Typee/XXIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XXIII

../XXII ../XXIV IncludiIntestazione 19 novembre 2016 75% Da definire

XXII XXIV

Riflessioni sulla Festa delle Calebasse – Effigie di un guerriero defunto – Una strana superstizione – Il prete Kolory e il dio Moa Artua – Sorprendente osservanza religiosa – Un santuario in rovina – Kory-Kory e l’idolo – Mie supposizioni e conclusioni.

Sebbene non fossi riuscito a sapere alcun che sulle origini della Festa delle Calebasse, mi pareva tuttavia che in gran parte, se non completamente, essa avesse carattere religioso.

Eppure, ad onta di tutte le indagini da me fatte in tale occasione, debbo confessare che non saprei appagare la curiosità di chi volesse approfondirsi sulla teologia della vallata. D’altronde ho persino il dubbio che neppure gli abitanti ne saprebbero dire qualche cosa. Essi sono o troppo indolenti o troppo sensati per rompersi il capo con i punti astratti di una credenza religiosa. Mentre mi trovavo tra loro, non radunarono mai nè concili nè sinodi per discutere e stabilire i principi della loro fede. Tra essi sembrava regnare la più sconfinata libertà di coscienza. Se c’era qualcuno che riponeva assoluta fede in qualche brutto idolo dal naso a patata e dalle grasse informi braccia incrociate sul petto, si accomodasse pure; così, come altri eran liberi di adorare un’immagine che, non assomigliando a nessuna creatura nè umana nè animale, non si poteva neppure chiamare un idolo. Siccome poi gli isolani avevano la discrezione di non chiedermi quali fossero le mie credenze religiose, mi pareva che sarebbe stato poco gentile da parte mia di indagar troppo nelle loro.

Ma per quanto la mia conoscenza della religione dei Typees fosse assai limitata, vi era però una delle loro superstiziose pratiche che mi interessava grandemente.

In uno dei punti più solitari della vallata, non molto distante dal lago di Fayaway – poichè così avevo battezzato il luogo delle nostre navigazioni – e vicino a una teoria di palmizi che crescevano su entrambe le sponde del fiume, ondeggiando su di esso le loro verdi fronde quasi a rendere onore al suo fluire, si ergeva il mausoleo di un defunto capo guerriero. Come tutti gli altri edifici di qualche importanza, esso si innalzava sopra un phi-phi di pietre che, essendo insolitamente alto, si scorgeva assai da lontano. Una leggera intelaiatura di foglie di palmetto imbianchite dal sole, ne ricopriva la sommità come un baldacchino, poggiando su quattro snelle colonnine di bambù dell’altezza d’un uomo. Intorno al phi-phi v’era un’area libera di alcuni metri, racchiusa da quattro tronchi di alberi di cocco, posati su massicci blocchi di pietra.

Il luogo era sacro. Il segno dell’inscrutabile Taboo si scorgeva sotto forma di un mistico rotolo di tappa bianca sospeso, a mezzo di una corda intrecciata del medesimo tessuto, in cima a un palo sottile piantato nel recinto17. Si sarebbe detto che la santità del luogo non fosse mai stata violata. Un silenzio di tomba regnava tutt’intorno, e quella tranquilla solitudine era indicibilmente bella e commovente. La mite ombra dei maestosi palmizi – mi pare ancor di vederli – sporgenti su quel piccolo tempio, pareva volesse tener lontani gli sfolgoranti raggi del sole.

Chi si avvicinasse a questo silenzioso recesso avrebbe scorto l’effigie del defunto guerriero, seduto a poppa di una canoa posata su una leggera intelaiatura, un po’ sopra il livello del phi-phi. La canoa aveva una lunghezza di circa due metri, era di fine legno di colore oscuro magnificamente intagliato, ed adorna in varie parti di scintillanti fascie di raffia colorata in cui erano state ingegnosamente incrostate delle conchiglie. Una fascia di queste girava anche tutto intorno alla barca. Il corpo del guerriero era efficacemente celato da una pesante veste di tappa oscura che lasciava scoperte soltanto le mani e la testa; quest’ultima era magistralmente scolpita in legno e sormontata da un superbo arco di piume. Queste piume, per le miti brezze che penetravano in questo luogo remoto, non posavano mai, ma continuavano ad ondeggiare e a tremolare sulla fronte del guerriero. Le lunghe foglie del palmetto pendevano sopra le grondaie del piccolo tempio, e attraverso di esse si vedeva il guerriero colla pagaia nelle mani in atto di vogare, un poco inclinato in avanti con la persona e col capo, come avesse fretta di continuare il suo viaggio. Di fronte, sulla prora della canoa, e faccia a faccia per sempre, lo guardava un lucido teschio umano. La spettrale, figura, in posizione rovescia dalla testata della barca, pareva beffarsi dell’attitudine impaziente del guerriero.

