Utente:Mizardellorsa/9

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La politica agricola comunitaria compie 50 anni

Sono iniziati i festeggiamenti

La festeggiata non partecipa: nessuno lo dice, è defunta

da Spazio Rurale,' maggio 2012


Alle origini la fame, e il patto per esorcizzarla

Sono state ufficialmente inaugurate, a Bruxelles, le celebrazioni per i cinquanta anni della Pac, la politica agricola che la Comunità europea varò alle proprie origini, che governò, tra epici confronti ministeriali, invasioni contadine della capitale comunitaria, polemiche che coinvolsero, infuocate, i parlamenti e la stampa, quello che è stato, per trent’anni, il secondo sistema agricolo, dopo quello americano, del Pianeta. Altrettanto dinamico, produttivo, combattivo, tanto da sfidare,sui mercati del Mondo, il primato dell’agricoltura “a stelle e strisce”.


La Comunità europea viene fondata, a Roma, il 25 aprile 1957. La circostanza essenziale che conduce alla creazione è la convergenza di tre uomini della rarissima specie di coloro che sanno riorientare il corso della storia, il francese Monnet, il tedesco Adenauer, l’italiano De Gasperi, che convengono di unire in un unico sodalizio economico i due avversari la cui rivalità ha disseminato il Pianeta di rovine, Francia e Germania. L’obiettivo: mettere in comune le risorse essenziali perché l’Europa conservi un posto di primo piano su un planisfero in cui le proprie rivalità hanno innescato il processo che, liberando dal giogo coloniale tre continenti, le sottrae il ruolo di arbitro dei destini del Mondo. Riunendo le proprie risorse, i tre statisti reputano che l’Europa potrà ancora contribuire agli equilibri del Pianeta: usando, in particolare, le proprie risorse scientifiche e tecnologiche, gli strumenti impiegati per costruire bomardieri e carri armati, potrà imporsi come portatrice di una nuova cultura che diriga il progresso tecnologico al soddisfacimento dei fondamentali bisogni umani, assolvendo a una fondamenale funzione di pace.

Busto di Jean Monnet al palazzo della pace

Le risorse di cui il patto suggellato a Roma prevede l’impiego comune sono essenzialmente il carbone e l’acciaio. Occupano il terzo posto, ma il loro ruolo non è reputato inferiore a quello delle fondamenta dell’industria “pesante”, le risorse agricole: negli ultimi inverni di guerra, e nel primo dopo la conclusione del conflitto, la Germania ha conosciuto la più cruda crisi alimentare, molti tedeschi hanno sperimentato l’autentica fame. Siccome con la fame si era conclusa anche la prova precedente, nel 1918, della bellicosità teutonica, un’opzione viscerale si è radicata nei precordi del popolo tedesco: la disponibilità a qualunque sacrificio perché i propri figli non debbano più misurarsi con la carestia, un sentimento che eserciterà un peso rilevante nel concitato negoziato che definirà le forme della politica agricola del sodalizio.

Situazioni di penuria alimentre hanno conosciuto anche l’Italia, la Francia e l’Inghilterra: mentre l’Italia aderirà, seppure senza mai assumere alcun ruolo propositivo, al disegno di elidere le condizioni per il ripetersi della carestia, e la Francia si impegnerà a utilizzare i nuovi strumenti agronomici che trasformeranno, in un fulmineo volgere di anni, le sue fertili pianure nella più ferace area granaria del Globo, l’opinione britannica, che prima rifiuterà l’adesione, e accetterà, poi, tra cento riserve, il patto comunitario, additerà, indefettibile, nelle preoccupazioni annonarie continentali una patetica prova di miopia. Secolarmente adusa al dominio dei mari, per due volte costretto alla fame dai sommergibili tedeschi, il popolo inglese non ha mai accettato che la circostanza suggerisse la convenienza di un livello maggiore di autoapprovvigionamento: il solo problema da affrontare era stato reputato, in entrambi i casi, come affondare gli u-boat che siluravano i carichi di frumento americano. Essendo riuscita brillantemente, entrambe le volte, l’impresa, gli inglesi hanno conservato il convincimento che fosse stupido produrre più frumento se quello che offrivano gli Stati Uniti costasse meno di quello che avrebbe potuto essere raccolto sui campi di Albione.

