Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l'esistenza/Capo XV

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Capo XV

Ricapitolazione e conclusione

../Capo XIV/Sommario IncludiIntestazione 5 gennaio 2009 75% paleontologia

Capo XIV - Sommario


Non essendo questo volume che una lunga argomentazione, il lettore potrà desiderare una breve ricapitolazione dei fatti e delle deduzioni principali.

Non posso negare che si sono sollevate molte gravi obbiezioni contro la teoria della discendenza modificata mediante l’elezione naturale. Io mi sono ingegnato di dare a queste obbiezioni tutta la loro forza. Non vi ha certamente cosa che si possa ammettere più difficilmente di quella, che gli organi e gli istinti più complessi non siano stati perfezionati con mezzi che sono superiori alla ragione dell’uomo, sebbene analoghi alla medesima, ma invece mediante l’accumulazione di piccole variazioni, ciascuna delle quali fosse proficua all’individuo che la possiede. Ciò non ostante questa difficoltà, quantunque sembri insuperabile alla nostra immaginazione, non può considerarsi di qualche valore, se si accettino le seguenti proposizioni: cioè, che gli organi e gli istinti sono variabili in grado leggero quanto si voglia, - che esiste una lotta per l’esistenza, la quale conduce alla conservazione di ogni deviazione di struttura o d’istinto che sia vantaggiosa, - e infine, che vi sono state delle gradazioni nel perfezionamento di ogni organo, le quali erano utili alla specie. Io credo che la verità di queste proposizioni non possa impugnarsi.

Certamente è assai difficile congetturare quali fossero le gradazioni per mezzo delle quali molte strutture si perfezionarono, più specialmente nei gruppi degli esseri organizzati che sono interrotti e in decadenza, e che soffrirono molte estinzioni; ma noi osserviamo nella natura tante straordinarie gradazioni, che dobbiamo essere molto guardinghi nell’affermare che un organo od istinto, od anche un individuo completo non potrebbe essere giunto al suo stato presente, per mezzo di molti cambiamenti graduali. Bisogna convenire che nella teoria della elezione naturale vi sono alcuni casi di una speciale difficoltà; uno dei più curiosi è l’esistenza di due o tre caste definite sterili o di operaie, nella stessa colonia di formiche; tuttavia ho procurato di far vedere come si possano vincere.

Riguardo alla quasi universale sterilità delle specie quando si incrociano, la quale forma un contrasto tanto rimarchevole colla fecondità quasi universale delle varietà incrociate, debbo richiamare alla mente del lettore la ricapitolazione dei fatti posti sulla fine del capo nono, che mi sembra valga a dimostrare concludentemente che la sterilità non è una qualità speciale innata, più di quello che lo sia l’incapacità dell’innesto fra due alberi; ma che dipende da differenze incidentali o costituzionali nei sistemi riproduttivi delle specie incrociate. La verità di questa conclusione emerge dalla vasta differenza nel risultato degli incrociamenti reciproci delle medesime due specie; vale a dire, quando da ciascuna delle due specie si prende prima il padre, indi la madre. Lo studio delle piante dimorfe e trimorfe ci conduce per analogia alla medesima conclusione; imperocchè le forme che vengono fecondate in modo illegittimo non danno semi, oppure ne danno pochi, e i discendenti sono più o meno sterili; e tali forme appartengono indubbiamente ad una medesima specie, nè differiscono tra loro altrimenti che negli organi e nelle funzioni della riproduzione.

Quantunque molti autori abbiano affermato che la fecondità delle varietà, quando sono incrociate, e della loro prole meticcia, è generale, non si può ritenere esatta questa opinione, dopo i fatti citati sull’autorità di Gärtner e di Kölreuter. La maggior parte delle varietà, sulle quali si fecero esperienze, furono prodotte allo stato di domesticità; ed appunto perchè la domesticità (non intendo la sola reclusione) tende ad eliminare la sterilità, la quale, a giudicare dall’analogia, avrebbe colpito le specie-madri al loro incrociamento, non dobbiamo aspettarci che essa produca sterilità nell’incrociamento dei loro discendenti modificati. La sterilità poi, a quanto pare, viene tolta dalla stessa causa, la quale permette ai nostri animali domestici di riprodursi ampiamente sotto svariate circostanze; e ciò sembra dipendente dal fatto che essi animali si abituano gradatamente a frequenti cambiamenti delle condizioni di vita.

Due serie parallele di fatti sembrano gettare un po’ di luce sulla sterilità delle specie al loro primo incrociamento e sui discendenti ibridi. Da un lato abbiamo buone ragioni per credere che i leggeri cambiamenti nelle condizioni di vita diano forza e fecondità agli esseri organici; noi sappiamo anche che l’incrociamento fra individui diversi di una medesima varietà e fra varietà diverse accresce il numero dei discendenti e reca loro certamente un aumento di vigore e di statura. Ciò dipende principalmente dal trovarsi esposte le forme incrociate a condizioni di vita alquanto diverse; imperocchè io mi sono accertato con una serie di difficili esperimenti che, se tutti gl’individui di una stessa varietà sono esposti per parecchie generazioni alle medesime condizioni, il vantaggio dell’incrociamento è spesso scemato od anche tolto. Questo è un lato della questione. Dall’altro canto, noi sappiamo che le specie, le quali per lungo tempo siano state esposte a condizioni pressochè uniformi, ed in captività vengano sottoposte a condizioni nuove e notevolmente cambiate, o periscono, oppure, se restano in vita, si fanno sterili, benchè altrimenti siano perfettamente sane. Ciò non avviene, oppure avviene in grado leggero, nei nostri prodotti domestici, i quali lungamente sono stati esposti a condizioni fluttuanti. Se quindi gli ibridi, i quali derivano dall’incrociamento di due specie diverse, sono scarsi di numero, perchè muoiono subito dopo la concezione od in età assai precoce, e perchè, anche vivendo, sono più o meno sterili, la ragione assai probabile è questa, che essi, essendo il prodotto di due organizzazioni diverse confuse insieme, furono assoggettati ad un grande cambiamento nelle condizioni di vita. Chi sapesse spiegare in modo preciso perchè, ad esempio, un elefante od una volpe nella loro patria non si riproducano allo stato di captività, mentre il maiale ed il cane generano riccamente nelle più diverse condizioni, quello saprà dare una risposta precisa anche alla domanda, perchè due distinte specie nel loro incrociamento ed i loro discendenti ibridi siano più o meno colpiti dalla sterilità, mentre due varietà domestiche nel loro incrociamento ed i loro figli meticci sono perfettamente fecondi.

Passando alla distribuzione geografica, le difficoltà che si incontrano nella teoria della discendenza modificata sono abbastanza serie. Tutti gli individui della stessa specie e, tutte le specie del medesimo genere e perfino i gruppi più elevati debbono derivare da parenti comuni; e perciò per quanto distanti ed isolate siano le parti del mondo in cui si trovano attualmente, essi debbono essere passati, nel corso delle generazioni successive, da un qualche luogo a tutti gli altri. Spesso siamo affatto incapaci di congetturare come questo passaggio possa essere avvenuto. Tuttavia abbiamo dei motivi di credere che qualche specie conservasse la medesima forma specifica per lunghi periodi, per epoche enormemente lunghe, se misurate cogli anni, e quindi non dobbiamo dare troppa importanza alla vasta diffusione occasionale di una medesima specie; perchè nei periodi molto lunghi vi sarà sempre stata una maggiore probabilità per le grandi migrazioni, con mezzi d’ogni sorta. Una estensione discontinua ed interrotta può spiegarsi frequentemente coll’estinzione delle specie nelle regioni intermedie. Non si potrà negare che noi siamo tuttora molto ignoranti quanto alla portata dei diversi cambiamenti climatologici e geografici che si fecero sulla terra nei periodi moderni; questi cambiamenti avranno facilmente agevolato le migrazioni. Ho voluto darne un esempio, procurando di dimostrare quanto sia stata efficace la influenza del periodo glaciale sulla distribuzione delle medesime specie e delle specie rappresentative in tutto il mondo. Ma ci sono ancora affatto ignoti i molti mezzi occasionali di trasporto. Riguardo poi alle specie distinte che abitano in regioni molto distanti ed isolate, siccome il processo di modificazione fu necessariamente assai lento, tutti i mezzi di migrazione saranno stati possibili, durante un periodo di tempo molto lungo; per conseguenza la difficoltà della vasta diffusione delle specie di uno stesso genere viene alquanto diminuita.