Allorchè per la prima volta visitai questo strano luogo con Kory-Kory, egli mi disse – o almeno così compresi – che il Capo stava vogando verso il regno della beatitudine e dei frutti del pane – il Paradiso Polinesiano – dove ogni momento gli alberi del pane lasciavano cadere al suolo i frutti maturi e le noci di cocco e le banane maturavano senza fine; là per tutta l’eternità su stuoie molto più belle di quelle di Typee, riposavano i guerrieri; e ogni giorno immergevano le loro belle membra in fiumi di olio di cocco. In questa contrada felice vi era abbondanza di piume e di zanne di cinghiale e denti di tricheco, assai più belli di tutti gli scintillanti ornamenti degli uomini bianchi; e quel che più importava v’era un gran numero di donne, infinitamente più leggiadre delle figlie della terra. – Un luogo assai piacevole, – diceva Kory-Kory, – ma dopo tutto non più piacevole di Typee.

Gli chiesi allora se non avrebbe desiderato di accompagnare il guerriero. Ma no, egli era felice dove si trovava, sebbene avrebbe finito una volta o l’altra per andarvi anche lui colla propria canoa.

Questo almeno fu il senso ch’io diedi alla sua risposta che, essendo accompagnata da certi gesti singolarmente espressivi da lui usati in particolari occasioni, poteva anche significare: meglio un uovo oggi che una gallina domani; il che una volta di più avrebbe dimostrato l’assennatezza e la sagacia del bravo Kory-Kory.

Ogni qualvolta, durante i mie vagabondaggi attraverso alla valle, mi trovavo presso il mausoleo del Capo, sempre mi recavo a visitarlo. Quel luogo aveva una malia per me; non saprei davvero per qual ragione, ma pure era così. Mentre appoggiato allo steccato fissavo lo sguardo sulla strana effigie e osservavo il tremolio delle piume del copricapo, mosse dal medesimo venticello che alitava con lieve brusio tra i maestosi palmizi, amavo abbandonarmi alle fantastiche superstizioni degli isolani, e quasi credevo anche io che il cupo guerriero fosse diretto verso il celestiale soggiorno. Così, nell’andarmene, non mancavo mai di augurargli buona fortuna e buon viaggio. Sì, voga con lena, bravo guerriero, verso la patria degli spiriti! Per chi ti guarda con occhi corporei, fai ben poco cammino; ma chi ti vede cogli occhi della fede, scorge davvero la tua canoa mentre fende le fulgide onde che vanno ad infrangersi sulle lontane, vaghe spiagge del Paradiso.

Questa strana superstizione è un’altra conferma del fatto che, per quanto l’uomo possa essere ignorante, egli purtuttavia sente in sè la sua anima immortale che aspira e si strugge per un ignoto domani.

Sebbene le teorie religiose dell’isola fossero per me del tutto misteriose, le loro pratiche quotidiane non potevano rimanere celate. Passavo sovente dinanzi ai piccoli templî nascosti tra le ombre dei Boschi Taboo e scorgevo le offerte: frutti sparsi su rozzi altari, o sporgenti da cestelli intorno a qualche simulacro bizzarro e gioviale. Vedevo giornalmente gli idoli sghignazzanti portati in processione nei recinti dell’Hoolah-Hoolah, e spesso mi trovavo con coloro che mi parevano esserne i sacerdoti. Ma i templi sembravano luoghi abbandonati e pieni di solitudine; le feste non erano altro che allegri raduni della tribù; gli idoli non erano se non innocui ceppi di legno; e i sacerdoti, i più giocondi bontemponi della valle.

Insomma tutto considerato, le faccende religiose di Typee erano a un livello assai basso. Gli spensierati abitanti poco se ne davano pensiero; e nella celebrazione di molti dei loro strani riti, non parevano cercar altro che un fanciullesco divertimento.