I ministri dell’agricoltura dei sei paesi firmatari si riuniscono, l’anno successivo alla cerimonia romana, nella gradevole cornice di Stresa per definire le linee guida del sistema che dovrà governare sei agricolture tra le quali il disegno comune prevede si instauri la perfetta osmosi delle produzioni nell’assoluta libertà degli scambi. L’incontro si svolge tra il 3 e l’11 luglio: siccome i principi stabiliti a Roma sono inequivocabili, escludendo ogni possibilità di dissenso, i sei uomini politici e lo stuolo dei collaboratori vara un “periodo transitorio” di quattro anni durante il quale verranno serenamente discusse le regole che disciplineranno il futuro “mercato comune”, e si impegna a godere il sole e la brezza del lago, per gli spiriti tedeschi ragioni sufficienti, essi soli, per unirsi all’Italia in un sodalizio che cosentirà di perpetuare i soggiorni sul Verbano con la possibilità di reperire in qualunque drogheria, prodigio del Trattato di Roma, krauti e birra tedeschi.

Sulla scacchiera di Bruxelles i pedoni di Adenauer, le torri di Richelieu

Contro le previsioni di un tranquillo confronto su formule burocratiche il negoziato sul varo delle regole che dovrebbero disciplinare il mercato dei prodotti agricoli si converte, nel corso del periodo transitorio, nella più accesa, e spregiudicata, partita di poker. Il confronto è più duro proprio tra i partner la cui armonia di intenti è condizione imprescindibile per la vitalità del sodalizio: Germania e Francia.


Konrad Adenauer

Nel clima di rinascita politica libera da incubi del passato che Adenauer ha radicato nel Paese i Tedeschi impegnano le energie migliori a rinnovare l’industra nazionale nel contesto economico di cui Ludwig Erhard, ineguagliato architetto finanziario, assicura stabilità e dinamismo. La Germania riguadagna rapidamente i primati mercantili nei settori capitali della chimica e della meccanica, il mondo industriale preme perchè siano favorite le importazioni di derrate più convenienti di quelle nazionali ed eccellente strumento di scambio su tutti i mercati del Mondo. La seducente chimera evocata dal milieu industriale non convince l’opinione publica, che ricorda la fame, e che è disposta a pagare qualunque prezzo per conservare un numeroso e operoso, quanto si voglia costoso, mondo contadino. Seppure i ricordi del tracollo del Reich in un paese senza pane stiano convertendosi, all’esplosione del nuovo benessere, in incubo remoto, contro la smobilitazione dell’agricoltura nazionale i paladini dell’agricoltura dispongono dell’arma più efficace ricordando le recenti vicende della Guerra di Corea, occasione, sui mercati internazionali, di una vampata di prezzi che ha rivelato la debolezza di un paese che non ha ancora sostituito con il trattore tutti i cavalli con cui le campagne tedesche hanno prodotto quanto fosse loro possibile quando i contadini tedeschi combattevano in Africa e in Russia sotto le insegne del Führer.

Sfrutta magistralmente il conflitto dell’anima tedesca il nuovo alfiere dell’imperitura grandeur francese, il generale De Gaulle, che ha affidato l’agricoltura nazionale ad uno dei migliori specialisti dello scenario internazionale, Edgar Pisani, il quale lo informa che la diffusione, nelle campagne dell’Esagono, della nuova meccanizzazione, affiancata dall’impiego generale di fertilizzanti e antiparassitari, è destinata a determinare, per la fertilità dei suoli della douce France, un’impennata senza precedenti delle produzioni. Emulo di Henri quatre, De Gaulle conosce la Francia e i Francesi, percepisce gli umori della paysannerie, vivaio di soldati valorosi, capaci di convertirsi in sovversivi indomabili se il frutto delle fatiche erogate alla terra non venga onorevolmente ripagato dal mercato. Machiavellicamente, il Generale concepisce il disegno di fare pagare alla Germania il prezzo del progresso agricolo dell’Esagono, e incarica il ministro degli esteri, Maurice Couve de Murville, un aristocratico allattato dalle stesse mammelle che ha succhiato Richeliu, del gioco spregiudicato che costringa Bonn a onorare il conto di Parigi.

Il “periodo transitorio” si chiude senza che nulla sia stato varato. I ministri competenti sono convocati a Bruxelles, la prima settima di gennaio del 1962, per approvare i regolamenti le cui bozze sono state oggetto di dure, inconcludenti dispute: al primo posto quello sui cereali. La disciplina da applicare ai cereali è altrettanto essenziale in termini economici, per l’entità delle produzioni e dei relativi valori, che in termini strategici, per il ruolo dei cereali negli equilibri politici, e in termini psicologici, per la capacità del frumento di evocare lo spettro della fame che ancora inquieta l’inconscio dei cittadini europei. Sulla scacchiera sulla quale il Generale pretende lo scacco matto in cinque giorni, De Murville esordisce annunciando che la Francia non intende proseguire alcun negoziato se non percepisca la volontà dei partners, cioé della Germania, ad approvare, rapidamente e positivamente, il regolamento clou di tutta la futura politica dei mercati. Senza circonlocuzioni diplomatiche è l’accusa, che la Francia rivolge alla Germania, di incrinare, con le proprie riserve, il primo atto della costruzione comunitaria.

