i Reggini non potessero essere costretti a servire nè nell’armata nè nell’esercito, qualora non volessero andarvi volontariamente». — Ivi, cap. 2, §. 4.
    — «Che niun capitanio o altro ufficiale potesse far bandi senza averli fatti legger prima a’ sindaci della città, per vedere se ne’ medesimi si contenesse alcuna cosa opposta a’ privilegi locali. Ed ove ciò fosse, il capitanio dovesse astenersi dall’emanazione e pubblicazione di tali bandi» — Ivi, cap. 2, g. 8.
    — «Che se mai avvenisse, per qualunque causa, che la città fosse sottratta al regio demanio, e data in governo e potestà di baroni, potessero i suoi cittadini, in ogni tempo, impugnar le armi, resistere, uccidere con ogni mezzo di difesa, senza incorrere per questo in pena alcuna». — Ivi, cap. 2, §. 8.
    — «Che dovendo le donne oneste della città recarsi, nelle ore proibite della notte, alle case da’ consanguinei ed amici, massime in tempo di lutto, d’infermità e di nozze, ognuna di esse avesse ad essere accompagnata da due onesti uomini armati a sua tutela». — Ivi, cap. 3, §. 6.
    — «Che i Reggini, per qualunque operazione che facessero o per proprio comodo, o per commerciare, non fossero mai tenuti nell’avvenire di pagare alcun diritto di dogana, di fondaco, di ancoraggio, di fallangaggio, di portolania, di passaggio, di peso e misura, di custodia, di passo, di porto e di gabella o vettigale di qualsivoglia natura. Ed in caso di molestie, che gli ufficiali della città potessero far rappresaglia». — Ivi, cap. 3, §. 6.

         E più di questo ordinazioni (e molte altre che si trovano nel libro ch’esaminiamo) sono poi a leggersi, come documento storico, le Ordinazioni e Capitoli che Alfonso Duca di Calabria, facendo dimora in Reggio, volle fossero compilati pel governo di essa, furono tali Capitoli ed Ordinazioni il fondamento della legge che resse il municipio reggino fin a tutto il decimoytavo secolo. Vedine il testo al cap. 5 di questo lib. V.
  45. Lib. VI, cap. 1.
  46. Ivi, cap. 2, §. 1: cap. 4, §. 1; cap. 5, §. 1.
  47. Ivi, cap. 3, §. 7.
  48. Vedi tutto questo lib. VI, passim
  49. Ivi, cap. 3, §. 5; cap. 4, §. 3 e 4.
  50. Ivi, cap. 3, §. 5.
  51. Ivi, cap. 3, §. 5; cap. 4, §. 5 e 8.
  52. «La cittadinanza di Reggio si partiva in tre ordini: nobili, onorati (o civili) e popolari. Ai nobili, dalla metà del cinquecento fino ai principii del seicento, si dava il titolo di magnifico, all’onorato di nobile, al maestro di onorato. Quel regio uffiziale, che sotto la precedente dinastia aragonese aveva il comando militare e civile della città e suo distretto, e si chiamava Capitanio, sotto il dominio spagnuolo fu detto Governatore, o Capitano a guerra; e quello che teneva il coarando della provincia e nomavasi Luogotenente, fu detto Preside dagli Spagnuoli. In mancanza e assenza del Governatore ne teneva le veci il Sindaco nobile. I tre Sindaci amministravano ordinariamente una settimana per ciascheduno, e se incontrava che mancassero tutti e tre, allora l’amministrazione municipale restava affidata al più anziano degli Eletti nobili del Consiglio generale (o Parlamento o Reggimento che dir si voglia). I Sindaci davano possesso al Governatore, e costui a’ Sindaci, prima nella chiesa di san Gregorio, poi nella Cappella di Santa Maria del Popolo, quando questa fu eretta nella cattedrale dal cantore Antonio Tegani. Il pubblico Parlamento, o Consiglio sopradetto, si convocava ad sonum campanae nella casa della città dirimpetto al duomo, che dicevasi il Toccogrande; ed in una casa presso la chiesa della Cattolica, che si diceva il Toccopiccolo, raccoglievansi a consiglio i patrizi, quando si trattasse o di affari del loro ordine, o di proposte da farsi nel pubblico reggimento, del quale le deliberazioni si chiamavano conclusioni reggimentarie». — Ivi, cap. 2, §. 4.
