Una campagna autonomistica/Riassunti di discorsi

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Riassunti di discorsi

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Una campagna autonomistica
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Riassunti di discorsi



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11 Ottobre 18981


Porto ai piedi del monumento a Dante l’omaggio dei socialisti trentini; omaggio che per correttezza di partito deve esser precisato e spiegato.

L’idea, a cui aspira la falange organizzata dei proletari, compendia nella sua vastità un complesso di radicali riforme, alla cui attuazione occorre l’opera non d’una ma di molte generazioni. Mentre però noi lavoriamo con diuturna fatica all’emancipazione della classe operaia, e con essa dell’umanità intera, dalla miseria, non possiamo vivere estranei all’ambiente che ci circonda, non possiamo non sentire il fremito d’altre battaglie, che sul nostro suolo o vicino a noi si combattono per distruggere gli avanzi di quelle barbarie, che non del tutto potè sradicare il soffio gagliardo delle rivoluzioni borghesi. Così è che ora, dovunque il proletariato milita in schiere serrate e disciplinate, non s’astiene dar partecipare a quei movimenti borghesi che costituiscono un progresso civile e possono servire a render meno aspra la strada dell’emancipazione operaia. Bastò che un grido di dolore venisse dall’infelice Candia perchè a schiere corressero nella Grecia i socialisti d’Europa in aiuto degli oppressi contro la prepotenza turca. E, or son pochi mesi, [p. 38 modifica]nella Francia, il tentativo reazionario di asservire al militarismo e al gesuitismo la repubblica democratica trovò nei socialisti i più fieri avversari, pronti a difendere a qualunque costo la libertà repubblicana.

Noi socialisti trentini ci troviamo oggi di fronte ad una lotta, che, se poco, è nota al di là delle natie montagne, non è per questo meno giusta e grande.

Un duplice nemico insidia le sorti del nostro paese e opprimendo la borghesia nostra, strema con essa le forze del nostro proletariato.

Nel vicino Tirolo si annida una borghesia prepotente che vorrebbe spezzare con- losche trame l’unità nazionale del Trentino, invadendo col predominio linguistico le estreme parti, i recessi, alpini della nostra regione; e non contenta di ciò aggrava su di noi la mano, impedendoci ogni sviluppo economico, tutelandoci come pupilli, negandoci l’indipendenza amministrativa, chiedendoci contributi di denari e di sangue......

Più lontano il governo centrale, pur esso noncurante degli interessi nazionali, intento a lanciare una nazionalità contro l’altra, premuroso di soffocare ogni germe di libertà, assolutista e feudale: un governo, in una parola, che permette il sorgere ed il prosperare di quegli elementi parassitari, che vivono a nostro unico danno.

Per combattere questi nemici, le schiere socialiste sono pronte, e sono pronte anche a condurre questa battaglia al fianco della borghesia. A un patto però: che essa non si mostri debole, non transiga, non contratti, che essa abbandoni i dubbi, i tentennamenti del passato, ingaggi un’agitazione che pervada le più intime fibre del paese, lo scuota dal letargo, lo conduca a volere in tutto e per tutti libertà e indipendenza.

Nè giorno migliore di questo può darsi per bene auspicare delle nuove e future battaglie; giacché, qui raccolti attorno al simulacro di Dante, noi nel nome suo non onoriamo solo il padre dell’italianità; in Dante noi onoriamo il cittadino fiero che non piegò il capo nè a principi, nè a papi, che bollò a morte i vili, i simoniaci, i ladri, che fulminò le superstizioni, [p. 39 modifica]che, schivo di glorie e d’onori, visse perseguitato, esule, irrequieto, ribelle.

Onoriamo in Dante il pensatore, l’apostolo della giustizia, il profeta dei tempi nuovi, che sorge come luce fulgente dali l’oscura notte del Medio Evo.

Per questo non Dante solo ha onore da questi marmi e da questi bronzi; essi sono altresì il monuménto eretto al pensiero civile, alla civiltà nuova, ai mille martiri dell’idea e del il lavoro, che, continuando l’opera civile del sommo poeta, combatterono con la penna o colla spada e, gloriosi od oscuri, hanno dato alla patria, alla scienza. ed all’arte la vita: da Galileo a Segantini, da Garibaldi ai più umili caduti sui campi cruenti, senza che nessuno ne ricordi il nome e le azioni.

Alla civiltà fu eretto questo monumento; e per la civiltà deve unirci a combattere.

Questo, o cittadini, è il pensiero dei socialisti trentini, pensiero che essi sanno di poter esprimere anche in nome dei mille e mille fratelli emigrati, costretti à vivere lontani in terra straI niera. Ad essi, a noi, agii avversari nostri, a quanti onestamente lottano su quest’aspra terra, rendi, o Dante, o padre, una patria forte, una patria dove non siano scherno la verità, la giustizia, l’indipendenza.





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Una protesta2





Cittadini!

Come schianto di fulmine capitò fra noi l’annunzio di nuove sopraffazioni a nostro danno compiute dalla dieta d’Innsbruck.

Si sanzionò dapprima una serie di progetti coi quali si davano al Tirolo ben 2 milioni e mezzo di corone da spendersi in pubblici lavori, mentre al Trentino si destinava un briciolo di appena 28.000 corone. Venne poi la legge su Fassa colla quale si decretava l’introduzione della lingua tedesca nelle scuole, di Fassa, preludio evidente al progettato distacco di quelle valli dalla regione trentina, per aggregarle ai paesi tedeschi.

Queste imposizioni, deplorabili perchè costituiscono un’offesa veramente grave ai più vitali interessi del paese, ebbero per contraccolpo il salutare effetto di scuotere tutta la regione da lungo tempo immersa nel sonno e nell’ignavia. Giacché purtroppo è doloroso il dover constatare che, mentre sono andati crescendo con vertiginosa celerità le soppraffazioni a nostro danno, e nuove procelle e nuovi nembi si scatenavano su di noi, le nostre voci di protesta si son fatte sempre più deboli e fioche, parvero quasi un’eco remota e lontana di battaglie [p. 41 modifica]passate, un gemito estremo di chi più non ha nè gagliardia, nè speranza.

Una volta non si concedevano alle nostre città mezzi per progredire, per costruire ferrovie o strade, per dar vita a nuove, industrie; ora si fa di più: si impedisce che questi mezzi ce li procuriamo noi, e tutti sanno come da Innsbruck sia venuto il veto alle imprese tramviarie di Trento.

Si spendevano una volta i denari comuni in vantaggio quasi esclusivo del Tirolo a danno del Trentino: ora si è andati più in là. Rimane fisso il canone della distribuzione, mentre cresce la proporzione del contributo che dobbiamo versare noi.

Si tentava un tempo di sviluppare oasi germaniche fra noi; ora si pensa a scindere la nostra unità nazionale, staccando addirittura dalla regione valli intere per aggregarle politicamente e amministrativamente a centri non naturali.

A far la storia di questo crescendo di sciagure, che per opera della borghesia tirolese si sono accumulate su noi, non si riuscirebbe facilmente; d’altronde i pochi esempi recati posson bastare.

Ma al raddoppiarsi delle offese, il paese non seppe rispondere con raddoppiata energia di difesa. Di ciò che si faceva un tempo, oggi non vi è nè ricordo, nè traccia. Una volta si raccoglievan proteste con cinquantamila firme su appena trecentomila abitanti, si indicevano comizi pubblici, si inscenavano dimostrazioni ai deputati reduci dalla dieta, si dava ad ogni elezione il carattere di una lòtta di protesta. Oggi nulla di questo.

E se gli avversari del Trentino mostrano talvolta un po’ di pudore e temono l’ira nostra, è solo perchè ricordano l’opera d’altri, che in altri tempi seppero seriamente combattere, ricordano che il paese ebbe leoni ruggenti e temono che questi leoni possano ridestarsi.

Oggi invece il paese nostro è terra di morti e noi stessi, per rifarci energia e coraggio in mezzo a tanto squallore, dobbiamo evocar l’opera e la memoria dei molti caduti, virilmente caduti in difesa della libertà del Trentino. [p. 42 modifica]A scuotere i vivi dell’oggi occorre: lanciare su quest’aria morta l’epico e fatidico verso della rivoluzione: Si scoprali le tombe, risorgano i morti!

Risorgano e passino dinanzi a noi le figure belle dei martiri, dei combattenti, dei cavalieri dell’ideale.

Passate, passate o baldi eroi che in schiera invitta aveste morte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . mentre l’ultimo vostro sorriso, l’ultima parola era per la patria!

E tu pure risorgi o figura austera di Narciso Bronzetti, tu, che incarnando in un’aspirazione più vasta l’affetto che portavi alla terra natia, hai avuto in sorte la gloria di morire al fianco di Garibaldi. Pur ieri ricorreva il trentesimo primo anniversario della tua morte è nessuno ebbe per il tuo nome ricordanze e fiori. Ritorna fra i gioghi delle nostre e tue alpi, o milite della leggendaria schiera, e ai pusillanimi infondi quell’ardore e quel fuoco che te — erculeo, bello, ridente al bacio di appena ventidue primavere — lanciava sui campi di guerra.

E riedi tu pure fra noi o mite vegliardo, o anima dolce di Giuseppe Grazioli, tu che nell’anno dell’epica rivoluzione sfidasti e il carcere e l’esilio e che al bene della tua terra dedicasti una lunga vita, pellegrinando in regioni lontane per salvare il tuo paese da immani disastri, tu, che vecchio e cieco avevi nel tuo accento tanto fuoco da scuotere tutto un popolo.

E fra quel popolo che ti amava, riappari anche tu, figura severa e buona di Carlo Dordi, o consigliere che sapevi e spronare al lavoro e temprare gli ardimenti, o forte campione, a cui, l’aver traversato e miserie e bufere e tempeste e dolori, non fece mai perdere quella dolce serenità dell’animo e quella fermezza di carattere, che eran terpare degli avversari.

Passate, passate davanti al nostro pensiero, poetiche, balde figure, passate e scuotete un popolo di moiti.

Se la voce vostra non scenderà nell’anima di-quei borghesi— falsamente camuffati da liberali — che hanno sdegnato di accorrere a questa solenne manifestazione, essa troverà certamente eco nel cuore, di falangi ben più numerose.