La Germania ha già riassunto, nel 1962, i titoli di gigante economico, ma la sconfitta è recente: è, ancora, un paese vinto, e il Generale rappresenta, personalmente, i vincitori. Konrad Adenauer è grande statista: misura quanto valga l’amicizia di De Galle per un paese che necessita dei timbri francesi sulla carta di identità di paese democratico, computa, assistito da Erhard, quanto possa costare mantenere les fermiers della Beauce e dell’Artois, decide che l’industria tedesca sarà in grado di pagare il frumento dell’Esagono, garantendo alla Germania l’amicizia dell’antico nemico. Ordina al ministro che negozia a Bruxelles, Werner Schwarz, di accettare il diktat francese. Il ministro obbedirà, con germanica disciplina, al proprio Cancelliere: tornando il patria sarà accolto dalla stampa come schwarzer Peter, il Pierino nero del rubamazzo tedesco.

Sicco Manshlt

La vittoria che Pisani vuole riportare a Parigi presenta più di un carattere della sottomissione incondizionata dell’avversario: Parigi pretende che le quantità di cereali che, in caso di cedimento delle quotazioni, i futuri organismi di intervento dovranno ritirare dai mercati non abbiano alcun tetto. Alla paysannerie francese è concesso di inondare l’Europa di frumento. Ulrich Kluge, lo storico tedesco che ha ricostruito il drammatico negoziato sulla base dei documenti riservati dell’archivio del Bundesministerium für Ernährung, Landwirtschaft und Forsten, propone, a spiegazione della conclusione, un rilievo che chiama in causa, in termini non precisamente onorevoli per chi è reputato, in Patria, nume politico, il ministro italiano Colombo. Il quale è pienamente consapevole, si deve presumere, che se tutte le risorse comunitarie saranno impegnate per il sostegno dei cereali, nulla rimarrà, nelle casse sociali, per la difesa delle produzioni tipiche dell’Italia, frutta e ortaggi, esposte alla concorrenza di paesi extracomunitari che godono già di ampio accesso sui ricchi mercati tedeschi.

Costituirebbe torto alla memoria del grande lucano supporre non percepisca che la logica di un negoziato giocato nel segno della brutalità impone di pretendere, prima di apporre la firma italiana al trionfo francese, di condizionarla a precise garanzie per il mercato dei carciofi, dell’olio e del vino. Consapevole, dobbiamo supporre, della posta in gioco, ma atterrito dall’eventualità di mancare a un consesso democristiano che si sarebbe aperto nei giorni seguenti a Roma, Colombo pretende che il negoziato si concluda il 12 gennaio. Ottenute assicurazioni verbali sul varo prossimo venturo di misure adeguate a tutelare pomodori e caciocavallo, si sarebbe diretto all’areoporto salutando un ministro francese raggiante, uno tedesco furioso: se l’Italia avesse imposto un negoziato su noci e fichi secchi la Germania avrebbe avuto l’opportunità di ridimensionare, quantomeno, ragionevolmente, le pretese francesi, una speranza che la premura per i riti romani vanifica irreparabilmente. Non sarà un caso se, per oltre un decennio, l’Italia sarà costretta a implorare, pateticamente e vanamente, norme a favore di tarocchi e olio d’oliva: nessun ministro francese si preoccuperà di ripagare un alleato che ha sancito la vittoria di Parigi senza nulla chiedere, magnanimamente, in cambio, nessun ministro tedesco accetterà di onorare le dichiarazioni verbali di chi, esprimendo i propri auspici, ha obbligato la Germania a rinunciare alle ultime velleià di resistenza.

Alle fondamenta della strategia agraria della Comunità

Se i canoni dell’indagine storica impongono di riconoscere, all’alba dell’itinerario della politica agraria della Comunità, il duro scontro tra due grandi nazioni, i medesimi canoni obbligano a riconoscere che protagonisti del confronto sono due statisti di levatura eminente, che giocano il duro match mantenendo la lucida percezione dell’interesse generale e futuro di entrambe le nazioni: seppure rimettano ai propri ministri il non amabile compito di un duello ai ferri corti, tanto De Gaulle quanto Adenauer non perdono, durante lo scontro, l’orientamento di una strategia che mira ad un futuro di prosperità che debbono condividere, insieme, il popolo francese ed il popolo tedesco, una prosperità tra i cui caposaldi è chiaramente iscritto l’imperativo che l’Europa conti su un’agricoltura capace di soddisfare l’entità maggiore dei consumi, così che, pure partecipando agli scambi internazionali, i popoli europei non corrano il rischio che possa ripetersi la penuria che ha fatto conoscere ai superstiti delle guerre mondiali il crudo morso della fame.