Fra coloro che mi sembrava rappresentassero il clero della valle, ve n’era uno che in special modo aveva attratto la mia attenzione, e che, secondo me doveva essere il supremo sacerdote dell’ordine. Era un individuo di nobile aspetto, nella sua piena virilità, e dall’espressione sommamente benevola. L’autorità che quest’uomo, il cui nome era Kolory, pareva esercitare su tutti gli altri, il ruolo come di vescovo da lui assunto nella Festa delle Calebasse, il suo aspetto amabile e dignitoso, i caratteri mistici tatuati sul suo petto, e sopratutto la mitria che sovente portava in forma di troneggiante copricapo, composto di un ramoscello di noce di cocco, col gambo piantato dritto sulla fronte e le fronde girate intorno alle tempie, tutto questo lo designava il capo religioso di Typee. Kolory era una specie di cavaliere templaro, di prete soldato; infatti spesso portava il costume dei guerrieri Marchesani, e sempre aveva con sè una lunga lancia, la quale, anzichè terminare all’estremità inferiore in una pagaia, come tutte le altre armi del genere, terminava con una piccola effigie pagana. Forse tale arma stava a raffigurare gli emblemi delle sue duplici funzioni: con una estremità, nei combattimenti della tribù, trafiggeva i nemici; coll’altra, simile a pastorale, manteneva in buon ordine il suo gregge spirituale. Kolory inoltre portava spesso con sè un oggetto che, così a occhio e croce, sembrava una clava di guerra spezzata. Esso era fasciato con brandelli di tappa bianca, mentre la parte superiore, che avrebbe voluto rappresentare una testa umana, era ornata con una striscia di stoffa scarlatta di manifattura europea. Dopo averlo osservato meglio si scopriva che lo strano oggetto era il venerato simulacro di un dio. Paragonato agli idoli grossi e gagliardi che troneggiavano sugli altari dell’Hoolah-Hoolah, faceva la figura d’un cencioso pigmeo. Ma le apparenze ben sovente ingannano, a Typee come in ogni altro paese del mondo. I piccoli sono ben sovente assai potenti, e i cenci sovente nascondono grandi pretese. Infatti questo minuscolo simulacro era proprio il dio più importante e più riputato della vallata, e primeggiava su tutti quegli zoticoni di legno e di pietra dall’aspetto così torvo e terribile. Il suo nome era Moa Artua1. Ed era appunto in onore di Moa Artua e pel maggior spasso di quanti credevano in lui, che aveva luogo una curiosa cerimonia da me sovente osservata con vivo interesse.

Mehevi e i capi risiedenti nel Ti si sono appena svegliati dal loro sonno meridiano. Non vi sono affari di stato da trattare; e avendo già consumato due o tre pasti nel corso della mattinata, i magnati della valle non sentono ancora gli stimoli dell’appetito pel pranzo. Come potranno occupare le loro ore di ozio? Fumano, conversano, e finalmente uno della brigata fa una proposta che essendo accolta allegramente da tutti, lo induce ad uscire dalla casa, a balzare dal phi-phi e sparire nel bosco. Lo si vede ritornare ben presto con Kolory, che porta il dio Moa Artua tra le braccia e tiene in mano un piccolo truogolo incavato in forma di canoa. Il sacerdote si avanza, dondolando quel fantoccio come se fosse un bimbo piangente che egli volesse calmare. Entra ora nel Ti, e si siede sulle stuoie con un’aria contegnosa, proprio come un prestidigitatore che si prepari ad eseguire i suoi giochi. I capi gli fanno corona tutto intorno e la cerimonia sta per incominciare.

Prima di tutto il prete abbraccia affettuosamente Moa Artua, se lo stringe al petto, lo accarezza e infine gli sussurra qualche cosa nell’orecchio, mentre il resto della compagnia ne attende ansiosamente la risposta. Ma il divino bamboccio è sordo o è muto; forse l’uno e l’altro, poichè non pronunzia mai una parola. Allora Kolory gli parla a voce più alta, sinchè, come irritato di parlare con uno che non ci sente o non ci vuol sentire, si mette a urlare e a strepitare. Tuttavia Moa Artua continua a rimanere impassibile, e allora Kolory, che a quanto pare è ora in preda a una gran collera, gli lascia andare un ceffone sul capo, lo sfascia dei suoi cenci di tappa, e depostolo nudo nel piccolo truogolo, lo cela alla vista degli spettatori, i quali applaudono a piene mani, ed esternano la loro approvazione col ripetere con grand’enfasi, l’aggettivo: «mortarkee». Kolory, però, desidera talmente che la sua condotta incontri la generale approvazione, che si rivolge individualmente a ciascuno per chiedergli se ha fatto sì o no bene a trattare Moa Artua in tal modo. La risposta invariabile è «Aa, Aa» (Sì, sì), ripetuta più e più volte in maniera da tranquillizzare gli scrupoli della persona più coscienziosa.

