Varenna e Monte di Varenna/Secoli XIX e XX

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Secoli XIX e XX

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Secolo XVIII Appendice

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SECOLI XIX e XX


GIURISDIZIONE E POPOLAZIONE


All’aprirsi del secolo XIX Varenna fa parte del Dipartimento del Lario, e del Distretto IV Bellano. Perledo pur essendo dello stesso dipartimento, appartiene al distretto II Taceno; cosicchè continua ad essere unito alla Valsassina. Ma con la nuova sistemazione dell’anno 1809, tanto Varenna che Perledo vengono assegnati al distretto di Menaggio ed al cantone di Bellano.

Nell’anno 1812 venne dato un nuovo assetto ai territori dello stato, ma Varenna e Perledo continuarono a far parte del distretto di Menaggio e del cantone di Bellano.

Per tutto il cantone di Bellano che formò la Delegazione XIV venne nominato delegato Don Giuseppe Curioni parroco di Varenna.

Ecco la popolazione di Varenna e del monte di Varenna suddivisa nelle varie frazioni nel 1808:

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Varenna 426
Monastero 6
Fiume Latte 187
Olivedo 10
Pino 23
Vedrignano 5
Piona 3
Gonzaga 20
Bellotto 3
Crotto 4
__
Totale 687
Perledo 191
Regolo 122
Bologna 108
Gitana 92
Regoledo 62
Gisazio 83
Cestalio 20
Tondello 15
Vezio 73
__
Totale 856


La popolazione si accrebbe notevolmente nel secolo XIX tanto che nel 1881 Varenna e frazioni contava 996 abitanti, e Perledo con le frazioni annesse 1076.

Nel 1927 Varenna conta 1052 abitanti e Perledo 1164.

Da uno specchio statistico del 1843 togliamo i seguenti dati sulla situazione economica del comune di Varenna in quell’anno:

Spese per l’amministrazione ordinaria L. 6111,90
Fondo di riserva per piccole spese » 300.—

Totale della passività L. 6411,90
Rendite ordinarie L. 7827.—
Il comune ha un fondo di cassa di L. 8000.—


VICENDE MILITARI

Durante il periodo delle guerre napoleoniche Varenna come tutti gli altri comuni ebbe a soffrire ingenti requisizioni militari.

In un elenco dell’anno 1807 dei crediti dei vari comuni del Lario per requisizioni forniture e simili oggetti, Varenna figura con un credito di lire 7814,30

In altri elenchi per gli anni successivi troviamo ancora Varenna con altri crediti; nel 1814 il comune chiede di essere pagato per somministrazione di vitto fatta agli ufficiali1.

Circa gli obblighi militari degli abitanti, è interessante una questione insorta fra Giovanni Battista Venini e Pietro Pasquale Conca, entrambi di Varenna, per ragioni di rimpiazzo. Giovanni Battista Venini requisibile per la riserva del 1805 e 1806, aveva molti requisibili che lo precedevano. Risoltosi di fare il soldato, fu supplente di Pietro Pasquale Conca per il prezzo di lire 200, da pagarsi non appena il Venini si fosse consegnato al Deposito in Como, lire 700 avvenuta l’accettazione al Corpo, e lire 500 finito il servizio militare, ma quest’ultima somma non si sarebbe dovuta pagare qualora il Venini fosse stato requisito per fare il soldato.

Ora avvenne che accettato il Venini al Corpo, ebbe luogo la sua regolare chiamata, ed il Conca allora, dopo aver pagate le prime 200 lire, [p. 299 modifica]non volle più pagare le altre 700 come era stato convenuto. Non si conosce come sia andata a finire la cosa, ma ciò basta per provare l’immoralità dell’istituzione del rimpiazzo.

Questo Venini entrato nel 3° Reggto Leggero Italiano fece poi carriera e divenne ufficiale. Di lui abbiamo trovato il seguente stato di servizio dal quale si rileva come abbia preso parte a molte campagne di guerra, e fra le altre all’intera campagna di Russia.


3° REGGIMENTO LEGGERO ITALIANO2

Venini Giov. Battista Tenente figlio di Giorgio e di Margherita nato il 23 Sett. 1785 a Varenna Dipartimento del Lario - statura Piedi 5 - Pollici 5 - linee 10 - capelli e ciglia castagne - fronte bassa, occhi neri, naso grosso, bocca media, mento tondo, colore bruno.


Dettaglio progressivo del servizio | Indicazione delle campagne, ferite, azioni e vicende | Documenti comprovanti il servizio

1 Entrato al reggimento coscritto il 14 giugno 1807
2 Caporale l’11 febbraio
3 Sergente il 1° ottobre 1808
4 Sottotenente il 14 agosto 1813
5 Tenente il 1° dicembre 1813
7 Corona ferrea il 3 dicembre 1813
| Al blocco di Palmanova ed in Carnia nel 1809
Ha fatto l’intera campagna della Russia nel grande esercito
Al 3° Regg.to Leggero Italiano. Fu a Mosca e presente nella ritirata
Ha fatto le campagne del 1813 e del 1814 nelle provincie Illiriche e in Italia
Presente negli affari dell’8, 9 e 10 Febbraio al Mincio nella Divisione comandata dal generale Conte Verdier
| 1 vedi matricola del 3 Leggero n. 1300
4 Lettera del Sig. Ministro della Guerra n. 52895
5 Lettera del Sig. Ministro della Guerra n. 56891
7 Lett. del Sig. Marescalchi Cancell. della Corona Ferrea in data di Parigi 13 Dic. 1813 n. 1655

Varese 25 giugno 1814.

Il maggiore Relatore Il Pres. del Consiglio d’ammin.
Pino Col. Bianchi


OPERE PUBBLICHE

La strda militare dello Stelvio

In fatto di strade Varenna era mal servita; mediocri mulattiere la mettevano in comunicazione con Bellano, Perledo e Mandello, la maggior parte quindi delle sue comunicazioni e dei suoi traffici dovevano svilupparsi per le vie del lago. [p. 300 modifica]

Ciò malgrado il comune doveva sostenere forti spese per la manutenzione di queste strade, tanto che nel 1811 mandò il seguente reclamo al prefetto del Lario: «È altresì incompatibile che lo stesso comune di Varenna debba riadattare la strada a sue spese nei suoi confini, perchè anticamente da Bellano a Lecco lungo il lago è sempre stata strada regia e soltanto circa l’anno 1779 un capriccioso disegno di alcuni particolari di Valsassina ottennero dal governo di allora di commutarla dichiarando nazionale invece la strada da Bellano a Lecco passante per la Valsassina. Sarebbe non meno di sommo vantaggio ed interesse che la strada nazionale si rimettesse nello stato antico per essere più breve; di tre in tre miglia si passa nel centro dell’abitato cioè Varenna Lierna, Olcio, Mandello e Badia per cui si trova alloggio e refezione ed in quattro ore tanto il pedone che il cavallo si trasporta da Bellano a Lecco che all’opposto della parte della Valsassina ci vuole otto ore e si passa fino otto miglia senza trovare abitati».

Le cose stavano a questo punto quando venne decretata la costruzione della strada dello Stelvio che doveva costeggiare la riva orientale del lago.

Il progetto e la costruzione della grande strada militare venne affidata all’ingegnere Donegani.

La linea stradale venne divisa in tronchi, e Varenna si trovò compresa nel tronco che aveva i suoi estremi al così detto Sasso d’Olcio, ed alla cappella di Agrabbia verso Bellano. La lunghezza di questo tronco era di metri 14256; per le spese di costruzione del tronco stesso venne preventivata la spesa di lire 796060,62 per le opere, e di lire 97237,53 per gli esproprii e per i danni. Totale lire 893998.14,

L’asta per i lavori venne indetta il 29 maggio 1817, sul prezzo di lire 796060,62 per la costruzione, e lire 5648,07 per la manutenzione annuale.

L’appalto però dei lavori venne diviso in due parti, la prima del calcolato valore di lire 499310,90 venne appaltato a corpo, applicando il ribasso al totale importare del prezzo di perizia, la seconda del calcolato valore di lire 296749,72 venne appaltata a misura, applicando il ribasso ai prezzi stabiliti per ciascun lavoro.

L’appalto venne aggiudicato ad Antonio Tabacchini ed al suo socio Marco Trolli, al prezzo di lire austriache 682760 per le opere di costruzione, e di L. 5177 per la successiva manutenzione.

Ma la spesa totale effettivamente occorsa per la costruzione dell’intiero tronco fu di L. 1120086,26, senza contare L. 65000 già accordate all’appaltatore per opere straordinarie (muri, così detti a corso).

La consegna dei lavori ebbe luogo il 14 Aprile 1817, tempo stabilito per la loro completa effettuazione: anni tre.

Nella compilazione del progetto stradale era stata osservata la regola di escludere possibilmente la costruzione di gallerie — infatti sulla parte [p. 301 modifica]del progetto che concerneva il passaggio del sasso di Morcate sopra Varenna, era stato stabilito di superarlo nel suo principio col taglio libero della roccia, lasciando così la strada a cielo scoperto. Intrapreso però il lavoro dovettero convincersi dell’impossibilità di attenersi a tale partito, giacchè di mano in mano che tagliavasi la roccia questa presentavasi a strati slegati fra di loro e quindi sfaldabili, il che, combinato con l’inclinazione degli strati medesimi, verso il lago, non lasciava sperare che la strada potesse in tali condizioni sostenersi. Nell’atto stesso del lavoro si staccò e precipitò nel lago un lungo tratto di piano stradale già predisposto travolgendo gli stessi lavoratori, per il che venne senz’altro deciso di addivenire alla costruzione delle gallerie.

Il passaggio a Fiume Latte, vicino alla fabbrica di vetri Venini, importò neccessariamente l’occupazione di una parte degli edifici annessi alla detta fabbrica. Il proprietario venne ricompensato con la costruzione di due tronchi di strada discendenti al lago, uno dei quali metteva direttamente nel porto.

In quella circostanza scomparvero da Varenna le porte e gli archi che costituivano una caratteristica dell’antico paese.

E così venne abbattuta la porta verso Fiume Latte, che trovavasi la dove termina il muro di cinta della villa Andreossi, quasi all’origine della stradetta che scende alla villa Monastero. Di questa porta come degli archi abbiamo potuto trovare i disegni schematici nel progetto stradale.

La seconda porta, all’uscita del paese verso Bellano, era in corrispondenza del gomito fatto dall’attuale strada rotabile presso la villa Boselli, in un punto che era chiamato la Ciodera.

Là presso dove era una volta l’antica porta di Varenna, esiste oggi appunto la villa Boselli già Bosoni. I vecchi dei paese ricordano che in quel punto prima che fosse costrutta la villa eravi una specie di torre chiamata tur di Baret3.

Su quest’antica porta era collocata una abbastanza artistica Madonnina col Bimbo, in marmo, in mezzo rilievo, che venne tolta di là, e portata alla fontana, che trovasi circa a metà cammino sulla strada che da Varenna conduce a Fiume Latte.

Nei pressi della così detta Tur di baret, eravi una casa di proprietà del dott. Paolo Nascini. A questo proposito si legge quanto segue in una lettera scritta dal procuratore del predetto Nascini, l’avvocato Giacomo Venini, alla Deputazione Comunale di Varenna il 31 gennaio 1859:

«Il Dottor Paolo Nascini fu Giovanni nativo di Mosca e figlio dell’ora defunta signora Dorotea Campioni ha concentrato in sè tutte le ragioni ereditarie della defunta sua Madre, quindi è anche proprietario [p. 302 modifica]delle case civili con giardino situato nel luogo denominato Ciodera, o Porta di Varenna.

Siccome egli ha in progetto di migliorare quello stabile così desidererebbe rettificare e portare avanti il muro di sostegno del proprio giardino verso la strada militare, al doppio scopo di farvi un più comodo ingresso, e guadagnare un po’ di spazio superiormente, e per riuscire in ciò sarebbe bisogno che il Comune gli lasciasse occupare ritagli di terreno a lui affatto inutili, e rifare la strada che sale alla diroccata Porta di Varenna, ora servente soltanto a possessori di pochi vicini fondi.....». Il comune di Varenna accondiscese a questa richiesta.

Durante la costruzione della strada rotabile vennero eseguiti due tronchi di strada: il primo mette alla Villa Monastero, e il secondo, che ha origine all’uscita Nord del paese, presso la già Villa Venini, di fronte alla Villa Boselli, mette nella contrada inferiore. Quest’ultimo tronco venne eseguito ad istanza del Parroco e dei fabbricieri, onde permettere alle processioni di compiere un determinato giro nel paese, come si praticava prima che fosse manomessa l’antica strada.

Venne inoltre costruito un nuovo accesso alla vecchia strada del Camposanto. Prima si perveniva al camposanto da una vecchia strada tortuosa e rampante che esisteva tra Varenna e Fiume Latte, ma a causa della qualità scorrevole del terreno e della ripidezza della falda di monte, essa non potè reggersi quando vennero eseguiti gli scavi sottoposti, che occorsero per l’impianto di nuovi muri, per cui una tal vecchia comunicazione rimase distrutta. Convenne quindi con la costruzione di un contromuro raggiungere una necessaria altezza, e stabilire un’artificiosa salita secondo, le indicazioni date dal Parrocco e dai fabbricieri.

Il tratto di strada Olcio Varenna fu reso praticabile sin dal principio del 1830, sebbene ancora incompleto in molte parti essenziali, segnatamente sui muri di sostegno, e fu aperto in quell’anno alla staffetta erariale.

Nella notte dal 16 al 17 febbraio 1832 fra la prima e la seconda galleria di Morcate si staccò dal monte un grosso strato di roccia, i di cui voluminosi massi copersero circa metri 72 delle strada sottostante per un’altezza di metri 4. Furono distrutti 70 metri di parapetto superiore, e 30 metri di parapetto esterno. Occorsero quattro giorni di lavoro per il parziale sgombro e l’apertura del passaggio. Per il ripristino completo della strada vennero impiegati 17 operai che lavorarono dal 16 febbraio al 3 marzo 1832, con la seguente paga: capo minatore L. 2,80 al giorno; minatore da L 2 a L 1,80.

Nel 1834 il comune di Varenna domandò che venisse costrutto a carico del Governo un nuovo porto, ed un tronco di strada che ad esso facesse capo. Ma la domanda non venne accolta, limitandosi il Governo ad accordare al comune piccoli sussidi per la costruzione della sola strada. [p. 303 modifica]

Il 28 Aprile 1834 l’arciduca Vice Re si recava a visitare i lavori della strada militare; alle 5 ½ pomeridiane era a Varenna, salutato dagli spari dei mortaretti.