Un ideale grande, di emancipazione umana ha insegnato a [p. 43 modifica]migliaia e migliaia, di oscuri lavoratori, di gente che fino ad ieri non seppe cosa fosse vita politica, ha insegnato ad amar la giustizia a volerla per sè e per tutti, a snidare le prepotenze e i dispotismi dovunque, e contro chiunque si compiano.

Questi oscuri lavoratori, — nel cui nome io mi sento superbo di parlare — sono qui convenuti a schiere e a drappelli e vogliono che il paese tutto senta la lor voce di protesta e che la sentano i nemici lontani, e anche quelli che essi contano fra queste mura.

Essi, i lavoratori, ben sanno che, lottando per l’autonomia, più che pel proprio bene immediato. provvedono ai vantaggi della borghesia; ben sanno che domani, vinta questa prima battaglia, ad altre lotte, ad altre fatiche dovranno sottostare per avere la loro completa emancipazione, ma non per questo s’astengono di far ciò che essi credono un passo avanti nella via della civiltà. No, dal compiere un tale dovere non li trattiene nè il freddo disprezzo di molti avversari, nè l’odio gretto e piccino di parte.

E rialzando — per proprio conto — la bandierai cui hanno mandato baci e saluti i morenti per, la patria, essi sanno eli dover portare in sua difesa quegli stessi tesori di energia, di abnegazione, di sacrificio che dimostrano nella dura lotta per la conquista del pane. Essi sanno che è vano protestare contro un’offésa se non si studia il modo di scalzar dalle fondamenta la causa di tutte le offese; perciò, mentre additano al rimprovero l’insulto di ieri, domandano una riforma radicale, domandano la separazione del Trentino dal Tirolo, e l’instaurazione di un regime autonomo.

Domandano che il regime nuovo, che qui si deve instaurare, elimini ogni traccia di privilegi feudali di nobiltà e di casta e si inspiri a principi di uguaglianza sociale.

Sanno che questa lotta per l’autonomia non deve esser trascinata blandamente con trattative, con compromessi, ma deve essere lotta dichiarata, aperta, lotta gagliarda, che non si arresta davanti a supreme misure. Sanno che l’arma civile di una scheda, e l’arma di una legale ribellione, concili si può inceppar il funzionamento della vita dei comuni e dei parlamenti, valgono assai [p. 44 modifica]più di una ribellione cruenta per le strade in mezzo alle barricate.

Sanno che il nemico è forte e che potrà resistere ai primi assalti, ma sanno altresì che bisogna saper affrontare le sconfitte e che vi sono sconfitte che disonorano non i vinti ma i vincitori.

Con quest’animo essi giurano solennemente di perseverare nella lotta per l’autonomia al fianco di altri, se altri vi saranno sinceramente democratici e amanti della libertà; soli, piuttosto che mescolarsi, con gente che senza dignità lascia schernire sè e il proprio paese.

E sperano e augurano prossimo il giorno in cui i lamenti, che s’alzano da ogni canto del Trentino, i gemiti del contadino che invano si sforza a strappare dai nostri alpestri gioghi il necessario alla vita, l’urlo di maledizione che alla patria scaglia l’emigrante costretto all’esilio, le imprecazioni dell’operaio che trascina la grama esistenza in officine, dibattentesi fra la vita e la morte, lo stato spasmodico a cui è in preda, quale corpo che si divincola nelle ore estreme, tutto il paese, si cambino nell’inno sonoro della pace, nell’affascinante inno della vittoria.

Vittoria sopra i pregiudizi secolari, sopra ingordigie prepotenti; e pace fra le nazioni, fra chi vive al di qua e al di là delle Alpi, pace fra tutti gli uomini, non intenti a lotta accanita fra loro, ma a sfruttar gli elementi e a strappare alla natura tesori pel bene, pel vantaggio comune.

Di questa vittoria, di questo ideale di pace segnerà un primo passo la conquista dell’autonomia.

E il dovere di conquistarla possa scuotere i cuori dei giovani, far balenar lampi di giovinezza sulle fronti pensose dei vecchi, far tacere lotte, odi, rancori; in tutti accendere fiamme di febbrile entusiasmo e far salire da ogni canto delle nostre Alpi, come da un petto solo, il grido solenne: Vogliamo l’autonomia!



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L’eloquenza delle cifre

3




Contro di noi socialisti vien scagliata l’accusa di idealisti, di vaganti nel limbo dei sogni, tanto dai borghesi del nostro paese come dai borghesi d’altre nazioni, quando quello che essi chiamano il nostro idealismo cozza coi loro interessi.

Oggi siam qui a sfatare l’accusa di fronte a quelli del Tirolo; ci proponiamo cioè, di affidare al linguaggio molto pratico e solido delle cifre le nostre ragioni in difesa dell’autonomia del Trentino.

Certo a trattare di questa lotta, nella quale forse siam qui a dar l’ultimo colpo di spalla e forse a preludiare a una nuova sequela di peripezie, a ricordare come questa buona battaglia attraverso speranze e disinganni, scoraggiamenti e audacie, abbia costituito la trama di tutta la storia nostra nel secolo ora scomparso, a pensare alla falange numerosa di quanti hanno dato a questa causa la spada, la penna e hanno suggellato la lor fede col carcere, coll’esilio, colla vita; certo a tale rievocazione non è possibile non sentirsi salire su dai precordi la parola vibrata, appassionata e fervente che significhi omaggio ai caduti, suoni infamia a chi misconosce i nostri diritti, attesti la nostra fede serena e tranquilla nell’avvenire, la coscienza viva di dover lottare e di dover vincere. [p. 46 modifica]Pure prescelgo oggi seguire altra via; ed io son qui per ridurre nei suoi termini aritmetici la questione, per quanto il linguaggio delle cifre possa riuscirà freddo e noioso.

Rispondiamo solo, prima di entrare nel vivo dell’argomento, ad una domanda; Chi siamo noi trentini? Dove viviamo? Quanti siamo? Chi sono i tirolesi? Dove e come si amministrano le cose nostre?

Siamo un popolo italiano d’origine, di razza, di lingua, di costumi; abitiamo le estreme valli in cui si spinge la favella italiana.

Il nostro suolo è stato, attraverso i secoli, il campo dove si sono combattute le più fiere battaglie fra la razza latina e la germanica. Qui nella media valle dell’Adige, in questo lungo corridoio che Cesare Correnti chiamava con frase scultoria « il vestibolo d’Italia », nei valichi alpini che a destra e a sinistra la cingono, nelle pianure dove essa sfocia, tante volte gli eserciti stranieri trovarono la porta di ferro d’Italia. Qui la tendenza medioevale di sottomettere una nazione all’altra trovò la sua massima esplicazione. E il paese nostro — la maggior vittima del grande conflitto fra le due razze — fu in continua balia delle pretese di dominazioni nordiche che voleano ad ogni costo assorbirlo e renderlo appendice (e baluardo al tempo stesso) della nazione germanica, delle pretese di principi vescovi intenti ad abbattere le libertà comunali per aprire la strada ai patronati, prima, alle dominazioni poi, dei conti del Tirolo, talché par davvero miracolo a chi riguarda la storia nostra che l’arietare di tante forze diverse non abbia oscurato neppur una traccia della romanità nostra. Segno evidente che vi sono leggi contro cui nulla volgono le leggi della prepotenza e della forza.

Su questo suolo siamo ancor oggi in lotta coi confinanti tedeschi, malgrado che il secolo nostro sia indubbiamente il secolo delle federazioni dei popoli e delle nazioni.

Nell’istinto di predominio, che perdute# atavico nei tirolesi, ma sopratutto ne’ privilegi di cui essi godono, sta la ragione del conflitto in cui essi si trovano con noi, conflitto, che se non può più dirsi come pel passato conflitto fra due nazioni ne costituisce però l’ultimo episodio. [p. 47 modifica]Noi abbiamo due colpe: quella d’esser solo 350.000 abitanti, contro 500 e più mila, quanti sono i nostri vicini, coi quali la sorte capricciosa ci costringe a condividere l’amministrazione delle cose pubbliche e quella dì essere membri di uno stato ancor medioevale.

Nella Svizzera bastò che popoli di nazionalità differente si accostassero, perchè si facesse palese che ognuno d’essi dovea proceder autonomo; ma furono la libertà e la democrazia le maestre di tale insegnamento.

Qui in Austria, dove libertà e democrazia- non esistono neppur di nome, quantunque gli storici insegnino che -il medio evo è finito, l’avvicinamento insegnò al più forte il diritto di comandare al più debole. E per questo il paese nostro non è amministrato, da noi; noi subiamo un’amministrazione composta solo in piccola parte dei nostri.

E ciò a dispetto delle più evidenti leggi di natura, offese da simile procedimento: a dispetto dei nostri fiumi che inviano le loro acque nell’Adriatico, mentre i ghiacciai del Tirolo mandano il loro tributo al torbido Danubio o, traverso, i laghi del Reno, al mare - del Nord; a dispetto della lingua, che qui si chiama lingua del sì, mentre lì vanta il nome di lingua di Goethe e di Schiller; a dispetto della coltura del suolo che qui fa pompa di vite, di ulivi, di gelsi e lì di abeti e di prati; a dispetto degli ordinamenti economici lì germanici e qui latini...

Questa dominazione del Tirolo sul Trentino non procede più colle forme della violenza armata; al potere assoluto è subentrato anche in Austria — per quanto nella forma meno liberale — il potere rappresentativo, mediante diete e parlamenti. Eppure anche con esso i nostri confinanti hanno saputo larvare quegli stessi sentimenti di predominio, che, più brutalmente, ma con non minor danno per noi, esplicavano prima colla forza materiale.

E dell"asserzione nostra comincino a far fede le cifre.

La dieta d’Innsbruck costituisce « la rappresentanza » nella quale si devono discutere gli interessi della società, che gli economisti non saprebbero certo come classificare e che diremo società... per forza fra trentini e tirolesi. [p. 48 modifica]Questa rappresentanza dovrebbe esser relativa al numero dei « soci » e invece? Invece non lo fu mai e non lo è.

Non lo fu, perchè ne primi tempi, in cui funzionava regolarmente, nel 1816, contava 7 seggi per i trentini contro 45 dati ai tedeschi. Più tardi, si tentò riparare all’ingiustizia e nel 1848. furono accordati ai nostri 20 seggi contro 52! E ciò in un tempo in cui la popolazione del Trentino era di 320.000 e quella del Tirolo di circa 400.000. Finalmente, per calmare le proteste dei trentini, nel 1861 si realizzò una riforma, che vige pur oggi e in base alla quale il Trentino ha un deputato ogni 10.808 abitanti di borgate e città e uno ogni 28.969 abitanti dei comuni rurali, mentre il Tirolo ha un deputato ogni 9174 abitanti di città e uno ogni 17.049 dei comuni rurali.4 Come, si raccolgono, come si spendono i fondi di questa società, che è la dieta tirolese?

