Storie fiorentine dal 1378 al 1509/XXIII

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XXII XXIV


RIFORME DELLA COSTITUZIONE FIORENTINA
IMPRESE DEL VALENTINO
PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA (1502)


Assettati con somma laude e felicità questi disordini che apartenevano alla conservazione dello imperio e della quiete di fuora, la signoria volse gli animi a riordinare le cose e lo stato della città, per la disordinazione del quale nascevano tutti gli altri disordini e confusione, che erano di natura che perseverandosi in essi, ciascuno dubitava avere a vedere el fine ed ultimo esterminio della città. In che s’ha a intendere che e’ sarebbe difficile immaginarsi una città tanto conquassata e male regolata quanto era la nostra, e tutto el male procedeva per non vi essere uno o piú uomini particulari che vegghiassino fermamente le cose publiche e che avessino tale autorità che, consigliato quello fussi utile a fare, potessino di poi essere instrumenti a condurlo a esecuzione, anzi mutandosi di due mesi in due mesi le signorie, e di tre e quattro in tre e quattro e’ collegi, ognuno per la brevità del tempo che aveva a essere in magistrato, procedeva con rispetto e trattava le cose publiche come cose di altri e poco apartenente a sé. Aggiugnevasi che e’ signori ed e’ collegi, per e’ lunghi divieti che danno le legge della città alla casa ed alla propria persona dall’una volta all’altra, non possono essere el piú delle volte se non uomini deboli e di poca qualità ed esperienzia degli stati; in modo che se e’ non prestano fede a’ cittadini savi ed esperti, anzi vogliono procedere di loro capo ed autorità, come interveniva allora perché avevano sospetto che e’ primi cittadini non volessino mutare lo stato, impossibile è che la città non vadia in perdizione. Concorrevaci tutti e’ disordini che fanno e’ numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digestite, la lunghezza al deliberare, tanto che spesso vengono tardi; el non tenere secreto nulla, che è causa di molti mali.

Da questi difetti nasceva che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio degli andamenti e moti di Italia; non si cognoscevano e’ mali nostri prima che fussino venuti; non era alcuno che avisassi di nulla, perché ogni cosa subito si publicava, e’ principi e potentati di fuora non tenevano intelligenzia o amicizia alcuna colla città, per non avere con chi confidare, né di chi si valere, e’ danari andando per molte mani, e per molte spezialità, e sanza diligenzia di chi gli amministrava, erano prima spesi che fussino posti e si penava el piú delle volte tanto a conoscere e’ mali nostri e di poi a fare provisione di danari, che e’ giugnevano tardi, in modo che e’ si gittavano via sanza frutto, e quello che si sarebbe prima potuto fare con cento ducati non si faceva poi con centomila.

Nasceva da questo che, bisognando ogni dí porre provisione di danari e provisione grosse, la brigata doppo el corso di molti anni era sí stracca che non voleva vincere piú provisione, in modo che non avendo danari, ogni dí la signoria sosteneva e’ cittadini piú ricchi in palagio e gli faceva per forza prestare al commune, e nondimeno non se ne cavava tale provedimento che e’ non fussino constretti a ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare sanza soldati, tenere sanza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze nostre. E però e’ savi cittadini e di riputazione, vedute queste cattive cagione, né vi potendo riparare perché subito si gridava che volevano mutare el governo stavano male contenti e disperati e si erano in tutto alienati dallo stato; ed erano el piú di loro la maggior parte a specchio, né volevano esercitare commessarie o legazione se non per forza e quando non potevano fare altro, perché sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso el carico e grido del popolo sanza loro colpa.

Di qui procedeva che uno Piero Corsini, uno Guglielmo de’ Pazzi erano tutto dí mandati commessari, perché, non volendo andare gli uomini savi e di riputazione, bisognava ricorrere a quegli che andavano volentieri; cosí andorono in Francia imbasciadori uno Giovacchino Guasconi, uno Luigi dalla Stufa e simili che non accadde nominare, perché uno messer Guidantonio Vespucci, uno Giovan Batista Ridolfi, uno Bernardo Rucellai, uno Piero Guicciardini non andavano se non quando non potevano fare altro. Di qui nasceva che la città non solo non aveva riputazione cogli altri potentati di Italia, ma né ancora co’ sua propri sudditi; come si vedde nelle cose di Pistoia dove non sarebbono e’ pistolesi tanto trascorsi, se avessino temuta o stimata la città. Aggiugnevasi a questi mali cosí publici che non sendo nella città nessuno che avessi perpetua autorità, e quegli che erano in magistrato, per essere a tempo, procedendo con timore e con rispetti era introdotta una licenzia sí publica e grande, che e’ pareva quasi a ognuno, massime che fussi di stirpe punto nobile, lecito di fare quello che e’ volessi. Cosí chi si trovava ne’ magistrati, se avessi nelle cose che vi si trattavano una spezialtà ed una voglia o onesta o disonesta bisognava che ne fussi satisfatto e contento.