Il porto di Fiume Latte era stato sommamente danneggiato, e posto fuori servizio dai lavori per la strada militare Lecco - Colico, e perciò il Governo stanziò la somma di lire 6836,13 da pagarsi al comune di Varenna per la ricostruzione del porto stesso. I lavori furono compiuti nel 1848, e vennero presi in appalto da Antonio Zanotte per la somma di lire 10274,35 divisibile fra l’erario ed il comune di Varenna, in ragione di lire 6836,13 al primo e lire 3428,39 al secondo.

Durante la costruzione della strada militare nella piazza di Varenna e contro la Chiesa Parrocchiale venne ricavato un terrazzo su cui furono piantati alcuni alberi. Questo terrazzo, al quale si accede dalla gradinata centrale, non era però largo quanto era larga la facciata della Chiesa, perchè a sinistra guardando verso la Chiesa stessa, vi era un portico coperto ove si tenevano i convocati. Nel 1854 il portico venne abbattuto ed il terrazzo esteso sino a giungere al limite attuale.

Nel 1850 venne costruito un tronco di strada che dalla rotabile conduceva all’albergo Marcionni posto sulla riva del lago, ma più che un nuovo tronco fu un riattamento della strada comunale detta di San Giovanni. Pare che in quel punto si volesse costruire una caserma per le truppe di passaggio, ma poi il progetto abortì.

L’atrio d’ingresso dell’attuale casa comunale era un Ossario, che conteneva le ossa levate dai sepolcri della Chiesa.

L’acqua di cutei - I vecchi del paese raccontano che nella parete di fronte all’ingresso della casa comunale, dove è stata praticata la porta di accesso, esisteva una specie di altare, sotto il quale si vedeva una gabbia di ferro in cui erano rinchiusi tre teschi, che la leggenda attribuiva a tre banditi che vennero colti sotto Vezio, e condannati a morte perchè rei di assassinio. Vi è nella valletta che scende da Vezio una sorgente d’acqua, che porta ancora il nome di acqua di cutei, perchè i banditi vi avrebbero lavati i loro coltelli sporchi di sangue.

L’antica chiesa di S. Giuseppe situata nel giardino alto della villa Andreossi, fu abbattuta nel 1874, quando venne riadattata l’antica villa Isimbardi che dall’avvocato Del Pero di Como era stata appunto in quel tempo venduta all’Andreossi. Ma la chiesa di San Giuseppe già da molto tempo non era più aperta al culto. Si dice che servisse come zecca e che fosse stata adattata a tale uso dall’Isimbardi e che vi si battessero monete di rame. Ancora pochi anni or sono il fabbro Greppi Antonio, conservava un congegno della zecca atto alla fusione. [p. 304 modifica]

LA STRADA FERRATA

Il 1° Luglio 1892 vi fu l’inaugurazione del tronco ferroviario Lecco-Perledo-Varenna-Bellano.

In questo tronco della lunghezza di 25 km. sono praticate 18 gallerie dello sviluppo complessivo di 8 Km, alcune delle quali abbastanza lunghe tali quelle di Morcate tra Varenna e Bellano (m. 1262,85) e quella di Biosio poco prima della stazione di Bellano (m. 900).

Nel 1894 il Monitore delle Strade Ferrate annunciava che la Direzione Generale delle strade ferrate meridionali, aveva presentato al Ministro dei Lavori Pubblici il progetto per l’impianto di una funicolare, a contrappeso d’acqua, avente lo scopo di collegare la stazione di Fiume Latte col lago. Le due vetture da usarsi dovevano avere tre compartimenti con piattaforma pel conduttore, ed essere capaci ciascuna di 40 persone. La spesa complessivamente preventivata ammontava a L. 142.000. Non conosciamo le ragioni per cui in seguito non se ne fece nulla.


I BATTELLI E IL PORTO DI FIUME LATTE

Nel 1826 fecero la loro prima comparsa in Varenna i due vapori, il Lario ed il Plinio, costrutti a Como sotto la direzione di Eduardo Church, Console degli Stati Uniti, e varati il primo ai 29 Luglio ed il secondo il 9 settembre. Entrambi avevano la forza di 12 cavalli.

Nel 1890 le vie di Varenna vennero illuminate con lampade ad acetilene, il 29 settembre 1903 venne inaugurata la luce elettrica.

Nel 1820 si apre l’uttuale cimitero e negli anni 1859 e 1904 viene ampliato. Nel 1907 viene inaugurata l’acqua potabile derivata dalla Fonte Uga.

Il 30 ottobre 1847 il Governo di Milano scriveva all’I. R. Delegazione di Como per informarla che fra le partite state annoverate dagli Aulici Dicasteri a carico della dotazione 1847, azienda delle acque, vi era quella di lire 6836,13 da pagarsi al comune di Varenna per la ricostruzione del porto di Fiume Latte, il quale rimase sommamente danneggiato e posto fuori di servizio nelle circostanze che venne eseguita la contigua strada militare dello Stelvio. A questa somma il comune di Varenna aggiunse lire 3428,22, ed i lavori vennero dati in appalto al costruttore Antonio Zanotta.

Due parole sulla strada carrozzabile Varenna-Perledo-Esino.

Questa strada venne incominciata nel Febbraio 1915 e venne ultimata nel giugno 1925. Il preventivo dei lavori per l’impresa era stato calcolato in lire 269356,40, ma per l’aumento della mano d’opera e pel rincaro dei materiali la spesa salì alla somma di lire 1139302,69. La lunghezza della strada è di metri 11975,35. [p. 305 modifica]


I BOSCHI

Il comune di Varenna nel 1836 per ragioni finanziarie alienò tutti i suoi boschi, cedendo ossia livellando ad ogni famiglia di Varenna un pezzo di bosco estratto a sorte.

I possessori dovevano pagare un canone ciascuno a seconda della stima fatta dal perito agrimensore.


LA MALPENSATA

Venendo da Varenna verso Bellano, prima di entrare nella prima galleria, vi è un tratto di strada con un fabbricato che si chiama La Malpensata già albergo.

Di questa Malpensata, parla G. B. de Capitani in una sua pubblicazione: «Sul medio e alto lago di Como».

«Fuori dell’ultima galleria, che da Bellano s’incontra per Varenna, ti si para innanzi questa tozza e solitiga casaccia dove appunto, se ben ti ricorda del principio di questa letterina, io mi sono tolto a scriverti. Il suo nome tuttochè a bella prima non la raccomandi nulla nulla egli non è però che una vera celia, una piacevole figura di favellare. In su questo lago è comune il costume di appiccare l’impropria appellazione di Malpensata ad ogni cosa piantata in disparte da un vicino paese, e quindi tu ti senti nominare sempre le diverse Malpensate coll’aggiunta necessaria del comune a cui appartiene, e, a mo’ d’esempio, quest’essa Malpensata di Varenna, la Malpensata di Menaggio, la Malpensata di Tremezzo e via via. Del resto un’abitazione come questa che gode il prospetto della parte più amena del lago, che è in fregio ad una tanta strada per cui l’alloggiato in un quarto d’ora di bel passeggio può trovarsi a piacer suo di mezzo al piccol mondo di Varenna, ovvero nella beata solitudine della cara vailetta di Perledo, se ora a diritto ben le stia un cotal nome, tu il vedi e tu il giudica4.

G. B. de Capitani


VICENDE ECCLESIASTICHE E RELIGIOSE

Poichè erano state per molto tempo adibite ad uso di caserma le Chiese di S. Giovanni Battista e di S. Maria Maddalena ora delle Grazie, nel 1801, con una solenne funzione esse vennero riammesse al culto. [p. 306 modifica]

Dopo sedici anni di desideri, di sforzi e di economie, la Fabbriceria della chiesa di San Giorgio di Varenna riuscì nel 1822 ad ultimare il nuovo altare maggiore della chiesa parrocchiale.

Pare che tra la popolazione e il parroco Giuseppe Curioni non corresse buon sangue, poichè in una nota lasciata dal Curioni si legge: «Finalmente avverto a non fidarsi di niuno di questo popolo mentre senza oltrepassare i limiti del vero ognuno è nato con l’invidia, con ira Piazzetta e antica chiesa di San Giovanni (monumento nazionale)ed ingratitudine verso il suo parroco. Il giorno 3 maggio 1809 mi fu messo da Giosuè Pirelli del fu Natale un pistone di polvere foresta nella canna del camino della cucina, ma la provvidenza ha voluto che non seguisse l’esplosione si spezzasse il pistone e la polvere cadesse nel focolare della cucina».

Lo strano è che il medesimo Giosuè Pirelli, aveva per devozione fatto erigere una cappella in Olivedo, che si ritiene sia quella esistente appena fuori di Varenna, probabilmente quella addossata al muro esterno della proprietà Pirelli. Ricaviamo la notizia da una supplica del Pirelli al deputato di polizia di Varenna.

La morte del parroco Don Giuseppe Curioni, avvenuta nel 1833 fu causa che risorgesse la questione della dipendenza della parocchia di Varenna dalla pieve di Perledo.

Il parroco essendo morto negli ultimi giorni della settimana Santa, i di lui funerali vennero differiti al giorno 8 aprile, seconda festa di Pasqua. Alla funzione funebre senza essere invitato intervenne anche il clero della parrocchia di San Martino di Perledo, sotto pretesto che era [p. 307 modifica]di diritto della parrocchia viciniore l’eseguire i funerali, per non esservi in Varenna un vicario spirituale delegato.

Sostanzialmente il titolo per cui intervenne il clero di Perledo era per arrogarsi il diritto di Capo di Pieve verso Varenna.

Ma al momento in cui si iniziavano le cerimonie intorno al catafalco la folla che si trovava raccolta nella chiesa parrochiale per assistere alle esequie del suo Parroco incominciò a dare segni evidenti di malcontento, e già stava per incominciare un vero tumulto contro il clero di Perledo quando l’autorità locale invitò il clero medesimo ad interrompere la cerimonia.

Questo fatto venuto a conoscenza dell’arcivescovo di Milano provocò la seguente sua lettera indirizzata al parroco di Perledo:


N. 689


Molto Reverendo Signore,

Per un speciale riguardo ai riconosciuti meriti del Sac. Alessandro Papetta da Noi nominato alla Parrocchia di Varenna ed anche per calmare gli animi di quella popolazione di troppo inclinata a trascorrere su questo punto a pericolose escandescenze, siamo venuti nella risoluzione di nominare quel Parroco Vicario Foraneo in luogo. Nell’avvertire pertanto V. S. che d’ora innanzi cessa ogni sua ingerenza in quel paese Le impartiamo la Pastorale Benedizione professandoci

aff.mo suo
C. G. Card. Arcivescovo



Al M. R. Sig. Prevosto Parroco Vicario Foraneo di Perledo.


Nel 1835 rimasta vacante per la morte del sacerdote Lelio Mornico la cappellania eretta sotto l’invocazione della Beatissima Vergine Maria del Monastero e di Santa Marta, nella chiesa parrocchiale di Varenna, di presunto diritto patronale delle famiglie Mazza5 e Serponti, il Signor marchese Don Carlo Serponti tanto per se stesso, quanto qual procuratore del di lui zio Don Angelo Serponti non che dei due suoi fratelli Don Giulio Cesare e Don Pio, nominò alla predetta cappellania il chierico Bernardo Sironi.

La Delegazione Provinciale di Como nel 1850 emana un editto, col quale avverte che essendosi reso vacante il beneficio ecclesiastico di Santa Maria Elisabetta, fondato nella Chiesa parrocchiale di Varenna, di asserito patronato della nobile Famiglia Arrigoni, erano invitati tutti [p. 308 modifica]coloro che vantassero diritto di patronato attivo, o di passiva vocazione al suddetto beneficio a presentare i dovuti documenti.

Per rinuncia del chierico Francesco Arrigoni nel 1858 si rende di bel nuovo vacante il beneficio ecclesiastico di Santa Maria Elisabetta, e perciò viene aperto un nuovo concorso.

Alla morte del sacerdote Bernardo Invernizzi nell’anno 1860 si rese vacante il beneficio ecclesiastico cretto nella chiesa parrocchiale di Varenna sotto il titolo della B. V. Immacolata, di patronato dei signori Conte Angelo e Marchese Antonio fratelli Serponti, e perciò il governatore della provincia di Como con suo editto del 16 luglio apre un concorso a tale beneficio.

Fra i documenti della visita pastorale dell’anno 1895, eseguita alla parrocchia di San Martino di Perledo si legge che la chiesa è stata edificata nel 1100 e ricostruita nel 1613.

L’11 febbraio 1874 il prevosto ed i sindaci delle varie fabbricerie della chiesa di San Martino e degli oratori inviano una supplica al governo perchè sia concesso al popolo di Perledo «di stabilire e perfezionare sul disegno antico la facciata della chiesa prepositurale ed a far la piazza davanti alla medesima».

La facciata venne restaurata nel 1876.

Con testamento 22 febbraio 1824, Don Alfonso Mornico lascia i seguenti legati perpetui:

1° La somma di lire 2300 alla Congregazione di Carità di Varenna.
2° Lire 1150 alla chiesa parrocchiale di Varenna da impiegarsi onde erogare i frutti per acquisto di cera ed altri effetti necessari al servizio della chiesa.
3° Celebrazione in perpetuo di 12 messe annue all’altare di Sant’Antonio nell’oratorio della B. V. del Monastero con l’elemosina di lire 2 austria che dando la preferenza al parroco.
4° Celebrazione in perpetuo di una messa solenne nel giorno 13 giugno di cadun anno all’altare di Sant’Antonio nel detto oratorio, con l’intervento del parroco e di tutti i sacerdoti stabilmente domiciliati a Varenna assegnando per l’elemosina lire 3,½ al parroco e lire 2,25 agli altri sacerdoti.

Il testatore ha imposto agli eredi il divieto di porre alcuna lapide sepolcrale nel cimitero per ricordare la di lui persona.

La fabbriceria della Parrocchiale di San Giorgio di Varenna nel 1844 fa eseguire a Milano dal cesellatone Ubicini quattro busti mitrati di rame argentato per la somma di lire 420.

Nel 1858 la Chiesa di Gitana venne elevata a Parrocchia, ed i parrocchiani con istrumento a rogito del notaio Giov. Battista Pieri in data 10 luglio 1858, si obbligano di pagare un decimo di uva in natura al parroco allo scopo di mantenere la parrocchia. Adelia Maglia fece dono al parroco di una casa e di alquanto terreno. [p. 309 modifica]

La chiesa di San Giorgio si abbellì nel 1894 di un nuovo organo costrutto dalla ditta Pacifico Ingoli.