All’alba dell’intesa comunitaria, nell’evidente incapacità dell’Italia di assumere il ruolo di terza potenza del sodalizio, Parigi e Bonn si sono accordate per affidare i titoli di responsabile dell’agricoltura, nella Commissione comunitaria la cui presidenza è stata assegnata al tedesco Walter Hallstein, al ministro olandese dell’agricoltura, Sicco Mansholt, rappresentante di un paese che vanta un sistema di regolazione dei mercati di funzionalità esemplare, il sistema che chi suggella la scelta auspica sia assunto a modello della futura organizzazione dei mercati della Comunità.

In coerenza all’opzione cardinale di assicurare la produzione, nelle campagne dei paesi membri, della quota preminente delle derrate necessarie ai mercati interni, Mansholt costruirà l’articolazione portante dei regolamenti comunitari sul principio della sicurezza del reddito dei produttori. E’ stato riconosciuto dai primi studiosi dei fenomeni economici del Settecento che l’aleatorietà delle produzioni agrarie, una conseguenza pressoché inevitabile della variabilità climatica, si traduce in minaccia permanente all’approvvigionamento dei mercati. Costituendo le derrate agricole beni dalla domanda alquanto rigida, la contrazione, a seguito di un’annata favorevole, del prezzo del pane, non stimola un consumo proporzionalmente maggiore: non compensata da una domanda maggiore, la caduta dei prezzi determina la decurtazione degli introiti dei produttori. Data la tradizionale mancanza, tra i produttori agricoli, di riserve finanziarie adeguate, la contrazione del reddito determina quella degli investimenti dell’annata successiva: arature meno accurat e concimazioni ridotte provocano, salvo il caso eccezionale del ripetersi di una seconda annata di abbondanza, l’esiguità dei raccolti. Ad annata favorevole segue quindi, per una regola di vigenza secolare, l’annata di penuria: se all’annata di investimenti ridotti corrisponderà un andamento meteorologico avverso, gli investimenti saranno ulteriormente contratti nell’annata successiva. Alla penuria succederà la carestia.


E’ contro il ripetersi del ciclo millenario di abbondanza e penuria che alle fondamenta del sistema che governerà il mercato comune delle derrate agricole viene fissato un principio semplice e storicamente rivoluzionario: la Comunità dovrà creare organismi che nell’annata di abbondanza intervengano, ai primi segni di caduta dei prezzi, acquistando le derrate in eccedenza, fino a ristabilire l’equilibrio che assicuri ai coltivatori i proventi indispensabili perché possano sviluppare le proprie colture indipendentemente dall’esito dell’annata. Il principio, di inequivocabile razionalità, viene posto alla base della disciplina dell’agricoltura comunitaria nel ragionevole convincimento della sua capacità di scongiurare ogni situazione futura di penuria. Fondamento logico della strategia comunitaria della sicurezza degli approvvigionamenti, il pilastro della sicurezza del reddito si convertirà nel bastione investito da tutti gli assalti che saranno esperiti contro il sistema, tanto da potenze esterne quanto da organismi, partiti, movimenti d’opinione interni.

Ragione eminente delle contestazioni, l’identificazione, nel principio, della causa degli eccessi di produzione che costituiranno, nel corso degli anni Ottanta, l’anomalia più grave del sistema agricolo comunitario. Identificato come ragione primaria delle eccedenze produttive, il pilastro delle redditività delle produzioni sarà abbattuto a conclusione di epici scontri sullo scacchiere internazionale e nell’agone comunitario. Chi riuscirà, al termine del confronto, a imporne la cancellazione, elevato al rango di demiurgo storico da una stampa che avrà prestato all’impresa un contributo determinante, mancherà dell’onestà politica, forse anche della lucidità intellettuale, necessarie a riconoscere che dissolto il principio della sicurezza del reddito si dissolveva il sistema agricolo creato in coerenza agli obiettivi del Trattato di Roma, che la politica agricola comune voluta alla fondazione della Comunità veniva cancellata per sempre.

Chi proclamava di “riformare”, abolendone il cardine logico, la politica agricola comune, o mancava dell’intelligenza storica per comprendere il significato dei propri atti o mentiva: cancellato il cardine della garanzia del reddito la politica agricola comune varata a Stresa non era più. Del mancato riuconoscimento è quindi la cogenza logica a imporre allo storico di identificare la matrice tra ottusità logica e mendacio: tertium, insegnavano gli antici loici, non datur. E nell’alternativa è arduo escludere la menzogna da parte degli uomini politici italiani che un ruolo tanto rilevante hanno espresso inferendo al sistema gli ultimi colpi di piccone: mentire, confermano quotidianamente le cronache nazionali, è reputato, da coloro che siedono negli emicicli romani, l’arte sovrana per conseguire il successo di cui sono legittimamente assetati.