Nella teoria dell’elezione naturale si suppone che sia esistito un numero interminabile di forme intermedie, le quali collegavano insieme tutte le specie di ogni gruppo, per mezzo di gradazioni tanto minute quanto le nostre varietà attuali. Ora potrebbe domandarsi: perchè non troviamo queste forme transitorie intorno a noi? Perchè tutti gli esseri organizzati non sono commisti fra loro in un caos inestricabile? Quanto alle forme esistenti, ricorderemo che non abbiamo alcuna ragione per sperare (eccettuati alcuni casi rari) di scoprire i legami che direttamente le connettono, ma soltanto quelli che le congiungevano a qualche forma estinta o soppiantata. Anche in un’area molto estesa, che rimase continua per un lungo periodo, e nella quale il clima e le altre condizioni di vita variano insensibilmente, quando si passa da un distretto occupato da una data specie in un altro distretto abitato da una specie strettamente affine, non possiamo ragionevolmente aspettarci di trovare spesso delle varietà intermedie nella zona intermedia. Perchè abbiamo qualche fondamento di credere che soltanto poche specie di un genere siano quelle soggette a cambiamenti; mentre le altre specie si estinguono interamente e non lasciano altre progenie modificata. Di quelle specie che si trasformano, poche si cambiano contemporaneamente nello stesso paese; e tutte le modificazioni si effettuano lentamente. Ho anche dimostrato che le varietà intermedie, dapprima esistenti probabilmente nelle zone intermedie, saranno state surrogate dalle forme affini da una parte e dall’altra; queste ultime, trovandosi in maggior numero, si saranno modificate e perfezionate generalmente, molto più presto delle varietà intermedie che erano più scarse; per modo che le varietà intermedie, a lungo andare, saranno state soppiantate ed esterminate.

Ammessa questa dottrina della distruzione di una infinità di legami intermedi fra gli abitanti viventi e gli estinti del mondo: e in ogni periodo successivo fra le specie estinte e le specie anche più antiche, perchè ogni formazione geologica non contiene queste forme transitorie? Perchè tutte le collezioni di avanzi fossili non presenteranno le prove evidenti della gradazione e del mutamento delle forme di vita? Quantunque le ricerche geologiche abbiano certamente rivelato la esistenza anteriore di molte forme transitorie, che riuniscono più strettamente fra loro molte forme di vita; esse non ci dànno le gradazioni insensibili ed infinite fra le specie passate e presenti che si richiedono nella mia teoria, e quest’obbiezione è la più ovvia e la più rilevante di quelle che possono sollevarsi contro di essa. Come avviene che certi gruppi di specie affini si mostrano talvolta apparentemente d’improvviso (ed è spesso certamente una falsa apparenza) nei diversi strati geologici? Siccome è noto che la vita organica su questa terra è apparsa in un tempo incalcolabilmente remoto, assai anteriore alla deposizione degli intimi strati cambriani, perchè non troviamo noi dei grandi depositi sotto questo sistema, pieni di avanzi dei progenitori dei gruppi di fossili cambrici? Imperocchè questi strati debbono essere stati depositati altrove, secondo la mia teoria, in quelle epoche antiche ed affatto ignote della storia del mondo.

A codeste questioni ed obbiezioni io rispondo solamente col supporre che le memorie geologiche sono assai più imperfette di quel che pensi la maggior parte dei geologi. Il numero degli oggetti che si conservano nei nostri musei è assolutamente un nulla in confronto delle innumerevoli generazioni di specie innumerevoli, che senza dubbio esistettero. La madre-forma di due o più specie non sarebbe in tutti i suoi caratteri direttamente intermedia fra i vari suoi discendenti modificati, più di quello che lo sia il colombo gozzuto ed il colombo pavone. Noi non saremmo capaci di riconoscere una specie come lo stipite di un’altra, anche se potessimo esaminarle accuratamente, finchè non possedessimo parimenti molte delle forme intermedie fra il loro stato passato e l’attuale; ora non possiamo sperare di scoprire queste forme, attesa la imperfezione degli avanzi geologici. Se due, tre o più forme transitorie fossero scoperte, sarebbero riguardate semplicemente come altrettante specie nuove, tanto più se trovate in differenti substrati geolologici, anche se le loro differenze fossero leggere. Potrebbero nominarsi molte forme dubbie esistenti, le quali non sono probabilmente che semplici varietà; ma chi vorrà sostenere che nelle età future si scopriranno tante forme transitorie fossili che i naturalisti arriveranno a stabilire, secondo le regole comuni, se queste forme dubbie siano varietà? Soltanto una piccola porzione del mondo è stata geologicamente esplorata. Inoltre i soli esseri organizzati di certe classi possono essere conservati nello stato di fossili, almeno in una quantità abbastanza grande. Molte specie, una volta formate, non subiscono mai ulteriori cambiamenti, ma si estinguono senza lasciare dei discendenti modificati; e i tempi, durante i quali le specie soggiacquero a certe modificazioni, furono lunghi sì, se calcolati con un numero di anni, ma probabilmente corti al confronto di quelli, durante i quali le specie rimasero inalterate. Le specie molto sparse variano più delle altre, e di sovente le varietà sono dapprima locali, - e queste due cause rendono meno facile la scoperta delle forme intermedie. Le varietà locali non si diffondono in altre regioni lontane, finchè non siano state modificate e perfezionate notevolmente; e quando passano in nuove contrade, e che vi siano poi scoperte in una formazione geologica, si crederà che vi fossero create improvvisamente e saranno classificate semplicemente quali specie nuove. Le formazioni furono in generale intermittenti nella loro accumulazione; ed io sarei per vedere che la loro durata fosse più breve della durata media delle forme specifiche. Le formazioni successive sono separate generalmente l’una dall’altra da periodi enormi in cui non avveniva alcuna deposizione; perchè le formazioni fossilifere abbastanza profonde da resistere alle future corrosioni possono generalmente accumularsi soltanto là dove si depone molto sedimento, sul letto del mare che si abbassa. Negli alterni periodi di elevazione e di livello stazionario, le memorie geologiche generalmente mancano. In questi ultimi periodi si avrà probabilmente maggiore variabilità nelle forme viventi; mentre in quelli di abbassamento sarà maggiore l’estinzione.

Quanto all’assenza di formazioni fossilifere sotto gli strati cambriani, mi basterà richiamare l’ipotesi fatta nel capo nono: sebbene cioè i nostri continenti ed oceani abbiano passato un tempo lunghissimo nelle relative loro posizioni quasi uguali alle presenti, non abbiamo ragioni per ammettere che queste fossero sempre tali; per conseguenza sotto al grande Oceano possono trovarsi sepolte delle formazioni assai più antiche che qualsiasi altra di quelle che oggi conosciamo. Relativamente all’obbiezione che il tempo trascorso dopo la solidificazione del nostro pianeta non sia stato sufficiente a produrre tanta somma di cambiamenti organici - obbiezione su cui ha insistito V. Thompson, e che è una delle più gravi! - io posso solamente rispondere, in primo luogo, che noi non sappiamo con quanta prestezza, misurata cogli anni, le specie si cambino; in secondo luogo che molti filosofi non vogliono ammettere che noi sappiamo tanto intorno alla costituzione dell’universo e quella della terra per giudicare della loro trascorsa durata.

Tutti ammetteranno la imperfezione delle memorie geologiche; ma pochi saranno disposti a convenire che siano imperfette al punto che si richiede dalla mia teoria. Se si considerino degl’intervalli di tempo abbastanza lunghi; la geologia manifestamente dichiara che tutte le specie si sono cambiate: e che si sono trasformate nel modo stabilito dalla mia teoria, perchè si cambiarono lentamente e gradatamente. Questo fatto risulta chiaramente dall’osservazione che gli avanzi fossili delle formazioni consecutive sono invariabilmente assai più affini fra loro, di quelli delle formazioni separate da un lungo periodo.

Sono queste in somma le diverse obbiezioni e difficoltà principali che possono giustamente sollevarsi contro la mia teoria; ed io ho esposto brevemente le risposte e le spiegazioni che si possono fare. Ho sentito per molti anni troppo profondamente queste difficoltà per dubitare del loro peso. Ma fa d’uopo riflettere che le obbiezioni più importanti si riferiscono a questioni, sulle quali noi confessiamo la nostra ignoranza, nè sappiamo quanto essa sia. Noi non conosciamo tutte le gradazioni transitorie possibili fra gli organi più semplici e i più perfetti; nè possiamo pretendere di sapere tutti i mezzi variati della distribuzione nel lungo corso degli anni, e quanto siano imperfette le memorie geologiche. Sebbene queste difficoltà siano molto gravi, esse non sono tali, a mio avviso, da rovesciare la teoria della discendenza da poche forme primordiali con modificazioni consecutive.

Ora passiamo all’altro lato della questione. Nello stato di domesticità noi troviamo una grande variabilità. Sembra che ciò debba attribuirsi principalmente al sistema riproduttivo, il quale è assai sensibile ai cambiamenti delle condizioni esterne della vita; per modo che questo sistema, quando non sia divenuto impotente, non riproduce più una prole esattamente simile alla madre-forma. La variabilità è diretta da molte leggi complesse, - dalla correlazione di sviluppo, dall’uso e dal non-uso, e dall’azione diretta delle condizioni fisiche della vita. È assai difficile il constatare a quante modificazioni siano andate soggette le nostre produzioni domestiche; ma possiamo inferire con sicurezza che l’insieme di queste modificazioni fu molto grande e che esse sono ereditabili per lunghi periodi. Finchè le condizioni della vita rimangono inalterate, abbiamo ragione di credere che una modificazione, già ereditata per molte generazioni, possa continuare ad essere trasmessa per un numero quasi infinito di generazioni. D’altra parte, noi abbiamo delle prove che la variabilità, quando si sia manifestata una volta, non cessa interamente, perchè anche le nostre più antiche produzioni domestiche producono occasionalmente delle varietà nuove.