Questi modi dispiacevano tanto a’ cittadini savi e che solevano avere autorità, che erano quasi stracchi del vivere, perché e’ vedevano la città rovinare ed andarne alla ’ngiú cento miglia per ora vedevano essere spogliati di ogni riputazione e potere; il che doleva loro e per rispetto proprio e perché in effetto quando gli uomini di qualità non hanno, io non dico la tirannide, ma quello grado che si conviene loro, la città ne patisce. Aggiugnevasi che ogni volta che nasceva qualche scompiglio, el popolo pigliava sospetto di loro e portava pericolo che non corressi loro a casa, in modo che ogni dí pareva loro, essere in sul tavoliere, e però sommamente desideravano che el governo presente si mutassi o almeno si riformassi, in modo che la città fussi bene governata, loro recuperassino parte del grado loro, ed in quello che avevano si potessino vivere e godere sicuramente. Era el medesimo appetito in quegli che si erano scoperti inimici di Piero de’ Medici, perché per e’ disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che e’ Medici non tornassino, e cosí riputavano avere a sbaraglio lo essere loro. Cosí gli uomini ricchi e che non attendevano allo stato, dolendosi di essere ogni dí sostenuti e taglieggiati a servire di danari el commune, desideravano uno vivere nel quale, governassi chi si volessi, non fussino molestati nelle loro facultà.

Allo universale della città, che erano gli uomini di casa basse e che conoscevano che negli stati stretti le casa loro non arebbono condizione, erano gli uomini di buone case, ma che avevano consorti di piú autorità e qualità di loro e però vedevano che in uno vivere stretto rimarrebbono adrieto; a tutti costoro, che erano in fatto molto maggiore numero, piaceva molto el governo, nel quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo presente e da casa a casa; e con tutto intendessino vi era qualche difetto, pure ne erano tanto gelosi e tanto dubio avevano che non fussi loro tolto, che come si ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano. Ma di poi, stracchi dalle grande e spesse gravezze che si ponevano, da non rendere el Monte le paghe a’ cittadini, ed in ultimo mossi da questi casi di Arezzo e da tanto pericolo che si era portato, che si toccava con mano essere causato da’ disordini nostri, cominciorono a conoscere sí chiaramente che, non si pigliando migliore forma, la città si aviava al fine suo, che e’ diventorono facili a acconsentire che si pigliassi qualche modo di riformare el governo, pure che lo effetto fussi che el consiglio non si levassi, né lo stato si ristrignessi in pochi cittadini.

Trovando adunche la signoria la materia bene disposta ed essendovi caldi, massime Alamanno Salviati, cominciorono a trattare e consultare quello che fussi da fare, e finalmente discorrendo si risolverono che e’ non fussi da ragionare di fare squittini, di dare balía a’ cittadini e cosí di levare el consiglio, per piú cagioni: prima, perché come lo stato si ristrignessi in pochi, nascerebbe, come si era veduto ne’ Venti ed in molti altri tempi, divisioni e sette fra loro, in modo che lo effetto sarebbe che quando si fussino prima bene percossi, bisognerebbe fare uno capo ed in fine ridursi a uno tiranno; di poi, che quando fussi bene utile el fare cosí el popolo ne era tanto alieno che mai vi si condurrebbe; e però non essere bene di ragionare né di attendere allo impossibile, ma pensare un modo che, mantenendosi el consiglio, si resecassino quanto piú si poteva e’ mali della città e loro; e’ quali erano in somma, che le cose grave ed importante si trattavano per mano di chi non le intendeva; e’ cittadini savi e di qualità non avevano grado né reputazione conveniente; nella città si amministrava pe’ magistrati nostri poca giustizia e ragione, massime nel criminale. Occorreva a questo uno modo: creare a vita uno magistrato di venti, quaranta, sessanta, ottanta o cento cittadini, e’ quali creassino e’ commessari ed imbasciadori, come facevano allora gli ottanta e non avessino autorità di creare altri ufici e magistrati per non tôrre la autorità al consiglio; vincessino le provisione di danari, massime per finale conclusione, e cosí non avessino di poi a ire in consiglio; di loro si creassino e’ dieci; con loro si trattassino e consultassino le cose importante dello stato, come si fa a Vinegia co’ pregati. Di questo nascerebbe che, stando loro continuamente, la città arebbe chi vegghiassi le cose sue; sendo e’ piú savi della città, sarebbono bene intese e consultate, prevederebbono di danari a’ tempi e quando bisognassi, arebbono sempre buona notizia delle cose che andassino a torno, perché loro vi attenderebbono, sarebbonne di continuo avisati perché nessuno temerebbe essere scoperto da loro, ed e’ potentati di Italia non fuggirebbono el tenere pratica con loro, perché arebbono di chi si fidare e con chi si valere. Cosí arebbono bene governate le cose publiche, e’ cittadini savi e di qualità ritornerebbono in grado e riputazione conveniente; ed essendo nella città uomini che arebbono qualche autorità e riverenzia, si reprimerebbe la licenzia di molti, ed e’ magistrati nelle cose criminali farebbono piú el debito loro, e se non lo facessino, non mancherebbe trovare de’ modi che provedessino a questa parte.