Nel 1895 dai proprietari della villa del Monastero venne richiesta alla Prefettura la soppressione dell’oratorio del Monastero dedicato alla Beata Vergine Maria. Fu allora interpellato l’Ufficio Nazionale per la conservazione dei monumenti in Lombardia, il quale, dopo visita sul luogo, dichiarò che quella costruzione non presentava alcun interesse nè per l’arte nè per la storia.

Il vescovo di Milano con suo decreto 25 ottobre 1898 autorizzò di cedere in proprietà agli eredi della signora Seufferheld l’oratorio del Monastero, dietro compenso di lire 5000 più una casa colonica con adiacente terreno perchè quivi si erigesse un altro piccolo oratorio, a scopo di raccogliere la gioventù nei giorni festivi.

Con R. Decreto 2 novembre 1899, la Fabbriceria della Chiesa parrocchiale di Varenna fu autorizzata ad accettare il legato di lire 3000 disposto dall’ingegnere G. B. Torretta per l’ampliamento della Chiesa stessa.

Il preventivo che si conserva nell’archivio parrocchiale per il prolungamento della chiesa parrocchiale di S. Giorgio di Varenna fatto dall’architetto G. B. Torretta nel 1897, presenta la pianta e la sezione trasversale della chiesa come era nel nell’XI secolo secondo i risultati delle ricerche compiute dal Torretta stesso; com’era nel XVI secolo rilevata da ineccepibili documenti, ed infine come si trova attualmente.

Dell’originaria chiesa costrutta secondo A. Torretta verso l’XI secolo non restano in oggi che le colonne racchiuse negli attuali pilastri, le murature perimetrali a limitata altezza, le finestre otturate dal cornicione esistente, ed alcune grosse pietre che servivano alla posa delle armature in legno a copertura dell’edificio6.

Fra il 15° e il 16° secolo vennero erette le volte attuali con gli archi a sesto acuto nel senso trasversale conservandosi però ancora libere le colonne e gli archi aperti tra l’altare maggiore -e le due cappelle laterali nonchè l’altare appoggiato al muro di fondo dove oggi trovasi il coro e ciò si rileva dal verbale 25 giugno 1573 della visita pastorale del cardinale Carlo Borromeo nel quale è detto: questa chiesa est tota fornicata et habet tres naves con tribus coloni et grates archis e questo perchè al posto delle due pareti laterali all’altare maggiore c’erano due archi aperti, (come lo dimostrò un assaggio praticato) e pressochè libere erano le due colonne in corrispondenza dell’odierna balaustra.

È facile arguire poi che tra il 17° ed il 18° secolo ebbe a subire un nuovo rimaneggiamento, essendosi creati gli attuali pilastri racchiudenti le colonne. Queste innovazioni risultarono dopo aver chiuso i due [p. 310 modifica]archi laterali all’attuale altare maggiore, e costrutti i cornicioni e le altre cornici, oltre l’esecuzione graduale delle altre opere che in oggi si trovano quali il trasporto della sacristia che trovavasi al lato opposto dell’attuale, l’erezione del campanile (1652-1653) che nella metà del secolo XVI era costituito da due soli pilastri con tre sole campane, l’isolamento dell’altare maggiore, la costruzione dell’organo ecc.

L’architetto Torretta proponeva poi, nell’impossibilità attuale di prendere per base la primitiva costruzione, di ripristinare lo stato in cui si trovava la chiesa alla metà del cinquecento, limitandosi a modificare i cornicioni e le cornici per nulla rispondenti allo stile, a far ritornare alla luce le quattro colonne chiuse nei pilastri, e a dipingere la volta e le pareti attenendosi al saggio delle decorazioni unito al rapporto.

In quanto alla facciata, il compianto architetto diceva che dal momento che si doveva rifarla completamente, il meglio era di richiamarla allo stato originario, di cui rimangono le suaccennate indubbie vestigia, ed il campanile avrebbe poi dovuto modificarsi per accostarsi il più possibile allo stile della facciata.

La facciata secondo questo progetto avrebbe dovuto essere decorata con pietre naturali od artificiali a seconda della destinazione e della decorazione stessa. Il finestrone circolare avrebbe dovuto avere il contorno in terracotta a smalto policromo. Modifiche si sarebbero fatte alla gradinata di accesso che per l’avanzamento della unica facciata doveva maggiormente estendersi verso la piazza.

Il progetto Torretta importava in quei tempi un preventivo di circa 18000 lire.

Per mancanza di fondi il progetto non venne fin’ora eseguito.

Nel 1820 viene benedetto il nuovo camposanto che è poi l’attuale e che sorge a mezza costa del monte tra Varenna e Fiume Latte in una posizione pittoresca quanto mai. Nel 1859 dovette essere ampliato e un nuovo ampliamento subì in questi ultimi anni.

Alla data del 30 dicembre 1857 troviamo un conto presentato da Giorgio Pruneri fonditore di campane in Grosio presentato a Carlo Maglia di Gitana dal quale si ricava che le chiesa di Gitana consegnò al fonditore una campana vecchia pesante rubbi 24,15,01, e ricevette invece due campane nuove del peso una di rubbi 34,22,2 e l’altra di rubbi 24,19,7. La spesa ammontò a lire 2490,56.


IL 1848-49

La notizia della sollevazione di Milano era giunta nei paesi del lago come un baleno. Il 19 Marzo in Bellano si era già costituito un comitato di pubblica sicurezza al quale facevano capo gli insorti di Varenna.

Baldassare Torretta nativo di Varenna ma domiciliato a Milano, perchè intento in quei giorni a dipingere nello studio del conte [p. 311 modifica]Belgioioso, e portabandiera degli studenti milanesi, ai primi moti corse a Varenna dove inalberò sulla cima del campanile la bandiera tricolore7. Il 18 Marzo Domenico Arrigoni di Bellano, che si trovava a Vigevano riceveva da Cesare Correnti in nome della commissione dei comitati dell’emigrazione Italiana sedente a Torino l’invito di recarsi a Lecco per promuovere l’insurrezione in Valsassina e per minare le gallerie di Varenna.

L’Arrigoni presi gli accordi con Gabriele Camozzi, col denaro ricevuto da Torino riuscì a mettere insieme ad Arona 5000 fucili, che vennero tosto segretamente avviati alla volta del lago di Como. Egli poi col Camozzi sbarcava la mattina del 22 Marzo a Varenna, e di qui procedeva per la Valsassina. Il 31 marzo con un primo gruppo di volontari sentito che le truppe austriache marciavano verso Lecco, si portò a Varenna di dove per metterli al sicuro imbarcò i fucili per Lugano. Queste notizie vennero date allo scrivente dallo stesso Arrigoni qualche anno fà mentre era ancora in vita.

Intanto a Varenna e a Perledo si preparavano i ruoli per le guardie civiche o nazionali e si sgranellavano fondi per l’acquisto delle armi.

Nell’elenco degli individui scelti per la guardia civica di Perledo, fatto in concorso della deputazione amministrativa e del Preposto locale, dietro ordine del governo provvisorio di Como, in data 26 marzo 1868 e del comitato di sicurezza di Bellano in data 26 marzo figurano 277 individui.

Nell’atto di deliberazione presa dai consigli e convocati dei comuni di Perledo e Varenna, nell’armamento della guardia nazionale in seguito alla circolare 23 giugno 1848 N. 5475 della Congregazione provinciale, troviamo esposto che Perledo dovette acquistare N. 50 fucili col prodotto della legna ed affitto di 260 lotti di bosco, e Varenna 40 fucili col fondo di L. 1500 che il comune doveva riscuotere da quello di Corenno, in restituzione di eguale somma prestatagli nel 1846.

Milano aveva aperto delle sottoscrizioni per provvedere alle spese della guerra, nella lista degli oblatori pubblicata dal giornale «Il 22 Marzo» troviamo le seguenti offerte fatte dagli abitanti di Varenna:

Carganico Antonio . . . . . . . L. 120
Carganico Don Augusto . . . . . . » 120
Fratelli Isimbardi . . . . . . . . » 2000
Benzone Natale . . . . . . . . » 120

[p. 312 modifica]

Venini Giovanni e Pietro fratelli . . . . . L. 1500
Serponti Cesare . . . . . . . . . » 175
Blondel Emilia . . . . . . . . . » 400
Blondel Carlo . . . . . . . . . » 210
Serponti Mirasole Paolo . . . . . . . . » 1430
Scanagatta Vincenzo . . . . . . . . » 116
Scanagatta Marianna. . . . . . . . » 28,12
Venini Francesco ed Elena Grassi Venini . . . » 500,00
Sugli avvenimenti di Varenna e del monte di Varenna abbiamo la seguente interessantissima corrispondenza mandata al giornale «Il 22 Marzo» dal Commissario di Bellano:


1848

Movimento nel Distretto di Bellano - Lettera del Commissario.

Italia libera - W Pio IX - Morte all’oca bicipite.


Bellano 5 aprile 1848.

«Interesso la tua amicizia a voler procurare che il giornale Il 22 marzo mi sia trasmesso in giornata. Sono già alcuni giorni che non mi provvengono, nè avvisi, nè proclami, nè leggi, mancanza che alla lunga ci obbligherà a costituirci (non ridere) in uno stato indipendente, in una repubblica di Bellano, con nostre leggi separate, sotto il protettorato di Pio IX.

Se per avventura non ti fossero noti i fasti di questi paesi, accennati nel Corriere Mercantile ora politico di Genova del 26 e 27 passato marzo, ed obliati dal diluvio dei nostri giornali, ti dirò che il giorno 19, appena qui giunta la notizia della sollevazione di Milano e Como, abbiamo spiegato una bandiera tricolore al porto lacuale così lunga che riportò il vanto sulle più prolisse bandiere che svolazzino in Lombardia; ci siamo incoccardati, abbiamo costituito un Comitato di salute pubblica, di cui il rispettabile sottoscritto venne eletto presidente; abbiamo attivata la guardia nazionale pel mantenimento dell’interna quiete.

«Tutto ciò nel giorno 19. Primo mio pensiero fu poi di giovarmi della natura topografica di questi luoghi, e delle gallerie che intersecano la strada militare, per disporre la cosa in modo che se i Gniba intendessero tornare alle loro tane per questa buffonescamente detta strada militare, vi trovassero morte e sepolcro ad un punto solo; venne accolta l’idea, ed in un lampo si diede mano all’opera adesso compiuta, per cui t’assicuro che, venendo da Lecco, si possa schiacciare dieci mila uomini prima che giungano a Bellano, e venendo dalla Valtellina ho le mie Termopili ad un punto detto la Caravina dove, senza nostra grave [p. 313 modifica]offesa, possiamo schiacciare ben ventimila uomini. Ho creduto sin da principio, e tuttavia credo che un tale spediente abbia meglio giovato alla causa comune che non col mandare questi uomini al piano, dove sarebbero stati sconfitti in campo aperto contro truppe regolari. Non si è però mancato di mandare a Milano una cinquantina di questi montanari, i quali adesso sono a Rezzato oltre Brescia di fronte al nemico; abbiamo avuto dall’arsenale di Lugano alquanti fucili di linea, e di mia mano ne ho armati i detti volontari, fornendoli di munizioni e confortandoli a portarsi da valorosi; parole non infruttuose, perchè oggi mi scrive un mio scrittore d’ufficio, che è fra quelli, con sensi così alti e fieri che mai non avrei sospettato in lui.

Abbiamo anche avute le nostre cerimonie, cioè marce militari per ravvicinare i corpi delle diverse comuni, ed accrescere il loro coraggio coll’idea dell’unione, la benedizione delle bandiere a Bellano, a Colico, a Perledo essendosi volonterosi prestati i Prevosti ec. ec. Tu forse riderai nel sentirmi così bellicoso, e non crederai che tanto siasi fatto qui, ma il represso amor di patria, e l’odio contro gli oppressori, fanno miracoli dovunque, e molto più fra gente svegliata d’ingegno e coraggiosa come questa. Dal 19 al 25 non ho fatto che lavorare di giorno e pensare di notte, e credetti di venire preso da una infiammazione di cervello, tanto mi bolliva.

La Commisaria in un batter d’occhio cambiò aspetto: un cassettone ove teneva le urgentissime e riservatissime d’ufficio, diede luogo alla polvere da mina, da cannone e da fucile, al piombo, alla mitraglia ed alle cartucce, non più alunni a scarabocchiare, ma gendarmi travestiti da cuoco e militari congedati a far cartucce, a fondere palle. Abbasso l’aborrito stemma di casa d’Austria e surrogato da brillante bandiera nazionale, cambiata la Commisaria in Comitato; due cannoni e sentinelle sulla porta.

La civica, cominciata prima a difesa interna, si organizzò in tutte le Comuni anche per respingere le orde nemiche; e senza quelli che sono partiti per Milano e Como, contiamo adesso 800 uomini armati di fucile, divisi per compagnie, e che si vanno addestrando al maneggio delle armi. Abbiamo 18 cannoncini di montagna coi rispettivi artiglieri, che si vanno esercitando sotto la condotta di un bravo ingegnere, il signor Pietro Giglio; e su tutte le alture, ove vennero ammucchiati sassi, sono assegnati i posti a quelli che non hanno fucili, organizzati in corpi di lapidatori che non attendono altro che i Santi Stefani, croati e tedeschi per esercitare le loro funzioni, e per schiacciare cogli scogli volanti gli scogli fuggenti di Radetzky, contro i quali, per buona sorte, non s’infransero i nostri Meneghini.

Mi assecondarono mirabilmente in queste pratiche disposizioni di guerra (ch’io trattai collo stesso diritto che permise a certi barbassori di scrivere di guerra senza aver mai sentito l’odore della polvere) oltre [p. 314 modifica]il detto ingegnere, l’altro ingegnere signor Emilio Buzzoni di Bellano; nei comuni il dottor Giuseppe Medici, ed i fratelli Felolo di Colico, il dottor Giacomo Venini di Varenna (quest’ultimo oltre al lavorare giorno e notte si espose con qualche migliaio di lire del proprio).

Tutta la popolazione indistintamente si alzò come un uomo solo al grido di guerra, e tutto è pronto. Ma, oltre agli anzidetti, si prestarono straordinariamente in Bellano i signori avvocati Marco Casanova e Giuseppe Lamperti, la ditta Gavazzi e per essa il suo agente Giuseppe Ronchetti, che unitamente a Bartolomeo Adamoli acquistarono il piombo ed armi della Svizzera, ed altrove, ed il sacerdote don Abramo Valsecchi; a Vendrogno il deputato Antonio Paretti, primo a portar coccarda da Como ove ritornò a battersi, e che tutti questi giorni fu in servizio della patria, scortando a Brescia la polvere comprata in Svizzera; in Esino quel curato don Giacomo Manzoni, a Corenno l’ingegnere Antonio Dell’Era, a Dorio Antonio Bettesa, a Dervio don Giacomo Schenardi, ma non finirei più se volessi accennare i meriti di tutti».