L’uomo non produce effettivamente la variabilità; egli espone soltanto inavvertitamente gli esseri organizzati a nuove condizioni di vita, e allora la natura agisce sull’organizzazione e cagiona la variabilità. Ma l’uomo può scegliere e sceglie di fatto le variazioni che la natura gli presenta, e così le accumula in una data direzione. Egli adatta quindi gli animali e le piante al proprio vantaggio o diletto. Egli può farlo metodicamente, od anche inavvertitamente, preservando quegli individui che gli sono maggiormente utili, senza alcuna intenzione di alterare la razza. È indubitato che egli può trasformare i caratteri di una specie, scegliendo in ogni generazione successiva delle differenze individuali tanto piccole da sfuggire persino agli occhi esperti. Questo procedimento di elezione è stato l’agente principale nella produzione delle razze domestiche più distinte e più utili. Che molte delle razze prodotte dall’uomo abbiano in gran parte il carattere di specie naturali, risulta dagl’inestricabili dubbi, in cui cadono i naturalisti, se esse siano varietà o specie originali distinte.

Non esiste alcun motivo plausibile per ritenere che i principii, che agirono con tanta efficacia nello stato di domesticità, non abbiano agito anche nello stato di natura. Noi vediamo il più potente mezzo, sempre attivo, di elezione nella conservazione degli individui e delle razze favorite, durante la lotta per l’esistenza che continuamente si rinnova. La lotta per l’esistenza deriva immancabilmente dalla ragione geometrica di accrescimento, con cui si moltiplicano tutti gli esseri organizzati. Questo rapido aumento è provato dal calcolo, - e dall’osservazione della pronta propagazione di molti animali e di molte piante, in una successione di stagioni particolarmente favorevoli, o quando siano naturalizzati in una nuova regione. Nascono assai più individui di quanti ne possono vivere. Un solo grano nella bilancia deciderà quale individuo debba campare e quale debba morire, - quale varietà o specie crescerà di numero e quale altra diminuirà o finalmente rimarrà estinta. Siccome gli individui della medesima specie entrano fra loro per tutti i rapporti nella più stretta concorrenza, la lotta sarà in generale assai severa fra i medesimi; questa lotta sarà quasi ugualmente viva fra le varietà della medesima specie ed un po’ meno severa fra le specie del medesimo genere. Ma la lotta sarà spesso assai forte anche fra gli esseri che sono molto lontani nella scala naturale. Il più piccolo vantaggio in favore di un essere, in qualunque età e in ogni stagione, sopra quello con cui egli si trova in lotta, oppure un migliore adattamento alle condizioni fisiche, anche in grado leggero, farà traboccare la bilancia.

Negli animali aventi sessi separati avrà luogo generalmente una lotta fra i maschi pel possedimento delle femmine. Gli individui più vigorosi, o quelli che lottarono con maggiore successo contro le loro condizioni di vita, lasceranno in generale una progenie più numerosa. Ma tale risultato dipenderà spesso dalla presenza di armi speciali o di mezzi difensivi, od anche dalle attrattive dei maschi; il più piccolo vantaggio assicurerà la vittoria.

Siccome la geologia dimostra evidentemente che ogni paese fu soggetto a grandi cambiamenti fisici, noi possiamo prevedere che gli esseri organizzati avranno variato nello stato di natura, allo stesso modo con cui generalmente variarono sotto le mutate condizioni di domesticità. Ora se vi abbia qualche variabilità allo stato di natura, sarebbe un fatto strano che l’elezione naturale non avesse agito. Si è affermato di sovente, quantunque l’asserzione sia destituita di prove, che la quantità delle variazioni allo stato di natura è rigorosamente limitata. L’uomo, sebbene agisca soltanto pei caratteri esterni e spesso a capriccio, può ottenere in breve tempo un grande risultato aggiungendo delle semplici differenze individuali alle sue produzioni domestiche; e tutti ammetteranno che nelle specie allo stato di natura vi sono almeno delle differenze individuali. Ma oltre queste differenze, tutti i naturalisti hanno riconosciuto esistere anche delle varietà che furono considerate abbastanza distinte da meritare una speciale menzione nelle loro opere sistematiche. Nessuno può tracciare una chiara distinzione fra le differenze individuali e le piccole varietà poco distinte, oppure fra le diverse varietà bene distinte, le sottospecie e le specie. Nei diversi continenti, o nelle diverse parti di un medesimo continente separate tra loro da barriere di qualsiasi genere, e sulle isole prossime ad un continente, quante forme non esistono che alcuni esperti naturalisti considerano come semplici varietà, altri come razze geografiche o sottospecie, altri ancora come specie distinte sebbene affini!

Se dunque gli animali e le piante variano realmente, sia pure con lentezza ed in grado leggero, perchè dubiteremo che col mezzo della elezione naturale o sopravvivenza del più adatto possano preservarsi, accumularsi ed ereditarsi quelle variazioni o differenze individuali che riescono in qualche modo utili agli esseri? Perchè la natura non potrà giungere a scegliere le variazioni vantaggiose ai suoi prodotti, viventi in condizioni di vita mutabili, quando l’uomo è in facoltà di prescegliere colla pazienza le variazioni che gli recano qualche utilità? Qual limite possiamo noi assegnare a questo potere che opera per lunghe epoche e scruta rigorosamente l’intera costituzione, la struttura e le abitudini di ogni creatura, - favorendo il buono e rigettando il dannoso? Io non saprei vedere alcun confine a questo potere, nello adattare con lentezza e mirabilmente ogni forma alle più complesse relazioni della vita. La teoria dell’elezione naturale, anche senza inoltrarci maggiormente in queste considerazioni, mi sembra probabile in se stessa. Ho già ricapitolato le difficoltà ed obbiezioni affacciate, colla maggiore precisione che potei: ora veniamo ai fatti speciali ed agli argomenti in favore della teoria.

Dal punto di vista che le specie non sono altro che varietà molto distinte e permanenti, e che ogni specie esistette dapprima come varietà, possiamo riconoscere come non si possa stabilire alcuna linea di demarcazione fra le specie, che comunemente si suppongono prodotte da atti speciali di creazione, e le varietà, la cui formazione si attribuisce a leggi secondarie. Dietro questa ipotesi possiamo anche spiegare il fatto, che laddove ebbero origine molte specie di un genere, e dove esse presentemente fioriscono, queste medesime specie debbono presentare molte varietà; perchè nei luoghi in cui la formazione delle specie fu molto attiva, dobbiamo ritenere, come regola generale, che sia tuttora in azione; e ciò appunto si verifica, se le varietà sono specie incipienti. Inoltre le specie dei generi più ricchi, che contengono un numero maggiore di varietà o specie incipienti, conservano fino ad un certo grado il carattere di varietà; perchè esse differiscono fra loro per un insieme di differenze minore di quello che esiste fra le specie dei generi più scarsi. Anche le specie strettamente affini dei generi più grandi hanno in apparenza un’estensione più limitata, e nelle loro affinità sono raccolte in piccoli gruppi intorno ad altre specie, - rispetto alle quali esse rassomigliano alle varietà. Queste relazioni sono strane, se si crede che ogni specie sia stata creata indipendentemente, ma divengono chiare se tutte le specie siano già esistite quali varietà.

Siccome ogni specie tende ad aumentare straordinariamente per la sua riproduzione in ragione geometrica, e siccome i discendenti modificati di ogni specie si moltiplicheranno tanto più, quanto diversificheranno maggiormente nelle abitudini e nella struttura, e diverranno atti ad occupare molti posti, affatto differenti, nell’economia della natura; vi sarà nell’elezione naturale una tendenza costante di preservare la prole più divergente di ogni specie. Perciò, durante un corso prolungato di modificazioni, le piccole differenze caratteristiche delle varietà di una medesima specie tenderanno ad aumentare, fino a divenire le differenze più grandi che caratterizzano le specie del medesimo genere. Le varietà nuove e perfezionate soppianteranno inevitabilmente e distruggeranno quelle meno perfette ed intermedie; e così le specie diveranno oggetti meglio definiti e distinti. Le specie dominanti, appartenenti ai gruppi più ricchi in ogni classe, tenderanno a dare origine a nuove forme dominanti; per modo che ogni gruppo grande tenderà a farsi sempre maggiore e simultaneamente più divergente nel carattere. Ma tutti i gruppi non possono riuscire ugualmente ad estendersi in questo modo, perchè il mondo non potrebbe contenerli, e per conseguenza i gruppi più dominanti abbattono i meno dominanti. Questa tendenza nei gruppi più ricchi di espandersi e divergere nel carattere, congiunta colla conseguenza quasi immancabile di molte estinzioni, spiega la disposizione di tutte le forme della vita in gruppi subordinati ad altri gruppi, tutti in poche grandi classi che prevalsero in ogni tempo. Questo grande fatto della classificazione dei gruppi di tutti gli esseri organizzati è affatto inesplicabile secondo la teoria delle creazioni.