Dopo un poco Kolory tira fuori di bel nuovo il bamboccio, e rifasciandolo con cura nella tappa e nel pannolino rosso, ora lo accarezza e ora lo redarguisce. Completato l’abbigliamento, il sacerdote gli parla nuovamente ad alta voce tra il più vivo interesse di tutti gli astanti; quindi avvicina Moa Artua all’orecchio e riferisce ai presenti ciò che egli pretende il dio gli stia comunicando in tutta confidenza; Alcune di queste comunicazioni paiono colpire i presenti, poichè uno batte le mani con aria estasiata, un altro ha grida di gioia, e un terzo come impazzito si mette ad eseguire le più strane capriole.

Non ho mai potuto comprendere ciò che Moa Artua dice a Kalory in tali occasioni, ma a dire il vero, trovavo che la divinità dimostrava ben poco spirito concedendo alla forza ciò che a tutta prima pareva voler tenere per sè. Se poi il sacerdote onestamente interpretava ciò che secondo lui il dio gli diceva o se invece si rendeva colpevole di un vile imbroglio, francamente non saprei dirlo. Comunque, da quel che potevo giudicare, mi pareva che tutto quanto egli comunicava ai presenti come messaggio di Moa Artua, fosse di natura piuttosto lusinghiera per il pubblico, cosa che parla molto in favore sia della sagacia di Kolory, che dell’opportunismo di Moa Artua.

Ora, poichè Moa Artua non ha più nulla da dire, il suo interprete si pone di nuovo ad accarezzarlo, nella qual occupazione tuttavia egli viene nuovamente interrotto da una domanda rivolta al dio da uno dei guerrieri. Allora Kolory se lo porta ancora vicino all’orecchio e, dopo aver attentamente ascoltato, trasmette la comunicazione. Una moltitudine di domande e di risposte passa adesso tra gli uni e l’altro, e le risposte sono sempre di soddisfazione degli ascoltatori. Allora il dio è rimesso teneramente a letto nel suo piccolo truogolo, mentre l’intera brigata erompe in un lungo canto diretto da Kolory. Finito il canto, la cerimonia ha termine; i capi si alzano in piedi di ottimo umore, e Sua Eccellenza l’Arcivescovo, dopo brevi conversari e due o tre pipate, si prende la piccola canoa sotto il braccio e se ne va.

A me tutte quelle cerimonie parevano giochi di bambini che si divertissero con bambole e fantocci.

Per un ragazzino alto appena trenta centimetri, con la scarsa educazione che certo aveva avuto, non c’è che dire, Moa Artua si dimostrava davvero un fanciulletto precoce, se realmente eran sue le risposte date alle varie domande rivoltegli; ma come mai questo povero diavolo d’un dio, così schiaffeggiato, poi accarezzato e quindi rinchiuso in una specie di scatola, fosse tenuto in più alta considerazione dei maturi e dignitosi personaggi dei Boschi Taboo, era cosa che non riuscivo a spiegarmi. Eppure Mehevi ed altri capi di indiscutibile veracità – per non nominare il Primate stesso – mi avevano ripetutamente assicurato che Moa Artua era la divinità tutelare di Typee, e meritava più onori di un intero battaglione dei rozzi idoli dell’Hoolah-Hoolah. Kory-Kory, che sembrava aver posto molta attenzione allo studio della teologia, poichè conosceva i nomi di tutti i simulacri della vallata e soventi me li ripeteva, nutriva delle idee piuttosto vaste sul carattere e le pretese di Moa Artua. Una volta mi spiegò con gesti inequivocabili, che se Moa Artua lo avesse voluto, avrebbe potuto far germogliare un albero di cocco dalla sua testa; e che per Moa Artua sarebbe stata la cosa più facile del mondo di divorarsi l’intera isola di Nukuheva, e poi andarla a digerire in fondo al mare.

Ma, scherzi a parte, non saprei davvero che pensare della religione della vallata. Nulla aveva del resto reso così perplesso l’illustre Cook, nei suoi rapporti cogli isolani dei Mari del Sud, quanto i loro riti sacri. Ad onta che questo principe dei navigatori nel corso delle sue ricerche fosse in varie occasioni assistito da degli interpreti, pure egli riconosce francamente che non gli riuscì mai di farsi una idea precisa degli arcani misteri della loro fede. E un’ammissione simile è stata fatta da altri eminenti viaggiatori – da Carteret, Byron, Kotzebue e Vancouver.