Pubblicato nel N. 22 del giornale «Il 22 Marzo», 16 aprile 1848.


Uno dei più bei nomi di Varenna in quel fortunoso periodo del 1848-49 è senza dubbio quello di Giacomo Venini. Nel museo civico di Como si conserva una lettera autografa di Giuseppe Venini, in data 13 dicembre 1847 diretta al cugino Giacomo nella quale accenna ai grandi avvenimenti che si preparavano.

Difatti egli scrive:

«Questo carnevale avremo alla Scala la Norma. Si trattava in Polizia di togliervi alcuni passi fra gli altri il coro Sgombra farem la Gallia ma il Crivelli si distolse da quest’idea dicendo che se non si fosse cantato sul palco si sarebbe cantato in platea e che di ciò si faceva egli stesso garante. Molte altre barzellette di questo genere si sentono tutti i giorni ma io non saprei ora ricordarmele. Spero in questo carnevale di vederne delle belle, e mi piacerebbe assai che tu pure fossi a Milano come credo che tu vorrai fare».

Nel N. 27 del giornale «Il 22 Marzo» del 22 Aprile 1848 si legge:

«Nel paese di Varenna situato lungo le sponde del Lario non devesi passare sotto silenzio il nome benemerito del cittadino Giacomo Venini. Non appena giuntavi la notizia della solevazione avvenuta in Milano, ogni cura pose nel disarmamento delle guardie di finanza ivi stazionate, non che nella organizzazione della guardia civica. Risvegliato nell’animo dei terrieri il vero amor nazionale, raccolse sotto la bandiera tricolore circa 44 uomini a difesa della patria fornendoli di vitto non che di denari. Non badando a fatiche, a disagi, a sacrifici, consumando ben anco le intiere notti attendendo la notizie patrie che venivano con ogni sollecitudine comunicate per opera sua a comitati di pubblica [p. 315 modifica]sicurezza di Menaggio, di Porlezza, Bellagio ecc. Infine lo zelo spiegatovi in tale emergente renderà caro quel nome alla Patria. Sia lode di amore al vero patriota Venini».

Nel mese di giugno del 1848 viene costituita la Legione Tridentina e nel «Ruolo di rivista indicante la presenza al corpo di ciascun individuo del 7 al 27 giugno 1848» vediamo che il numero 1 di ruolo è tenuto da Giuseppe Venini di Varenna ma domiciliato a Tione che in unione a Marchetti Dott. Giacomo e a Danieli Dott. Giovanni è indicato come istitutore della Legione.

Questo Venini già proprietario della vetreria di Varenna si era trasferito in Tione nel Trentino dove aveva impiantato un’altra vetreria. Non appena scoppiati in Lombardia i moti egli si pone alla testa del movimento di redenzione nel Trentino e pone subito sè stesso, i suoi operai ed i suoi averi a disposizione della Patria.

Fra i volontari di Varenna dobbiamo annoverare Vincenzo Marcionni che partecipò alle campagne del 1848 con le truppe del generale Garibaldi.

Dopo i rovesci dell’esercito piemontese, il comitato di pubblica difesa di Milano in data 1° agosto 1848 aveva decretato:

«È proclamata la leva in massa di tutte Guardie Nazionali mobilizzabili, cioè di tutti gli uomini atti a marciare dagli anni 18 ai 40.

La marcia comincierà non più tardi delle ore 24 dopo la pubblicazione del presente decreto nel comune, e sarà inaugurata dal suono a stormo delle campane, annunciatore ad un tempo di festa per un popolo ridestato al sano entusiasmo della guerra nazionale e di sterminio per il barbaro nemico.

Le destinazioni delle guardie nazionali mobilizzate sono regolate come segue: gli abitanti del distretto di Bellano, Introbbio, Canzo, Bellagio, Luino e Maccagno si porteranno a Lecco».

L’ordine della leva in massa giungeva a Varenna e a Perledo il mattino del 2.

Nella giornata del 2, il battaglione del distretto di Bellano si metteva in marcia, al comando del maggiore Bartolomeo Adamoli con bandiera in testa. A Varenna vi erano concentrati gli uomini di Esino, di Perledo e di Varenna.

Il prevosto di Perledo dopo aver tenuto una funzione in Chiesa agli uomini armati, ed aver loro fatto un discorso caldo di patriottismo, postosi alla loro testa li accompagnò fino a Varenna.

Altro magnifico esempio di sacerdote patriota, fu Don Enrico Ruspini, curato di Varenna, egli scese col Santissimo sul piazzale della Chiesa ed impartì la benedizione alle truppe partenti8. [p. 316 modifica]

La marcia da Varenna a Lecco benchè accompagnata da un acquazzone, venne eseguita in ordine. A Lecco le truppe pernottarono parte nell’oratorio di Pescarenico, e parte in un palazzo privato lungo la strada da Lecco a Pescarenico. Il mattino successivo venne compiuta l’adunata sul piazzale del teatro, ma stettero tre o quatto ore fuori in attesa di ordini.

Finalmente il battaglione si rimise in marcia, seguito da un carro contenente il pane e della polvere da sparo. A Olginate la colonna sostò per la confezione del rancio, venne anche fatta la paga (tre svanziche a testa per due giorni). Dopo proseguì sino nei pressi di Calco, dove incominciarono ad incontrare dei militari che provenivano da Milano e da Monza e che recavano brutte notizie.

Alla riva di Calco appresero che Milano era capitolata — la triste notizia produsse un effetto pernicioso sulla compagine del battaglione — si ruppero le righe, ed ognuno per la via più breve ritornò al proprio paese.

A Lecco durante la notte il comitato di pubblica sicurezza si era imbarcato con un battello alla volta di Menaggio per salvarsi in Isvizzera.

Questo racconto ci è stato fatto del già nominato Domenico Arrigoni che fece parte del battaglione.

Altro racconto che abbiamo raccolto dalla bocca d’un superstite, il commendatore Mario Manfroni, uomo coltissimo, già capo gabinetto del ministro Genala. Si tratta della fuga dal Trentino del Dott. Francesco Manfroni di Monfort di Rovereto, padre del Mario, uno dei capi del Governo provvisorio del trentino insorto. Avuta notizia dei primi rovesci egli fuggì con la propria carrozza conducendo seco la moglie e quattro teneri figliuoli. Fece tappa a Vestone, Ponte San Pietro e Lecco e giunse a Fiume Latte a domandare ospitalità alla famiglia Venini, essendo egli stato a Tione medico del Giuseppe Venini proprietario della vetreria.

Il Monfroni allora decenne, racconta di aver visto passare da Fiume Latte il battaglione della leva in massa, nel quale erano uomini armati nel modo il più disparato, pochi possedevano il fucile, la maggior parte avevano badili e gravine.

Il dott. Francesco Manfroni avvenuta la sollevazione del Trentino si era recato a Valeggio per domandare al re Carlo Alberto truppe per l’occupazione della sua patria, ma ne ebbe un rifiuto, ed egli amareggiato si ascrisse al partito mazziniano. A questo proposito conviene qui accennare che Carlo Alberto non intendeva estendere il movimento al Trentino, allora appartenente alla Confederazione Germanica, per non crearsi nuovi nemici. [p. 317 modifica]

Dopo essere rimasti a Fiume Latte otto giorni ospiti della famiglia Venini, i Manfroni, notte tempo s’inbarcarono per Menaggio e quindi ripararono in Svizzera dove il dott. Francesco trovò una condotta medica a Giornico di Val Leventina. E rimase colà sino all’amnistia.

Con la colonna seconda dei volontari comaschi che operò nel Tirolo eranvi di Varenna Giuseppe Venini, caldo patriota del quale si è già detto che da più anni era stabilito a Tione, dove possedeva una fabbrica di vetrerie, e Pietro Carganico. Questa colonna, che prese anche il nome di Colonna Arcioni, una volta giunta nel Tirolo si uni alla colonna Longhena ed insieme proseguirono per Stenico e per le Sante.

L’ingegnere Venini venne nominato organizzatore capo della Legione Tridentina. Di lui così scrive il colonnello Bonorandi: «a mezzogiorno eravamo a Balino ed invece di trovarvi i corpi che al nostro arrivo dovevano inoltrarsi abbiamo notizie del valoroso e degno di ricordarsi da tutta Italia, il cittadino Venini milanese stanziato a Tione»9.

Nella colonna dei volontari comaschi vi era Pietro Carganico di Varenna, che venne a trovarsi con la compagnia d’avanguardia della colonna che mosse all’attacco degli Austriaci10.

Nei registri del battaglione comasco costituitosi nel 1848 troviamo altri due Venini di Varenna: il caporale Venini Mardocheo, ed il soldato Venini Giorgio. Nello stesso battaglione troviamo ancora i seguenti di Varenna: Carganico Giov. Battista e Pensa Domenico.

Questo battaglione si formò in Como ai primi di luglio; era comandato dal maggiore Cesare Bagolini e prese parte con la divisione Visconti nelle operazioni di guerra con l’esercito piemontese.

Avvenuto il disastro delle truppe piemontesi e lombarde, gli abitanti di Varenna s’illusero di poter ancora arrestare o ritardare il ritorno degli Austriaci, e si dettero a costrurre alcune opere di fortificazione. Gli uomini di Gitana formarono un parapetto al disopra della galleria di Morcate, e vi ammucchiarono sassi e macigni per rotolarli sulla strada in caso di passaggio del nemico. Una barricata venne eretta fuori di Varenna sulla strada di Fiume Latte.

Ma furono tutti sforzi vani: dopo pochi giorni gli Austriaci sbarcarono a Varenna, e una delle loro prime visite fu per il curato il Rev. Ruspini che sapevano di sentimenti liberali, e gl’incussero tale spavento da impazzire poco dopo.

Il 4 agosto transitava da Varenna la guardia nazionale di Colico diretta a Lecco.

In un elenco di spese sostenute dal Comitato di Pubblica Sicurezza di Bellano troviamo le seguenti: [p. 318 modifica]

A Vitali Giov. Antonio di Bellano per vino somministrato alla guardia civica di Varenna L. 10,00.

A Ronchetti Baldassare per mezza brenta di vino somministrata alla Guardia Civica di Perledo L. 5:2:6.

Per polvere da sparo somministrata al comune di Perledo L. 77:5:6.

Alla compagnia di Esino per giornate consunte per la sorveglianza delle gallerie (minatori con polvere) L. 51:8.

Nell’elenco dei componenti il battaglione volontari Studenti organizzato in Milano nel 1848 troviamo i seguenti due di Varenna: Pietro Fumeo e Lelio Mornico.

Fra quelli che ebbero noie al ritorno degli Austriaci vi furono i fratelli Lelio e Carlo Mornico, i quali ardenti di amor patrio tenevano nella loro casa riunioni di liberali. Ma uno dei congiurati, l’amministratore della casa, li tradì, ed un giorno approdò a Varenna un vapore con dei soldati austriaci che provenivano da Bellagio. I Mornico appena scorti i soldati, intuirono il pericolo, e senz’altro pensarono a porsi in salvo: uno dei fratelli, Lelio s’inerpicò sui monti, e riuscì a fuggire; ma l’altro Carlo, essendosi indugiato alquanto per nascondere i documenti dentro la peschiera, si trovò nella casa, quando questa era già circondata. Ma ebbe una felice ispirazione, poichè vi erano dei muratori che lavoravano nella villa, egli rapidamente si buttò sulle spalle una giacca di uno di essi ed in testa un loro cappello, e con la pipa in bocca uscì della villa, passando davanti ai militari che la circondavano. E così potè porsi anche lui in salvo11.

I Mornico avvenuta l’amnistia ritornarono a Varenna, ma Carlo che era il notaio, non potè più esercitare la sua professione sino al 1860, perchè continuamente sospettato.

Molti altri fuggirono da Varenna al ritorno degli Austriaci. In una nota della Delegaz. provinciale di Como pubblicata il 26 gennaio 1849, e nella quale si intimava agli assenti senza autorizzazione di far ritorno immediato in patria, troviamo i seguenti nomi di Varenna: Brenta Gerolamo, Nasazzi Carlo, Campioni Carlo, Greppi Luigi, Balbiani Luigi, Balbiani Giuseppe.

Nel 1848 Varenna ospitò il Cav. Dott. Luigi Bellati pretore di Morbegno il quale venne condannato al confine perchè denunciato come sospetto di liberalismo. Vi rimase in punizione fino al 1859 e poi vi prese liberamente domicilio.

Fu per molti anni sindaco di Varenna amato e stimato. Sposò Antonia Venini e fu padre dei due tenenti generali Giuseppe ed Emilio Bellati.

Dalla Gazzetta di Venezia del 5 dicembre 1848 ricaviamo la seguente notizia: [p. 319 modifica]Lelio Mornico [p. 320 modifica]

«Raccontasi d’un fabbro-ferraio di Varenna al quale venne fatta una perquisizione e trovandosi tra i suoi ferri vecchi una baionetta rosa dalla ruggine, fu preso a fucilate».

Per quante ricerche si siano fatte, non ci è stato possibile appurare la veridicità di questa notizia.

Col ritorno degli Austriaci non si spense nei paesi del lago di Como la fiamma dell’amor di libertà.

Nella valle d’Intelvi il pensiero divenne azione per opera di un valoroso, Andrea Brenta, nativo di Varenna. Nacque costui nell’anno 1811 da umile famiglia di barcaroli, della sua vita giovanile sappiamo poco o nulla: abbiamo soltanto rilevato dai registri della pretura di Bellano che nell’anno 1829 un certo Giuseppe Lavelli di Varenna venne imputato di percosse, insulti e ingiurie a danno di Andrea Brenta, figlio di Giacomo.

Nel 1833 egli si era trasferito ad Argegno con la famiglia per esercitare la professione di oste e fornaio. Nel 1848 alle prime notizie dell’insurrezione di Milano Andrea Brenta corse a Como dove subito si d stinse nelle fazioni per scacciare gli Austriaci dalla città. Seguì quindi, secondo il Venosta12 le armi piemontesi al di là del Mincio, ove rese buoni servizi al commissario di guerra Ferranti, ed espose coraggiosamente la vita per salvare alcuni magazzeni di vettovaglie nella ritirata di Somma Campagna. Dopo i rovesci delle nostre armi lo troviamo con l’esercito piemontese ad Alessandria, si unì quindi a Garibaldi e quando le truppe garibaldine si sciolsero egli emigrò nel Canton Ticino.

Fu allora che prese contatto con Mazzini e ne subì l’ascendente - Inscrittosi nel comitato insurrezionale di quando in quando egli audacemente varcava il confine e si spingeva fino Como per divulgare i proclami del Comitato.