Questa conclusione piaceva assai, ma si dubitava che el popolo per el grande sospetto che aveva che non si mutassi lo stato, come e’ vedessi ordinare deputazione di cittadini non vi concorrerebbe, e però si risolverono che egli era meglio fare uno gonfaloniere di giustizia che fussi o in perpetuo o per uno lungo tempo, di tre anni o cinque per due cagioni: l’una perché quando bene si facessi quella deputazione di cittadini di che è detto di sopra, nondimeno non pareva che avessi la sua perfezione se non vi fussi uno gonfaloniere almeno per lungo tempo; e di poi feciono giudicio che essendo eletto uno gonfaloniere savio e da bene, che avendo fede col popolo sarebbe poi el vero mezzo a condurre facilmente quello o altro disegno, di che lo effetto fussi che le cose di importanza si governassino per mano de’ primi cittadini della città, e che gli uomini di conto avessino quella autorità che meritamente si conveniva loro. E non pensorono che se la sorte dava loro uno gonfaloniere ambizioso, che e’ non vorrebbe in compagnia uomini di riputazione, perché non gli potrebbe disporre e maneggiare a suo modo, e cosí che essendo eletto libero non vorrebbe legarsi da se medesimo; e però che prima si doveva fare gli ordini, poi l’uomo che vi aveva a vivere sotto, non prima l’uomo sciolto, che stesse a lui se s’aveva a ordinare e legare, o no.

Fatta adunche questa risoluzione nella signoria e di poi persuasola destramente a’ collegi, si cominciò a praticare e’ modi e la autorità sua co’ cittadini piú savi e si conchiuse che la autorità sua fussi quella medesima che solevano avere pel passato e’ gonfalonieri di giustizia, non accresciuta né diminuita in alcune parte, eccetto che e’ potessi proporre e trovarsi a rendere el partito in tutti e’ magistrati della città nelle cause criminali. Questo fu fatto perché, trattandosi di uno delitto di uno uomo nobile, se e’ magistrati per rispetto vi andassino a rilento, lui la potessi proporre, e colla autorità e presenzia sua muovergli a osservanzia delle leggi.

Venne di poi in consulta quale fussi meglio, o farlo a vita o per tempo lungo di qualche anno; a molti non pareva da farlo a vita, perché si potessi qualche volta mutare e dare parte a altri; di poi se e’ riuscissi uomo non sufficiente o per ignoranzia o per malizia, che e’ finirebbe qualche volta, e la città non l’arebbe adosso in perpetuo, inoltre lo stare uno tempo lungo, bastare a fare quegli effetti buoni che si cercavano per la creazione sua, perché la città arebbe chi vegghierebbe le cose publiche ed uno timone fermo e che potrebbe introdurre gli ordini buoni; inoltre, che ricordandosi di essere a tempo, non gli parrebbe avere tanta licenzia, quanta se fussi perpetuo, e piú consentirebbe a ridurre e’ cittadini al governo in compagnia sua, che se fussi a vita.

A molti, fra’ quali era Giovan Batista Ridolfi, pareva el contrario; assegnavanne massime due ragione: l’una, che sendo fatto a vita, arebbe el maggiore grado che potessi desiderare nella città e però che l’animo suo si quieterebbe e contenterebbe, e potrebbe sanza rispetto alcuno pensare al bene della città, dove, se fussi a tempo, non poserebbe forse cosí l’animo, ma penserebbe come vi si potesse perpetuare, o con favore della moltitudine o con qualche via estraordinaria; il che non potrebbe essere se non con danno ed alterazione grande della città; di poi, che sendo in perpetuo, potrebbe piú vivamente fare osservare la giustizia e punire e’ delitti, perché avendo a stare sempre in quello magistrato, non arebbe rispetto e paura di persona, dove sendo a tempo, si ricorderebbe avere a tornare un dí cittadino privato, e non vi sarebbe gagliardo, anzi procederebbe con quegli riguardi che facevano gli altri magistrati della città, e cosí verrebbe a mancare la osservanza della giustizia, che era uno di quegli effetti principali pel quale si introduceva questo nuovo modo. Deliberossi finalmente non lo fare in perpetuo, ma per tempo lungo di tre anni; e cosí sendo ferma la provisione e tirandosi innanzi, Piero degli Alberti, Bernardo da Diacceto ed alcuni simili cominciorono a gridare che gli era meglio farlo a vita e tanto intorbidorono, che quella provisione non si vinse, mossi perché e’ non piaceva loro farlo in modo alcuno e si persuasono che el popolo non concorrerebbe mai a farlo a vita.

La signoria adunche che ci era calda, massime Alamanno, alterata in su questa contradizione, ordinò la provisione di farla a vita, e vi si aggiunse avessi a avere cinquant’anni; non potessi avere magistrato alcuno della città; e’ sue figliuoli non potessino essere de’ tre maggiori; fratelli e figliuoli di fratelli non potessino essere de’ signori, non potessino né lui né sua figliuoli fare trafico ed esercizio alcuno, il che si fece acciò che ne’ conti del dare ed avere non avessino a soprafare altri; avessi di salario ducati milledugento l’anno; potessi essere, portandosi male, privato del magistrato da’ signori e collegi, dieci capitani di parte guelfa ed otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave e’ quali potessino essere chiamati a petizione di qualunque de’ signori potessi essere eletto ognuno che fussi inabile per conto di divieto o di specchio. E fu presa sí larga questa parte, che e’ si interpretò che etiam quegli che vanno per le minore arte potessino essere eletti, il che si fece o per inavvertenza o perché la arte minore ci concorressi piú volentieri.