Le entrate nella quasi lor totalità sono costituite da tre cespiti principali: il dazio sul grano che alle; casse provinciali dà un milione di corone all’anno e alla fama del Tirolo assegna il livello più basso nella scala della civiltà fra le province austriache; l’imposta sugli spiriti (che da provinciale diverrà ora erariale) la quale dà un reddito di 860.000 corone; e infine le sovraimposte provinciali, che rendono — sempre in cifra tonda — un milione seicentomila.

Sovraimposte e dazio su e li spiriti noi le paghiamo nel rapporto di 23 % circa contro 77 % pagate dai tirolesi; è perciò giusto che. in questa proporzione ci sieno restituite; del dazio sul grano noi avremo forse pagato in qualche tempo anche il 60 % contro il 40 %; certo pagammo fino agli ultimi tempi, come, ammisero tutti i nostri avversari, il 50 %

È solo ora che i borghesi del Tirolo vanno dicendo e tentano di dimostrare che essi consumano più grano di noi. Che ne venga sdaziato di più nei loro paesi è un conto, ma si tratta di grano che anche sdaziato a Lienz o a Bolzano, viene [p. 49 modifica]qui macinato e poi consumato in buona parte nel Trentino. Si sostiene ad Innsbruck che ogni tirolese consumi annualmente quintali 1.76 di grano ed ogni trentino quintali 1.31. Chi ci crede? Pur troppo i mangiapolenta, i pellagrosi siam noi ed i tirolesi arriveranno al consumo di quintali 1.76 per testa all'anno, sommando alla farina il lardo e le lucaniche, che mettono nei loro Knödel, lardo e lucaniche dei quali i nostri contadini non hanno neppur la fortuna di sentir l’odore.

Il dazio sui grani esiste come dazio provinciale nel Tirolo fin dal 1824 e dovea aver lo scopo di raccogliere un « fondo di approvvigionamento » per provvedere il paese di grano nei tempi di carestia.

Questo bisogno non s’è mai verificato; fondo capitalizzato crebbe in un modo vistoso; il gettito deb dazio aumentò d’anno in anno, finché un po’ alla volta si venne alla decisione di spendere, sia parte delle entrate annue del dazio, sia gli interessi del capitale accumulato, in cose che nulla aveano à che fare eoi sussidi per carestia.

E per noi è dolorosamente istruttivo il modo con cui si spesero i denari di questo fondo al quale — ripetiamo — abbiamo concorso sempre per lo meno col 50 %.

Anzitutto si fondò con essi la casa di correzione di Schwaz, un istituto pei discoli, al quale dall’epoca della fondazione ad oggi i trentini parteciparono nella media del 20 %, i tirolesi in quella dell’80 %. Le spese fatte in base al 50 %, n da ciascuno dei due paesi decurtarono il Trentino di una somma di fi. 200.000 in cifra tonda. Nei 1891 poi si cominciò a prelevare dal fondo approvvigionamento l’importo annuo di fi. 20.000 per fare una seconda casa di correzione e anche questa con la solita giustizia distributiva, a tutto favor del Tirolo, si destinò ad un paese tedesco nella Val d’Adige superiore.

Nei forzieri del fondo approvvigionamento si trovarono dei milioni per pagare le spese di guerra per transito di soldati ecc. fatte durante la guerra napoleonico-bavarese, poi per spese sostenute in questo secolo dalla provincia a favore dell’esercito austriaco. In questa faccenda il Trentino — che non diede il suo [p. 50 modifica]voto nè alle spese nè al modo di pagarle — sborsò — in più di quel che gli poteva spettare e a tutto vantaggio del Tirolo, la sommetta di fior. 250.000.

Altro scopo a cui furono devoluti i proventi del dazio sul grano si fu la costruzione di strade votata nel 1843. Tali costruzioni ammontarono alla somma di fiorini 1,551.886 dei quali 657.775 a favore del Trentino e il resto, cioè 894,111 a favore del Tirolo. Il paese nostro ci perdette la bagatella di fi. 118.000!

E avanti ancora. Sempre col solito fondo si risarcirono e tacitarono una volta tanto con determinati importi molti diritti feudali di decime ecc. a favore di nobili.

Queste spese sono note col nome di « fondo esonero del suolo » e di esse un attuale conservatore nostro di tre cotte scriveva che « costituivano la più solenne ingiustizia perchè caricavano un’imposta, che dovea servir di sollievo alla possidenza, precisamente sui poveri che nulla posseggono, cioè sopra quelli che a preferenza si nutrono di grano e quindi contribuiscono in maggior proporzione al dazio provinciale ».

Ma a parte il criterio vessatorio che informa questa deliberazione vediamo come al solito la ripartizione, La spesa complessiva fu per questa bisogna di 6 milioni 800 mila fi. in cifra tonda. Di questi 2,000.000 pel Trentino e 4,800.000 pel Tirolo. Il pagamento, fatto con un fondo comune, obbligò il Trentino a regalare al Tirolo 1,400.000 fiorini.

Col ricavo del grano si sussidiarono i comuni... colla solita legge, dando p. e. dal 1822 al 1860 fior. 104.000 al Tirolo, e 12.000 al Trentino; dal 1861 al 1875 fior. 300.000 al Tirolo e 99.000 al Trentino; dal 1875 al 1879 fior. 118.000 al Tirolo e 77.000 al Trentino e... via di questo passò.

Col fondo grano si pagherà un debito di 4.000.000 fatto per la regolazione dei torrenti e del quale il Trentino godette in proporzione del 42 % e il Tirolo del 58 %. E il Trentino pagherà il 50 %.

Col fondo grano si eresse a Lienz un magazzino provinciale che costa fior. 261.000 e a noi non giova affatto e perfino si sussidiarono i circoli di canto e musica d’Innsbruck! [p. 51 modifica]Il dazio grani oggi rende più di 1 milione di Corone all’anno e si aumenta con circa 100.000 Corone d’interessi del capitale accumulato in passato senza calcolare gli introiti degli stabili. Dal 1824 ad oggi saranno stati non meno di 40 milioni di Corone spillati, più che dalle tasche dalle vene del proletariato della provincia per mantenere il lusso di « lor signori ».

E cesserà questo balzello sullo stomaco coll’avvento dell’autonomia? mi sento chieder dagli operai.

Soffermiamoci per metter in chiaro la cosa.

Ogni qualvolta il proletariato portò alla borghesia nostra, la propria protesta contro questo balzello, essa rispose: Non dipende da me, la colpa non è mia. Io ho più volte chiesto l’abolizione di questa tassa, ma invano. La maggioranza, che domina ad Innsbruck, non ne vuol sapere ». Ebbene, venga a Trento un’amministrazione autonoma della provincia ed allora le scuse non varranno più. Allora noi potremo dire alla borghesia di casa nostra: Hic Rhodus, hic salta. Qui ti vogliamo alla prova. Qui tien fede alle tue promesse ».

Ed io non son qui per giurare che la borghesia nostra ci terrà fede, ma son qui per dire che in allora al proletariato sarà più facile combattere la sua battaglia e che in qualunque evento, sbarazzato il terreno dalla questione autonomistica, i termini della lotta fra borghesia e proletariato saranno più chiari e decisi.

Tenti pure la borghesia trentina di fare per pròprio Conto contro il proletariato trentino quel che la borghesia tirolese facea a spalle di tutto il Trentino. I fatti apriranno gli occhi anche ai ciechi ed essa non troerà più scuse per gettare le responsabilità sulle spalle dei terzi. E d’altronde noi dobbiamo tener presente, che pari alla lotta per l’autonomia, noi conduciamo quella per la conquista del suffragio non solo ai comuni e al parlaménto, ma anche alla Dieta.

E fuori e dentro la dieta ci sarà più facile quindi pigliare pel collo i nostri signori.... debitori, quando i cónti deh nostro dare e del nostro avere li potremo fare entro i confini del Trentino.

Ma di questa questione, che, messa in termini generali sì [p. 52 modifica]risolve nel vagliare quale profitto possa cavare il proletariato dall’autonomia e se gli giovi che essa sia conquistata, e se debba cooperare alla conquista, abbiamo altre volte discusso ed abbiamo precisato in proposito il pensiero del partito.

Altre cifre ci aspettano e torniamo ad esse. Gli ultimi bilanci provinciali dal 1897 ad oggi, studiati dal defunto deputato Don Salvadori, ci dimostrano che anno per anno noi paghiamo assai più di quello che riceviamo. Il calcolo non è difficile a farsi perchè una volta che sia noto in qual proporzione noi paghiamo, è nota anche la proporzione in cui dobbiamo ricevere.

Nel 1897 il Trentino figura nelle entrate del bilancio prov. con fior. 524.000 e nélle uscite con soli 513.000; nel 1898 nelle entrate con 571.000 e nelle uscite con 537.000; nel 1899 il Trentino pagò circa fior. 30.000 di più di quello che incassò; ed una perdita non indifferente per noi risulta anche dal bilancio del 1900 che io ho esaminato cogli stessi criteri del Salvadori, Ma questi importi che risultano a danno nostro dalla gestione complessiva degli ultimi anni sono inezie.

Ci sono invece i bilanci straordinari: ci sono nei bilanci ordinari i fondi affidati per la distribuzione o alla Giunta o a speciali commissioni e quando a distanza di tempo, magari di anni, si è in grado di rilevare come furono spesi questi fondi si riesce sempre a constatare che furono spesi come i proventi del dazio sul grano.

Cito qualche esempio fra i molti: Nel 1895 e 1896 furono versati annualmente fior. 100.000 per un fondo stradale. Attenendosi alla proporzione con cui Trentino e Tirolo pagano le sovraimposte provinciali i 200.000 fior. accumulati ci risultano come minimo composti di fior. 60.000 nostri e 140.000 fior. dei tirolesi.