Nella seconda metà del mese di ottobre A. Brenta forse spinto dal Mazzini, con alcuni compagni si aggirava per la valle d’Intelvi allo scopo di sollevarne gli abitanti. Gli Austriaci venuti a conoscenza della cosa, mandarono da Como ad Argegno, in battello, un reparto di truppe che giunse il mattino del 26 ottobre nella valle. Il Brenta mosse incontro agli Austriaci e appostò i suoi uomini parte al di là della chiesa di San Pietro di Dizzasco e parte a Sant’Anna sulla strada che conduce a Schignano.

Col Brenta trovavasi l’avv. Giuseppe Piazzoli che si era posto a capo degli insorti della valle. Quando gli Austriaci furono a portata di tiro, incominciò lo scambio di fucilate; il combattimento fu breve, perchè gli Austriaci credendo che i loro avversari fossero in numero considerevole, e spaventati dalle grida dei valligiani che si [p. 321 modifica]approssimavano dai monti circostanti, si ritirarono precipitosamente, e s’imbarcarono nuovamente sullo stesso vapore col quale erano venuti.

Nei giorni seguenti venne da Lugano molta gente guidata da Apice, Arcioni, Federici, Parravicini, Fossati e si avviarono tutti verso il Bisbino e sui monti di Schignano.

Nella Gazzetta di Venezia del 15 novembre 1848 si legge la seguente notizia:

«Nelle prime tre notti d’insurrezione si videro fuochi sul Bisbino, sul San Bernardo (pendici del Bisbino) sui monti di Tremezzina, di Lecco, di Varenna e di Chiavenna».

Abbiamo una lettera di A. Maraini da Lugano diretta ad Enrico Guicciardi a Novara in data del 23 febbraio 1849 nella quale gli dà consigli sulla guerra ed offerta d’armi e da cui si vede che il Guicciardi era allora in corrispondenza col Brenta fuggitivo in Svizzera. Riportiamo questa lettera molto interessante per le notizie che dà sulla situazione del lago:

«Ho ricevuto la sua diretta al Brenta che era già partito per costì e m’accingo a rispondere perchè mi avvedo che il Brenta ha fatto forse troppo facili le cose . . . . . . . . . . . . . . . . .

I vapori, austriaci, s’intende, sono stabiliti come segue: uno a Colico e l’altro a Lecco esclusivamente in servizio militare sempre occupati da un distaccamento di 40 uomini; il Veloce poi fa il viaggio del lago da Como a Colico come si faceva nei tempi andati solamente che ha sempre a bordo un distaccamento di 35 soldati, e nessuno può entrare o sortire senza essere visitato.

Tutti e tre i piroscafi non hanno cannoni a riserva dei piccoli pezzi per gli spari d’uso. A Como vi ha costantemente una guarnigione di 3000 uomini circa quasi tutti Croati, a Lecco 800, a Varenna 100, a Colico 200, a Bellano 200.

In Valtellina vi sono 10 compagnie. L’altra sponda del lago cioè quella di Domaso Menaggio è sempre sguarnita di truppe di linea e non vi compaiono che gendarmi e guardie di finanza a piccoli distaccamenti.

Una discesa sul lago di Como sarà un bel colpo strategico, ma non bisogna tentarla se prima non è attaccata la linea del Po e del Ticino. La popolazione non è disposta a muoversi se non quando vedrà un colpo sicuro e deciso essendosi già abbastanza compromessa...»13.

Il Mazzini nella lettera da Lugano ad Antonio Binda a Torino in data 8 novembre 1848, con l’animo amareggiato dà notizie del fallimento del moto insurrezionale a causa della precipitata e fallita azione in Val d’Intelvi. (Che Mazzini dice incominciata 4 giorni prima del fissato)14. [p. 322 modifica]

Gli Austriaci costituito un considerevole corpo di truppe rinnovarono questa volta, con più fortuna, il tentativo di domare la rivolta.

Guidati da alcuni traditori, per nascosti sentieri, essi poterono sorprendere le scarse forze che difendevano il Bisbino, e quindi di là passare in Valle Intelvi, dove si dettero a saccheggiare quelle povere abitazioni. L’osteria del Brenta venne incendiata, così venne tolto alla sua famiglia ogni mezzo di guadagno.

Dalle poche carte relative ai moti di Valle Intelvi, che si conservano nel museo civico di Como rileviamo che Giovanni Venini di Varenna il 27 ottobre elargì alla cassa del Comitato della Valle Intelvi N. 2 pezzi da 20 franchi, 8 quarti di Genova e 40 svanziche, in tutto L. 244.

Il Brenta cercava rifugio in Svizzera, ma il governo federale cedendo alle ingiunzioni di Radetzky gli intimava di abbandonare il territorio della confederazione. Dopo una sequela di dolori, di miserie e di stenti d’ogni maniera, il Brenta saputo che il Piemonte preparava una nuova guerra contro l’Austria, scese dalle montagne dove s’era tenuto celato e si recava a Torino. Là ricevette istruzioni da quel Comitato dell’emigrazione italiana e ripartì per i suoi paesi a suscitarvi l’insurrezione.

Giunse a Como e fu fra i capi della rivolta. Il 29 marzo 1849 mentre nella città si respirava aria di libertà capitò nella piazza di Como un commissario austriaco.

Il Brenta sopraggiunge lo arresta, e gli fa scrivere questo biglietto al Colonnello comandante le truppe di Varese: * Non venga a Como la città essere tutta in arme, il popolo deliberato a battersi, o vincere o morire»15.

Rioccupata Como dagli austriaci ritornò nella sua valle dove radunato un pugno di giovani, una trentina circa e fra questi qualcuno della compagnia Dolzini che si era sciolta in quei giorni, con questi pochi si apparecchiava ad una animosa difesa, quando nelle feste di Pasqua del 1849, sull’albeggiare, i traditori introdussero un nuvolo di croati e di sgherri nell’abituro in cui si teneva celato, i quali lo arrestarono con due suoi fidi. Furono questi Giovanni Battista Vittori di Saltrio e Andrea Andreetti di San Fedele.

Sottoposti ad un consiglio di guerra furono i tre compagni condannati alla fucilazione. Altri quattro dei suoi erano prima del Brenta caduti nelle mani degli austriaci, dei quali due erano stati fucilati, due graziati.

Ecco la notificazione delle condanne: [p. 323 modifica]


NOTIFICAZIONE


Andrea Brenta, nativo di Varenna, provincia di Como, d’anni 37, cattolico, ammogliato e padre di nove figli, di professione oste:
Giovanni Battista Vittori, di Saltrio, provincia di Como, d’anni 28, cattolico, celibe, falegname di professione, ed
Andrea Andreetti, di San Fedele, Provincia di Como, d’anni 27, cattolico, celibe, di professione carrettiere,


convinti, dietro i fatti raccolti in parte nella loro confessione in parte da testimoni, il primo di aver preso parte alla insurrezione della valle Intelvi sul finire dello scorso anno, essendosi portato colle armi alla mano contro l’I. R. armata austriaca d’essersi, nel marzo prossimo passato, durante la breve assenza della truppa austriaca, recato a Como d’ordine del marchese Raimondo e Nessi per distribuire proclami rivoluzionari armi e munizioni nella provincia - e di avere imposte delle contribuzioni in diversi comuni: gli altri due - d’essersi trovati in compagnia del Brenta, non solo quando il medesimo si permise d’imporre le contribuzioni forzate, ma ben anche all’atto del loro arresto, in possesso sempre d’armi e munizioni, vennero tutti e tre, per sentenza del giudizio statario del giorno 11 aprile 1849, in causa di partecipazione a sommosse con armi, intelligenze col nemico, diffusioni di proclami rivoluzionari, contribuzioni violentemente imposte, detenzione e spedizione di armi e munizioni, secondo il senso del proclama 10 marzo 1849 di S. E. il feld-maresciallo conte Radetzky, condannati a morte mediante la fucilazione che venne sopra di essi oggi stesso eseguita16.

Como 14 aprile 1849 Firmato Poppovich, colonnello.

Sulla morte del Brenta si sono pubblicati molti particolari che esaltano la sua bella figura.

Gaetano Ferrabini così descrive gli ultimi istanti della sua vita:


«Brenta, il caldo patriotta, l’iniziatore di quell’insurrezione andò incontro alla morte da coraggioso ed intrepido siccome aveva vissuto. Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano della Camerlata, stringendo la Croce, simbolo del comune riscatto, rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria nostra, e moriva come muojono gli eroi, ricusando aver bendati gli occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: Viva l’Italia! Lo stesso ufficiale austriaco che dovette comandar fuoco sopra [p. 324 modifica]di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe voluto ad ogni costo salvare la vita di quel magnanimo. Mentre veniva tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire, così francamente parlava il Brenta: «Taci e tienti contento, che anche tu hai fatta la tua parte!».


Un altro racconto che sembra veritiero è contenuto nella seguente lettera:


Como il 1° luglio 1849     

Caro G.

Onorato dell’incarico d’assumere alla sorgente i particolari del martirio dello sventurato patriotta Brenta, eccomi a dartene veridica informazione, della quale mi offro a sostenerne a spada tratta l’autenticità in luogo di colui che fu parte integrante alla scena, il quale vuole per certe sue ragioni godere riservatezza del nome.

Io considererò il povero Brenta sotto il triplice aspetto di padre, di cristiano e di eroe. Padre, fu incessantemente occupato dal pensiero de’ suoi figli; esso dispose con caratteri propri dello scarso peculio sfuggito a caso dalla vendetta e dalla rabbia de’ suoi nemici; cristiano depose con umile rassegnazione al ministro di Dio le sue colpe, e ne sentì religioso dolore; eroe sfidò collo sguardo i suoi carnefici, senza neppur degnarli di una parola. Nessuna specie d’insulto gli fu risparmiato chiamandolo con derisione: generale capobrigata ecc. non disgiunto dagli addiettivi: assassino, ladro, ecc.

Non mai rispose alle lusinghevoli parole colle quali tentavasi di strapparli il nome di qualche complice. Lettagli la sentenza che ascoltò con magnanima fermezza, quasi l’interruppe sulle ultime parole esclamando: «Ed i miei nove figli?» e spassò in giro lo sguardo sugli astanti; non parlando il comandante, nessuno parlò. Ripetè più fieramente, rompendo quel crudele silenzio, anco una volta quelle magiche parole, senz’altro effetto fuor quello di farsi accostare il confessore, che con blande parole e colle lagrime agli occhi gli moderò quella modesta sollecitudine...

Fu condotto al luogo del martirio taciturno e franco.... ginocchioni recitò l’ultima prece... (oh! salga al cielo); col prete cambiò poche parole degl’interessi di sua famiglia... ebbe bendati gli occhi... già s’allontanavano tutti per lasciar luogo all’esecuzione, quando ancora la sua voce parve chiamare il sacerdote: questi s’accosta, ed anche il comandante, il Brenta; l’apostolo, l’angelo.... disponeva degli abiti che indossava. Una tale particolarità mostra a qual punto giungesse la presenza del suo spirito. Non posso più dirti, mi si spezza il cuore.

A chi volle fare dell’infelice un triste ritratto, colga la maledizione; essi, inscienti della condotta estrema di quell’infelice, dipingendola a [p. 325 modifica]neri colori, mostrarono il proprio ritratto, vollero in altrui vedere rappresentata la propria viltà e ributtante scostumatezza. Cosa che il confessore potè dire senza mancare al proprio istituto, onora all’ultimo grado il martire, assicurando di aver perdonato ai suoi nemici e d’essersi fatto scrupolo di poter pronunciare un’accusa contro il suo simile.

Nel suo processo ha sicuramente mantenuto quella costanza d’idee che mostrarono i suoi principi nella sua carriera, e che punto non ha smentiti, anzi illustrati colla sua morte. I particolari del suo processo, cui è affatto impossibile di conoscerli, dovendosi in tal proposito interpellare il comando militare e dal quale per nessuna ragione si potrebbero ottenere.

Il tuo L.     


Felice Venosta racconta anche quest’altro episodio.

Saputo il Brenta che la moglie e i figli si erano recati dal Colonnello Pappovich chiedendoli la sua vita disse: «non avrei accettata la grazia da un tedesco, i miei figli mi vendicheranno».

Gabriele Camozzi così scrive del Brenta:

«Questo maestro era in età di 37 anni, alto di statura di lineamenti risentiti e severi, aspro di modi, ma leale e aperto, sapeva farsi amare da chi era in condizione più elevata della sua, e l’obbedivano volentieri i suoi compagni. Senza avere fatto studio possedeva le teorie della guerra d’insurrezione e le applicava all’azione con estremo coraggio e sangue freddo17.

Inflessibile nei disastri, alla ridente fortuna ineducato, egli non vide da giovane ed amò che la propria indipendenza, e da gran tempo aveva compreso che questo suo voto era solidale coi suoi fratelli; ogni sua azione aveva quindi per movente e per meta la cacciata dell’austriaco dalla Patria. Altra politica non conosceva e non curava. La sua memoria passerà ai posteri benedetta».

In una delle tornate del circolo federativo nazionale di Torino, il socio Mazzoldi, letto all’assemblea l’articolo della Concordia che narrava la fucilazione dell’intrepido lombardo Andrea Brenta, proponeva che si iniziasse una colletta presso tutti i circoli e presso il popolo a favore della superstite famiglia del Brenta composta dalla vedova e di nove figli minorenni. La proposta veniva accolta con magnanimi applausi e si nominava una commissione per stendere la relativa circolare.

Il socio segretario Ferrari, nominato relatore della commissione, dava lettura della circolare che veniva votata per acclamazione. Nella [p. 326 modifica]stessa sera si raccoglieva nel circolo una somma prodotta dalla vendita di un opuscolo politico, offerto da alcuni soci per la famiglia del Brenta.

Vennero invitati i giornali liberali a produrre la seguente circolare e a raccogliere le offerte, che dovevano essere versate nella cassa del Circolo per essere rimesse alla famiglia del Brenta.


Ai Circoli politici democratici ed al generoso popolo Italiano.