All’origine dei surplus: ragioni politiche, meccanismi tecnologici

Scardinato il perno logico la politica agricola comune non è più: chi ha inaugurato, a Bruxelles, le celebrazioni del cinquantenario ha aperto la festa ad un fantasma: l’opportunità politica può suggerire, si può riconoscere, la celebrazione di fantasmi e chimere, tutte le società umane hanno perpetuato i propri miti, che non di rado ne hanno assicurato la buona sorte. E’ difficile, peraltro, rispondere al quesito se il sodalizio comunitario, cui la crisi finaziaria che scuote gli equilibri internazionali ha imposto il crudo confronto per la propria sopravvivenza, possa ricavare benefici dai festeggiamenti ad una strategia di cui sono state dissolte le fondamenta senza la coerenza di riconoscere che quello che si distruggeva era uno dei caposaldi fissati per la costruzione della nuova società dei popoli d’Europa, sostituito da un repertorio di amenità comprendenti l’inegrità della fauna delle siepi e il benessere delle galline: obiettivi non privi di valore, verosimilmente non comparabili alla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari di quattrocento milioni di cittadini europei.

Giuseppe Medici intervistato da Antonio Saltini

Nell’insolubile incertezza se le celebrazioni debbano suscitare amarezza piuttosto che ironia, incredulità piuttosto che disinteresse, il riconoscimento che la strategia agraria e alimentare varata a Stresa non è più, che ha costituito, comunque, uno dei fili conduttori della condotta di un sodalizio di popoli che ha riunito, dagli anni Settanta, parte ingente delle nazioni del Vecchio Continente, si impone al cronista la meno futile domanda sulle ragioni storiche e sulle tappe del rigetto del principio, e dello smantellamento degli strumenti apprestati per attuarlo. La prima, essenziale ragione della lunga guerra all’imperativo della garanzia del reddito dei produttori è evidente, ho annotato, nelle eccedenze che ne sono derivate per tutte le produzioni essenziali: cereali, prodotti caseari, carni, ortofrutticoli. La constatazione impone di convertire la domanda primitiva in una domanda successiva: era inevitabile, ci si deve chiedere, che un assioma intrinsecamente razionale producesse conseguenze che si sarebbero rivelate, nel corso delle vicende comunitarie, sempre più difficilmente governabili? Siccome i principi teorici impongono, nell’applicazione, l’uso di condizioni e metri operativi, la risposta non può essere, inequivocabilmente, positiva. E la prima ragione per la quale un principio in sé funzionale generò gli eccessi che ne determinarono l’abbandono può essere individuata nella vittoria di De Gaulle di cui si celebra, con il cinquantenario della Pac, il giubileo.

Una immagine della grande cerealicultura che costituisce l'hard core dell'agripower americano. Arbitri degli equilibri alimentari del pianeta, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto spese astronomiche per mantenere al più elevato regime di giri il motore della propria agricoltura. Quando la collettività dei popoli d'Europa ha varato una politica che sospingeva ad una produttività comparabile l'agricoltura del Vecchio Continente al sistema agricolo europeo hanno dichiarato guerra, e nella guerra che avevano dichiarato hanno impiegato tutti i mezzi disponibili
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Sfortunatamente, a Bruxelles, nella seconda settimana del 1962 il Generale, complice l’ignavia di un ministro italiano, non vinse: stravinse. Stravicere, sullo scacchiere politico, può risultare oltremodo dannoso, insegnano le storie, per il vincitore e per i vinti. Fosse stato isscritto, nel regolamento sul mercato dei cereali, il modello di tutti i regolamenti successivi, un tetto massimo alle quantità producibili, il principio cardinale della Pac sarebbe stato condizionato dalla misura che ne avrebbe contenuto gli eccessi, impedendo, alle radici della congegnazione del sistema, che il meccanismo potesse produrre le conseguenze che ne avrebbero determinato l’autodistruzione.

Ma se lo storico della politica deve rilevare che Monsieur le Général mancò della moderazione che costituisce la dote suprema, purtroppo la più rara, dei vincitori, lo storico della scienza deve annotare che le conoscenze naturalistiche avevano accumulato, in oltre cento anni, scoperte straordinarie, dalla fisiologia vegetale alla microbiologia del terreno, dalla genetica delle piante ai meccanismi della nutrizione animale, e che quelle scoperte non erano ancora uscite dalla sfera delle conoscenze scientifiche per convertirsi in applicazioni tecnologiche, non erano ancora uscite, è ancora più rilevante, dai confini degli alvei disciplinari in cui erano germogliate. Uscendo, infatti, dai confini disciplinari originari, avrebbero, per la logica stessa della conoscenza scientifica, “fatto contatto” integrandosi a vicenda cos’ da assicurare agli agricoltori, entro un arco brevissimo di anni, una tecnologia agraria priva di qualunque precedente nella storia dei rapporti tra l’uomo e le risorse naturali. Come amava ripetere Giuseppe Medici, in pochi anni la pratica di campagna descritta da Virgilio si sarebbe convertita in una tecnologia fondata sulla chimica, sulla meccanica, sulla genetica, presto sull’elettronica.