Siccome l’elezione naturale agisce soltanto accumulando delle variazioni piccole, successive e favorevoli, non può produrre modificazioni grandi od improvvise; essa non può operare che per gradi molto brevi e molto lenti. Perciò il canone Natura non facit saltum, che viene confermato da ogni nuova conquista della nostra scienza, s’intende facilmente secondo questa teoria. Noi possiamo inoltre comprendere perchè in natura lo stesso scopo generale sia raggiunto con una infinita varietà di mezzi, imperocchè ogni particolarità, acquistata che sia, è per lungo tempo trasmessa per eredità, e le strutture in varia guisa modificate devono essere adottate allo stesso scopo generale. In breve, noi comprendiamo perchè la natura sia prodiga di varietà, sebbene parca d’innovazioni. Ma niuno potrebbe spiegare come questa sia una legge di natura, nell’ipotesi che ogni specie sia stata creata indipendentemente.

Mi sembra che molti altri fatti siano facili a spiegarsi in questa teoria. Quanto non sarebbe strano che un uccello, della forma del picchio, sia stato creato per nutrirsi di insetti colti sul terreno; che l’oca terrestre, la quale non nuota mai, o almeno assai di rado, sia stata provvista di piedi palmati; che sia stato creato un merlo che si tuffa nell’acqua e si ciba di insetti acquatici, e che si trovi una procellaria creata colle abitudini e la struttura convenienti alla vita di un pinguino! E così dicasi di infiniti altri casi. Ma nel concetto, secondo il quale ogni specie tende costantemente ad aumentare di numero, e la elezione naturale è sempre pronta ad adattare i discendenti lentamente variabili di ciascuna specie ad ogni posto vuoto o imperfettamente occupato nella natura, questi fatti perdono la loro singolarità, ed anzi si sarebbero potuti prevedere.

Noi possiamo comprendere perchè in generale nella natura esista quella bellezza che vi regna, giacchè nel complesso noi possiamo considerarla come un effetto della elezione naturale. Che la bellezza, secondo le nostre idee, soffra delle eccezioni, nessuno negherà il quale voglia dare uno sguardo a certi serpenti velenosi, ad alcuni pesci, e a qualche schifoso pipistrello avente una somiglianza contraffatta con un volto umano. Presso molti uccelli, lepidotteri ed altri animali la elezione sessuale ha dato al maschio, talvolta ad ambedue i sessi, i colori più brillanti ed altri ornamenti. Essa ha reso anche la voce di molti uccelli maschi armoniosa per le loro femmine, nonchè pel nostro orecchio. I fiori ed i frutti risaltano pe’ loro magnifici colori di fronte alle foglie verdi, affinchè i fiori siano visti, visitati e fecondati dagli insetti, ed affinchè i semi dei frutti siano dispersi dagli uccelli. La ragione per la quale certi colori, suoni o forme producono piacere nell’uomo e nei sottoposti animali - ossia come dapprima sia stato raggiunto il sentimento della bellezza nella sua forma più semplice, - è cosa non meno oscura del modo col quale dapprincipio certi odori e sapori furono resi grati.

Posto che la elezione naturale agisca per mezzo della concorrenza, essa adatta e perfeziona gli abitanti d’ogni paese solo in relazione a quelli che convivono con essi, per modo che non dobbiamo fare le meraviglie se gli abitanti di qualche paese, quantunque secondo l’opinione ordinaria siano stati specialmente creati in rapporto col paese stesso, saranno battuti e sostituiti dalle produzioni naturalizzate importate da un’altra regione. Inoltre non possiamo meravigliarci se tutte le combinazioni della natura non sono perfette, almeno per quanto può desumersi dal nostro giudizio, e se alcune di queste disposizioni naturali ripugnano alle nostre idee sull’adattamento delle forme. Nè ci sorprenderà che l’aculeo dell’ape cagioni la morte dell’ape stessa; che i fuchi siano prodotti in sì gran numero per un solo atto, e che la maggior parte di essi sia uccisa dalle sterili operaie; che le nostre conifere producano una quantità enorme di polline; che l’ape regina abbia un odio istintivo per le proprie figlie feconde; che l’icneumone si nutra del corpo vivente dei bruchi; ed altri casi analoghi. Al contrario, secondo la teoria dell’elezione naturale, noi dovremmo stupirci di non trovare un maggior numero di casi, in cui manchi l’assoluta perfezione di adattamento.

Le leggi complesse e poco note che governano le variazioni sono, per quanto ci è dato giudicare, le medesime di quelle che governano la produzione delle forme specifiche. Nell’uno e nell’altro caso pare che le condizioni fisiche abbiano prodotto un effetto diretto di poca entità: tuttavia quando le varietà entrano in una zona, esse assumono occasionalmente alcuni dei caratteri delle specie proprie di questa zona. Nelle varietà come nelle specie, qualche risultato deve attribuirsi all’uso ed al non-uso; perchè quando si consideri, per esempio, il microttero di Eyton, le ali del quale sono inette al volo quasi nel medesimo stato di quelle dell’anitra domestica; e quando si pensi al tucotuco che vive sotterra ed è cieco occasionalmente, e a certe talpe che sono cieche abitualmente ed hanno i loro occhi rudimentali coperti dalla pelle, oppure si rifletta agli animali ciechi che abitano nelle caverne oscure dell’America e dell’Europa, è d’uopo riconoscere la efficacia di questo principio. Tanto nelle varietà quanto nelle specie, sembra che la correlazione di sviluppo abbia esercitato un’influenza più grande, in tal modo che quando una parte rimase modificata, le altre parti si modificarono necessariamente. Nelle varietà e nelle specie avvengono delle riversioni a caratteri perduti da lungo tempo. Secondo la teoria delle creazioni, quanto non è inesplicabile la comparsa delle righe sulle spalle e sulle gambe di diverse specie del genere cavallo e su quelle dei loro ibridi! Invece con quanta semplicità non spieghiamo noi questo fatto, quando ammettiamo che tutte queste specie sono derivate da un animale rigato, nella stessa maniera con cui le varie razze di colombi domestici provengono dal piccione torraiuolo ceruleo e rigato!

Secondo l’opinione ordinaria della creazione indipendente di ogni specie, perchè dovrebbero i caratteri specifici, o quelli per cui le specie di uno stesso genere differiscono fra loro, essere più variabili dei caratteri generici che sono comuni alle medesime? Per qual motivo, per esempio, il colore di un fiore sarebbe più soggetto a variare in qualche specie di un genere, se le altre specie, che suppongonsi create indipendentemente, hanno fiori diversamente colorati, di quello che se tutte le specie del genere producono fiori dello stesso colore? Se le specie non sono altro che varietà ben marcate, i caratteri delle quali divennero permanenti in alto grado, ci sarà facile intendere questo fatto; perchè esse variarono già in certi caratteri fino dall’epoca in cui si staccarono dal progenitore comune, e per queste modificazioni divennero specificamente distinte fra loro; e per conseguenza codesti caratteri sono più facilmente soggetti a nuove variazioni che i caratteri generici, i quali furono trasmessi per eredità senza cambiamenti, per un periodo enorme. Attenendoci alla dottrina delle creazioni, rimane inesplicabile come sia eminentemente suscettibile di variazione una parte sviluppata in modo straordinario in qualche specie di un genere, e perciò sia di grande importanza per la medesima specie, come si può naturalmente inferire; ma secondo la mia teoria questa parte, dacchè le diverse specie si diramarono dal progenitore comune, dovette subire un insolito complesso di variabilità e di modificazioni, e quindi possiamo arguire che questa parte sia in generale variabile ancora. Ma una data parte può svilupparsi nel modo più anormale, come l’ala del pipistrello, e nondimeno non essere più variabile di qualsiasi altra struttura, se quella parte sia comune a molte forme subordinate, vale a dire, se sia stata ereditata per un periodo molto lungo; dappoichè in tal caso sarà divenuta costante, per la elezione naturale continuata per lungo tempo.

Se ora passiamo agli istinti, alcuni dei quali sono tanto meravigliosi, essi non presentano una maggiore difficoltà di quella che possiamo trovare nelle strutture organiche per le modificazioni piccole o consecutive, ma vantaggiose che si presuppongono nella teoria dell’elezione naturale. Possiamo quindi farci un’idea del processo seguito dalla natura, per mezzo di lente gradazioni, nel dotare i differenti animali della stessa classe dei loro vari istinti. Ho procurato di far conoscere in quanta luce possano mettersi le mirabili facoltà architettoniche dell’ape domestica, mediante il principio del perfezionamento graduale. Senza dubbio l’abitudine influisce tal volta nel modificare gli istinti; ma essa non è certamente indispensabile, come si osserva negli insetti neutri che non lasciano alcuna progenie che erediti gli effetti dell’abitudine lungamente continuata. Secondo l’opinione che tutte le specie del medesimo genere derivano da uno stipite comune ed hanno ereditato molti caratteri in comune, possiamo spiegare come avvenga che le specie affini, quando sono poste in condizioni di vita notevolmente diverse, pure seguono i medesimi istinti; e per qual motivo, per esempio, il merlo dell’America meridionale rivesta il suo nido col fango, come le nostre specie inglesi. Se gli istinti si acquistano lentamente, per mezzo della elezione naturale, non dobbiamo meravigliarci che alcuni siano ancora imperfetti e soggetti ad errori, e che molti siano dannosi ad altri animali.