El modo del crearlo fussi questo: chiamassisi el consiglio grande, nel quale potessino intervenire per dí tutti quegli avevano el beneficio non ostante fussino a specchio, il che si fece acciò che chi fussi eletto fussi con consenso piú universale del popolo, ognuno che fussi in consiglio avessi autorità di nominare chi gli pareva e quegli tutti nominati andassino a partito, e tutti quegli che vincevano el partito per la metà delle fave e una piú, o uno o piú che fussino, andassino un’altra volta a partito, e quello o quegli che vincevano, andassino questa seconda volta a partito, e tutti quegli che vincevano, riandassino poi a partito la terza volta; e di quegli che vincevano questa terza volta, si pigliassi chi vinceva per la metà delle fave e una piú, ed avessi piú fave che gli altri che fussino iti a partito la terza volta, se altri vi era ito; e questo tale fussi gonfaloniere di giustizia a vita.

Presesi questo modo perché la elezione non si sarebbe mai vinto si fussi cavata del popolo; e però ordinorono questi vagli, acciò che avessi piú maturità che fussi possibile. Aggiunsesi che la elezione si facessi a tempo della signoria futura, acciò che el popolo potessi meglio pensare e risolversi a chi fussi a proposito, e che chi fussi eletto, fussi publicato quando la signoria che aveva a entrare di novembre, e pigliassi el magistrato in calendi di novembre prossimo futuro. Aggiunsesi in questa provisione un altro capitolo, che dove gli ottanta si traevano a sorte di quegli che avevano vinto el partito ora se ne pigliassi pochi piú di cento che avessino vinto per le piú fave, e di quegli si traessino gli ottanta, dando la rata a’ quartieri. Il che fu fatto acciò che in quello consiglio si trovassino uomini piú scelti perché, come è detto di sopra, quando in quello consiglio intervenissino tutti gli uomini savi e di qualità, sarebbe utilissimo alla città.

Ordinata e ferma questa provisione, e vinta fra’ signori e collegi si misse negli ottanta, dove si dubitò avessi assai difficultà, perché si credeva che molti cittadini che pretendevano d’avere a essere gonfalonieri di giustizia se si creassi per dua mesi, non vi concorrerebbono per non si privare di quella degnità. Aggiugnevasi che Bernardo Rucellai publicamente la disfavoriva, e la cagione si diceva perché e’ vedeva volgersi el favore a Piero Soderini, del quale lui era particulare inimico; nondimeno sendo riscaldata dalla signoria e da’ collegi, si vinse con poca fatica la seconda volta che ebbono gli ottanta. Chiamossi di poi el consiglio grande, ed avendovi parlato in favore chi era deputato pe’ collegi, e di poi Piero Guicciardini ed Iacopo Salviati ed altri uomini da bene, si accostò el primo dí a poche fave; in modo che l’altro dí facilmente si condusse alla sua perfezione. Acquistòvi, fra gli altri che la favorirono, gran laude Piero di Niccolò Ardinghelli, giovane di trentuno o trentadue anni, che era de’ dodici el quale, avendovi per conto de’ compagni parlato su piú volte, satisfece tanto a ognuno, che pochi dí poi fu creato dagli ottanta commessario a Castiglione Aretino, e si fece una via da dovere avere tanto stato quanto uomo da Firenze, se non se l’avessi poi tolto da se medesimo.

Vinta questa provisione e dato principio alla riordinazione della città, uscí la signoria, la quale avendo trovata la città in somma confusione, smembrato Arezzo con tutta quella provincia, Pistoia quasi perduta e ribellata, aveva rassicurata la città di Pistoia, recuperato Arezzo e ciò che si era perso in quella rivoluzione, ed in ultimo vinta la provisione di riformare lo stato, lasciato ognuno in somma allegrezza e speranza; e però uscí meritamente con somma commendazione, sendo però ogni buona opera attribuita a Alamanno Salviati, Alessandro Acciaiuoli e Niccolò Morelli, e sopra tutto a Alamanno, in modo che e’ tre quarti di quella gloria furono sua.

Successe in luogo loro gonfaloniere di giustizia Niccolò di Matteo Sacchetti, a tempo del quale la città richiese el re che per sicurtà nostra ci concedessi che le sue gente che erano venute in Toscana, o almeno una parte di quelle sotto monsignore di Lancre, rimanessino alle stanze in sul nostro. Rispose el re che era contento vi stessino qualche tempo, ma perché potrebbe essere che n’arebbe bisogno per sé, le voleva potere rivocare a ogni sua posta, non avendo rispetto se ci lasciassi provisti o no. Acconsentillo da principio la città; di poi non se ne sapendo bene risolvere, tutte le gente si partirono e tornorono in Lombardia, di che la città venne a entrare in nuovi pensieri, perché el re, sendo riconciliato con Valentino, prese la volta di Francia; ed el Valentino contro alla opinione di molti che credevano che lo dovessi menare seco in Francia e quivi ritenerlo onestamente, accompagnatolo insino in Asti, se ne ritornò in Romagna agli stati sua. Donde la città trovandosi sanza arme, cominciò a avere gran paura di lui, e benché si intendessi che el re gli aveva alla partita raccomandato lo stato nostro, nondimeno si dubitava che, avendo una occasione di offenderci, non la usassi, avuto poco rispetto al re, col quale, secondo la natura de’ franzesi, si truova doppo el fatto facilmente rimedio, e lui ne aveva veduta la esperienzia, sendosi sí intrinsecamente riconciliato seco, non ostante che el re si fussi persuaso che ciò ch’egli aveva fatto, fussi stato per cavarlo di Italia, e massime che nella recuperazione di Arezzo e delle altre cose nostre, el papa ed e’ Vitelli e gli Orsini avevano publicamente detto che come el re fussi partito di Italia, ci farebbe uno altro assalto, el quale sarebbe di natura che non sarebbono e’ franzesi ogni volta a tempo a liberarci. Ed essendo adunche in questa ambiguità, sopravenne uno accidente, el quale per qualche poco di tempo ci assicurò; el quale perché si intenda meglio, bisogna ripetere la origine sua da’ fondamenti.