La Commissione stradale come spese questi 200.000 fior. e i relativi interessi? Ecco: spese 1000 fior, per la strada che da Rovereto porta alla Chiesa delle Porte, 2000 per la strada da Folgaria a Lavarone, 2000 per la strada di Val Vestino e tutto il resto, 195 e più migliaia di fior, per le strade del Tirolo. [p. 53 modifica]Negli affari scolastici si fecero pure divisioni fraterne di questo genere. Il governo in varie riprese assegnò alla provincia dei sussidi per la scuola popolare. Nel 1886 il sussidio era eli fior. 38.000 e il Consiglio scolastico provinciale’ne conferì 8000 al Trentino e il resto al Tirolo.

Il 1882 ci offre il caso tipico dei sistemi distributivi dei nostri buoni amici tirolesi nelle cui cervici è, a quanto pare assai bene impressa la storiella del leone e della divisione della preda. Si trattava di assegnare dei sussidi pei danneggiamenti portati dalle piene del 1882 e per metter riparo ai torrenti e allo scopo si stanziarono pel Trentino fiorini 1,083.000, pel Tirolo fiorini 5,440.000! E sì che il Trentino avea subito guai ben maggiori del Tirolo!

Lo stesso governo austriaco trovò il coraggio d’opporsi a questa deliberazione dei suoi buoni amici tirolesi e abrogò la relativa disposizione ottenendo una non diciam «equa» ma meno ingiusta distribuzione.

E le strade? Tutti ricordano le deliberazioni dell’anno scorso riguardanti il programma stradale da iniziarsi subito e da eseguirsi coi futuri redditi del fondo di approvvigionamento. A noi poche migliaia di Corone, a loro i milioni. E la storia d’ieri è pur la storia di 50 anni fa. Aprite un opuscolo che un uomo politico nostro, Bartolomeo Malpaga, scriveva nel 1848 e troverete che anche allora sopra 2,600.000 di spese stradali, 2,240.000 furono pel Tirolo e 360.000 pel Trentino.

Del resto se occorressero cifre sulla condizione delle nostre strade e carreggiabili e ferroviarie basterebbe ricordare che le più importanti strade del Trentino furono fatte a nostre spese e che la Valle di Non, la Val di Ledro, le Giudicane e la Val di Fiemme sborsarono del proprio ben 2,500.000 fior, per costruirsi delle arterie di comunicazione.

Se qualche volta ad Innsbruck ci fu votato qualche aiuto, fu quando non lo volevano.

Informi la storia della strada di Val di Cembra. Essa fu fatta contro il volere dei comuni. Questi furono obbligati a spendere fior. 27.000 di spese di concorrenza, malgrado protestas/ [p. 54 modifica]sero che voleano la tramvia anziché la strada. Ma ad Innsbruck duri! E si fece la strada votando come contributo provinciale fior. 58.000.

Nel tempo stesso però si votava un sussidio di 5000 fior, annui alla tramvia — della quale non s’eran ancor fatti i progetti — che i bolzanini intendono fare da Egna in Val di Fiemme, trascurando di prender cognizione dei progetti già belli e pronti per la tramvia trentina, lungo l’Avisio da Trento in Fiemme, e stabilendo più tardo di assumere per fior. 60.000 d’azioni della tramvia bolzanina.

Questa tramvia bolzanina che si tenta fare a dispetto delle leggi di natura che indicano Trento come naturale punto di sbocco della valle d’Avisio, sarebbe destinata a far la funzione di una pompa assorbente, che attraverso valichi porta artificialmente al Nord ciò che tende al Sud.

I risultati di questo sistema di governo?

Eccoli anche quelli in cifre La nostra popolazione diminuisce in modo allarmante. Abbiamo distretti con una popolazione oggi inferiore a quella che avevamo nel 1847!

II distretto di Primiero avea nel 1847, 10,901 ab.; oggi ne ha solo 10.356; quello di Tione ha attualmente 35.912 ab. e nel 1847 ne avea 35.702.

Il Trentino intero crebbe dal 1810 al 1847 di 90,546 ab., dal 1847 al 1890 di soli 31.122. E questo accade in un paese dove di figliuoli se ne fanno a nidiate e dove l’eccedenza dei nati sui morti ha raggiunto in un solo decennio (dal 1880 al 1890) la cifra di 21.000 nati! Parlano del resto molto chiaro i pochi dati che abbiamo sull’emigrazione. L’emigrazione permanente in America fu dal 1870 al 1887 di ben 25.000 persone. Oggi diciamo una cifra inferiore al vero, computandola a 35.000! Si aggiunga un’emigrazione temporanea di 50,00 lavoratori all’anno.

È la mancanza di pane e di lavoro che caccia i figli esuli dalla patria.

Le stesse nostre maggiori città hanno avuto in quest’ultimo decennio degli aumenti che sono inezie a confronto di quelli [p. 55 modifica]indicatici dalle città, del vicino Tirolo. Trento e Riva hanno aumentato la loro popolazione del 16 %, mentre Wilten — che può dirsi l’appendice di Innsbruck — è aumentata del 88 %, Gries del 33 %, Zwölfmagrein, sobborgo di Bolzano, del 25 %, Leifers del 37 %, Obermais (Merano) del 51 %•

Noi constatiamo invece che le più belle borgate nostre, poste in posizioni magnifiche, in località indicate per la ricchezza delle selve, delle acque e dei monti a diventar centri d’industria, vanno intiSichendo: Pergine ha perduto 267 ab., Cavalese 130, Cles 63, Roncegno 51, Fondo da 2168, è scesa sotto i 2000 e via via la litania sarebbe interminabile.

Il Trentino intero ebbe un aumento del solo 3 % mentre il medio aumento del Tirolo fu di quasi 6 % e dell’Austria di 10.1 % E lasciamo il campo dei confronti dove tanto ci sarebbe da mietere per tornare al caso nostro. Le imposte!

I nostri comuni che poco o nulla hanno ottenuto ed ottengono dalla provincia sono costretti a provvedere a tutti i bisogni loro con imposte gravissime comunali.

Queste, come ognun sa, sono di due specie: dirette ed indirette. Alle prime appartengono la sovraimposta comunale sull’imposta erariale dei fondi, delle industrie, delle case, ecc.

Orbene questa sovrapposta nella maggior parte dei nostri comuni stiperà il 300 % ed arriva in molti d’essi alle cifre favolose del 500, del 700, del 1000, fin del 1200 per cento! L’importoo’ complessivo di queste imposte comunali era alcuni anni addietro di 2 milioni di corone. Il che vuol dire che di tali sovraimposte ogni trentino paga in media Cor. 5.60 a testa mentre la media generale di tutta l’Austria era nello stesso tempo di Cor. 2.20 por abitante.

Abbiamo poi le imposte comunali indirette, sul pane, sulla carne, sulle bevande: vino, birra, liquori. L’imposta sul pane, che qui da noi si riscuote col sistema odioso e medioevale del appalto, è in Austria una triste prerogativa del paese nostro: una prerogativa che determina l’uso delle farine avariate, scadenti o peggio, il furto sul peso, le cattive cotture del pane, le imbroglierie insomma a danno della povera gente. [p. 56 modifica]Le cifre a cui arriva questo balzello sono enormi: a Trento si arriva all’importo di Cor. 140.000, a Rovereto di 50.000, ad Ala di 18.000, a Calliano di 3600, a Folgaria di 5000, a Mezolombardo di 38.000.

Io credo di esporre una cifra non esagerata valutando superiore ai 2 milioni di Cor. l’imposta complessiva che si paga sul pane in tutto il Trentino.

E dopo le imposte i debiti; debiti fatti per compiere spese inutili di campanili, tollerate e forse anche incoraggiate dall’autorità provinciale, e per compiere quello, che dovrebbe fare in più.dei comuni e non fa e non fece la provincia.

I debiti comunali e consorziali del Trentino sommano alla non indifferente cifra di 11.007.815 fiorini, mentre il vicino Tirolo, più vasto, più popolato, più ricco di comuni non ha che un debito comunale di fior. 7.220.425.

Il confronto fra il paese tutore e il paese pupillo è eloquente. Su ogni tirolese i debiti pesano in proporzione di fior. 16, su ogni trentino di fior. 31. Ma il guaio non è tutto qui. Gran parte dei debiti dei comuni del Trentino, a differenza dei debiti dei comuni del Tirolo, sono stati assunti a tassi elevati. Basti ricordare che, degli 11 milioni sovraccennati, ben 4 sono ad un interesse superiore al 4 %, al 5, al 5 ½ per cento, mentre il Tirolo ha solo 600.000 fior. di debiti pei quali paga un interesse superiore al 4 ½ per cento. Il Trentino ha chiesto non una ma - mille volte un istituto provinciale di credito comunale, che si assumesse questi debiti ad un interesse onesto, risparmiando così dai 40 ai 50 mila fiorini all’anno, ma inutilmente. A creare uri simile istituto non vollero concorrere i tirolesi, per l’unico motivo che essi di simile istituto non ne avevano e non ne hanno, bisogno.

I comuni tirolesi però nel tempo stesso che hanno meno debiti hanno più crediti dei comuni trentini. Di fatti il debito comunale (escluso il consorziale) era (nel 1892) per la parte tedesca di fiorini 5.321.052,85, per la parte italiana di fiorini 9.076.210,35.. Ora il credito comunale era nella parte tedesca di fior. 3.764.574,75, nella parte italiana di fior. 2.638.778,26. [p. 57 modifica]Cioè il Trentino viene ad avere una differenza passiva di fiorini 6.337.432,09, il Tirolo di soli fior. 1.556.478,10.

Se stanno male i comuni, non possono star bene coloro che devono mantenerli, cioè gli amministrati.

E parlino in proposito le vicende della piccola proprietà, il numero, delle aste e degli incanti, che ci deliziano, la somma del debito ipotecario.

Quest’ultimo raggiunge nel paese la somma di 76 milioni, vale a dire equivale al 210 % del valore fondiario; vi sono distretti, come Borgo ad es., dove il debito fondiario corrisponde al 353 % del, valore fondiario. Fossero esagerate queste cifre, che del resto io prendo dallo studio di un buon tirolese, il dep. Grabmayr, si dovessero anche ridurre a metà, resta sempre qualche cosa di enorme. Questa proprietà ipotecata e arciipotecata, è poi continuamente soggetta ad aste, ed incanti. Dal 1860 ad oggi il Trentino ebbe più di 32.000 incanti. Sono 32.000 capi di famiglia, contadini, artigiani, passati sotto le forche caudine del pignoramento: Dico 32.000 su forse 50.000 padri di famiglia, che potrà contare il paese. E il valore di queste aste? In media per vari decenni non fu che di fior. 459 per asta, mentre i vari incanti che avvengono nel Tirolo danno ognuno un reddito medio di fior. 2000.