Quando le specie altro non siano che varietà bene distinte e permanenti, vedremo immediatamente per quale ragione la loro prole incrociata debba seguire le medesime leggi complesse nel grado di rassomiglianza ai parenti, nel rimanere assorbita dall’una o dall’altra specie-madre, per gl’incrociamenti successivi ed in altri punti analoghi, come la prole incrociata delle varietà conosciute. Questi fatti sarebbero al contrario molto strani, se le specie fossero state create indipendentemente, e le varietà fossero state prodotte da leggi secondarie.

Se noi ammettiamo che le memorie geologiche sono imperfette in estremo grado, allora quei fatti che esse ci presentano sono in armonia colla dottrina della discendenza modificata. Le nuove specie sono state formate lentamente e ad intervalli successivi; e la quantità delle modificazioni, dopo uguali intervalli di tempo, è affatto diversa nei differenti gruppi. L’estinzione delle specie e di interi gruppi di specie, che ebbe una parte tanto cospicua nella storia del mondo organico, segue quasi necessariamente dal principio della elezione naturale; perchè le forme antiche saranno sostituite da forme nuove e perfezionate. Nè le singole specie, nè i gruppi delle specie riappariranno, quando siasi interrotta una volta la catena della generazione ordinaria. La diffusione graduale delle forme dominanti e le modificazioni lente dei loro discendenti fanno sì che, dopo lunghi intervalli di tempo, le forme della vita sembrano cambiate simultaneamente per tutto il mondo. Il fatto di quegli avanzi fossili di ogni formazione, che sono in qualche grado intermedi di carattere fra i fossili della formazione anteriore e della posteriore, viene spiegato con semplicità per la posizione intermedia nella catena della discendenza. Il gran fatto che tutti gli esseri organizzati estinti appartengono al medesimo sistema degli esseri recenti e si trovano o nello stesso gruppo, o in gruppi intermedi, deriva dall’essere tanto gli esseri viventi, quanto gli estinti la progenie di parenti comuni. Siccome i gruppi che derivano da un antico progenitore si allontanarono generalmente pei loro caratteri, così il progenitore co’ suoi primi discendenti sarà di sovente intermedio nel carattere rispetto agli ultimi suoi discendenti; e così siamo in grado di desumere la ragione del fatto che quanto più antico è un fossile, esso presenta più spesso una struttura intermedia fra i gruppi esistenti ed affini. Le forme recenti si considerano generalmente come più elevate delle forme antiche ed estinte, nel loro insieme, e le medesime sono tanto più elevate in quanto che le forme più recenti e più perfezionate distrussero gli esseri più antichi e meno perfetti, nella lotta per l’esistenza; esse avranno anche in generale i loro organi più specialmente destinati alle singole diverse funzioni. Questo fatto è perfettamente compatibile cogli esseri numerosi che conservano tuttora una organizzazione semplice e poco avanzata, conveniente a condizioni di vita molto semplice; inoltre è compatibile con alcune forme che retrocedettero nell’organizzazione, sebbene in ogni grado della discendenza divenissero più adatte alle loro abitudini di vita cambiate e degradate. Da ultimo, la legge della lunga durata delle forme affini sul medesimo continente, - dei marsupiali in Australia, degli sdentati in America, ed altrettali casi, diviene facile a concepirsi, perchè in una regione isolata le forme recenti e le estinte saranno affini naturalmente a cagione della discendenza.

Considerando la distribuzione geografica, se si ammetta che nel lungo corso della età fuvvi molta migrazione da una parte del mondo all’altra, dovuta agli antichi cambiamenti climatologici e geografici, ed ai molti mezzi occasionali ed occulti di dispersione, allora possiamo spiegare la maggior parte dei principali fatti della Distribuzione, seguendo la teoria della discendenza con modificazioni. Possiamo riconoscere perchè vi sia un parallelismo tanto singolare fra la distribuzione degli esseri organizzati nello spazio e la loro successione geologica nel tempo; poichè in ambi i casi gli esseri furono congiunti dal legame della generazione ordinaria, e i mezzi di modificazione furono i medesimi. Noi troviamo la piena significazione del fatto meraviglioso che deve essere stato notato da ogni viaggiatore, vale a dire, che sullo stesso continente, nelle condizioni le più diverse, in climi caldi o freddi, sulle montagne e nelle pianure, nei deserti e nelle paludi, quasi tutti gli abitanti di ogni grande classe hanno rapporti manifesti fra loro; perchè essi saranno in generale i discendenti dei medesimi progenitori e delle prime colonie. Con questo principio della migrazione anteriore, associato nella pluralità dei casi con quello delle modificazioni, possiamo spiegare insieme la identità di alcune piante, e la stretta affinità di molte altre sulle montagne più lontane nei climi più differenti, ricorrendo anche all’azione del periodo glaciale; e parimenti possiamo intendere come esista una mutua affinità in certi abitanti del mare nelle zone temperate settentrionali e meridionali, quantunque separate dall’intero oceano intertropicale. Sebbene due regioni possano presentare delle condizioni fisiche tanto simili quanto lo richieda la esistenza delle medesime specie, non dobbiamo farci caso che i loro abitanti siano interamente diversi, se furono separati gli uni dagli altri per un lungo periodo; perchè essendo la relazione di un organismo all’altro la più importante di tutte le relazioni, siccome le due regioni saranno state popolate da coloni provenienti da un terzo punto, ovvero l’una dall’altra, in diversi periodi e con proporzioni diverse, il processo di modificazione delle due aree deve essere stato differente inevitabilmente.

Il principio di migrazione, colle modificazioni susseguenti, ci servirà a spiegare perchè le isole oceaniche siano abitate da poche specie, molte delle quali sono affatto particolari e proprie di quelle isole. Noi vediamo chiaramente perchè questi animali che non possono attraversare grandi spazi di mare, come i batraci ed i mammiferi terrestri, non si trovino nelle isole oceaniche; e perchè, d’altra parte, nuove e particolari specie di pipistrelli, animali che possono portarsi al di là dei mari, si incontrino tanto spesso sulle isole più lontane dai continenti. Questi fatti, non meno che la presenza di peculiari specie di pipistrelli e l’assenza di altri mammiferi sulle isole dell’oceano, sono affatto inesplicabili nella teoria degli atti indipendenti di creazione.

L’esistenza di specie molto affini o rappresentative, in due regioni qualsiasi, implica, secondo la teoria della discendenza modificata, che le stesse forme-madri abitassero anticamente nelle due regioni, e noi troviamo quasi costantemente che, quando in due aree lontane si incontrano molte specie strettamente affini, vi esistono altresì alcune specie identiche, comuni ai due luoghi. In tutti quei paesi in cui stanno delle specie molto affini, quantunque distinte, si presentano anche molte forme dubbie e varietà della medesima specie. Dobbiamo poi considerare come una regola molto generale quella, che gli abitanti d’ogni regione hanno qualche rapporto con quelli della sorgente più vicina, da cui gl’immigranti possono essere partiti. Noi osserviamo questa regola in tutte le piante e negli animali dell’Arcipelago Galapagos, di Juan Fernandez e delle altre isole dell’America, che sono affini, nel modo più evidente, alle piante e agli animali del vicino continente americano; e quelli dell’arcipelago di Capo Verde e delle altre isole africane agli altri del continente africano. Bisogna ammettere che questi fatti non trovano alcuna spiegazione nella teoria delle creazioni.

Il fatto, che abbiamo constatato, che tutti gli esseri passati e presenti costituiscono un solo grande sistema naturale, formato di gruppi subordinati ad altri gruppi, i gruppi estinti del quale cadono spesso fra i gruppi recenti, si spiega nella teoria dell’elezione naturale colle sue contingenze dell’estinzione della divergenza dei caratteri. Per questi medesimi principii noi dimostriamo come siano tanto complesse ed involute le mutue affinità delle specie e dei generi di ogni classe. Noi vediamo la ragione, per cui certi caratteri sono assai più vantaggiosi di alcuni altri per la classificazione; come i caratteri di adattamento siano di ben poca importanza per la classificazione, sebbene siano di una importanza rilevante per l’individuo; come i caratteri desunti dalle parti rudimentali, quantunque non siano in alcun modo utili all’essere, sono spesso di molto valore nella classificazione; e infine come i più importanti fra tutti i caratteri siano gli embriologici. Le affinità reali di tutti gli esseri organizzati sono dovute all’eredità, ossia alla discendenza comune. Il sistema naturale è una disposizione genealogica, nella quale noi dobbiamo scoprire le linee di discendenza mediante i caratteri più permanenti, comunque sia piccola la loro importanza vitale.