Benché gli Orsini, Vitelli, Baglioni e Pandolfo Petrucci fussino o soldati o aderenti ed in una intelligenzia col papa e col duca Valentino, nondimeno la unione piú stretta e quasi una fazione era tra Vitelli, Orsini Baglioni e Pandolfo, e’ quali per molti rispetti e per correre una medesima fortuna, erano di una volontà medesima. Costoro conoscendo la ambizione del duca Valentino e lo appetito suo infinito del dominare, el quale prima si estendeva ne’ luoghi piú vicini ed in quegli dove aveva qualche titolo e colore di ragione, in fatto n’avevano sospetto e ne temevano, massime considerando che Perugia e Città di Castello apartenevano di ragione alla Chiesa, e cosí una parte degli stati degli Orsini, e l’altra, essere in su’ terreni di Roma, e cosí, spacciati loro, accadere di Siena. E però doppo lo acquisto di Faenza avevono avuto caro che e’ non gli fussi riuscita la impresa di Bologna, e perché non pareva da loro essere cosí gagliardi contro al papa ed alla Chiesa, massime avendo lo appoggio di Francia, arebbono desiderato rimettere Piero de’ Medici in Firenze, parendo che colle forze di quello stato si sarebbono assicurati.

Da altra banda el Valentino secretamente gli aveva in odio e desiderava la ruina loro, parte perché intendendo questi umori n’aveva preso sospetto, parte per ambizione e desiderio di insignorirsi di quegli stati; e però fu opinione di qualcuno, che se bene da un canto gli piacessi che noi avessimo perduto, o perché sperassi acquistare qualcuna delle terre nostre, o perché credessi che noi per difenderci fussimo forzati pigliare accordo seco con qualche suo grande vantaggio, da altro gli dispiacessi, dubitando che o Vitellozzo non acquistassi per sé qualcuna di quelle nostre terre, o e’ Medici ritornassino in Firenze. Ma di poi venendone el re in Italia, lui e prima per lettere e di poi a bocca col re, per sua giustificazione sempre disse che lui non aveva saputo nulla di questo insulto, ma che era stata opera di Vitellozzo ed Orsini sanza sua participazione: di che nacque che comandando el re a Vitellozzo che venissi a Milano, lui impaurito non vi volle mai andare, allegando per scusa lo essere ammalato, e però el re si sdegnò molto forte contro a Vitellozzo e cominciollo a riputare suo capitale inimico.

Arebbe avuto el re, per lo ordinario, desiderio che Vitellozzo e gli Orsini perissino, perché riputava essere utile a conservazione del suo stato che la milizia di Italia si spegnessi, e però, aggiuntoci questo odio particulare, vi era su molto infiammato; da altro canto, se bene si era adirato col papa e Valentino, non se ne fidava molto, pure per essersi inimicato come di sotto si dirà, nel reame cogli spagnuoli, pensava, riconciliandosi seco, potersene valere in quella provincia; e cosí da altro canto che se fussi suo inimico, gli potrebbe nuocere nelle cose del reame, e si farebbe forse una unione fra ’l papa, re di Spagna e viniziani, che lo metterebbe in assai pericoli. Per questo, sendone massime persuaso da monsignore di Roano, con chi el papa si manteneva assai faccendolo legato di là da’ monti, ed esaltando e’ sua nipoti alle dignità ecclesiastiche, si contrasse uno accordo ed una unione tra loro, lo effetto della quale fu che el re permetteva al Valentino insignorirsi di Bologna, di Perugia e di Città di Castello e lui gli prometteva nel reame tutti e’ favori possibili. E però sendo tornato Valentino in Romagna e preparandosi alla impresa di Bologna, sentito che ebbono questo Vitellozzo e gli Orsini e quella fazione perché non avevano ancora notizia quello che si fussi designato degli stati loro, considerando che se el Valentino pigliava Bologna, arebbono tutti a stare a sua discrezione, si ristrinsono insieme e deliberorono fare forza di opprimere la grandezza del Valentino, innanzi che crescessi piú. Furono in questa intelligenzia messer Giovanni Bentivogli, pel pericolo ed interesse suo e perché era parente nuovamente degli Orsini, Pandolfo Petrucci, Giampaolo Baglioni, gli Orsini, Vitellozzo Liverotto da Fermo ed el duca Guido di Urbino al quale si obligorono rendergli e conservargli lo stato suo. E cosí accendendosi uno principio di nuovo fuoco, la città diminuí assai la paura del Valentino, e cosí di Vitellozzo e degli altri.

Nel quale tempo, secondo la provisione fatta di agosto, si venne alla creazione del gonfaloniere a vita, e ragunato el consiglio grande dove intervenne piú che duemila persone e fatte le nominazione, nelle quale nominò ognuno che volle nominare, andorono a partito e’ nominati che furono piú di dugento; e lo effetto fu che nella prima squittinazione vinsono solo tre, che furono messer Antonio Malegonnelle, Giovacchino Guasconi e Piero Soderini, e riandati a partito la seconda volta, non vinse se non Piero Soderini, el quale riandando solo la terza volta, vinse el partito; in modo che, benché el publico non scoprissi chi era fatto, nondimeno necessariamente si manifestò, poi che la seconda e terza volta andò lui solo e cosí rimase fatto gonfaloniere di giustizia a vita Piero di messer Tommaso Soderini, che a pena aveva cinquant’anni non ancora finiti.