Pochi, autentici uomini di scienza potevano percepire l’imminenza della sinergia che stava per stabilirsi tra le scoperte di discipline lontane quali la genetica e la fisica del suolo: chi rilegga gli atti del convegno degli agronomi dei paesi d’Europa organizzato a Roma, non a caso, da Giuseppe Medici, ministro, allora, dell’istruzione, nella primavera del 1959, può verificare che agronomi, entomologi, fisiologi, pomologi, chimici e genetisti comunicano cognizioni che possono essere applicate in una sfera operativa producendo risultati di cui berneficieranno tutte le sfere limitrofe. Lo storico della scienza deve rilevare che è la prima volta, nella storia delle conoscenze umane, che il fenomeno si verifica: non potrà non essere carico di conseguenze sul terreno applicativo. Tutte le conseguenze si sommeranno nel sospingere la crescita delle produzioni dei campi.

La guerra americana, la campagna di stampa

Una grande rivoluzione scientifica assicura un formidabile potenziale tecnologico, tutti i governi europei per superare le situazioni di carenza ereditate dalla guerra varano piani che favoriscono l’acquisto, da parte di agricoltori grandi e piccoli, dei nuovi mezzi tecnici che offre l’industria, la politica comunitaria assicura che, qualsiai quantità di derrate producano gli agricoltori, gli organismi di intervento le acquistino a prezzi tali da assicurarne la remuneratività, i ricavi indurranno l’acquisto di mezzi tecnici ancora più efficienti. L’esplosione delle produzioni comunitarie è fenomeno che, innescato il meccanismo, si sviluppa incontenibile. Il fenomeno si sarebbe scontrato rapidamente, si deve rilevare, con il muro di redditi incapaci di affrontare la spesa per la carne con frequenza diversa da quella mesile, ma l’Europa libera conosce un processo travolgente di industrializzazione, che è seconda industrializzazione in Germani e Francia, prima industrializzazione in Italia, che si traduce ovunque nella radicale trasformazione della dieta operaia.

Riversando sui mercati quantità crescenti di alimenti di qualità elevata la strategia agraria della Comunità ha costituito uno dei propulsori più efficaci della conversione dell’antica società europea nella nuova società del benessere. Ma giunge il giorno in cui lo sviluppo della produttività supera le capacità ricettive di mercati che pure assorbono quantità crescenti di alimenti, il giorno in cui gli organismi comunitari che governano i mercati sono costretti a smaltire le produzioni esuberanti sul mercato internazionale. Quel giorno contro la Pac iniziano le contestazioni, che moltiplicano attori diversi dello scenario internazionale, protagonisti sempre più numerosi del sodalizio comunitario: le contestazioni acuiranno la propria virulenzafino a imporsi, alla fine, su ogni difesa del sistema comunitario, che annienteranno.

Collocare alimenti sui mercati del Pianeta non appare, alla metà degli anni Settanta, quando le eccedenze assumono carattere permanente, e dimensioni crescenti, compito immane: continenti interi soffrono la fame, gli esuberi corrispondono raramente a quantità superiori al 10 per cento di un mercato che non raggiunge, allora, i 200 milioni di consumatori. Oltre ai paesi affamati tra gli acquirenti spicca l’Unione Sovietica, il paese che dispone della maggiore estensione di terre fertili del Globo, il cui sistema di aziende statali rivela un’inefficienza tale da imporre l’acquisto, in quantità ciclopiche, di tutte le derrate capitali. E il Kremlino paga in lingotti d’oro le forniture che l’agricoltura capitalista offra sottocosto alla società comunista come rimedio della propria efficienza.

Il primo grande nemico della Pac e del suo principio ispiratore sono gli Stati Uniti. Forse il solo vero nemico, quello che imporrà, alla fine, la propria volontà. Chi scrive era invitato, nella primavera del 1980, a visitare l’agricoltura degli Stati Uniti. La visita aveva inizio, il 1° maggio, nel grande palazzo del Department of agriculture. Il 1° maggio gli Stati Uniti non festeggiano il lavoro operaio, quell’anno il Mall, l’immenso viale alberato che unisce l’edificio neoclassico del Senate a quello coloniale della White House straripava del milione di americani giunti da ogni stato a pregare insieme per la liberazione degli ostaggi chiusi nell’ambasciata Usa a Teheran: una singolare prova di fede unita allo smarrimento per l’impotenza.