E la sfilata delle cifre nere, delle cifre infauste non è finita!

Ne ho qui delle altre e sono fra le più brutte. Accanto alla statistica dell’emigrazione, accennata prima, c’è quella della pellagra.

Il censimento del 1898 dava per tutto il Trentino 2688 pellagrosi, cifra ritenuta dai medici competenti per lo meno di tre o quattro volte inferiore al vero. E, per convincersi di questo, basti notare: che il 25 p. cento dei pazzi accolti nel manicomio di Pergine sono pazzi per la pellagra; che comuni con 3500 abitanti circa, come Folgaria, hanno più di 500 pellagrosi e con 2500 ne hanno, come Terragnolo, magari 650-700!

E la storia della pellagra vanta poi la statistica dei suicidi pellagrosi, dei criminali pellagrosi, dei primi tra i quali se ne ebbero ben 13 nel Trentino nel solo 1900.

Dalla statistica dell’igiene saltiamo pure a caso in un’altra [p. 58 modifica]qualunque. Ecco qui la statistica stradale. Essa ci fa sapere che il Trentino non ha che 142 km. di ferrovie, mentre il Tirolo ne ha da 6 a 700. Ci dice inoltre che le arterie stradali delle nostre vallate furono costrutte in gran parte a spese nostre. Alle spese per le strade del Trentino comprese nella categoria delle cosiddette strade commerciali i comuni del Trentino consacrarono l’importo di fior. 4.826.000 mentre provincia e stato non vi contribuirono neppur colla sessantesima parte, avendo essi dato complessivamente soli 70.000 fior.

E uno sguardo alla carta geografica ci dimostra come, mentre il Tirolo ha tutti i suoi villaggi, i valichi alpini, i possessi boschivi, attraversati da carrozzabili, qui nel Trentino ci sono ancor decine e decine di comuni privi di strade non diciam carrozzabili, ma sulle quali possa a stento esser trascinato un carro da buoi.

Ma di cifre belle e buone non ne conta proprio affatto in favor nostro questa amministrazione provinciale? Quali sono le nostre istituzioni aiutate, sorrette dalla provincia?

Nel capitolo « Igiene », dei bilanci degli ultimi quattr’anni vediamo figurare le spese per ospitali a circa 90.000 fiorini in favor del Tirolo e a circa 12.000 in favor del Trentino.

Abbiamo un istituto d’agricoltura ed un consiglio autonomo d’agricoltura e per queste istituzioni la provincia non spende certo di più che per le analoghe istituzioni tedesche del Tirolo: La seconda è veramente utile e sta 11 a dimostrare che come si sono divisi, con reciproco vantaggio delle due parti dell’attuale provincia, gli affari riguardanti l’agricoltura, cosi si potrebbero dividere quelli che riguardano l’igiene e la scuola, la sicurezza pubblica e l’edilizia.... in una parola tutto il resto.

D’istituti umanitari abbiamo per la parte italiana della provincia un manicomio ed avevamo un istituto per le partorienti.

Il buon governo tirolese capì che era necessario dividere i pazzi italiani dai pazzi tedeschi (e lo fece benché un po’ tardo) e non vuol capire che ben più necessario sarebbe il dividere i sani trentini, dai sani tirolesi.

Dell’istituto delle partorienti merita tener parola per rac[p. 59 modifica]contare un brutto tranello, teso dai « fratelli » del Nord alla buona fede (fede due volte, tre volte buona, vale a dir......... mi capite) dei nostri deputati nei decenni scorsi. È una storia un po’ lunga, ma vai la pena di raccontarla.

L’istituto delle partorienti esisteva alle Laste presso Trento fin dal 1833 e aveva un triplice scopo: era asilo peèi trovatelli, scuola per le levatrici, ospitale per le partorienti. Nel 1877 si disse che non era più ammissibile la esistenza in Trento di un istituto autonomo, che era secondario in confronto di quello creato ad Innsbruck pei bisogni della clinica, e si stabilì di sopprimerlo per creare al suo posto una filiale dell’istituto di Innsbruck. A questa secónda parte del conchiuso non seguì l’adempimento. Venne il 1880 e alla dieta si discusse sull’opportunità di erigere la filiale abolendo però quella parte dell’istituto che riguardava i trovatelli.

I deputati trentini di fronte alla categorica promessa di una filiale da erigersi ex novo, accettarono l’abrogazione dell’istituto trovatelli. E l’abrogazione di quest’ultimo venne fulminea, mentre la costruzione della filiale si faceva aspettare. Si lagnarono di ciò i deputati dietali nel 1883 ed allora, per tutta risposta, si rimise la questione ai voti e i deputati tirolesi, forti della forza numerica, decretarono addirittura la soppressione dell’intero istituto delle partorienti senza più far parola della filiale. E cosi le nostre povere donne, se han bisogno di un asilo, di un ricovero per dar alla luce i loro figli, devono sobbarcarsi a 8-10 ore di viaggio e portarsi ad Innsbruck! Quest’ingiustizia i tirolesi la sanzionarono col pretesto che la clinica d’Innsbruck avea bisogno pel suo sviluppo di tutto « il materiale » della provincia.

Di commenti, fatti simili non hanno bisogno.

Altre istituzioni aiutate dalla provincia non ne abbiamo, a meno non si voglia tener calcolo di quel miserabile contributo, che la provincia dà alla scuola. Dico miserabile perchè la provincia intera spende pei suoi 3723 maestri fior. 230.000 (62 fior. per maestro!) mentre, per citare qualche esempio di confronto, la Carniola spende fior. 296.000 per 1002 maestri, e l’Austria superiore fior. 1.008.000 per 2462 maestri, la Stiriti 1.193.000 Per 3395 maestri! [p. 60 modifica] Alle spese scolastiche la provincia concorre col solo 20 %, il rimanente è a carico dei comuni; è questi, stremati e miseri, hanno dovuto darsi a economie deplorevoli: alla fusione di due o più scuole di paesi distanti magari 4 chilom. in una scuola sola (immaginiamoci con qual profitto pei bambini che all’inverno devono fare un’ora di strada in mezzo alla neve!) alla fusione di due fin tre classi in una sola con due o più sezioni, alla spilorceria di offrire all’insegnante quartieri inabitabili, di licenziare il maestro per mettervi al suo posto la monaca, che costa meno, di far aspettare la paga oltre il 30 e il 31 del mese, e a tante altre miserie, che invano van ripetendo nei loro congressi i maestri del nostro Trentino.

E mentre qui patiscono letteralmente la fame contadini e maestri e operai, ad Innsbruck si consuma il 25, il 30 e anche più per cento per amministrare quei denari, che da qui partono ma che qui non tornano.

Non c’è nessun’altra provincia che spenda nell’amministrazione quanto il Tirolo. Ci furono dei periodi di tempo in cui le spese di amministrazione ammontarono al 35 p. cento sul totale delle entrate!

Anche attualmente — nel preventivo pel 1900 — le spese di amministrazione aumentano a Cor. 552.000 sopra un bilancio di 3 milioni di Cor. e si noti che nel designare la cifra di Corone 552.000 non teniam conto nè delle spese di rappresentanza provinciale (Cor. 49.000), nè di quelle per l’amministrazione dei molteplici fondi, ciascuno dei quali ha proprio bilancio, nè delle spese di amministrazione di istituti non politici (manicomi, ecc.) che pur sono della provincia.

In quella cifra non ci sono che le spese di riscossione imposte e dell’amministrazione generale.

  • * *

Un’ultima statistica avrei voluto fare, o cittadini, e non ebbi il coraggio di condurre a termine: la statistica delle canzonature subite dal Trentino nel secolo passato, delle prese di bavero che [p. 61 modifica]si ebbero da tante eecellenze, da tante altezze, da tante eminenze, da tanti dei e semidei, i rappresentanti del nostro paese, lusingati dalle melliflue parole, dalle benevole aspettative.

Forse la prima promessa formale, venuta dall’alto, di render giustizia al Trentino fu quella dell’imperatore Leopoldo nel 1790 e dopo quella fino al 1871, al 1893, al 1894, fino ad ieri quante promesse, quante e quante lusinghe, quante sconfitte per il paese nostro, per gli uomini suoi dalla fede buona...... troppo buona.

Meglio non ricordarle, meglio guardare sorridenti all’avvevenire e prepararci con lena ad un lavoro che ci permetta in un non lontano futuro di consegnare alla storia statistiche meno desolanti e tali da non escluderci dal novero dei popoli che progrediscono nella via della civiltà.

Certo quello che il paese saprà fare in questo momento, quello che i nostri deputati sapranno fare ora alla Dieta d’Innsbruck, ci dirà in breve se all’elenco delle canzonature una nuova se ne debba aggiungere o meno.

Stanno nel popolo e nei suoi rappresentanti gli eventi.

Stan nel popolò perchè guai se esso in questo momento non si mostrasse unito, compatto, con un’anima sola, come un sol uomo; guai se i nostri nemici potesser credere che i fautori dell’autonomia fosser solo i nostri deputati, al pari di capitarti senza esercito, senza batterie, senza munizioni.

Stanno gli eventi del paese nell’opera dei deputati e ad essi noi socialisti — che pur da loro siam divisi per le idealità finali del partito, e di loro fummo, siamo e saremo critici severi e avversari — noi mandiamo, coll’augurio della vittoria, un monito:

Lasciatevi pur canzonare dai tirolesi, se vi aggrada, ma sappiate che oggi ci siamo anche noi, non disposti a lasciarci canzonare da voi.

Noi crediamo di poter ripetere a voi ciò che le madri spartane dicevano, mentre consegnavano lo scudo ai figli partenti per la guerra in difesa della patria: O con questo o su questo.

Ad Innsbruck non mancano certo ricordi che servano ad additarvi il dovere. Voi andate a combattere in un parlamento: altri fra i nostri migliori — e rievoco la tua bella figura, o [p. 62 modifica]Giuseppe Canella, — ad Innsbruck per la causa nostra altré lotte sostennero nelle carceri.

Nessun rimprovero se tornerete vinti, purché abbiate dato alla battaglia ogni forza vostra, ogni energia; e cadendo cadiate senza viltà, senza patteggiamenti.