La disposizione delle ossa essendo simile nella mano dell’uomo, nell’ala del pipistrello, nella natatoia della testuggine marina e nella gamba del cavallo, - lo stesso numero di vertebre formando il collo della giraffa e quello dell’elefante, - questi e moltissimi altri fatti analoghi si spiegano tosto da se stessi, secondo la teoria della discendenza, con successive modificazioni piccole e lente. La somiglianza nel modello dell’ala e della gamba di un pipistrello, sebbene usate per fini diversi, - delle mascelle e delle zampe di un granchio, - e così quella dei petali, stami e pistilli di un fiore, si intende parimenti, quando si pensi alle modificazioni graduali delle parti o degli organi, che erano consimili nel primo progenitore di ogni classe. Partendo dal principio delle variazioni successive, che non si manifestano sempre nella prima età e che si ereditano nell’età corrispondente e non già nel periodo primiero della vita, noi possiamo spiegare chiaramente il fatto che gli embrioni dei mammiferi, degli uccelli, dei rettili e dei pesci sono tanto somiglianti, mentre le forme adulte sono affatto diverse. Finalmente dobbiamo desistere dal maravigliarci di trovare nell’embrione di un mammifero o di un uccello a respirazione aerea, delle aperture branchiali e degli archi branchiali arteriosi simili a quelli del pesce, che deve respirare l’aria sciolta nell’acqua, coll’aiuto di branchie bene sviluppate.

Il non-uso, in concorso talvolta della elezione naturale, tenderà spesso a diminuire un organo, quando questo sia divenuto inutile per le abitudini cambiate, oppure per le mutate condizioni di vita; da questo punto di vista rileveremo chiaramente il significato degli organi rudimentali. Ma il non-uso e l’elezione agiranno generalmente sopra ogni creatura, quando essa sia giunta a maturità e cominci a prendere molta parte nella lotta per l’esistenza e non avranno quindi che pochissima influenza sopra qualche organo nella prima età; perciò un organo non sarà ridotto, nè reso rudimentale in questa medesima età. Il vitello, per esempio, ha ereditato dei denti che mai non forano le gengive della mascella superiore, da un progenitore antico che aveva i suoi denti bene sviluppati; e possiamo ritenere che i denti dell’animale adulto furono ridotti, nelle successive generazioni, dal non-uso o dalla modificazione della lingua e del palato od anche delle labbra, organi che mediante l’elezione naturale si resero più adatti a masticare, senza il loro aiuto; al contrario nel vitello i denti rimasero inalterati dall’elezione e dal non-uso; e pel principio di eredità nelle età corrispondenti, furono ereditati da un periodo remoto fino al presente. Se invece si volesse ammettere che ogni essere organizzato ed ogni organo separato sia stato particolarmente creato, sarebbe completamente inesplicabile la presenza di tali parti, come i denti del vitello embrionale e le ali ripiegate sotto le elitre insieme congiunte di alcuni coleotteri, le quali portano con tanta frequenza l’evidente impronta della inutilità. Può affermarsi che la natura abbia cercato di rivelarci il suo schema di modificazione, per mezzo degli organi rudimentali e delle strutture omologhe, mentre sembra che per parte nostra ostinatamente non si voglia comprendere.


Ormai ho ricapitolato i fatti e le considerazioni principali che mi convinsero profondamente che le specie sono state modificate nel lungo corso delle generazioni. Ciò avvenne principalmente in seguito alla elezione naturale delle numerose variazioni utili, successive, leggere, aiutata in modo efficace dagli effetti ereditari dell’uso e non-uso delle parti ed in modo meno importante, in relazione cioè alle strutture di adattamento, indifferentemente se ora od in passato, dalla diretta azione delle condizioni esterne e dall’apparsa delle variazioni che alla nostra ignoranza apparisce spontanea. Sembra ch’io abbia prima troppo poco apprezzato la frequenza ed il valore di queste ultime forme di variazioni, non considerandole capaci di condurre a modificazioni stabili di struttura, indipendentemente dalla elezione naturale. Ma siccome le mie deduzioni furono di recente mal comprese, e si è affermato che io attribuisca la modificazione delle specie esclusivamente alla elezione naturale, mi sia permesso di citare le seguenti mie parole che trovansi nella prima edizione dell’opera in luogo molto emergente, e cioè alla fine della introduzione: "io sono convinto che l’elezione naturale è, se non l’unico, almeno il principale mezzo di modificazione". Ma ciò non valse. Grande è la forza della erronea interpretazione, ma la storia della scienza c’insegna che fortunatamente questa forza non persiste a lungo.

Non posso credere che una teoria falsa valga a spiegare le diverse grandi classi di fatti che abbiamo specificati superiormente, come può farsi, a mio avviso, colla teoria dell’elezione naturale. Si è detto recentemente che questo sia un modo incerto di argomentazione; ma è il metodo che si impiega nel giudicare gli avvenimenti comuni della vita, e di cui spesso si valsero i più eminenti naturalisti. Per tali vie si giunse alla teoria ondulatoria della luce, e fino a questi ultimi tempi l’idea della rivoluzione della terra intorno al proprio asse, difficilmente poteva sostenersi con una prova diretta. Non si può opporre l’obbiezione che la scienza nello stato attuale non getta alcuna luce sul problema assai più elevato dell’essenza o dell’origine della vita. Chi giungerà a scoprire quale sia l’essenza dell’attrazione di gravità? Ma non vi ha alcuno che non accetti i risultati che emergono da codesto ignoto elemento dell’attrazione; non ostante che Leibnitz accusasse Newton di introdurre "nella filosofia delle qualità occulte e dei miracoli".

Io non trovo alcuna ragione per pensare che le opinioni espresse in questo volume possano ferire i sentimenti religiosi di chicchessia. Del resto per dimostrare quanto siano fugaci queste impressioni, ci piace ricordare che la più grande scoperta che sia mai stata fatta dall’uomo, vale a dire la legge dell’attrazione di gravità, fu anche attaccata dal Leibnitz "come sovversiva della religione naturale e, conseguentemente, della religione rivelata". Un celebre autore ed eminente teologo mi scrisse "che egli aveva gradatamente imparato a riconoscere che possiamo formarci un giusto e nobile concetto della Divinità, pensando che Essa abbia create poche forme originali, capaci di svilupparsi da se stesse in altre forme utili, anzichè professando l’opinione che Essa debba ricorrere a nuovi atti di creazione, per riempiere i vuoti cagionati dall’azione delle sue leggi".

Potrebbe chiedersi quale sia il motivo, per cui tutti i più grandi naturalisti e geologi viventi respingano l’idea della mutabilità delle specie. Non può sostenersi che gli esseri organizzati nello stato di natura non vadano soggetti ad alcuna variazione; nè può provarsi che l’insieme delle variazioni, prodotte nel corso di lunghe età, sia limitato nella quantità; non si è posta, nè poteva porsi, alcuna distinzione chiara fra le specie e le varietà bene marcate. Così non può ammettersi che le specie, quando sono incrociate, sono sterili invariabilmente, e le varietà sono in tal caso costantemente feconde, o pure che la sterilità è una dote speciale e un segno della creazione indipendente. La credenza che le specie fossero produzioni immutabili era quasi inevitabile, finchè si ritenne che la storia del mondo fosse di una breve durata; ma ora che abbiamo acquistato qualche idea del corso dei tempi, noi non siamo troppo disposti a credere, senza prove, che le memorie geologiche siano abbastanza complete da fornirci una chiara dimostrazione della trasformazione delle specie, se queste furono soggette a variazioni.

Ma la cagione principale della nostra ripugnanza naturale nell’ammettere che una specie abbia dato origine ad un’altra specie distinta, è quella che noi siamo sempre poco facili a credere ad ogni grande cambiamento, di cui non si vedano i gradi intermedi. Tale difficoltà è simile a quelle che molti geologi esternarono, quando Lyell per il primo stabiliva che le lunghe catene di roccie interne sui continenti furono formate dall’azione lenta dei flutti contro le coste, e che questi flutti stessi escavarono le grandi vallate. La mente non può farsi un concetto adeguato dell’espressione, cento milioni d’anni; nè può riunire e percepire gli effetti complessivi di molte piccole variazioni accumulate per un numero quasi infinito di generazioni.

Quantunque io sia pienamente convinto della verità delle idee esposte in questo libro sotto forma di compendio, non ho alcuna speranza di convincere gli abili naturalisti che hanno la mente preoccupata da una moltitudine di fatti considerati, per molti anni, da un punto di vista direttamente opposto al mio. Egli è tanto facile capire la nostra ignoranza, nelle espressioni analoghe a queste: il piano della creazione, l’unità di tipo, ecc., e credere per questo di dare una spiegazione, quando invece altro non si fa che constatare un fatto. Chiunque propende ad ammettere un peso maggiore alle difficoltà non spiegate, che alla dimostrazione di un certo numero di fatti, respingerà senza dubbio la mia teoria. Pochi naturalisti soltanto, dotati di molta flessibilità di spirito, e che hanno già cominciato a dubitare dell’immutabilità delle specie, possono tener conto di questo libro; ma io guardo con calma e fiducia l’avvenire, e quei giovani naturalisti che ora si formano, i quali saranno capaci di esaminare ambi i lati della questione con imparzialità. Coloro che professano i principii della mutabilità delle specie presteranno un ottimo servigio esprimendo coscienziosamente la loro opinione; perchè in questo modo soltanto potranno dissipare tutti i pregiudizi che circondano questo argomento.