  53. Vedi in fine dell’articolo, nota A.
  54. Lib. VII, cap. 1, §. 1; cap. 6, §.5.
  55. Ivi, cap. 1, §. 4. — E non uccisioni e zuffe soltanto, ma accadevano vere tragedie domestiche, che fanno inorridire a leggerle. Basta per tutte la sanguinosa scena del barone di Montebello col marchese di Pentidattilo, la quale è raccontala nel cap. 5 di questo Lib. VII.
  56. Ivi, cap. 3, §. 3, 4,5.
  57. Ivi, cap. 3, §. 3, 4, 5.
  58. Ivi, cap. 6, §. 4.
  59. Ivi, cap.6, §. 1, 2, 3.
  60. Cioè con la legge o capitolazione del 1638, fatta a fine di rimuovere le frodi, i disordini, la sconvenienze che già prevalevano nell’elezione degli uffiziali municipali di Reggio. Vedine il testo al cap. 2 di questo Lib. VII
  61. Ivi, cap. I, g. 2. — Di tutti dà distinta notizia il Bollini nelle Tavole illustrative e cronologiche. Vedi Tavola III.
  62. Ivi, cap. 1, §. 2.
  63. V. in fine dell’articolo, nota B.
  64. A causa, specialmente, della pestilenza del 1743 e de’ tremuoti del 1783. L’autore racconta questi colle parole del Botta, e quella con parole sue; e dell’indugiarvlsi troppo si scusa con dire che e la materia è unica a «memoria di uomini.... perchè contiene una mesta e compassionevole vicenda di dolori intensissimi, d’ineffabili sofferenze domestiche, di lutti interminati. È la storia d’una perfidia incredibile; perchè la malizia umana operò che il morbo si protraesse ed infierisse in Reggio assai più che non portava la sua indole, che poteva dirsi benigna, rispetto alla tremenda moria, la quale in così breve spazio avea mutato Messina in cimitero. — Lib. VIII, cap. 1, §. 4.
  65. Lib. VIII, cap. 4, §. 7; cap. 4, §. 6, 7. – S’intende del decreto del 1749, che regolò l’elezione de’ sindaci della città, da questo tempo a quello dell’ultima invasione francese.
  66. Ivi, cap. 5, g. 6. — Vedi Tav. illustr. e cronol. Tav. III.
  67. Ivi, cap. 4, §. 7, 8.
  68. Si allude a Giuseppe Logoteta di Reggio, rappresentante del popolo, che nel 1799 fu messo a morte assieme a Pagano, Cirillo, Ruffo, Ciaia, Baffi ed altri insigni di quell’età. — Vedi Colletta, Storia del Reame di Napoli. lib. V, cap. 1, §. 5, 6.
  69. Ivi, cap.5, §. 5.
  70. Ivi, cap.5, §. 5.
  71. Era costui Giovanni Pinelli, pessimo arnese, succeduto al Dusmet, buon soldato e prudente amministratore. — Ivi, cap. 5, §. 1.
  72. Ivi, cap. 5, §. 6.
  73. .... memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.... Vita d’Agricola, in principio.
  74. Lib. VIII, cap. 4, §. 7.
  75. Ivi, cap. 5, §. 2.
  76. Ivi,cap. 4, §. 7.
  77. Ivi, cap. 5, §. 5:
  78. Che se nel sommario da noi fatto coteste mende appariscono meno, ciò nasce dall’esserci ingegnati a mettere di preferenza in vista i pochi elementi generali e civili dell’opera, assommandoli in un sol conserto e tralasciando le particolarità di minore importanza.
  79. Come quella del Cavriolo per Brescia; del Bellafini e del Zanchi per Bergamo; del Finio per Crema; dello Scardeone per Padova; del Niccolio per Rovigo; del Bonifacio e del Burchelati per Treviso; del Rizzoni, del Corte, del Saraina per Verona; del Valeriano per Belluno; del Campi per Cremona; del Prisciani e del Giraldi per Ferrara; del Giovio, del Muralto, del Ballarini, del Cantù per Como; dell’Equicola per Mantova; del Rossi per Ravenna; del Sigonio, dell’Alberti, del Ghirardacci, del Bocchi per Bologna; del Chiarelli per Urbino; del Gioffredo per Nizza, dello Sciacca per Palermo; del Vivoli per Livorno, ec. ec.
  80. Discorsi, lib. I, proemio.