Le cagione perché lui fu in tanto magistrato preposto a tutti gli altri furono molte: era di casa buona e nondimeno non piena di molti uomini, né copiosa di molti parenti, era ricco e sanza figliuoli, era riputato cittadino savio e valente, era tenuto amatore del popolo e di questo consiglio, aveva buona lingua. Aggiugnevasi che si era dal 94 in qua affaticato assai nelle cose della città, e dove gli altri cittadini reputati come lui avevano fuggite le brighe e le commessione, lui solo l’aveva sempre accettate, e tante volte esercitate quante era stato eletto, e però n’aveva acquistato opinione di essere buono cittadino ed amatore delle cose publiche; ed inoltre la multitudine, veduto adoperarlo piú che gli altri e non pensando che la cagione era perché e’ simili a lui fuggivano gli ufici, credeva procedessi perché e’ fussi piú valente uomo che gli altri. Aggiunsesi el favore datogli da Alamanno ed Iacopo Salviati, e’ quali, avendo amici e parenti assai e trovandosi in somma grazia e credito del popolo, né essendo per la età ancora capaci di quello magistrato, messono ogni loro forza che fussi eletto Piero Soderini, mossi non per avere parentado ed amicizia intrinseca con lui, ma perché riputorono che la creazione sua dovessi essere a beneficio della città; e fu di tanta efficacia questo aiuto, che in ogni modo gli accrebbe el quarto del favore. Fu eletto, sendo assente ed ancora commessario a Arezzo insieme con Antonio Giacomini perché Luca d’Antonio degli Albizzi era morto in quegli giorni, in luogo di chi fu poi eletto Alamanno Salviati; ed avuta la nuova della elezione, ne venne in Casentino, pochi dí poi venne in Firenze standosi sempre in casa insino al dí che e’ fussi publicato.

In questo tempo gli Orsini, Vitelli e gli altri aderenti, fatta una dieta alla Magione in quello di... e quivi conchiusa e publicata la loro nuova lega ed intelligenzia, ne vennono nello stato di Urbino, el quale recuperorono con poca fatica, e renderonlo al signore vecchio. Sbigottí assai el papa e Valentino di questo assalto; e pure voltisi a’ rimedi avisorono subito in Francia, chiedendo aiuto, feciono quanti soldati a cavallo ed a piede potevano, e richiesono istantissimamente la città di collegarsi insieme, per potersi valere di quella in tanto bisogno. Cosí da altra parte e’ collegati feciono per mezzo di Pandolfo Petrucci molte richieste, offerendo qualche commodità circa a Pisa la quale cosa per intendere meglio, fu mandato occultamente a Siena ser Antonio da Colle, ed in effetto non avendo loro facultà di farlo la città si risolvé di stare neutrale insino a tanto che e’ si intendessi chiaramente la voluntà del re di Francia. E perché e’ si credeva che e’ sarebbe inclinato a favorire Valentino, per ritenerselo intanto con qualche dimostrazione, vi fu mandato da’ dieci a lui che era in Imola, Niccolò Machiavelli cancelliere de’ dieci, ed a Roma fu mandato ser Alessandro Bracci, uomo esercitato in queste cose, per dare pasto al papa insino a tanto che vi andassi messer Giovan Vettorio Soderini che vi era deputato oratore.

Nel medesimo tempo la città, vedendosi spogliata di arme, condusse per capitano generale el marchese di Mantova, el quale, el dí che fu fatta la condotta, si trovava in Milano che ne andava a dirittura in Francia; ma perché el marchese si era di nuovo riconciliato col re, del quale era stato lungamente inimico, el re non si fidava interamente di lui, e però gli dispiacque questa condotta, parendogli che el mettere in mano al marchese le forze della città nostra gli potessi in qualche accidente nuocere assai. Disse adunche lui e Roano a Luigi dalla Stufa, che vi era oratore solo, perché el Gualterotto non aveva passati e’ monti, che el desiderio loro era, questa condotta non andassi innanzi, e nondimeno che e, si facessi con tale destrezza che el marchese non si accorgessi della cagione; e però fu necessario introdurre molte cavillazioni per impedirla, tanto che lo effetto fu che la condotta non ebbe luogo; e pure el marchese cognobbe che e’ non era stato per difetto nostro, ma per opera del re.

Entrò di poi in calendi di novembre el nuovo gonfaloniere di giustizia, nel quale furono due cose nuove e singulari: l’una, essere creato a vita, l’altra, essere creato diciotto mesi poi che era stato una altra volta: conciosiaché secondo le legge ordinarie della città bisognassi dall’una volta alla altra stare almeno tre anni. Successene di poi una altra non meno nuova, che mentre che e’ sedeva in magistrato, furono de’ signori e collegi alcuni de’ sua consorti Soderini, conciosiaché innanzi a lui non solo fussi proibito el trovarsi insieme de’ tre maggiori due di una casa medesima, ma ancora quando era de’ signori uno di una casa, da poi che era uscito avevono e’ sua consorti divieto uno anno a potere essere de’ signori, e sei mesi de’ collegi. Entrò con grandissima grazia e riputazione e con universale speranza della città che non solo a tempo suo le cose avessino a essere prospere, ma ancora s’avessi per opera sue a riformare ed introdurre un vivere sí buono e santo, che la città n’avessi lungamente a godere, la quale si trovava in molte onde e pensieri.