Parecchi naturalisti eminenti hanno pubblicato recentemente l’opinione che una quantità di specie credute tali in ogni genere non sono specie reali; ma che altre specie sono appunto reali, vale a dire, sono state create indipendentemente. Mi pare che questa conclusione sia singolare. Essi ammettono che una moltitudine di forme, le quali fino ad ora essi avevano riguardate quali creazioni speciali che anche la maggior parte dei naturalisti considerano tuttora come tali, le quali hanno per conseguenza ogni esterna apparenza caratteristica di vere specie, - essi ammettono che queste forme siano state prodotte per mezzo della variazione, ma ricusano di estendere il medesimo concetto alle altre forme leggermente diverse. Tuttavia essi non pretendono di poter definire o congetturare quali siano le forme della vita create, e quali quelle prodotte da leggi secondarie. Essi ammettono la variazione come una vera causa nell’un caso, ma la respingono arbitrariamente nell’altro, senza porre alcuna distinzione fra i due casi. Verrà un giorno in cui questa idea sarà riguardata come un comico esempio della cecità delle opinioni preconcette. Questi autori non mi sembrano maggiormente sorpresi da un atto miracoloso di creazione, che da una nascita ordinaria. Ma credono essi realmente che, nei periodi innumerevoli della storia della terra, certi atomi elementari siano stati improvvisamente riuniti a formare dei tessuti viventi? Credono essi che ad ogni supposto atto di creazione si sia prodotto un solo individuo ovvero molti? Tutte le innumerevoli sorta di animali e di piante furono create allo stato di uova e di semi, oppure interamente sviluppate? Nel caso dei mammiferi, dobbiamo credere che questi fossero creati coi falsi contrassegni degli organi, per mezzo dei quali traggono il loro nutrimento dall’utero della madre? Senza dubbio codeste questioni non possono risolversi nemmeno da coloro che, nello stato presente della scienza, credono alla creazione di poche forme originali od anche di una forma di vita qualsiasi. Fu detto da diversi autori che non è meno facile il credere alla creazione di cento milioni di esseri, che a quella di uno solo; ma l’assioma filosofico di Maupertuis della minima azione dispone lo spirito ad accogliere più volentieri il numero più piccolo; e certamente non dobbiamo pensare che gli esseri innumerevoli di ogni grande classe siano stati creati con caratteri evidenti, ma ingannevoli, che proverebbero la loro provenienza da un solo parente.

Come ricordo ad uno stato passato di cose io ho conservato nei paragrafi che precedono ed altrove parecchie proposizioni, da cui risulta che i naturalisti credono ad una separata creazione di ciascuna specie, e fui molto censurato perchè così mi espressi. Ma tale era indubbiamente l’opinione generale, quand’io pubblicai la prima edizione dell’opera presente. Io avevo parlato prima con molti naturalisti sul tema della evoluzione, e non avevo trovato nemmeno una simpatica accoglienza. Probabilmente alcuni credevano allora ad una evoluzione; ma, o se ne tacquero, o si espressero in modo così ambiguo, che tornava difficile capire le loro idee. Ora le cose sono affatto cambiate, e quasi ogni naturalista ammette il grande principio della evoluzione. Ve ne hanno tuttavia ancora alcuni, i quali ritengono che le specie abbiano potuto produrre repentinamente, con mezzi del tutto sconosciuti, delle forme affatto diverse; ma come io ho dimostrato, si possono opporre delle prove valenti all’idea di modificazioni grandi e repentine. La ipotesi che nuove forme siansi sviluppate dalle vecchie e interamente diverse in modo subitaneo e con mezzi sconosciuti, considerata come punto di vista scientifico e come introduzione ad ulteriori indagini, non può recare che un ben piccolo vantaggio di fronte alla credenza che le specie siano nate dal fango della terra.

Potrebbe chiedersi quale sia l’estensione che io attribuisco alla dottrina della modificazione delle specie. A tale questione difficilmente può rispondersi, perchè quanto più distinte sono le forme da noi considerate, tanto più gli argomenti divengono deboli. Ma certi argomenti del massimo valore si estendono assai. Tutti i membri di intere classi possono collegarsi insieme con vincoli di affinità, e tutti possono classificarsi, pel medesimo principio, in gruppi subordinati ad altri gruppi. Gli avanzi fossili tendono talvolta a riempire le vaste lacune che si trovano fra gli ordini esistenti.

Gli organi rudimentali dimostrano evidentemente che un antico progenitore li possedeva in uno stato di completo sviluppo; e ciò implica in alcuni casi una enorme quantità di modificazioni nei discendenti. In certe classi varie strutture sono formate col medesimo sistema, e nell’età embrionale le specie si rassomigliano molto fra loro. Perciò non posso dubitare che la teoria della discendenza modificata abbracci tutti i membri della medesima classe. Io credo che gli animali derivino da quattro o cinque progenitori al più e le piante da un numero uguale o minore di forme.

L’analogia mi condurrebbe anche più avanti, cioè alla opinione che tutti gli animali e le piante derivino da un solo prototipo. Ma l’analogia può essere una guida ingannevole. Nondimeno tutti gli esseri viventi hanno molte qualità comuni, - la loro composizione chimica, la loro struttura cellulare, le leggi del loro sviluppo e la facoltà di essere affetti dalle influenze dannose. Noi lo vediamo anche nelle circostanze meno importanti; per esempio, il medesimo veleno colpisce ugualmente le piante e gli animali; eppure il veleno che si depone dal Cynips produce delle protuberanze mostruose nei rosai e nelle quercie. In tutti gli esseri organizzati la unione di cellule elementari del maschio e della femmina sembra necessaria occasionalmente per la formazione di un essere nuovo. In tutti, per quanto oggi sappiamo, la vescichetta germinativa è la stessa. Per modo che ogni essere organico individuale parte da un’origine comune. Anche se consideriamo le due divisioni principali, - cioè il regno animale e il regno vegetale, - certe forme inferiori sono intermedie pei loro caratteri, al punto che i naturalisti disputarono a quale dei due regni dovessero riferirsi; e come osservò il professore Asa Gray, "le spore ed altri corpi riproduttivi di molte alghe inferiori possono condurre sulle prime una vita decisamente animale, indi una indubitata esistenza vegetale". Perciò, secondo il principio della elezione naturale colla divergenza di carattere, non può sembrare incredibile, che da una di queste forme inferiori ed intermedie siano sorti gli animali e le piante; e se noi ammettiamo ciò, dobbiamo anche concedere che tutti gli esseri organizzati, che esistettero sulla terra, possono essere stati prodotti da una qualche forma primordiale. Ma questa deduzione è principalmente fondata sull’analogia e poco monta che sia accettata o respinta. Il caso è differente nei membri di ogni grande classe, come i vertebrati, gli articolati, ecc., perchè qui, come abbiamo osservato, abbiamo nelle leggi della omologia e della embriologia, ecc., diverse prove, che tutti sono provenuti da un solo stipite.

Quando le idee da me esposte in questo libro e sostenute da Wallace nel Linnean Jornal, o idee analoghe sull’origine delle specie, saranno generalmente accettate, possiamo vagamente prevedere che avverrà una notevole rivoluzione nella storia naturale. I sistematici potranno continuare i loro lavori come al presente; ma essi non saranno più molestati continuamente dal dubbio insolubile se questa o quella forma sia in essenza una specie. Sono certo, e parlo per esperienza, che questo non sarà un piccolo vantaggio. Si porrà fine alle molte discussioni che si sono fatte, per decidere se una cinquantina di rovi inglesi siano vere specie. I sistematici avranno solo da decidere (e ciò non sarà sempre facile) se ogni data forma sia abbastanza costante e distinta dalle altre forme, da essere suscettibile di una definizione; e quando possa definirsi, se le differenze siano abbastanza importanti da meritare un nome specifico. Quest’ultimo punto diverrà una considerazione assai più essenziale che oggi non sia; perchè le differenze, per quanto piccole, fra due forme qualsiasi, quando non siano connesse da gradazioni intermedie, sono considerate dalla maggior parte dei naturalisti come sufficienti ad elevare le due forme al rango di specie. Quindi noi saremo costretti a riconoscere che la sola distinzione possibile fra le specie e le varietà ben marcate consiste in ciò: che queste ultime sono attualmente collegate da gradazioni intermedie, mentre al contrario le specie furono in tal guisa collegate in epoca più antica. Per conseguenza, senza rigettare la considerazione della esistenza presente di gradazioni intermedie fra due forme qualsiansi, noi saremo condotti a pesare con maggior accuratezza e a dare un valore più forte all’attuale complesso delle differenze che passano fra le medesime. Egli è molto probabile che le forme, ora conosciute generalmente come semplici varietà, possono in seguito meritare un nome specifico, come la Primula vulgaris e la Primula veris; ed in tal caso il linguaggio comune ed il linguaggio scientifico saranno in armonia. In somma avremo da trattare le specie come si trattano i generi da quei naturalisti che ammettono essere i generi combinazioni puramente artificiali, fatte per comodità. Questa non può essere una prospettiva molto lieta; ma noi almeno saremo liberi dalla vana ricerca dell’essenza ignota del termine specie.