La causa della nazionale indipendenza, alla quale sono rivolti i pensieri e le speranze di tutti coloro che amano santamente l’Italia, deve toccare il suo trionfo, fecondata com’è dal sangue di tanti martiri: questo evangelico principio passerà, come tutte le verità di Cristo, attraverso i secoli in onta alle persecuzioni che, cominciate sul Golgota, avranno fine soltanto allorquando Iddio crederà di premiare anche su questa terra i suoi fedeli. I martiri della nostra libertà si succedono l’un l’altro coraggiosi e grandi come ne’ primi secoli della Chiesa si succedevano quelli che testimoniavano col sangue la verità e l’indefettibile divinità della fede. Per quanto noi, o confratelli di sventura e di speranze, vi segnaliamo con dolore insieme e con orgoglio una novella vittima, Andrea Brenta ora fucilato in Como: animo ardente, cuore riboccante d’affetti per la patria, fede a tutta prova, coraggio militare non domo dai disastri o dalle fatiche, quell’uomo cadeva gridando la santa parola: Viva l’Italia! I suoi carnefici impallidirono alla costanza, alla ilarità di un uomo che moriva lieto e felice, anche lasciando una moglie e nove figli nella miseria. Ma l’Italia deve adottare la vedova e gli orfani di colui che cadde vittima d’espiazione per le colpe e la codardia di molti, e per la nostra debolezza. Non invano noi facciamo appello alla vostra carità perchè il soccorso degli amici della patria non lasci languire fra le lagrime e la fame la famiglia d’un eroe e d’un martire.

Non la sola pietà ci deve commuovere a soccorrere la sventura. È questa una testimonianza che tutta l’Italia deve porgere alla santità dei principi democratici, alla fede giurata, all’indipendenza cui aspiriamo. I figli di Roberto Blum furono compianti e soccorsi dall’Europa intera. L’Italia sarà ella da meno delle altre nazioni? Ugual costanza, ugual causa, ugual martirio coronarono Andrea Brenta. I suoi figli ci devono esser sacri. In aspettazione del giorno in cui le nazioni ci mireranno tutti concordi e serrati sul campo di battaglia, dimostriamo almeno che siamo concordi negli affetti e nelle convinzioni. I tiranni hanno innalzato monumenti ed assegnato ricchissimi censi ai vili che loro prostituirono la fede che caddero per loro: i soli figli della libertà soggiaceranno all’onta dell’ingratitudine! Ogni circolo, ogni giornale, ogni vero Italiano si faccia banditore di quest’opera di carità. Il nostro denaro non varrà a restituire ad un’orba famiglia quel capo diletto: valga almeno ad abbreviarne i disagi. Questa unità d’amore, questo debito [p. 327 modifica]di gratitudine che noi porgiamo alla memoria di un martire, dicano alla vedova ed ai figli: Su questa terra infelice sonvi milioni di uomini che si dolgono ai vostri dolori che vendicheranno quel sangue, e quando la patria erigerà un tempio ai Valorosi ed ai santi, segneranno fra i primi il nome di Andrea Brenta18.

Ferrari, relatore.     


(Dalla Democrazia italiana).

Per indurre il governo a pensare alla misera famiglia dell’eroe nel N. 191 del giornale «Il Pungolo» del 29 dicembre 1859, veniva pubblicata la seguente poesia:


LAMENTO

d’una figlia del povero Brenta.


O Pellegrin che passi per la via,
     La mia povera storia vuoi saper?
     Io son di Vall’Intelvi in Lombardia
     E fu mio babbo della valle ostier.

Nel quarantotto sventolò il vessillo
     Che portava dipinti i bei color,
     E per la valle risuonò lo squillo
     Delle patrie vendette annunziator.

Ma fu breve la pugna e sfortunata
     E il padre mio fu fatto prigionier,
     Trascinato sul pian di Camerlata
     Il piombo lo finì dello stranier.

Il paterno mio tetto m’han bruciato
     Ed era bello e degno d’ospitar,
     Il mio babbo me l’hanno fucilato,
     Pellegrino! è una storia da straziar.

Interrogati i parenti del Brenta che vivono tutt’ora a Varenna ed i vecchi del paese si sono potute raccogliere le seguenti notizie che costituiscono la tradizione della famiglia.

Il Brenta prima di morire avrebbe chiesto un vicario, ed avrebbe gridato tre volte Viva l’Italia! Dopo la sua fucilazione venne sepolto sul luogo del supplizio e cioè a Camerlata, ma dopo qualche giorno il suo corpo venne portato a Como. Aveva ancora il padre, il quale si recò al [p. 328 modifica]luogo del disseppellimento, ed avrebbe voluto portare con sè qualche oggetto del figlio ma gli fu vietato. Un fratello di Andrea Brenta di nome Pietro si arruolò nelle truppe di Garibaldi, e due suoi nipoti Pietro e Andrea figli di Giacomo si arruolarono nel 66 anche con le truppe di Garibaldi.

Varenna intitolò una piazza al nome del prode suo figlio e noi formiamo l’augurio che sia anche ricordato con una lapide.

Nel 1879 in occasione del trentesimo anniversario dell’audace ma sfortunato tentativo del Brenta venne inaugurata in Valle Intelvi la seguente lapide della quale vennero cancellate due parole perchè contenevano un ingiusto giudizio sull’opera del re di Sardegna.


per ..... e fortuna austriaca
frustrata la rivoluzione lombarda
eroica riscossa tentavano nell’ottobre 1848
in nome del popolo
andrea brenta e commilitoni
valligiani esuli profughi ungheresi
l’associazione comense dei reduci e cittadini
il 14 aprile 1879
anniversario trentesimo
martirio generosi insorti
spenti a camerlata da fucile croato
questo ricordo inaugura
esempio al nipoti di amor patrio
segno di fratellanza fra gli oppressi
gloria di queste termopoli vall’intelvesi


Altra bella figura di patriota di Varenna fu Pietro Carganico. Dopo il fallimento dei moti di Valle Intelvi Pietro Carganico con Fermo Coduri, Modesto Gavazzi, il Prof. Pietro Nessi, Felice Turri e i due fratelli Zanelli da Cremona riparò in Svizzera. D’accordo col Mazzini che era a Lugano, venne preparata la spedizione del Bisbino alla quale partecipò anche il Carganico. La spedizione che ebbe luogo il 1° novembre, come abbiamo visto abortì al suo inizio. Il Carganico e gli altri dovettero rientrare in Svizzera19.

Dobbiamo ricordare anche Luigi Pirelli di Domenico, falegname, il quale era stato denunciato perchè teneva in casa i cannoncini da salve per i battelli e per le regate e alcuni fucili. Gli Austriaci avevano circondato la sua casa per arrestarlo, ma egli riuscì a fuggire ed a ripararsi sul monte sopra Vezio. [p. 329 modifica]

I più vecchi ricordavano anche una donna certa Elisabetta Scanagatta soprannominata la Bett del Zajacum, la quale volle armarsi e partire con le guardie nazionali.

Abbiamo poco fa parlato di Giuseppe Venini di Varenna organizzatore della Legione Tridentina: egli dopo poco venne nominato maggiore comandante della legione, e quando sopraggiunse il rovescio dell’esercito Lapide ricordante il moto di Valle Intelvipiemontese i corpi volontari dovettero sciogliersi in gran parte, la legione passò in Piemonte, e la troviamo nel mese di novembre 1848 in Alessandria sempre al comando del maggiore Venini. Nel marzo del 1849 la legione venne convertita in un battaglione di bersaglieri, il 7°, e rimase a far parte della Legione Lombarda.

Infine segnaleremo il nome di un’altra notevole figura di soldato e patriota, quello di Giorgio Greppi figlio di Giovanni di Varenna. [p. 330 modifica]

Animato d’amor patrio, ispirato anche dal pensiero di vendicare il maggiore fratello Luigi che non avendo potuto sfuggire all’arruolamento austriaco era morto di malattia nelle carceri d’oltre alpe, vittima dei suoi sentimenti d’italianità, il giovane Giorgio nel 1848 sfuggì alla leva austriaca, passando nascostamente in Svizzera e di là in Piemonte con altri compagni, la cui romanzesca fuga è sotto altri nomi descritta in un emozionante capitolo del Piccolo mondo antico del Fogazzaro.

L’avvocato Giacomo Venini che abbiamo già nominato, amicissimo del Greppi fu l’organizzatore dell’esodo di questi giovani.

Appena giunto in Piemonte Giorgio Greppi si arruolò come semplice soldato e prese parte a parecchi fatti d’arme delle campagne del 1848-49. Fece una brillante carriera ed avremo quanto prima occasione di riparlarne.

Il 3 agosto 1848 arriva in Varenna il maggiore Riccardo Ceroni dello stato maggiore generale, addetto al Comando militare della linea Stelvio-Tonale. Da quì scrive la seguente lettera al Comitato di Pubblica Sicurezza di Sondrio:

Varenna 3 agosto 1848     


Riccardo Ceroni maggiore dello S. M. Generale


Al Comitato di P. S. in Sondrio.


Sono quì dalla mezzanotte scorsa. Al mio arrivo e lungo la via raccolsi dovunque voci di all’arme, qualche lettera che qui trovai le confermavano, una tra le altre, senza data, ma col bollo della posta di Milano del 2 corrente diretta alla signora Francesca Venini diceva «siamo agli estremi della nostra sorte. Si dice che dovremo tutti allontanarci da Milano fra pochi momenti. Voglio sperare che l’allarme sia superiore al bisogno, ieri sera tutti erano contenti, questa mattina lo scoraggiamento è agli estremi».

Non so quanta fede possa darsi a questo corrispondente che non conosco. Notizie ufficiali recenti qui non ne sono pervenute e l’ispettore di P. S. signor Giacomo Venini è d’altronde assente per esser partito ier l’altro per la capitale. È atteso a quanto mi assicurava sua moglie col vapore ed io lo starò aspettando. Intanto faccio partire per Milano il mio aiutante con lettera per quel comitato di P. S. Se l’ispettore arriva col vapore mi concerterò secolui intorno ai provvedimenti da prendersi per la difesa del lago da Colico a qui: ho già veduto dei piccoli cannoni e potranno servire per armare qualche barcone........

P. S. sono le due pomeridiane e il signor Ispettore Venini non è di ritorno. Il Deputato Cavalli è in questo momento a segare il fieno nei suoi poderi, parlerò dunque coll’altro deputato Carganico per la difesa di Colico. [p. 331 modifica]

Vedrò se da Bellagio o dai dintorni di Como potrò mandare qualche cannone pel Mortirolo facendolo requisire in quelle ville»20.

Alla notizia di parziali successi ottenuti dalle bande rivoluzionarie nel settembre del 1848 il Mazzini che si trovava a Lugano chiamò a sè Gabriele Camozzi e Vittore Tasca per eccitarli a penetrare con gli amici nelle valli bergamasche, ove, a suo dire, sarebbero riusciti a secondare l’impresa dell’Alborghetti e colla influenza e popolarità di cui godevano a far insorgere la provincia tutta. Camuffati da operai muratori, ma portando indosso due pistole cariche e due pacchi di proclami rivoluzionari, i due nostri emissari di Mazzini lasciarono Lugano la notte sopra il 1° novembre accompagnati da due brave guide bergamasche. Traversato Porlezza e Menaggio e tragittato il lago giunsero a Varenna. Non entrarono in Lecco che sapevano occupato da un presidio austriaco, ma per i monti si avviarono verso Calolzio ed Almenno21.

Dalle carte relative alla Cassa insurrezionale annesse alla Relazione Rosati22 si rileva come Giovanni Venini fosse in quei giorni alloggiato a Lugano all’albergo svizzero N. 16.

In un documento del rendiconto Venini leggiamo: Denari ricevuti dal Signor Venini Giovanni nella prima giornata dell’attaccamento nella valle d’Intelvi, state consegnate al sottoscritto Lire 75. Diconsi lire settantacinque milanesi le quali hanno servito per pane, formaggio, acquavite polvere e capsule di diverse specie, più lire sette assegnate al Rossini.

Altre lire 14 assegnate al Colombo Giovanni con altre lire sette e soldi quattro consegnati al Brenta.

Il 29 ottobre il Brenta riceve sul fondo Mazzini lire 28,10 ed il 30 la somma di lire 50. Il 27 novembre dal Venini il Brenta riceve la somma di un quarto di Genova.

Il 27 ottobre il comandante Carlo Federici in S. Sesino riceve da Giovanni Venini N. 4 pezzi da franchi 20, lo stesso giorno il Venini versa alla cassa altri due pezzi da 20 franchi, 8 quarti di Genova e 40 svanziche in tutto L. 244,6. Il giorno successivo la cassa paga al Brenta la somma di lire 30.

Giova qui ricordare che Alfonso Mornico di Varenna servì come sergente nella 1° Legione italiana costituitasi sotto la Repubblica Romana nel 1849, e fino al 3 luglio di quell’anno.

Nei tristi anni della dominazione austriaca in un elenco delle persone soggette a politica sorveglianza nell’anno 1854 troviamo Locatelli Giacomo d’anni 46 contrabbandiere di Perledo implicato nel processo per alto tradimento per la sommossa in Valle d’Intelvi nel 1854. In [p. 332 modifica]corrispondenza del suo nome nei registri della polizia vi era la seguente annotazione: «Scarcerato ma non emessa a suo favore la dichiarazione di mancanza di legali indizi nell’imputatagli complicità. Individuo d’altronde pregiudicatissimo per antecedenze sofferte e pei sentimenti dimostrati sempre avversi al legittimo imperante governo.

Il 23 settembre 1854 l’Intendenza di Finanza di Brescia redige una nota per la sorveglianza contro gli «agenti delle mene rivoluzionane» che hanno in Isvizzera il centro d’azione e contro l’introduzione dei loro «libelli incendiari».

Nella nota troviamo questi nomi di Varennesi: Tenca Giovanni e fratelli, e Lavelli Bernardo.


CAMPAGNE DEL 1859-60-61

Il commissario di Polizia Moroni di Como in una sua ordinanza in data 15 maggio 1859 diretta al comandante di Piazza, e contenente un elenco di pregiudicati politici da arrestare in caso di sommosse, fa ancora il nome di Locatelli Giacomo di Perledo d’anni 46 contrabbandiere. Egli come abbiamo visto era implicato nel processo per alto tradimento per la tentata invasione dell’anno 185423.

La primavera del 1859 portava sulle rive del lago fresche aure di libertà. Dopo la ritirata degli Austriaci, una delle prime disposizioni del comando piemontese, fu quella di far affluire a Como tutte le imbarcazioni del lago.

I barcaiuoli di Varenna andarono a Como con 34 barche e battelli, e vi rimasero dal 19 al 23 giugno.

L’ordine venne trasmesso a Varenna pel tramite del Comitato di Pubblica Sicurezza di Como il quale in data 31 maggio 1859 emanava la seguente ordinanza:


in nome di S. M. Vittorio Emanuele II

Re Costituzionale


Nell’ufficio del sostituto Regio Commissario Dr Mezzera

Bellano il 31 maggio 1859     

In forza dei poteri conferitimi dal R. Commissario di S. M. Sarda, si sono oggi convocati tutti i Deputati dei comuni componenti il Distretto [p. 333 modifica]di Bellano e si passò alle seguenti determinazioni, tendenti alla sicurezza pubblica del paese e distretto ed al bene della nazione, osservandosi che per quei comuni i cui Deputati non si presentarono si ritengono assenzienti a quanto viene nel presente protocollo determinato.