In un ufficio dove, attenuti dagli spessi vetri, si udivano inni e applausi agli appelli degli oratori, il sottosegretario del governo Carter delegato ai rapporti con gli organismi responsabili, a Bruxelles, della politica agraria, James Starkey, mi investì proclamando che la Comunità non aveva il diritto di obbligare i propri consumatori ad acquistare prodotti più costosi di quelli che gli stessi consumatori avrebbero potuto acquistare dagli agricoltori americani, più efficienti, quindi in grado di offrire alimenti più convenienti. La mia risposta, che sosteneva il diritto di ogni società umana di produrre sulla propria terra quanto reputi necessario alla propria sicurezza alimentarere, infiammava la veemenza del mio interlocutore, che riconosceva il diritto dei consumatori europei di gettare il proprio denaro acquistando pane e carne a prezzi insensati, ma dichiarava violazione intollerabile di ogni regola economica che per smaltire i propri surplus la Comunità offrisse le proprie derrate a clienti tradizionali degli Stati Uniti, dei quali proclamava il diritto di operare quanto fosse in loro potere per interrrompere la pratica sleale.

L’argomento era contestabile: anche gli Stati Uniti finanziavano lo smaltimento delle proprie eccedenze: lo facevo notare a Starkey, che, sottolineando che le sovvenzioni americane erano inferiori a quelle europee, ribadiva il diritto degli Stati Uniti di opporsi, comunque, alle vendite della Comunità. Il tono del mio interlocutore era durissimo: quel tono mi sorprese, la sorpresa mi avrebbe costretto ad una lunga riflessione. Seguivo, allora, il confronto tra le sponde opposte dell’Atlantico attraverso i documenti ufficiali, gli atti di convegni, i saggi degli specialisti, che non mi avevano mai proposto enunciazioni altrettanto categoriche: il sottosegretario di Carter mi aveva dichiarato la volontà americana di annientare il commercio estero comunitario con una violenza fino ad allora sconosciuta nelle relazioni e negli atti ufficiali. James Starkey aveva trasformato l’intervista a un giornalista italiano nell’autentica dichiarazione di guerra del Department of agricolture agli organismi di Bruxelles. Sorvolai, al ritorno, l’Atlantico, chiedendomi se il contenzioso sviluppato, da qualche anno, da documenti che ribadivano, sistematicamente, la volontà all’amichevole compromesso, si sarebbe convertito in guerra combattuta, verosimilmente, senza esclusione di colpi. Le impressioni riportate dall’incontro nel grande palazzo sul Mall non si sarebbero rivelater errate.

Imporrebbe di impegnare spazi alquanto più ampi di quelli che pretenda il giubileo di una politica che non è più il proposito di ricostruire le fasi della guerra di logoramento combattuta dagli Stati Uniti contro la politica agricola della Comunità. E’ suffciente, ritengo, ricordare che epicentro dello scontro sono state le sedi successive delle negoziazioni Gatt, successivamente ribatezzate Wto, la sigla con cui si definisce l’accordo mondiale per le tariffe doganali, un accordo, si deve sottolineare, imposto dagli Stati Uniti, dopo la vittoria del 1946, obbligando tutte le controparti, per favorire gli scambi mondiali, alla riduzione delle tariffe fissate, in un quadro di tensioni crescenti, alla vigilia del conflitto. Se si può trascurare la storia delle successive revisioni si renderebbe inesplicabile la vicenda omettendo la menzione della singolare anomalia del testo, la waiver, o clausola “liberatoria” che assicurava al Parlamento di Washington, in caso di difficoltà delle merci americane, la facoltà di varare le difese doganali che l’accordo vietava categoricamente a tutti i sottoscrittori diversi.

Costituirebbe, peraltro, elemento chiave dell’analisi storica la ricerca delle ragioni con le quali gli Stati Uniti siano riusciti, in trent’anni, ad associare al fronte contrario alle esportazioni europee paesi quali l’India, il Brasile, la Cina. Appare del tutto impossibile comprendere, ad esempio, come potesse danneggiare gli agricoltori indiani la vendita, al di sotto delle quotazioni internazionali, di qualche milione di quintali di frumento europeo a un paese in cui sussistevano meccanismi di controllo dei prezzi a tutela dei produttori, dove la distribuzione di un pugno di frumento ai milioni di affamati sprovveduti di ogni potere di acquisto non poteva alterare alcun equilibrio di mercato. Ma a Washington non mancavano, si deve riconoscere, ragioni e strumenti per convincere gli alleati di comodo.

