Trattato di archeologia (Gentile)/Arte italica/VI/Appendice IV

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Appendice IV. Diffusione delle situle italiche di bronzo e di terracotta in Italia

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Appendice IV. Diffusione delle situle italiche di bronzo e di terracotta in Italia
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APPENDICE IV.


Diffusione delle situle italiche

di bronzo e di terracotta in Italia.


Dopo che il ch. Prosdocimi riconobbe quattro periodi archeologici in Este, in sèguito agli scavi fortunati in quella provincia (ved. Notizie degli Scavi, 1882), e il ch. Ghirardini ritrattò con studio più profondo ed esauriente l’argomento, riconoscendo nelle antichità di Este tre periodi principali: l’italico, il veneto e il gallico (ved. Notizie degli Scavi, 1888), lo stesso prof. Ghirardini trattò a parte l’argomento della situla italica primitiva, studiata specialmente in Este (ved. Monumenti antichi pubblicati per cura della R. Accademia dei Lincei, vol. II, (1894), col. 161 e segg., I parte: vol. VII, col. 1 e segg.. II parte), trattando nella I parte Dell’origine e propagazione della situla in Italia, e nella II parte Della sua ornamentazione geometrica negli esemplari in bronzo, e negli esemplari di terracotta, aggiungendovi molte ricerche sull’ornamentazione a borchie (o imbullettatura) di bronzo dei vasi fittili (ved. tav. 25).

Incomincia il Ghirardini a dividere le situle dell’Italia Settentrionale in quattro gruppi:

1. Cispadano, o umbro etrusco (situle bolognesi).

[p. - modifica] [p. 67 modifica] 2. Transpadano orientale, o veneto (situle alestine).

3. Transpadano occidentale, o ligure-celtico (situle di Golasecca e di Trezzo).

4. Alpino, o reto-illirico (situle del Trentino e del Tirolo, del Bellunese e del Cadore, di Gorizia e dell’Istria.

Studiate le situle più note dei varî gruppi, l’A. ricerca l’origine del nome, del tipo, dell’uso della situla. La situla è una vera secchia, a forma di tronco di cono capovolto; la sua tecnica è quella comune dei vasi di bronzo della prima età del ferro a lamine tirate col martello e riunite con chiodi. Sulle stesse situle si vedono altre situle tenute da persone ivi rappresentate, il che mostra che le rappresentazioni sono prese dalla vita del tempo in cui erano fabbricate (ved. vol. II dei Monumenti cit., col. 195-200, figg. 1, 2, 3, 4). Secondo il Ghirardini, l’invenzione di questo tipo di vasi è dovuta all’Oriente ; ai Fenici si deve l’introduzione di esso in Italia. Se ne son trovati di simili fra quella serie di vasi che sono rappresentati nelle pitture murali della celebre tomba di Rekhmara, intendente di Thoutmes III (1591-1565 av. C.), e che rappresentano il tributo dei Kefa, cioè dei Fenici, ai Faraoni, specialmente in opere metalliche.

Studiata poi la situla particolarmente nei singoli centri sopraccennati, e diffusosi specialmente a parlare della situla in Este e della sua decorazione geometrica, il Ghirardini conclude che “nella Lombardia e nelle Alpi la situla è pervenuta, non v’ha dubbio, per un influsso esercitato dalla civiltà del tipo di Villanova e di Este, ma in ambedue le contrade si localizzò, e nella seconda massimamente trovò importantissime sedi di fabbricazione, siccome dimostra il grandissimo numero degli esemplari alpini registrati nella statistica„.

Fra i sepolcreti del gruppo alpino primeggia per lo straordinario numero delle tombe quello di S. Lucia, la cui esplorazione si deve al dott. Marchesetti: a S. Lucia si ebbe il maggior centro di produzione di questo genere di vasi dopo Bologna ed Este. Tanto nella Lombardia, quanto nelle Alpi le situle fungevano di consueto da vasi cinerarî; e in ambedue le regioni se ne fecero molte riproduzioni in terracotta, nello stesso modo che si fecero a Bologna e ad Este.

Tavola

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Motivi ornamentali di vasi fittili atestini, ottenuti con le borchie di bronzo confitte nella loro terra ancor molle.


Trattato generale di archeologia115.png


Tavola 25.


Ved. Ghirardini. La situla italica primitiva studiata specialmente in Este in Monumenti antichi, vol. VII, tav. 2^. Ved. testo a pag. 58 e 66. Cfr. pel medesimo uso nel Territorio Falisco: Barnabei in Monumenti Antichi vol. IV (1894), col. 229 e segg.