1° Si aprirà presso le singole Deputazioni un registro dei militari volontari i quali dovranno essere pronti alla chiamata, il qual Registro sarà trasmesso al Sostituto R. Commissario.

2° Ogni comune istituirà una guardia civica per la pubblica sicurezza del proprio paese, restando nominato per capo l’agente Comunale per le relazioni. Questa guardia civica dovrà prestare servizio gratuito e non sarà pagata se non quando occorresse di chiamarla in servizio attivo nel capoluogo del Distretto.

3° Si costituirà una guardia mobile Distrettuale composta di numero sei individui da nominarsi dal sostituto regio commissario colla mercede giornaliera di L. 1.75 residuate quest’ultima in Bellano per la sorveglianza dello stradale militare e per le osservazioni d’urgenza. Queste guardie saranno sotto l’immediata direzione del D. S. B. Pini il quale resta finora nominato capo delle medesime con facoltà allo stesso D. Pini di chiamare quando occorre le guardie civiche dei comuni del distretto.

Le spese per le Guardie Distrettuali saranno sostenute coi fondi dello Stato.

4° Occorrendo un incaricato politico per le ispezioni dei recapiti di viaggio dei forestieri s’incarica di questa mansione il Sig. Bernardino Bolza R. aggiunto Commissario.

5° Il segretario del R. Sostituto Commissario si pagherà con fondi erariali nella misura di L. 2 al giorno.


I signori deputati presenti concordemente approvano le suddette determinazioni.

Per Varenna: Pirelli e Cavalli     


In base agli ordini del governo sardo tanto a Varenna che a Perledo veniva organizzata la guardia nazionale.

Il comune di Varenna assunse due mutui, uno di L. 2000 per far fronte alle spese d’amministrazione della predetta guardia, e l’altro di L. 730,77 per compensare i barcaiuoli requisiti per necessità di guerra.

La deputazione amministrativa del comune di Perledo in data 17 luglio 1859 comunicava al R. Commissario Distrettuale di Bellano di avere iscritti nell’elenco delle Guardie nazionali 235 individui.

Durante la campagna del 1859 le gallerie di Varenna corsero pericolo di essere fatte saltare. Ce ne dà la notizia il T. Colonello Medici nella seguente relazione: [p. 334 modifica]


Relazione del T. Col. Medici

«A Lecco trovai che il maggiore Blondeau con un distaccamento del genio francese aveva per ordine dell’Imperatore minata in vari punti la strada che da Lecco costeggiando il Lago mena a Colico,.... A me doleva, non meno che alle popolazioni de’ paesi del lago, il vedere rovinata un’unica e tanto preziosa comunicazione, e vi era grande ansietà quando io arrivai a Lecco, perchè appunto in quel giorno giungeva l’ordine imperiale di dar fuoco alle mine.

Presi allora sopra di me di intimare al maggiore francese, a nome del re, la sospensione delle mine di quella strada, almeno fino a tanto che l’imperatore, informato della marcia di Garibaldi, che io precedevo in Valtellina, decidesse sulla convenienza di rovinare ovvero di conservare una tanto importante comunicazione dietro di noi.

Venne come era da aspettarsi l’approvazione imperiale, e così fu salva quella strada, che a mio avviso non si sarebbe neppure dovuto pensare di rovinare, bastando pochi uomini barricati entro una delle sue gallerie con pochi cannoni.

Il 27 Giugno 1859 Varenna vedeva sfilare nelle sue acque la brigata Cacciatori delle Alpi comandata da Garibaldi e diretta allo Stelvio.

Erano giorni di entusiasmo quelli, e quel caldo amore di patria esercitava il suo influsso persino nei nomi imposti ai neonati. Infatti sfogliando i registri battesimali dell’anno 1859 della parrocchia di Varenna e di Perledo troviamo i seguenti nomi: Pirelli Maria Vittoria, Pirelli Enrico Vittorio Emanuele, Cavalli Gaspare Vittorio Emanuele, Vitali Vittorio e Tarelli Maria Vittoria.

Lo scoppio della guerra del 1859 aveva trovato a Nizza in aspettativa col grado di sottotenente il Giorgio Greppi del quale si è già parlato. Non appena ebbe sentore della probabilità di una nuova guerra pel riscatto nazionale chiese ed ottenne di rientrare in servizio militare senza aspettare il termine dall’aspettativa. Assegnato al 10° reggimento fanteria, il 21 maggio 1859, con la sua compagnia passava a guado la Sesia presso Vercelli, con l’acqua sino al collo, sorprendendo e fugando il nemico. Il 28 partecipava ad altro combattimento, ed il 30 alla battaglia di Palestro, ove fu gravemente ferito ad una gamba. Venne ricoverato all’ospedale di Vercelli e quindi a quello di Torino. Il 6 giugno veniva promosso tenente, ed il 20 dello stesso mese riceveva la medaglia d’argento al valor militare, per le belle doti militari spiegate durante la battaglia di Palestro.

Uscito dall’ospedale si recò a Varenna per passarvi la convalescenza. «Dopo undici anni di passato esilio» scrive nel suo diario «giunsi finalmente nel mio paese in seno alla famiglia, ai parenti agli amici! Invano tenterei descrivere le impressioni che provavo mano mano che [p. 335 modifica]mi avvicinavo a Varenna! Sono tali cose che non si possono esternare! Solo dirò che dopo moltissimi anni le mie pupille che credevo inaridite versarono copiose lagrime e lagrime di gioia!».

Giorgio Greppi nel 1860 in Settembre è promosso capitano, e con tale grado partecipa alle campagne delle Marche: il 26 è al blocco d’Ancona, ed il 20 Settembre col suo reggimento compie la solenne entrata nella Città.

Nell’anno successivo prende parte alle operazioni contro i briganti, l’8 novembre in uno scontro con essi ne uccide parecchi, e prende loro 5 cavalli 6 mantelli e molte provvigioni. Nel giugno 1872 Giorgio Greppi è promosso maggiore nel 52° fanteria24.

Altri valorosi in quella campagna furono Ongania Giov. Battista morto combattendo in Sicilia nel 1860, Scanagatta Battista, Scanagatta Francesco, Ongania Battista, Ongania Lorenzo, Venini Giovanni, Andrea Brenta, Stengher Domenico e Mellera Giorgio fu Giacomo che fu a Gaeta e a Capua.

Al Venini Giovanni fu Giovanni detto Giamber venne assegnata la medaglia d’argento al valor militare per essersi comportato da valoroso nella battaglia di Castelfidardo.

Festorazzi Pietro Giuseppe di Pietro nato nell’anno 1837 a Perledo, arruolato nell’anno 1858 dall’Austria nel 55° Reggimento Barone Bianchi, dopo l’annessione della Lombardia veniva incorporato nel 13 reggimento fanteria col quale fece la campagna nell’Italia meridionale nel 1860-61 e per essersi distinto nella giornata del 20 Marzo 1861 all’assedio di Civitella del Tronto veniva insignito della medaglia di bronzo al valor militare. Prese poi parte anche alla campagna del 1866.

La Deputazione amministrativa del comune di Perledo in data 17 Luglio 1859 comunica alla R. Commissaria Distrettuale di Bellano di avere inscritto nell’elenco delle Guardie Nazionali N. 235 individui.

Nella seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Varenna tenuta il 17 novembre 1859 venne stabilito quanto segue:

«Considerato che per armare completamente la guardia nazionale attiva occorrebbero N. 75 fucili, ritenuto di franchi 30 l’approssimativo prezzo di ciascun fucile sarebbe necessario pel relativo acquisto la somma di franchi 2250. [p. 336 modifica]

Onde introitare il relativo dispendio la stessa Deputazione proporrebbe in via consultiva che tale somma fosse esatta per una metà a carico dei capitalisti e per l’altra metà in parti uguali sull’estimo e commercio.

Il processo verbale è firmato dai deputati: Cavalli Domenico, Scanagatta Francesco, Pirelli Pietro, Tarelli Carlo, Brenta Andrea e Cavalli Giorgio.


CAMPAGNA DEL 1866

Numerosi furono gli abitanti di Varenna e del Monte di Varenna che come regolari o come volontari presero parte alla campagna del 1866.

Nel 3° reggimento dei volontari di Garibaldi figura il soldato Pirelli Giov. Battista, l’attuale Senatore del Regno, il quale prese parte al combattimento di Monte Suello il 3 luglio e a quello di Mentana. Nello stesso combattimento di Monte Suello rimasero feriti il soldato Pirelli Luigi e Venini Giacomo entrambi di Varenna. Pure nel 3° reggimento volontari troviamo altri tre nomi di Varenna: Pirelli Bartolomeo, Mellera Giacomo e Antonio Venini.

Venini Pietro fu Antonio detto Suai prese parte quale caporale trombettiere alla campagna del 1866, e malgrado fosse ferito ad una gamba continuò a combattere. Per tale valorosa azione venne decorato della medaglia d’argento al valor militare.

Altri di Varenna che presero parte alla campagna del 66, furono: Giov. Battista Manasse, Ferdinando e Pietro Balbi, Giuseppe Romeo ed Edoardo Bosone proprietari della bella villa alla Porta di Varenna passata da poco alla famiglia Boschi.

Il luogotenente Antongina Carlo di Varenna del 7° Regg. Volontari venne ferito alla mano destra nel fatto d’armi di Bezzecca.


Fra gli assidui ospiti di Varenna che presero parte alla campagna del 1866 annoveriamo Giuseppe Molinelli e Giovanni Battista Riva di padre varennese, che furono tutti e due soldati nel 2° battaglione bersaglieri volontari di Garibaldi25.


COLERA — CALAMITÀ

Nel 1817 vi fu in Varenna come in altri luoghi la febbre petecchiale accompagnata da una terribile carestia.

Nell’epidemia colerica del 1836 a Varenna la malattia cominciò a svilupparsi il 6 luglio e cessò il 17 settembre. Sul decorso di quest’epidemia non abbiamo trovato in Varenna dati statistici. [p. 337 modifica]

Da una statistica provinciale di quel tempo che riguardava Varenna ma che ci sembra però poco attendibile, il nostro paese avrebbe avuto la singolare fortuna di non annoverare che un solo decesso, mentre nella vicina Bellano i morti avrebbero raggiunto la cifra di 34, e a Menaggio 24 e in tutta la provincia i colpiti furono 2585 con 5376 decessi.

A proposito di quest’epidemia l’Arrigoni il noto storico valsassinese racconta questo aneddoto:

«Un fuggiasco signore della Badia fu trovato, preso dal male, sulla strada da Varenna a Bellano vicino ad una galleria. Fu messo in carrozza per ricondurlo al suo paese, ma passato appena Varenna, morì. Rifiutandosi però i Varennati di dargli sepoltura nel loro Campo Santo, si trasportò ancora al luogo, nel quale era stato trovato e si mandò a dire ai Perledesi che venissero a prendere quel cadavere e lo seppellissero nel cimitero loro, poichè il morto trovavasi nel loro cimitero. Questi pure si rifiutarono dicendo che quel signore era morto nel comune di Varenna e che a questo spettava il farlo seppellire.

Portaronsi d’ambo le parti le ragioni al Commissario ed alla Pretura di Bellano che decise si dovesse seppellire a Perledo. I Perledesi portarono lagnanza al Commissario d’Introbbio. Questi scrisse al Commissario di Bellano che l’urgenza del caso suggeriva di seppellirlo nel cimitero più vicino che era quello di Varenna, e lo fu.

Ma in questa dubbiezza erano scorsi tre giorni ed il cadavere era sempre rimasto sulla pubblica via».

Nel 1855 scoppiata ancora una epidemia colerica venne nominato un commissario sanitario nella persona di Onorato Greppi.

Il colera riapparve ancora nel 1867 ed infierì specialmente a Regolo. Il comune di Varenna aveva istituito in una stalla, dietro la villa Fattori, un posto di disinfezione al quale era stato adibito come infermiere Pietro Brenta di Pietro, ma questi dopo aver prestata un’assistenza eroica agli infermi, contrasse il male e ne morì.

Secondo i dati statistici tolti da una relazione del Dott. Giberto Scotti, segretario del Consiglio Sanitario della provincia di Como, Varenna, con una popolazione di 860 abitanti, ebbe 13 colpiti e otto morti. Perledo con 1172 abitanti 48 colpiti e 30 morti.

Varenna ebbe a subire considerevoli danni anche dalle alluvioni. In una supplica trasmessa nel 1851 da Francesco Gorio alla Delegazione Provinciale di Como si legge:

«Intanto ebbero luogo le piogge periodiche che abbracciarono lunga serie dei dì ultimamente passati. I grandi mali che esse hanno quivi apportato e i maggiori che erano per apportare se avessero continuato, giustificano il terrore da cui tutti furono sovrapresi di quella congiuntura. Le acque venivano a rovesci, i terreni franavano a larghi tratti con rapida e terribile frequenza, alcune cascine a pochi passi da Perledo crollavano cadevano e parecchie case del Paese stesso erano invase dalle onde, [p. 338 modifica]urtate dalle piante divelte dai ciottoli e dagli ammassi di terriccio. Le persone agitate dal dolore e dallo spavento fuggivano a rotta dai minacciosi edifici e si ricoveravano nelle parti più interne del villaggio. Madri coi bambini in collo, padri colle poche masserizie che le circostanze lasciavano prendere e portare».

Nella notte del 3 al 4 novembre, dell’anno 1857, ad un’ora e 35 minuti si staccò dalla rupe dolomitica di Morcate presso Varenna, al di sopra della galleria, un enorme macigno che piombando nel lago ne fece agitare improvvisamente le acque che con altissime onde cagionarono molte rovine. A Menaggio l’acqua giunse fin sulla piazza dove si teneva mercato, molte barche furono spostate ed una giovinetta che si trovava presso la riva venne inghiottita dalle onde.

Se il disastro fosse avvenuto di giorno mentre le rive erano popolate chissà quante vittime avrebbe fatto!

Danni gravi ebbe a subire Varenna nel 1907 per un incendio che durò parecchi giorni e che distrusse in gran parte i boschi che si distendono sopra Varenna e Lierna.

Nel 1868 vi fu un’altra terribile alluvione.

Un altro tremendo nubifragio si scatenò in Varenna il 16 settembre 1882 cagionando la rovina di varie case a Fiume Latte dove venne asportato il ponte e diversi molini26.