Se il cronista reduce dall’intervista al sottosegretario Starkey poteva, ragionevolmente, immaginare l’acuirsi del confronto per la vendita degli esuberi produttivi sul mercato internazionale, nessuna speculazione razionale poteva indurlo a prevedere la rapidità con cui la stampa europea si sarebbe allineata, unanime e petulante, alle rivendicazioni americane. Rapidità e coralità dell’adesione di giornalisti maggiori e minori alle pretese americane furono tali da imporne lo stupore. Uno stupore che obbligò chi, a Washington, aveva visitato, dopo il Department of agriculture, la sede delle lobbies delle maggiori commodities, le eleganti suites da cui si gestivano i milioni di dollari raccolti, due o tre centesmi per bushel, dai produttori di mais, soia e frumento, a chiedersi se ad accendere la passione del giornalismo europeo per le tesi di Mr. Starkey non avesse contribuito la magnanimità dei signori che dispensavano gli oboli dei farmers americani.

Se il Governo americano fu il primo nemico della strategia della sicurezza alimentare della Comunità, l’avversario che di quella strategia impose la fine fu la stampa europea: i governi dei paesi membri, la medesima Commissione di Bruxelles avrebbero potuto sostenere lo scontro con gli Stati Uniti, non potevano combattere una guerra senza tregua con la stampa interna. Chi scrive non ha potuto leggere le decine di migliaia di articoli stampati, a Londra, Milano e Madrid, sulla dissennatezza della politica agricola comune: tra quanti ha letto non ha mai reperito quello in cui alle critiche fosse unito il riconoscimento che la Pac era stata concepita per la sicurezza degli approvvigionamenti di 200 milioni di cittadini europei (divenuti, con le adesioni successive, 400), che l’obiettivo era stato raggiunto troppo rapidamente e che si imponevano dei correttivi, che avrebbero potuto essere assunti senza rinunciare a un meccanismo essenziale anche per la sicurezza futura. Né ha mai verificato che vate del giornalismo o redattore di cronaca annotasse che, come la Comunità, anche gli Stati Uniti spendevano miliardi di dollari per sostenere i propri produttori nello smaltimento di surplus di entità astronomica. La stampa europea pareva accettare come verità sacramentale l’asserzione americana che mentre i surplus europei costituivano intollerabile assurdo economico quelli americani fossero le scorte necessarie per la sicurezza alimentare del Pianeta.

Gli Stati Uniti hanno vito, alla fine della dura partita, perché, associandosi alla loro guerra, la compagnia di ventura della stampa europea aveva logorato le capacità di negoziare dei parlamenti europei. La pagina più gloriosa del più glorioso giornalismo del Globo, quello britannico, fu scritta con l’unanime adesione di giornali di prima, seconda e terza classe al monito della Chiesa anglicana sulla vergogna di cui si sarebbe coperta la Nazione imponendo con le cannoniere all’Impero cinese di fumare l’oppio prodotto dall’Impero britannico. All’unanimità contro la guerra si sostituì l’unanimità per la guerra dopo che il maggiore dei negozianti di oppio, Mr. William Jardine, visitò, su suggerimento del Visconte di Palmerston, ministro degli esteri di sua maestà Vittoria, i direttori dei giornali di Londra con una borsa di banconote, tornando a casa con la borsa vuota. Recandosi dal proprio patrono politico, dopo una settimana, a chiedere istruzioni per un secondo tour giornalistico, alle congratulazioni di Palmerston per l’efficacia del lavoro compiuto, che aveva convinto la stampa e predisposto il Parlamento a votare la guerra, il maggiore narcotrafficante britannico avrebbe confessato, secondo le cronache “Non credevo, Mylord, che la stampa inglese costasse tanto poco!” Ripensando, cento volte, alla cancellazione della strategia agraria voluta da Monet, De Gasperi e Adenauer, chi abbia riflettuto sulla molteplicità delle soluzioni con cui la storia risolve i problemi che essa stessa crea è costretto a chiedersi se nelle eleganti suites delle lobbies del mais e della soia di Washington qualcuno non abbia dovuto confessare, in un anno imprecisato tra il 1990 e il 2000: “Non credevo che la stampa europea costasse tanto poco!

Antonio Saltini


Bibliografia

  • Kluge Ulrich, Vierzig Jahare Agrarpolitik in der Bundesrepublik Deutschland, 2 voll., Verlag P. Parey, Hamburg 1989
  • Saltini Antonio, L’agricoltura americana. I segreti del successo agricolo U.S.A., Edagricole, Bologna 1982
  • Saltini Antonio, L’agricoltura italiana tra …sviluppo e torpore. A Bruxelles quarant’anni nel ruolo scelto alle origini: quello di comparse. Intervista a Dario Casati, Spazio Rurale, n.12 2010 p.5