Noi socialisti ci teniamo a far da scolte vigili di ogni vostra azione. Appunto perchè il partito nostro è il rappresentante di un proletariato che dà le sue forze ad una lotta, pur sapendo che della vittoria i primi frutti non saranno certo i suoi, esso ha più di qualsiasi altro il diritto di vigilare, di sindacare il vostro operato.

Ed ora tutti all’azione, al lavoro.

A sospingere al lavoro noi socialisti serve il mirare dietro alla meta di questa battaglia, altre mete più lontane che vogliamo raggiungere: dietro il trionfo dell’idea nazionale, il trionfo dell’idea umana, dopo la fatale ascesa della borghesia trionfatrice colle industrie e coi commerci sul medio evo feudale, l’ascesa del proletariato e con esso lontano» in un avvenire di pace l’unione, la fratellanza delle nazioni e degli individui.

Ogni ricordo di queste rozze lotte di razza deve scomparire.

Deve venir un giorno in cui non sia neppur concepibile il perchè di queste guerriglie selvaggie, il perchè di questi predomini brutali.

Pur troppo a noi sovviene il ricordo di molti, di troppi dolorosi episodi di questo conflitto.

E a me ritorna insistente alla mente quello che di questi giorni accadeva nel ’48 fra proletari italiani e proletari tedeschi — inconsci e gli uni e gli d’esser fratelli nella miseria — a Vilpian in sul tenere di Bolzano.

Colà viveva una famiglia di coloni italiani, che il proprietario del podere certo signor Capeller di Bolzano, vi avea chiamato dal Trentino per introdurre in quella località la coltura del gelso e l’allevamento dei filugelli.

Nel giorno 17 giugno Verso le ore otto pomeridiane, quella buona gente sedea tranquilla a mensa per refocillarsi dalle fatiche della giornata, quando improvvisamente ode al di fuori un tu [p. 63 modifica]multo indescrivibile, che andava sempre più avvicinandosi. Spaventati s alzano tutti e corrono alle finestre.... Una turba di forsennati, composta per la maggior parte di que’ Landschützen, che s’erano messi in moto alla chiamata del Raineri, e di alcuni contadini dei dintorni armati di fucili, forche e mannaie, dirigevasi imprecando e minacciando all’abitazione di quegli infelici. Non appena questi ultimi s’affacciarono alle finestre, fu un immenso e spaventoso grido: Li vagliamo finir tutti questi traditori di italiani — e in un baleno la casa fu circondata. Gli assediati, attingendo coraggio alla disperazione, sbarrano a furia la porta, e scambiando dalle aperture alcune fucilate, sostengono per qualche tempo il vivo ed incessante fuoco degli assalitori; visto poi che quella cedendo all’urto del di fuori, cominciava a scassinarsi, si raccolgono nel cortile interno per esser pronti ad aprirsi una breccia tra quei feroci. Ma caduta ad un tratto la porta, un’istantanea scarica ne stende quattro al suolo: gli altri, impotenti a resistere all’irrompente turba, tentano salvarsi correndo qua e là per la casa.

Erano fra questi due giovani donne, una d’anni 22, l’altra d’anni 17. La prima, ricoveratasi nella sua stanza, venne da que’ sicari uccisa e orribilmente sformata a colpi di baionetta; l’altra rifugiatasi sul tetto, colpita da una palla, morì poche ore dopo. Altri due giovani, uno sul solaio l’altro in una stanzuccia, furono massacrati a colpi di baionetta e di mannaia. L’unico superstite dalla carneficina, fu colto dagli assassini mentre disperato stava per precipitarsi dal tetto, ed avrebbe certamente subito la sorte degli sventurati suoi compagni, se un sergente dei Landschützen, sopraggiunto in quel mentre, non lo avesse strappato di mano a quelle belve. L’infelice però, benchè semivivo per lo spavento, veniva legato e tradotto dinanzi alle autorità di Bolzano come sospetto di fellonia!

Le autorità dopo averlo minuziosamente esaminato e tenuto in arresto 19 giorni, lo rimandavano senza alcun materiale indennizzo o morale, soddisfazione.

Non per rimescolare basse passioni, non per far irrompere dall’anima scatti di indignazione io ho voluto ricordare il triste [p. 64 modifica]episodio. Ma per maledire questo passato di rancori, di odii, di violenze, per chieder a tutti che vogliano distruggerne financo le menome traccie che di esso ci sono in noi, per inneggiare a quella società più equa, più giusta, più civile che noi socialisti vagheggiamo e vogliamo e della quale la conquista dell’autonomia segnerà un passo in avanti. Per questo noi sentiamo di potere, di dover unire al grido di: Evviva l’autonomia, quello di: Evviva il socialismo! [p. 65 modifica]


L'autonomia del Trentino

e la questione comunale

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Ho assistito ieri ad Innsbruck ad un comizio nel quale prevalevano due elementi: l’operaio e lo studentesco. Oggi qui in Levico io vedo vicino ad una larga rappresentanza degli operai e dei contadini il fiore della cittadinanza borghese. Quest’unione; del braccio colla mente è un augurio ottimo per le nostre lotte. Dovunque avvenne, esso fu foriero di vittoria. I movimenti più belli, più efficaci, della storia italiana nel ’48 sono quelli voluti e determinati dall’unione delle forze proletarie colle forze intellettuali.

Informino le cinque giornate di Milano, dove un filosofo, un pensatore, Carlo Cattaneo, si metteva alla testa delle schiere operaie. Informi quel che ora avviene nelle Russie. Se oggi il trono dell’assolutismo vacilla non è già perchè contro di esso hanno appuntato le armi i letterati, i filosofi, gli studiosi, non è già perchè torme di operai si dieno alla rivolta; è perché è avvenuta l’unione tra le due forze, tra il braccio ed il pensiero, fra la gioventù pensante e le classi operaie.

La nostra lotta per l’autonomia — confermiamolo sinceramente — non apparve negli ultimi anni come lotta di tutti gli [p. 66 modifica]elementi formanti la nostra popolazione; fu tale nel 1848; ora, per l’apatia delle classi dirigenti che si tennero troppo lontane dalle classi lavoratrici della città e della campagna, s’era ridotta a lotta di una sola classe, della classe dei privilegiati da quel complesso di leggi politiche vigenti in Austria, conservate qui nel cuore d’Europa, quale un museo vivente della barbarie medioevale.

Eppure, l’ottenere la cooperazione di tutte le forze trentine per la conquista della nostra indipendenza economica, non è, nè dovea esser nel passato, cosa difficile.

Astraendo da quelle ragioni, per cui ogni cittadino nel proprio interesse deve desiderare l’interesse, l’incremento, la prosperità della collettività a cui appartiene, qui vi sono cause speciali che ad ogni singola casta fanno apparire come direttamente utile la riforma del sistema amministrativo, che ci delizia. Dall’ultimo degli strati sociali al più elevato, dal piccolo possidente all’industriale, dall’artigiano all’operaio, dal commerciante al maestro,.allo studente c’è per ciascuno una ragione- peculiare a volere scosso il giogo dell’amministrazione tirolese.

Il contadino, piccolo, proprietario, che vive stentatamente sudando sul piccolo campicello, non può adattarsi alle leggi.fatte per la possidenza tedesca: studi pure il D.r Grabmayr il limite da porsi all’ipotecamento della piccola possidenza. Qui dove le ipoteche corrispondono al 2oo % del valore reale, non c’è più da studiar limiti.

D’altre cose varrebbe la pena di occuparsi: del modo di aiutare col credito il piccolo contadino, delle leggi contro la pellagra, una malattia che non sancisce l’unità della provincia perchè è solo nostra, tutta nostra. E son problemi che nel Tirolo, nel vero Tirolo non si conoscono.

Il possidente — grande e medio — che ritrae il sostentamento da culture che non prosperano nel Tirolo settentrionale, dall’allevamento dei bachi, dalla coltivazione della vite, non sa che farsene delle leggi fatte per la protezione dei « masi chiusi » dove il prato s’alterna col bosco e coi campi coltivati a cereali, e dove vige un sistema di eredità che è l’opposto di quello in uso fra noi.. [p. 67 modifica]L’industriale e il commerciante hanno qui rapporti e interessi differenti da quelli dei tirolesi; hanno da soddisfare a bisogni, a gusti differenti. Hanno come punto di partenza una ben diversa condizione di cose, un diverso sviluppo economico.

Il maestro non può adattarsi a regolamenti, a pratiche e a sistemi che possono magari esser ottime pei figli di Arminio e sono pessime per noi. Colla lingua abbiam differenti le qualità dell’ingegno, l’indole, il carattere: tutto quello che deve saper plasmare un maestro.

E l’operaio? Dannato il nostro all’emigrazione, stabile invece l’operaio tirolese. Bisognoso il nostro di leggi speciali, di protezione nei suoi dolorosi pellegrinaggi d’emigrazione, di cose che non pensano a darci i vicini del Nord.

Per ogni abitante di questa nostra terra, viva esso alla pianura, sui monti, nelle valli, sia ricco o povero, colto od analfabeta v’è qualche specifica ragione impellente che gli fa sospirare, desiderare l’indipendenza economica del proprio paese.

Bisogna esser elementi-affatto estranei al paese, essere funzionari mandati qui d’altre regioni a governarci, come nel medio evo si mandavano i capitani di ventura (non parlo degli impiegati piccoli e medi che se anche estranei si immedesimano subito colla popolazione e sul magro bilancio delle loro famiglie sentono gli effetti dello sfavorevole ambiente economico in cui vivono), bisogna esser gente che non sa avvicinarsi al popolo, che vive solo nel mondo delle formalità burocratiche o inebbriata del potere di cui dispone, per non sentire uno stimolo a far causa comune con esso., a schierarsi con esso in difesa dei suoi diritti.

E questo spiega perchè l’alto clero e i vescovi, che in fin dei conti sono alti impiegati, si siano sempre pronunciati contro l’autonomia del Trentini), o nel migliore dei casi, pur avendo mezzi potènti per aiutarci, siano rimasti inerti, indifferenti.

La storia dei principi vescovi che tennero il principato trentino non è mai stata del resto la storia del popolo trentino.

E a chi non credesse al disprezzo che per l’indipendenza nostra ebbe la curia vescovile negli ultimi decenni, basterebbe ricordare il classico esempio del Principe Vescovo Pietro Vigilio [p. 68 modifica]che al principio di questo secolo contrattò con lo straniero la vendita del principato.