Erasi quanto al governo di drento fatto uno principio buono, di avere creato uno gonfaloniere a vita; ma come a una nave non baste uno buono nocchiere se non sono bene ordinati gli altri instrumenti che la conducono, cosí non bastava al buono essere della città l’avere provisto di uno gonfaloniere a vita che facessi in questo corpo quasi lo uficio di nocchiere, se non si ordinavano le altre parte che si richieggono a una republica che voglia conservarsi libera e fuggire gli estremi della tirannide e della licenzia. E come non può essere chiamato buono nocchiere in una nave quello che non provede a introdurre gli instrumenti di che sopra è detto necessari, cosí in questa città non poteva essere chiamato buono gonfaloniere a vita quello che non provedeva gli altri ordini necessari e riparava agli inconvenienti detti di sopra.

Quanto alle cose di fuora, la città si trovava due piaghe proprie: una le cose di Pisa, le quali se non si posavano ed in forma che Pisa fussi mostra, non ci potevamo posare noi; l’altra e’ Medici, che benché paressino molto deboli e con pochi amici e sanza parte nella città, nondimeno se bene da loro propri non pareva ci potessino offendere e perturbare, pure per la potenzia avuta nella città e nel contado nostro, erano uno instrumento col quale e’ potentati inimici nostri ci potevano piú facilmente bastonare. Aveva la città di poi qualche altro male piú accidentale e meno proprio: la inimicizia con Vitellozzo, el quale era uomo sí inquieto e di tale riputazione co’ soldati ed appoggiato in modo da quella fazione Orsini, Pandolfo e Baglioni, che e’ bisognava fare conto che, non si reconciliando o non si spegnendo, avessi a tenere la città in continui sospetti ed affanni; la potenzia ed ambizione del papa e duca Valentino, che era da temere assai rispetto alle forze grandissime della Chiesa e la vicinità degli stati di Romagna con noi; lo essere el Valentino uomo valente ed in sulle arme, e tanto piú quanto per le cose di Pisa la città nostra era debole e conquassata; questi erano e’ mali che piú si vedevano e palpavano per ognuno. Aggiugnevasi lo stato grande de’ viniziani e’ quali se bene allora non offendevano né cercavano di offendere la città, pure s’aveva a considerare che erano sí grandi, che perdendo o per morte o per altro caso el re di Francia el domino di Milano e del reame Italia tutta rimaneva in preda ed a loro discrezione. E dato che questo male fussi sí grande che la città da sé non vi potessi riparare, pure aveva a pensare di fare lo sforzo suo, e con lo incitare contro a loro el re di Francia, e con tenere le mani in sulle cose di Romagna, se mai per morte del papa o per altro accidente si alterassino. Eraci da stimare assai le cose di Francia, colle quali la città pareva in buoni termini, e che el re e monsignore di Roano, in chi era el pondo d’ogni cosa, ci fussi affezionato; pure s’aveva a presupporre che la avarizia, la leggerezza loro ed el rispetto che hanno a se medesimi era tanto, che di loro s’aveva a cavare piú briga, piú spesa sanza comparazione che utile.

Trovavansi in questi termini le cose nostre e perché piú si mescolavano allora e’ signori collegati ed el Valentino che altra cosa di Italia, però gli animi ed e’ pensieri di tutti erano vòlti a quelle. El subito acquisto dello stato di Urbino, e la riputazione che aveva massime Vitellozzo, avevano tanto sbigottito el Valentino, che si trovava in Imola, ed e’ sudditi sua, che è opinione che se subito fussino andati alla volta di Romagna, arebbono fatto in quello stato qualche grande sdrucito, e forse riportatane una assoluta ed intera vittoria ma lo indugio loro fu tanto, o perché e’ fussi lungo lo accozzare insieme le forze di tante persone, dove sempre nasce mille difficultà o perché e’ fussino tenuti in pratiche di accordo, che el Valentino ebbe tempo prima fortificare le fortezze e terre sua, di poi soldare cavalli e fanterie in somma da potersi difendere e di poi aspettare a bell’agio l’aiuto di Francia, el quale veniva in suo favore molto gagliardo perché el re subito scrisse a monsignore di Ciamonte, che era a Milano, che spignessi in Romagna tutte le sue gente, e fece intendere che non mancherebbe di tutti quegli aiuti che potessi. Per la qual cosa e’ viniziani, di chi si era dubitato, feciono intendere al papa e Valentino, che erano parati servirlo di tutte quelle gente che avevano ed e’ fiorentini al tutto si confermorono o di fare accordo col papa o di starsi neutrali.

Di che sbigottiti assai e’ collegati, cominciorono a tenere pratiche di accordo; e finalmente gli Orsini, Vitelli e quella fazione si convennono restituire Urbino al Valentino, tornare a’ soldi sua, e che delle cose di Bologna e di messer Giovanni si facessi uno compromesso. El quale capitolo perché fu sanza saputa di messer Giovanni, lui sdegnatosi fece da parte un altro accordo con Valentino, l’effetto del quale fu che el Valentino non molestassi quello stato e fussine servito per tempo di piú anni di certa somma di danari e di uomini d’arme e cosí el Valentino, benché si trovassi forte in sulla campagna e di sua gente e de’ franzesi che erano arrivati in Romagna, fu contento a lasciare stare Bologna, o perché cosí fussi el parere del re di Francia, di che messer Giovanni era in protezione, o perché volessi, come di poi mostrò lo effetto, essere piú espedito a attendere a altro.