Per parte mia, sebbene durante il mio soggiorno nell’Isola non trascorresse giorno senza che io assistessi a qualche cerimonia religiosa, mi succedeva come se mi trovassi dinanzi a una associazione di framassoni: vedevo i loro segreti segni, ma non ne capivo un bel nulla.

Tutto sommato, sono del parere che gli isolani del Pacifico non hanno idee fisse e definite sul soggetto della religione. Sono persuaso che Kolory stesso si troverebbe imbarazzato se dovesse stabilire in modo concreto gli articoli della propria fede e il credo per cui spera nella sua salvezza eterna. In verità, i Typees, da quel che si può giudicare dalle loro azioni, non erano sottoposti a nessuna legge, sia umana che divina – ad eccezione del misteriosissimo Taboo. Gli indigeni della vallata non si lasciavano intimidire nè da capi, nè da preti, e neppure da idoli o da demoni. Quanto poi ai disgraziati idoli, ricevevano più ceffoni che suppliche. Non mi stupisce pertanto che alcuni di essi avessero un aspetto così torvo e si tenessero così stecchiti come se avessero timore, guardando a dritta o a manca di recare offesa a qualcuno. I loro adoratori erano una tal combriccola di pagani volubili e irriverenti, che da un momento all’altro potevano avere anche il ghiribizzo di ammazzarne uno, di farlo a pezzi e con esso accendere un falò sull’altare stesso, per arrostirvi i frutti del pane precedentemente offertigli, è quindi mangiarseli.

Della poca riverenza colla quale erano tenute queste sfortunate deità, n’ebbi una volta una prova convincente. Un giorno passeggiando con Kory-Kory in fondo a un bosco solitario e remoto, mi avvidi di un curioso simulacro, dell’altezza di circa due metri, che in origine doveva essere stato posto ritto contro un basso phi-phi sormontato da un tempio di bambù mezzo ruinato; ma che ora, come per stanchezza, s’appoggiava svogliatamente contro di esso. L’idolo si trovava in parte celato dal fogliame d’un albero, i cui rami, frondosi pendevano sulla pila dei sassi. Esso non era altro che un pezzo di legno grottescamente scolpito, e voleva raffigurare un uomo aitante e nudo, colle braccia intrecciate sul capo, le mascelle aperte e sghignazzanti, e le grosse e informi gambe curvate ad arco. La parte inferiore era ricoperta di un lucente strato di muschio, mentre sottili steli d’erba uscivano dalla bocca spalancata e contornavano come una frangia il capo e le braccia. Il dio era proprio in stato di estrema decrepitudine: tutte le sue parti prominenti erano logore, ammaccate, o marcite; il naso era addirittura scomparso e dalle condizioni generali della testa veniva fatto di pensare che la legnosa divinità, disperata per l’incuranza dei propri adoratori, avesse cercato di spaccarsi le cervella contro gli alberi che la circondavano.

Mi accostai per esaminare più da vicino quello strano oggetto di idolatria, ma reverentemente mi fermai a due o tre passi di distanza per rispettare i pregiudizi, religiosi del mio servitore. Non appena però Kory-Kory si avvide che mi trovavo in uno dei miei momenti di indagine scientifica, con mia grande meraviglia, balzò vicino all’idolo, e togliendolo dall’appoggio dei sassi, cercò di farlo stare in equilibrio sulle sue gambe. Ma la deità doveva aver perduto definitivamente l’uso di esse, e ad onta dei tentativi di Kory-Kory, cadde goffamente al suolo e si sarebbe certo rotto il collo, se Kory-Kory non ne avesse attutita la caduta col riceverne il peso sul proprio dorso. Non avevo mai visto il brav’uomo così arrabbiato. Rialzatosi furiosamente in piedi, aveva afferrato un bastone, e si era messo a bastonare il povero idolo, fermandosi di tanto in tanto per apostrofarlo nel modo più violento. Quando infine la sua ira si fu un po’ calmata, egli si mise a girarlo e a rigirarlo senza nessun rispetto, ond’io potessi osservarlo da tutti i lati. Certo che io non avrei mai osato prendere tali libertà con un dio, e confesso che fui non poco stupito e scandalizzato dell’empietà di Kory-Kory.
  1. Sembra che il bianco sia il colore sacro tra gli abitanti delle Isole Marchesi.