Ben diverso da quello degli alti prelati le cui rendite sono di decine di migliaia fu il contegno del clero minuto, che nella lotta per l’autonomia seppe molte volte ribellarsi alle imposizioni politiche della corte vescovile.

Contro l’autonomia qui non ci posson essere che coloro clic vivono come piante esotiche e parassitane, non coloro che qui sono nati e vissuti, e dal paese non solo ritraggono, ma ad esso danno sostentamento.

Questa condizione di cose ha fatto sì che ogni partito politico del Trentino, sostenuto, composto di elementi paesani, debba esser per necessità di cose autonomista.

Ed autonomista sarà tanto più schiettamente quanto meno sarà influenzato da elementi parassitari che in esso si abbiano ad infiltrare. A qual partito io alluda, ognuno capisce.

Appunto perchè ogni partito trentino è favorevole all’autonomia, io socialista, posso dir cose, esprimere a questo riguardo idee condivise da tutti, quantunque ci sieno anche ragioni peculiari per cui le masse operaie — costituenti il partito ’ socialista — posson desiderare l’autonomia.

La classe operaia sente in doppia misura i torti che si fanno’ alla borghesia trentina. L’operaio soffre dovunque del suo stato di minorità di fronte alla borghesia; ma qui doppiamente soffre, perchè contro di lui sta una borghesia alla sua volta sfruttata da un’altra borghesia.

Le ragioni fondamentali per cui tutti i partiti paesani sentono di dover aspirare all’autonomia sono uguali. Io le voglio accennare rapidamente per soffermarmi poi con maggior agio ad una.

Ci sono ragioni storiche e di queste parlo non perchè riconosca ad esse un valore, ma per rispondere ad un’obiezione degli avversari.

Il Trentino ha sempre costituito da’ tempi romani fino al 1814 uno stato a sè, affatto indipendente dal Tirolo.

Gli avvenimenti di quell’anno lo hanno aggregato all’Austria [p. 69 modifica]e in essa al Tirolo. Gli storici tirolesi che per loro,uso e consumò hanno costruita e inventata la storia trentina voglion dimostrare che un’indipendenza il Trentino non la ebbe mai, che esso per un verso o per l’altro fu sempre soggetto al Tirolo. La storia invece fatta dai galantuomini ci dice Che i Tirolesi hanno ben sempre avuto il desiderio di tenerci soggetti, ma che non ci sono mai riusciti e che ad ogni loro tentativo il paese oppose efficace e; valida resistenza.

Che fino al 1814 il Trentino fosse un quid a se, non una parte del Tirolo, fu sancito dalla corona stessa che accanto al titolo di Conte del Tirolo mettea quello di Principe di Trento.

Che si vuole di più?

Ma a noi dei «diritti storici» non importa pròprio niente.

Fosse stato fino ad ieri soggetto il Trentino al Tirolo, non sarebbe questa una ragione perchè dovesse restar tale domani.

Una volta che un popolo ha la forza, la capacità e sente il bisogno di governarsi da sè, non v’è più per nessun altro popolo il diritto di imporglisi a tutore. Le stesse, nazioni civilizzatrici di popoli barbari, compiuta la loro missione, hanno dovuto dare la libertà alle colonie da esse civilizzate,e quando non vollero darla ebbero a pagarne duramente il fio. L’Inghilterra ne sa qualcosa.

Ma noi, per Dio, non siamo iin popolo che debba la sua civiltà nè ai tedeschi, nè al Tirolo. Noi senza orgoglio possiam dire agli avversari nostri che eravamo grandi quando loro non eran ancor nati. Possiamo ricordare che da Roma — la madre della nazione nostra — la civiltà si diffuse per quasi tutta l’Europa e trasse le genti germaniche dallo stato di barbarie a quello di civiltà.

Noi non siamo degli inetti, degli incapaci, dei barbari. E se volessimo ragionare a modo dei nostri avversari e volere lo statu quo del passato, potremmo anche oggi invocare il predominio di Roma e sull’Europa e sull’Africa e sulle coste asiatiche.

Se il passato merita ogni rispetto per gli ammaestramenti che può darci, non merita niente affatto d’esser conservato in ciò che oggi è in vivo contrasto colla coscienza moderna. I tirolesi non vorranno oggi ripudiare le ferrovie, il telegrafo, il telefono e tante altre invenzioni perchè non c’eran nel passato, [p. 70 modifica]Quel che vale per noi è non il diritto storico, è il diritto naturale. E questo si basa sui bisogni, sulle necessità. Per un popolo la necessità prima è quella di viver bene, di educarsi, di elevarsi. Viver bene ed elevarsi intellettualmente sono due cose che si completano a vicenda; giacché un popolo tanto più cresce in civiltà, quanto più economicamente sta bene e viceversa.

Ora non v’è progresso, non v’è civiltà pei popoli che vivono sotto tutela. E la libertà quella che crea gli organismi vitali, che feconda le iniziative, che educa i caratteri.

Libertà dunque di reggerci da noi, noi vogliamo.

Ma là coltura non v’è senza il mezzo di comunicazione, senza la lingua.

Difendere, coltivare questa, vuol dir difendere la coltura e a questo compito non può giovare un organismo amministrativo tedesco che deve far leggi per scuole italiane, per maestri italiani.

Sottometterci ad un’amministrazione tedesca vuol dire privarci della vita nazionale, privarci dei benefici di quell’ideale che ha riempito di sè il secolo passato e che nella stessa Germania, fra i nostri avversari d’oggi, s’è realizzato con tanto sacrificio di sangue.

I tedeschi non hanno diritto ad opprimerci senza rinnegare la storia loro, senza insultare la memoria del loro Tirteo, di Teodoro Körner, dei loro martiri, dei loro padri più illustri.

Per crearsi questo diritto sapete che cosa hanno pensato?

Hanno inventato la favola che noi siam tedeschi italianizzati e dobbiamo ritornare tedeschi. Noi senza inventar frottole potremmo davvero dimostrare che la lingua nostra si spingeva un tempo al di là di Bolzano, fino a Merano; eppur di fronte alla realtà del presente riterremmo stoltezza il vantar diritti su Merano e Bolzano.

Intimamente connesso colla coltura e colla civiltà è lo sviluppo economico di un popolo. E che razza di sviluppo economico ci sia concesso dall’amministrazione tirolese è troppo noto.

Il paese nostro è povero, stremato, non ha commerci, non ha industrie, non ha strade, non ha vie ferrate; non ha che debiti, ipoteche, imposte enormi da pagare, pel gusto di vedere i propri denari consumati in favore altrui. [p. 71 modifica]E non ei tengo qui a ridir cifre, e ragioni che dissi, altre volte e dalle quali chiaro appare che contendendoci il diritto ad’un’amministrazione nostra.ci si contende il diritto alla vita.

Ho parlato di diritti naturali; e mi par di s’entir qualcunoinvitarmi a ragionar d’altri diritti, e. cacciarmi sotto il naso il libro dei diritti austriaci. Ebbene anche a questo io mi appello in difesa dell’autonomia del Trentino. ’.

Mi appello al capitolo XIX della costituzione austriaca il quale prescrive che tutte le nazioni dello stato abbiano eguali" diritti, e che ogni singola nazione abbia l’inviolabile diritto di conservare e di coltivare la propria nazionalità ed il proprio idioma.

Non esiste in Austria una norma di diritto per la delimitazione delle provincie, ma la necessità di un differente assetto politico-amministrativo fu sancita colla concessione di diete speciali alle varie provincie dello stato, e precisamente ognun sa che la Slesia, la Bucovina, la Carinzia, il Salisburghe se furono erette a provincie solo nel 1849 mentre prima erano aggregate;’ la Slesia alla Moravia,: la Bucovina: alla Galizia, la Carinzia alla Carniòla, il Salisburghese all’Austria superiore. Il Vorarlberg ebbe dieta propria nel, 186,1. Al Litorale furono assegnate tre diete. E molti di questi paesi.— fatti autonomi — - hanno analogia col nostro; molti anzi hanno meno abitanti e minor estensione del Trentino.

Si aggiunga poi che in nostro favore milita il fatto che nel Trentino la popolazione appartiene nella sua quasi totalità ad un solo idioma.

Mi appello al codice civile austriaco che nel suo § 830 accorda ad ogni consorte la facoltà di domandare che cessi la comunione purché non intempestivamente od in pregiudizio degli altri.

Mi appello infine al regolamento comunale per la principesca contea-del Tirolo il quale nel suo § 3 del Capitolo I stabilisce che più comumi riuniti od anche uno solo possono venire suddivisi in comuni locali, quando ognuno possegga i mezzi di prosperare. [p. 72 modifica]Anche attenendoci alle norme della legislazione austriaca e tirolese, noi siamo in pieno diritto di reclamare l’autonomia.

Ma la litania delle ragioni che militano in favor nostro non si può terminare tanto presto ed io molte ne tralascio per venire ad una d’indole particolare, d’evidenza, direi quasi, pratica, sulla quale intendo soffermarmi più a lungo: sulla questione dei comuni.

I comuni nell’organismo austriaco sono soggetti alla sorveglianza delle amministrazioni provinciali. Tale sorverglianza ha uno speciale valore pei comuni piccoli, dove più difficilmente si trovano persone capaci, istruite e pratiche d’affari. E non si tratta di sorveglianza soltanto; l’autorità esecutiva provinciale — la giunta — deve illuminare, consigliare, soccorrere.

Come effettua l’autorità residente in Innsbruck questo compito?

O meglio — per. esser più oggettivi — come può effettuarlo?

Non può effettuarlo, è la risposta. E non può per varie cause: per ragioni di tempo, essendo circa 1000 i Comuni del Trentino e del Tirolo, soggetti al controllo di un’unica autorità; per ragioni di spazio, data; la, distanza di molti paesi dalla capitale della provincia; per ragioni di lingua, data la non conoscenza da parte dei nostri della lingua tedesca e la corrispondente ignoranza anche di molti impiegati delle amministrazioni provinciali della lingua nostra;. per ragioni storico-economiche-geografiche, quali: l’estensione dei comuni, la popolazione media di ciascun d’essi, gli ordinamenti locali della proprietà, il tipo dei possedimenti comunali, la fonte da cui essi ritraggono i proventi di sussistenza, ecc., circostanze tutte che variano dal Trentino al Tirolo.