Né molto poi, sendosi simulatamente riconciliato co’ collegati, ne vennono colle loro gente Vitellozzo, Paolo Orsini, Liverotto da Fermo ed el duca di Gravina, che era di casa Orsina, a trovarlo a Sinigaglia, dove lui industriosamente aveva esercito piú potente di loro e sanza loro saputa, perché aveva condotto un gran numero di lancie spezzate, e cosí avendo condotti pochi cavalli per volta, non si era inteso né saputo quanto numero avessi fatto. Pose adunche loro le mani adosso e fece subito strangolare miserabilmente, con un modo però nuovo e crudele di morte, Vitellozzo e Liverotto, e pochi dí poi el signore Paolo ed el duca di Gravina; ed in quello dí medesimo el papa fece sostenere in palazzo el cardinale Orsino e messer Rinaldo Orsini arcivescovo di Firenze e messer Iacopo da Santa Croce, gentiluomo romano e de’ primi capi di parte Orsina, de’ quali fece subito morire el cardinale; gli altri dua, avendogli sostenuti qualche tempo, lasciò.

Cosí finí el dí suo Vitellozzo, e quelle arme che erano preposte a tutte le arme italiane, in che è da notare che messer Niccolò suo padre ebbe quattro figliuoli legittimi, Giovanni, Camillo, Pagolo e Vitellozzo, e’ quali tutti nella milizia feciono tale profitto che furono ne’ tempi loro riputati de’ primi soldati di Italia, in modo che si faceva giudicio che avessi per la virtú di questi quattro fratelli a essere una casa di grandissima potenzia ed autorità. Ma come volle la sorte, questi principi sí felicissimi ebbono fini piú infelici: Giovanni innanzi al 94, sendo soldato di Innocenzio, fu nella Marca, nella guerra di Osimo morto da una artiglieria; Camillo sendo nel reame a soldo del re Carlo, fu, nella espugnazione di uno castello, morto da uno sasso gittato dalle mura, a Paolo fu tagliato el capo, Vitellozzo fu strangolato; ed in effetto tutti e quattro, sendo ancora giovani, perirono di morte violenta.

Di Liverotto s’ha a intendere che e’ fu da Fermo, di nobile casa; ed essendo valente soldato ed in riputazione per essere cognato di Vitellozzo, e favorito da parte Orsina, venne in disegno di occupare lo stato di Fermo, e vedendo che bisognava la forza, ordinò che uno dí determinato molti soldati sua confidati spicciolati e sotto nome di altre faccende, fussino in Fermo; el quale dí, essendovi lui, convitò in casa sua messer Giovanni Frangiani suo zio, uomo di grande autorità, con parecchi altri cittadini principali di Fermo, e doppo el convito, avendogli con parecchi sua compagni crudelmente amazzati, corse la terra in suo nome, essendo impauriti tutti e’ cittadini, e non avendo alcuno ardire di parlare. Ma come volle la giustizia divina, avendo fatto questo eccesso l’anno 1501 el dí di san Stefano, fu nel sequente anno, el dí medesimo di san Stefano, fatto nel sopra detto modo morire dal duca Valentino.

Morti che furono crudelmente costoro, el duca si voltò collo esercito suo verso Città di Castello, dove si trovava messer Iulio vescovo di Castello e fratello bastardo di Vitellozzo, ed alcuni garzoni figliuoli di Giovanni, Camillo e di Pagolo, e’ quali intesa la venuta sua, essendo sanza forze e sanza speranze, si fuggirono; di che lui acquistata quella terra, andò subito alla vòlta di Perugia, nella quale entrò sanza resistenzia, perché Giampaolo, non avendo rimedio, se ne fuggí. Vòlto di poi verso Siena, sotto nome di volerne cacciare Pandolfo suo inimico, in fatto per fare pruova se potessi insignorirsene, poi che e’ vedde e’ sanesi ostinati a difendersi, per virtú del quale rimanendo Siena come si era, Pandolfo s’ebbe a partire ed andossene a Pisa, e nondimeno rimasono nel governo gli aderenti ed amici sua, in modo che si poteva dire lo tenessino fuora mal volentieri, ma per fuggire la guerra del Valentino, accordandosi ancora lui a questo partito. Andossene di poi in terra di Roma allo acquisto degli Orsini, dove in brieve tempo occupò ogni cosa, eccetto alcune terre di Gian Giordano. Aveva in questo mezzo la città per mezzo di messer Giovan Vettorio Soderini oratore nostro a Roma, trattato accordo col pontefice; e per questa cagione essendo stato eletto oratore al duca Valentino Piero Guicciardini ed avendo rifiutato, vi fu mandato Iacopo Salviati, a tempo che ancora era a’ confini nostri e non si era ritirato in quello di Roma. E finalmente lo effetto fu che doppo molte pratiche, sendo quasi fermi ed appuntati e’ capitoli, non se ne fece conclusione alcuna, ora rimanendo dal papa che voleva condizioni disoneste, ora da noi che volavamo intendere l’animo del re di Francia.