Gli altri rami più generali della storia naturale presenteranno allora un interesse maggiore. I termini impiegati dai naturalisti, come: affinità, parentela, unità di tipo comune, paternità, morfologia, caratteri di adattamento, organi rudimentali ed abortiti, ecc., non saranno più metaforici, ma avranno un significato evidente. Quando non riguarderemo più un essere organizzato nel modo con cui un selvaggio considera un vascello come una cosa interamente superiore alla sua intelligenza; quando conosceremo1 che ogni produzione della natura ebbe la sua storia; quando contempleremo ogni struttura complicata ed ogni istinto come il risultato di molti adattamenti, ciascuno dei quali fu vantaggioso all’individuo, quasi nella stessa guisa con cui consideriamo ogni grande invenzione meccanica come il prodotto del lavoro, dell’esperienza, della ragione ed anche degli errori di numerosi operai; quando noi prendiamo ad esaminare ogni essere organizzato da questo punto di vista, posso dirlo per esperienza, quanto diverrà più interessante lo studio della storia naturale!


Un vasto campo di osservazione, quasi inesplorato, sarà aperto sulle cause e sulle leggi della variazione, sulla correlazione di sviluppo, sugli effetti dell’uso e del non-uso, sull’azione diretta delle condizioni esterne, ecc. Lo studio delle produzioni domestiche crescerà di valore immensamente. Una varietà nuova, allevata dall’uomo, formerà un soggetto più importante ed interessante di studio che una specie di più, aggiunta alla moltitudine di specie già conosciute. Le nostre classificazioni diverranno, per quanto si potrà fare, altrettante genealogie; e così ci daranno veramente ciò che può chiamarsi il piano della creazione. Quando avranno in vista un oggetto definito, le regole di classificazione diverranno certamente più semplici. Noi non abbiamo in tal caso nè alberi genealogici, ne prosapie araldiche; e dobbiamo scoprire e tracciare le molte linee divergenti della discendenza delle nostre genealogie naturali, per mezzo dei caratteri d’ogni sorta che furono ereditati da lungo tempo. Gli organi rudimentali ci indicheranno infallibilmente la natura delle strutture perdute in epoche remote. Le specie e gruppi di specie, dette aberranti, e che possono fantasticamente chiamarsi fossili viventi, ci aiuteranno a compiere il disegno delle antiche forme della vita. L’embriologia ci rivelerà la struttura, che rimase alterata, dei prototipi di ogni grande classe.

Quando potremo essere certi che tutti gli individui della medesima specie e tutte le specie strettamente affini della maggior parte dei generi, sono derivate in un periodo non molto lontano da un solo progenitore ed emigrarono da un dato luogo di origine; e quando saremo più addentro nella cognizione dei molti mezzi di migrazione, allora, pei lumi che ci fornisce attualmente e che continuerà a fornirci la geologia, sugli antichi cambiamenti di clima e di livello delle terre, noi saremo in grado sicuramente di seguire, in un modo mirabile, le antiche migrazioni degli abitanti del mondo intero. Anche al presente paragonando le differenze che presentano gli animali marini sui lati opposti di un continente e la natura dei diversi abitanti del continente stesso, in relazione ai loro mezzi apparenti di migrazione, potrà darsi qualche nozione sull’antica geografia.

La nobile scienza della geologia perde la sua gloria per l’estrema imperfezione delle memorie. La crosta della terra, co’ suoi avanzi sepolti, non deve riguardarsi come un museo completo, ma come una scarsa collezione fatta a caso o ad intervalli rari. Si riconoscerà che l’accumulazione di ogni grande formazione fossilifera dovette dipendere da uno straordinario concorso di circostanze e che gl’intervalli di riposo e di inazione fra gli stadii successivi furono di una lunga durata. Ma noi giungeremo ad apprezzare la durata di questi intervalli con qualche sicurezza, facendo il confronto fra le forme organizzate anteriori e le posteriori. Noi dobbiamo essere molto cauti nel cercare di stabilire una correlazione di esatta contemporaneità fra due formazioni, le quali racchiudono poche specie identiche, mediante la successione generale delle loro forme di vita. Siccome le specie si producono e si estinguono, per cause che agiscono lentamente e che esistono ancora, e non già per atti miracolosi di creazione e col mezzo di catastrofi: e siccome la più importante di tutte le cause dei cambiamenti organici è quasi indipendente dalle condizioni fisiche alterate, e forse anche improvvisamente alterate, voglio dire, la mutua relazione di un organismo all’altro, - poichè il perfezionamento di un essere determina il perfezionamento o l’esterminio degli altri; ne segue che l’insieme dei cambiamenti organici nei fossili delle formazioni consecutive, probabilmente può darci una precisa misura della durata del tempo che effettivamente trascorse. Tuttavia un certo numero di specie, che si conservano riunite, possono continuare per un lungo periodo senza modificarsi; mentre durante il medesimo periodo alcune di queste specie, emigrando in nuovi paesi ed entrando in concorrenza colle specie straniere associate ad esse, possono subire delle modificazioni; per modo che non dobbiamo esagerare l’applicazione dei mutamenti organici nella misura del tempo.

In un lontano avvenire io veggo dei campi aperti alle più importanti ricerche. La psicologia sarà fondata sopra il principio già bene propugnato da Herbert Spencer, che cioè ogni facoltà e capacità mentale siasi necessariamente sviluppata a gradi. Si spanderà una viva luce sull’origine dell’uomo e sulla sua storia.

Alcuni autori fra i più eminenti sembrano pienamente soddisfatti dell’opinione che ogni specie sia stata creata indipendentemente. Nel mio concetto, si accorda meglio con ciò che noi sappiamo, intorno alle leggi impresse dal Creatore alla materia, l’idea, che la produzione e l’estinzione degli abitanti passati e presenti del mondo siano dovute a cagioni secondarie, simili a quelle che determinano la nascita e la morte degl’individui. Allorquando io riguardo tutti gli esseri non come creazioni speciali, ma come i discendenti diretti di pochi esseri, che esistettero molto tempo prima che si formasse lo strato più antico del sistema siluriano, mi sembra che quegli esseri si nobilitino. Giudicando dal passato, possiamo inferire con sicurezza che niuna delle specie viventi trasmetterà la sua configurazione identica alle future età. Pochissime specie, ora esistenti, trasmetteranno una progenie qualsiasi alle epoche avvenire; perchè il modo con cui tutti gli esseri organizzati sono insieme congiunti, dimostra che la maggior parte delle specie di ciascun genere e tutte le specie appartenenti a molti generi, non hanno lasciato alcun discendente, ma rimasero interamente estinte. Noi possiamo anche penetrare nel futuro, con uno sguardo profetico, fino a predire che le specie comuni e più ampiamente diffuse, appartenenti ai gruppi più vasti e dominanti di ogni classe, saranno quelle che in ultimo prevarranno e procreeranno delle specie nuove e dominanti. Siccome tutte le forme viventi della vita sono i discendenti diretti di quelle che esistettero molto tempo prima dell’epoca siluriana, possiamo essere certi che la successione ordinaria, per mezzo della generazione, non è mai stata interrotta e che nessun cataclisma non venne mai a desolare il mondo intero. Quindi possiamo pensare con qualche confidenza ad un tranquillo avvenire, di una lunghezza egualmente incalcolabile. Se riflettiamo che l’elezione naturale agisce soltanto per il vantaggio di ogni essere, col mezzo delle variazioni utili, tutte le qualità del corpo e dello spirito tenderanno a progredire verso la perfezione.

È cosa molto interessante il contemplare una spiaggia ridente, coperta di molte piante d’ogni sorta, cogli uccelli che cantano nei cespugli, con diversi insetti che ronzano da ogni parte e coi vermi che strisciano sull’umido terreno: ed il considerare che queste forme elaborate con tanta maestria, tanto differenti fra loro e dipendenti l’una dall’altra, in maniera così complicata, furono tutte prodotte per effetto delle leggi che agiscono continuamente intorno a noi. Queste leggi, prese nel senso più largo, sono: lo Sviluppo colla Riproduzione; l’Eredità che è quasi implicitamente compresa nella Riproduzione; la Variabilità derivante dall’azione diretta e indiretta delle condizioni esterne della vita e dall’uso o dal non-uso; la legge di Moltiplicazione in una proporzione tanto forte da rendere necessaria una Lotta per l’Esistenza, dalla quale deriva l’Elezione naturale, la quale richiede la Divergenza del Carattere e l’Estinzione delle forme meno perfezionate. Così dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte segue direttamente l’effetto più stupendo che possiamo concepire, cioè la produzione degli animali più elevati. Vi ha certamente del grandioso in queste considerazioni sulla vita e sulle varie facoltà di essa, che furono in origine impresse dal Creatore in poche forme od anche in una sola; e nel pensare che, mentre il nostro pianeta si aggirò nella sua orbita, obbedendo alla legge immutabile della gravità, si svilupparono da un principio tanto semplice, e si sviluppano ancora infinite forme, vieppiù belle e meravigliose.

FINE


Note

  1. Nell’originale "conosceranno". Corretto dopo confronto con il testo inglese.