La mancata sorveglianza ha dato modo al sorgere e al perpetuarsi di camorre, di corruzioni, di ladrerie d’ogni genere.

Senonchè alla mancata sorveglianza si deve aggiungere un altro guaio: lo sfruttamento dei nostri comuni che alla provincia pagano gravissime imposte (pesanti in special modo, come quella del grano, sulla gente povera) e non ricevono dalla stessa che magri compensi. Mentre altrove la provincia sopperisce a tutta [p. 73 modifica]la bisogna scolastica e paga del suo i maestri, qui tutto il dispendio pesa — meno un miserabile contributo del 20 p. cento — sui comuni; la provincia non ha concorso che in parte irrisoriaaà darci strade e vie ferrate: non ha qui che rari istituti di beneficenza; lesina- l’aiuto alle nostre istituzioni.

Ne è derivato per conseguenza che i comuni dovendo far tutto da sè hanno elevato le tasse comunali, hanno portato al massimo i balzelli sul pane e hanno spinto la sovraimposta comunale oltre il 300 p. cento e fino al 1200 p. cento!

Un’occhiata ai nostri comuni e ci persuaderemo subito: Quanti fra essi hanno un edifizio scolastico decente? quanti paesi sono esenti da tasse scolastiche? quanti pagano il medico ed il segretario con un salario che non sia di fame? quanti hanno acqua potabile, bagni, quanti hanno strade tollerabili? quanti hanno l’essicatoio comunale pei bozzoli? Forse il 10 %. E per contro: quanti non hanno fatto spese inutili per chiese, per campanili; quanti non hanno i registri in pieno disordine: quanti non hanno ancor l'uso d'affidare — malgrado il divieto di legge — la riscossioni delle imposte ai ricevitori che si ingrassano coi caposoldi, cogli interessi di mora e simili altre ladrerie? Meglio non arrischiar cifre sul numero di questi comuni che, anche se altissime, potrebbero esser inferiori al vero.

V’hà di peggio. Alla miseria, alla mancata sorveglianza si aggiunge un altro guaio. I più birbanti fra camorristi che si sono infeudati nei comuni hanno imparato l’arte di farsi non solo tollerare, ma anche proteggere e ciò col coprire tutte le loro ladrerie col manto del patriottismo austriaco.

E le croci di cavaliere furon proposte a bizzeffe per molta gente che il popolo con santa ragione avrebbe voluto veder non colla croce, ma sulla croce.

Occorrrono esempi? Ognuno ha presente il panamino di Levico, ha presente la somma sfrontatezza del podestà cav. Ognibeni che si lascia dar del ladro, della spia, del truffatore, dello spostatore di confini, a danno del comune, e tace. Ognuno sa che per colpa di quell'uomo e de’ suoi partitanti Levico subì un danno di ben due milioni; ognun sa che di far luce su tante [p. 74 modifica]porcherie le autorità non si sono date troppo pensiero e che le proteste di 700 padri di famiglia, i reclami contro le più evidenti illegalità sono stati messi a riposare negli archivi.

E dopo Levico che serie larga di panamini comunali già in parte svelati! Trambilleno dove un cassiere ex-gendarme che è sotto il sospetto di aver incendiato: gli atti del comune, vanta un credito inesistente di migliaia di corone; Moena dove un cassiere per lucrare il giubileo confessa — dietro istigamento del confessore — di aver da restituire una somma grossissima illecitamente lucrata sui beni pubblici; e qui parlando di giubilei mi sovviene di un comune della Vallagarina, dove, come ebbe a constatare un revisore di giunta, c’era l’abitudine di fare ogni cinque anni un giubileo.... l’amnistia cioè per quanti non avean pagate le tasse comunali, ed eran di solito i consiglieri del comune..

Ricordo ancora Lardaro dove la giunta si ostinò per anni a mantenere come amministratore comunale un suo Beniamino, ex impiegato postale. Invano tutto il paese in mille modi fece conoscere la poca stima che meritava questo.... amminestratore, pardon voleva dire amministratore.

L’anno scorso quando i nodi vennero al pettine, e le marachelle non poterono nascondersi - più, la giunta provinciale per timore di uno scandalo turò i buchi che aveva lasciato fare nel bilancio comunale versando quasi senza motivazione al comune 50 mila corone. Meno male se quei nostri tutori avessero pagato di loro saccoccia! Adoperarono invece denari provinciali, e quindi nostri; e quelle 56 mila corone andarono poi ad ingrossare la partita dei sussidi ai Comuni del Trentino, che i tirolesi ci rinfacciano come un’elemosina, mentre di quel fondo essi rossicchiarono la carne e gettarono a noi sotto la tavola appena le ossa.

Ricordo Ampezzo dove poco tempo fa si scopriva che nel granaio comunale « i topi » in un sol anno avevano mangiato per 80 mila fiorini di grano. Quali provvedimenti ha preso la giunta contro questi terribili topi? Nessuno se n’è accorto, a meno che quei piissimi signori non abbiano creduto più che [p. 75 modifica]sufficente invocare da qualcuno dei loro abati Treuenfels una benedizione al granaio perchè in avvenire diminuisca l’appetito ai suoi parassiti.

E avanti! Potrei ricordare un comune vicino a Trento dove il suo capo, obbligato a rifondere ad un terzo i danni causatigli per illecita esazione d'imposte, risarcendo coi soldi suoi invece che con quelli del comune, rispondeva al giudice che constatava la stranezza del suo contegno: Se riconosco il comune debitore verso questo individuo, ci saranno cent’altri che potranno accampare le stesse ragioni.

E potrei accennare di rappresentanze di città non abituate a presentare i consuntivi e a cento e cento altri esempi, se ve ne fosse il bisogno. A queste piaghe potrà certo giovare una sorveglianza occulata quantunque anche in questa si debba sperare solo fino ad un dato limite. La vera scopa delle porcherie comunali sarà l’entrata nei consigli dei proletari oggi esclusi dal diritto di voto. Ed io credo che questo diritto di voto l’avremo più facilmente da una dieta trentina che dalla tirolese, tanto più che a noi è lecito condizionare l'appoggio che eventualmente potremo dare ai borghesi autonomisti del paese, al patto che gli stessi accettino nel loro programma un dato nucleo di riforme liberali.

Ad ogni modo se oggi è impossibile ai proletari in qualunque questione far sentire la propria voce ai dominatori di Innsbruck; questo non avverrà più ad autonomia ottenuta, quando potremo ora per ora controllare, sindacare l’opera dei reggitori trentini a Trento.

Ci sovviene inoltre di larghe promesse già fatte da liberali e da moderati per la riforma dei comuni: la promessa di creare le rappresentanze di distretto, che non sarebbero se non federazioni dei piccoli comuni.

Quest’ordine d’idee è perfettamente consono alle vedute del nostro partito, il quale non potrebbe non veder di buon occhio la cooperazione dei piccoli comuni. Quante e quante funzioni non potrebbero esser meglio disimpegnate, quanti errori si potrebbero evitare! Ecco che i comuni piccoli, senza segre[p. 76 modifica]tario, potrebbero avere il segretario comune, potrebbero avere la rappresentanza federale dei comuni quale riveditrice dei conti, potrebbero fare cumulativamente quei servizi a cui uno per uno non possono sopperire come ad esempio: sfruttamento delle forze d’acqua, erezioni di centrali elettriche (pur troppo il Trentino ha disperso molte delle sue forze in minuscole centrali elettriche che non giovano punto all’industria), maggior cura delle selve, dei rimboschimenti, riattamento delle malghe, erezione in comune di segherie e falegnamerie, vendita cumulativa di legnami; erezione di alberghi comunali nei centri alpini; e poi oltre a queste proposte che posson stare nel programma di ogni partito tante altre che noi caldeggiamo: erezione di segretariati per l’emigrazione, fondazione di case operaie, bagni comunali ecc., costruzione di essicatoi comunali per bozzoli, assunzione in regia comunale di ogni impresa utile: tramvie, acqua potabile ecc.

C’è un programma immenso da svolgere: c’è tanto marcio da sanare, tante cose nuove da costruire.

E all’opera di costruzione non sarà possibile dar mano finché qui non ci sia un regime centrale nuovo, non padrone, ma solo aiutatore, coordinatore, consentaneo ai nostri sentimenti, alle nostre aspirazioni, e che possa, servire, oltre che di aiuto, di sorveglianza, di sprone al lavoro fecondo, al progresso.

Pur troppo: qui si muore d’inedia perchè non c’è esempio, non c’è stimolo alle iniziative. Una futura rappresentanza provinciale trentina, se l’abbia detto fin d’oggi, deve saper far molto, deve saper dar esempio di attività ai comuni; se così non farà, avrà implacabile la lotta del proletariato.

Il quale dà oggi il suo aiuto alla borghesia, ma non concederà domani tregua se essa non saprà mettersi all’altezza della situazione.

Oggi noi non siamo che propulsori, coadiuvatori di un movimento che gioverà agli altri. Oggi siamo la macchina indietro che spinge il treno della borghesia. Alla borghesia auguriamo la vittoria per metter la nostra macchina in avanti e correr rapidi ad altre battaglie, ad altre vittorie, che saranno nostre. [p. indice modifica]

INDICE




prefazione ||
   » 3
Una campagna autonomistica ||
   » 5
11 Ottobre 1898 ||
   » 37
Una protesta ||
   » 40
L'eloquenza delle cifre ||
   » 45
L'autonomia del Trentino e la questione comunale ||
   » 65




  1. Parole dette davanti al monumento a Dante li 12 Ottobre 1898, secondo anniversario dell’inaugurazione, e già pubblicate nell’Avvenire del Lavoratore 13 Ottobre 1898.
  2. Le ragioni che determinarono il comizio in cui fu tenuto questo discorso sono esposte a pag. 31. Il sunto del discorso lo riportiamo testualmente dal Popolo del 23 Giugno 1900.
  3. Conferenza tenuta ad lnnsbruck il 15 Giugno 1901.
  4. Queste proporzioni sono fatte in base alla statistica ecclesiastica della provincia. Il disquilibrio si constata anche attenendosi ai dati della statistica governativa.
  5. Conferenza tenuta a Levico il 16 Giugno. Nel riassunto ho eliminate alcune coòse già esposte nella conferenza del 15 ad Innsbruck, aggiungendovi per contro alcune altre dette in un pubblico comizio a Rovereto il 9 Giugno.