Typee/XXVII

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Partite di pesca – Maniera di distribuire il pesce – Banchetto di mezzanotte – Torce che regolano il tempo – Modo bizzarro di mangiare il pesce.

La natura socievole e gentile dei Typees aveva la sua miglior prova nel modo con cui erano organizzate le loro grandi partite di pesca. Per ben quattro volte, nel periodo in cui rimasi nella vallata, i giovani si riunirono in prossimità della luna piena e insieme partirono per tali escursioni. Siccome la loro assenza durava circa quarantotto ore, ero portato a credere che essi si spingessero verso l’alto mare a qualche distanza dalla costa. I Polinesiani raramente usano la lenza o l’amo; impiegano invece quasi sempre reti ampie e ben costruite, fabbricate molto ingegnosamente con le fibre intrecciate di una speciale scorza d’albero. Ne esaminai parecchie distese ad asciugare sulla spiaggia di Nukuheva: rassomigliano molto alle nostre sagene, e credo siano altrettanto resistenti.

Tutti gli isolani dei Mari del Sud sono ghiotti del pesce, ma nessuno lo è di più degli abitanti di Typee. Non riuscivo quindi a comprendere perchè mai ne tentassero così raramente la pesca nelle loro acque, visto che era solo a dati intervalli che si formavano le partite di pesca, e che queste occasioni erano sempre attese col più vivo interesse.

Mentre i pescatori rimanevano assenti, l’intera popolazione era in grande fermento e non si udiva parlar d’altro che di «pehee, pehee» (pesce, pesce). Quando poi si avvicinava il momento del loro ritorno, veniva messo in azione il telegrafo vocale, e gli abitanti sparsi lungo la vallata salivano sulle roccie e sugli alberi a gridare la loro gioia per l’atteso banchetto. Non appena veniva segnalato l’approssimarsi della flotta peschereccia, si vedeva un accorrere generale degli uomini verso la spiaggia; qualcuno però, rimaneva nelle adiacenze del Ti, così da tener tutto pronto per l’arrivo del pesce, che veniva portato nei Boschi Taboo, avvolto in immensi pacchi di foglie, ciascuno dei quali era sospeso a una pertica portata a spalle da due uomini.

Mi trovavo nel Ti durante uno di questi ritorni dalla pesca, e trovai lo spettacolo assai interessante. Non appena giunti, i pacchi furono collocati sotto la veranda della casa e poscia vennero aperti. I pesci erano tutti piccoli, in generale non più grossi di aringhe e di svariati colori. Un ottavo della pesca era riservato per l’uso del Ti, e il rimanente, diviso in tanti pacchetti più piccoli, fu immediatamente spedito in ogni direzione nella vallata. Arrivati a destino, questi pacchetti erano di nuovo suddivisi e a lor volta distribuiti equamente tra le varie famiglie di ogni speciale distretto. Il pesce rimaneva protetto da un severo Taboo fino a che la distribuzione fosse completata, e ciò avveniva nella maniera più imparziale. A questo modo ogni uomo, donna e fanciullo della vallata avevano nello stesso tempo la propria parte del cibo prediletto.

Rammento che una volta la partita di pesca giunse sulla mezzanotte, nè l’ora tarda influì sull’impazienza degli isolani. I portatori inviati dal Ti, frettolosi correvano attraverso i boschi; ogni individuo era preceduto da un ragazzo recante una torcia fiammeggiante di grossi rami di cocco secchi che, di tanto in tanto, venivano rimpiazzati da altri rami raccolti lungo il sentiero. Il selvaggio fulgore di queste fiaccole enormi che illuminavano a sprazzi i recessi più profondi della vallata e si spostavano rapidamente sotto il baldacchino delle foglie; le urla selvaggie degli eccitati messaggeri che annunciavano in tal modo il loro avvicinarsi, e cui rispondevano altri richiami; l’aspetto strano dei loro corpi nudi contro l’oscuro sfondo, tutto ciò mi fece una tale impressione che difficilmente potrò dimenticarmene.

Allorchè il vecchio Marheyo ricevette la sua porzione del bottino, immediatamente si fecero i preparativi per un banchetto notturno. Le calebasse si riempirono di poee-poee sino all’orlo; si arrostirono i verdi frutti del pane; e si tagliò, con una scheggia di bambù, una grossa ciambella di «Amar», posandola poscia sopra una immensa foglia di banana.

Il banchetto era illuminato dalle torce indigene, che le fanciulle tenevano in mano. Queste torce sono fatte in modo assai ingegnoso. Abbonda nella vallata una qualità di noce, che rassomiglia assai al frutto dei nostri ippocastani, e che gli indigeni chiamano «armor». Rottone il guscio, se ne estrae tutto il contenuto. Quindi se ne infilano un certo numero nella fibra lunga ed elastica che traversa i rami dell’albero del cocco. Alcune di tali torce giungono persino a due-tre metri di lunghezza, ma essendo perfettamente flessibili, mentre una delle estremità è accesa, l’altra vien tenuta avvolta a spira. La noce arde con una fiamma azzurrastra e oscillante, e l’olio che essa contiene viene consumato in circa dieci minuti. Mentre l’una si spegne, quella vicina si accende, e le ceneri della prima sono versate con cura in un apposito guscio di noce di cocco. Questa candela primitiva richiede un’attenzione costante, e deve essere sempre tenuta in mano. La persona occupata in tal modo, nota il trascorrere del tempo dal numero di noci consumate, il che è presto fatto se si contano i pezzetti di tappa distribuiti a intervalli regolari lungo la fibra.

Mi spiace ora di dover riferire una cosa così sgradevole, ma sta di fatto che gli abitanti di Typee hanno l’abitudine di divorare il pesce crudo e senza alcuna preparazione preliminare. Sì, lo mangiano crudo: squame, spine, pinne, e interiora. Il pesce è afferrato per la coda, e introdotta in bocca la testa, l’animale sparisce con una rapidità sorprendente come se, senza esser masticato, scendesse di colpo in gola.

Pesce crudo! Potrò io mai dimenticare la sensazione da me provata allorchè vidi la mia bella isolana divorarne uno? Oh! cielo! Come mai, o mia deliziosa Fayaway, puoi aver preso una sì brutta abitudine? Comunque, dopo la prima impressione, quell’uso mi divenne meno odioso e ben presto mi ci assuefai. Non vorrei però che qualcuno s’immaginasse che la bella Fayaway volgarmente inghiottisse grossi pesci; mai più! Colla sua bella manina, essa stringeva un delicato pesciolino dorato, e lo mangiava con tanta ingenua eleganza come se fosse stato un biscottino. Ma ahimè! dopo tutto era un pesce crudo, e non posso dire altro che questo: che Fayaway lo mangiava più compitamente di qualsiasi altra fanciulla della vallata.

Se vai a Roma, fa come fanno i Romani. Avevo sempre trovato questo proverbio così giusto che, essendo a Typee, mi ero prefisso di fare quello che facevano i Typees. Così mangiavo «poee-poee» come loro; perlustravo la vallata vestito con una semplicità più che estrema, e riposavo cogli altri sulle stuoie del divano; facevo inoltre molte altre cose in conformità colle loro speciali abitudini. Ma il massimo cui arrivai per conformarmi ai loro usi, fu quando mi decisi di mangiare il pesce crudo. Questi pesci erano però tenerissimi e di piccola mole, perciò l’impresa non fu poi così sgradevole come temevo, e dopo ripetute prove, vi presi proprio gusto; però, sia detto tra noi, non prima di aver sottoposto questi pesciolini a una lieve operazione col mio coltello.