ANEDDOTI E PICCOLE NOTIZIE

Anche Varenna è stata teatro di un’avventura romantica del genere dei Promessi Sposi. Lucia Maglia, figlia di Giovanni Francesco Maglia di Regolo, amava perdutamente Santino Pirelli di Varenna, ma i genitori di lei si opponevano al matrimonio. La Lucia una bella notte fuggi di casa, scese a Varenna, montò su di una barca, e per Menaggio e Porlezza si rifugiò in Svizzera chiedendo ospitalità al consigliere Quadri che villeggiava presso Agno. Questa fuga avveniva il 30 novembre 1805.

Il padre della fuggitiva denunciò allora il Pirelli Santino che venne arrestato, ed egli si pose immediatamente in viaggio per rintracciare la figlia. Da confidenze avute essendo venuto a conoscere che si trovava [p. 339 modifica]in Isvizzera, si recò dalle autorità di Lugano per trovare appoggio, ma non ebbe buona accoglienza.

Intanto il fidanzato gemeva in carcere, e il pretore della Valsassina mandava su di lui alcuni ragguagli al Prefetto del Dipartimento del Lario. Nella lettera il pretore mentre lascia capire al suo superiore che l’arresto del Pirelli è illegale, non ha il coraggio di consigliarne l’immediata scarcerazione.

La fuga di Lucia aveva messo in moto tutte le autorità; anche a Milano ne giunse la notizia. Il vescovo di Como volle interessarsi anche lui della cosa, e con decreto 8 gennaio 1806 autorizzava le autorità ecclesiastiche del Canton Ticino a fare ricerca della fuggiasca ed a rinchiuderla in un convento.

A Lugano tutti sapevano che la Lucia si trovava al Vigotto distante quattro miglia da Lugano, passato Agno, presso il consigliere Quadri.

Il commissario del governo di Lugano invitato ufficialmente dalle autorità governative lombarde si presentò al Quadri per domandargli conto della Lucia, ma si ebbe una risposta negativa. E poichè quel nascondiglio era ormai noto a tutti, la fanciulla venne condotta a Cabboi presso quel parroco, il R. Fontana. Il governo lombardo dovette però persuadersi che le autorità svizzere non solo non facevano nulla per scovare la Lucia, ma pare invece che la proteggessero.

La cosa ebbe poi una lieta fine. Tanta insistenza e tenacia da parte dei due innamorati commosse anche i genitori della ragazza che acconsentirono al matrimonio.


Nella seduta del comune di Varenna del 27 ottobre 1872 venne presa la seguente determinazione:


«Vista la domanda dei signori Brenta Agostino fu Giacomo e Brenta Agostino fu Pietro tendente ad ottenere un compenso per avere salvato dalle acque del lago certo giovinetto Greppi di circa 7 anni cadutovi accidentalmente mentre stava pescando - il sindaco propose di accordare ai due coraggiosi lire dieci ciascuno ed il Consiglio approvò la determinazione ad unanimità di voti».


La festa patronale del paese ricorre il giorno della Madonna del Rosario cioè la prima Domenica di ottobre in cui si offrono i tradizionali canestri. Il Lunedì successivo si tiene la maggior fiera dell’anno. Un’altra fiera si tiene il Lunedì dopo la festa di San Giorgio.

A Perledo la festa patronale coi tradizionali canestri ricorre nella 3a Domenica di Settembre. A Gitana la stessa festa ha luogo l’8 Settembre. [p. 340 modifica]

OSPITI DI VARENNA

Il mattino del 4 agosto dell’anno 1838, l’Imperatore d’Austria Ferdinando I° e l’Imperatrice, partirono dalla villeggiatura di Schönbrun per recarsi ad Innsbruch ove arrivarono sull’imbrunire del giorno 9 attesi dagli arciduchi Francesco Carlo, Ludovico e Ranieri.

Il 22 agosto giunsero ai Bagni di Bormio, ad onta della continua pioggia che cadeva in quel giorno, e il 24 alle cinque pomeridiane fecero il loro ingresso in Sondrio accolti da un’immensa folla di popolo festante. Preceduti dagli arciduchi la mattina del 25 gl’imperiali viaggiatori giunsero a Colico, di qui proseguirono subito per Varenna, dove arrivarono all’una pomeridiana.

A Varenna sostarono per il pranzo che venne imbandito all’albergo Venini (dove è ora la villa dei Cipressi) e rallegrato dalla banda musicale di Bellano.

Dopo il banchetto gl’imperiali unitamente agli Arciduchi salirono sul battello a vapore il Falco elegantemente addobbato, e si recarono a Bellagio, ove furono ospiti del duca Melzi nella sua sontuosa villa.

La sera ebbe luogo una brillantissima illuminazione del lago, che si ammirò anche sui monti e sulle case e ville di tutte le terre vicine. Barche riccamente illuminate solcavano le acque dando al lago un aspetto fantastico. Il mattino del 26 gl’imperiali s’imbarcarono per compiere una gita sul lago e per assistere alle regate. Sei erano le barche che presero parte alla gara ed erano ciascuna montata da sei uomini. Mossero da Pizzo e toccò per la prima la meta, innanzi alla villa Battaglia, ove trovavasi sotto un ricco padiglione gli Imperiali e gli arciduchi col loro seguito, la barca di Varenna con Carlo Venini capo barca.

Il Venini venne chiamato dagli Imperiali, complimentato e ricevette il primo premio; il secondo premio toccò alla barca di Lecco, il terzo a quella di Lezzeno ed il quarto a quella di Menaggio.

Di questo passaggio dell’Imperatore a Varenna G. B. De Capitani ne dà una particolareggiata e viva descrizione che noi qui accenniamo solo di sfuggita, in un suo libricciuolo di notizie storiche sui paesi del lago, e del quale abbiamo già avuto occasione di parlare27.


Dal registro dell’albergo Vittoria abbiamo desunto il seguente elenco dei più notevoli visitatori di Varenna dall’anno 1839 al 1907:

1839 Mr & the Hon. Mrs. Gerald Fitz Gerald
» Miss H. Martineau (Scrittrice)

[p. 341 modifica]

1839 Baron James de Rothschild
» Conte & Contessa Orsini
» Earl & Countess of Shrewsbury
» Countess of Jersey
» Countess of Clare (Regina Vittoria)
» Lord & Lady Southampton
» Lord De Tabley
» Conte Tommaso Gallarati Scotti Duca di San Pietro maggiordomo del Regno.
1840 Earl of Bessborough
1841 Viscount & Viscountess Bury, Viscount Clive, Viscount Newport
» Countess of Kerry
» Earl of Shelburne
» Baroness de Clifford
» Countess of Mansfield
» Duke of Devonshire
» Earl of Enniskillen
» S. E. il conte Spaur governatore della Lombardia e suo segretario
» S. M. il re del Wurtemberg (dallo Spluga diretto a Milano)
1842 Major Genl. Sir Adolphus Dalrymple
» Countess de Salis
» Lord & Lady Ponsonby
» Lady Marjoribanks
» Sir Charles Slingsby
» Lord & Lady Headley
» S. A. I. la Gran Duchessa di Leichtemberg
1843 Marquis of Douglas
» Lord & Lady De Saumerez
» Countess of Kilmorey
» S. E. il Conte Radetzschi gran maresciallo dell’armata di S. M. I. R. A.
1844 Sir Francis Shuckburgh, Bart
» General Sir Moore Disney
» Maj. Genl. Sir George Napier; K. C. B.
» Lord Manson
1845 Lord de Manley
» Archdeacon Beresford
1846 Countess of Cardigan
» Earl of Stamford & Warrington (anche nel 1849)
1847 Earl of Mount Edgcombe
1850 Lord & Lady Methuen
» Hon. Mr. & Mrs. J. Stuart Wortley
1851 Sir Shafto Adair
» Tranquillo Cremona
» Cavallotti

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1871 Viscountess Strangford
» Lady Dunfermline
» Henry James, M. P.
1872 Earl & Countess of Tankerville
1874 Duchessa Litta
» E. Ashmead Bartlett
» Earl & Countess of Crawford

Firme di alcuni ospiti dell’albergo fra le altre quella del generale Radetzki

1878 Ippolito Perego Barbiano di Belgiojoso
» Mina Sala Trotti
» Giulia Conti
» Vittoria Carasti
1880 Sir Henry & Lady Layard
1882 Mrs. Bishop (née Isabella Bird, viaggiatrice intrepida, scrittrice)
1884 Marchese Emilio Sommariva
1885 Canon Liddon (scrittore, e predicatore rinnomato)
1885 Judge Selfe
1886 Earl of Mount Edgcombe (seconda volta)
» Lady Muncaster
» The Honble, Eric Barrington
1887 Lady Belper
» Richard Bagot (Autore del «Lake of Como»)

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1887 Mr. & Mrs. Bancroft (attori) Sir Scurre Bancroft
1888 T. W. M. Lund (Autore) anche nel 1882
1889 Ainslie Bean (Artista) nel 1893, 1894, 1905, 1908
» Sir Trevor Lawrence, Bart. M. P.
1893 Canon Maccoll (autore ecc.)
» Lord Ashbourne (Lord Chancellor of Ireland)
1894 Miss Octavia Hill
1895 Enrico D’Ovidio
1897 Sir J. & Lady Strachey and. Mr. Justice Strachey
1897 Sir Alfred Yarrow, Bart. & family (Then, Mr. Yarrow)
1897 Hon. Mrs. Ross of Bladesberg
» Lady Walrond
» Mr. Grant Allen
1599 Lady Belmont
» Dr. Holland ot St. Moritz
1901 Sir H. & Lady Maxwell-Lyte
» H. Inigo Triggs (Architetto, il quale trasformò l’albergo e fece i giardini)
1904 Baron de Forest
» Countess of Mount Cashell
» Lady Langford
1905 Dowager Countess of Lonsdale & Viscountess Churchill
» Hon. Sir H. B. Buckley
1906 The Bishop of Yarrow
» Lady Blois
» Lady Garvagh
1907 Lady Penrhyn and six sons & daughters
1920 Lord Iohn Roland Dormer morto in Varenna.


Fra le firme degli ospiti dell’albergo Vittoria troviamo quella del generale Radetzki così scritta in italiano e in francese: Sua Eccellenza il conte Radetzki Gran Marescial de l’armée de sa M. I. e R.

Fra gli ospiti dell’albergo vi è la Regina Vittoria sotto il nome di Countess of Clare28.

Nel 1842 in Luglio fu a Varenna Federico Confalonieri (vedi nella raccolta delle sue lettere quella dei 5 agosto 1842 al marchese Visconti d’Aragona) e più tardi Cesare Cantù, ospite gradito di casa Venini.

Varenna ebbe l’onore di ospitare varie volte Massimo d’Azeglio.

Come è noto egli aveva sposato in prime nozze una figlia di Alessandro Manzoni, morta la quale, sposò Luisa Maumary vedova di Enrico Blondel, fratello della prima moglie del Manzoni. Egli era anche cognato [p. 344 modifica]della colta e benefica signora Seufferheld proprietaria della villa Monastero a Fiume Latte.

Come si sa d’Azeglio possedeva una villetta a Loveno sopra Menaggio. A proposito di questa villa riferiamo ciò che Emanuele d’Azeglio nipote di Massimo, nel 1882 scriveva:

«Questa è la villa tutt’ora abitata d’estate dalla sua vedova la marchesa Luisa ed è situata a Menaggio in faccia a Bellagio. Alcune fra le camere sono dipinte a fresco, da mio zio, quando fece acquisto di questa villa di proprietà di sua figlia la marchesa Alessandrina Ricci, nata dal suo primo matrimonio con Giulia Manzoni»29.

Massimo d’Azeglio aveva un cavallo, Baiardo, al quale voleva molto bene, perchè lo montava quando cadde ferito il 10 giugno 1848, combattendo sul Monte Berico presso Vicenza. Nel 1853 aveva mandato il cavallo a Varenna perchè fosse imbarcato per Menaggio, desiderando egli tenerlo nella sua villa di Loveno. Ma avendo saputo dalla moglie che Baiardo non aveva voluto saperne d’imbarcarsi, così le scrive il 2 luglio 1853: «mi hai fatto un gran piacere a darmi la nuova di Baiardo. Non capisco come non siano riusciti a imbarcarlo a Varenna, se c’era Gaetano scommetto che s’imbarcava. Al ritorno, a preparargli un piano che entri in barca e bendandogli gli occhi mi pare impossibile che non s’imbarchi». Baiardo nel 1759 uscì di nuovo dalla scuderia per indossare la bardatura di guerra e finalmente all’età di 25 anni lasciò definitivamente la casa d’Azeglio.

Il 13 luglio 1839 Massimo d’Azeglio scrive da Bellano a sua moglie Luisa Blondel il seguente biglietto:

«Riprendo oggi domenica la mia lettera. Sono stato fino a Fiume Latte a vedere il cugino e la cugina che mi hanno ricevuto molto bene, mi hanno dato da bere e ci siamo lasciati sempre migliori amici. Ti salutano e mi hanno domandato molto di te».

Il cugino a cui allude Massimo d’Azeglio è il nobile Ippolito Blondel, che da un elenco delle famiglie di Varenna, noi troviamo colà domiciliato. Nel 1838 troviamo Ippolito Blondel già domiciliato a Varenna; in quello stesso anno gli nasce un figlio Pietro. Nel 1840 nasce ad Ippolito a Fiume Latte un secondo figlio al quale dà il nome di Enrico, evidentemente in memoria del cugino Enrico Blondel, primo marito della Luisa Maumary che poi sposò d’Azeglio. La sorella di Enrico Blondel è quella Enrichetta Blondel che fu moglie di Alessandro Manzoni.

In una lettera scritta dal D’Azeglio da Cornegliano il 13 sett. 1853 si legge: «Per i tre quadri ho scelto per soggetto tre laghi: di Como, di Lecco e di Castelgandolfo presso Albano. Speriamo che incontrino»30. [p. 345 modifica]

Riteniamo che sia in quest’occasione che egli ha dipinto i due quadri di Varenna che si ammirano nella Galleria d’arte moderna di Torino di cui uno rappresenta le gallerie e la Punta di Morcate e l’altro i vecchi portici di Varenna sulla riva del lago.

In una delle sue lettere a sua moglie e precisamente in quella datata da Torino l’8 aprile 1843 parla di un progetto dei cognati Seufferheld (la Carolina Seufferheld come è stato già accennato, era sorella della Luisa d’Azeglio) di far costruire una villetta vicino alla villa d’Azeglio di Loveno. Questo progetto deve essere tramontata perchè sappiamo che la signora Seufferheld ha poi acquistato la villa Monastero dai Mornico in Varenna.

Nella villa Monastero il d’Azeglio lasciò un camino dipinto a fiori che ora non esiste più.

Benchè non fosse di Varenna giova qui ricordare Manfredo Ginami marito di Emilia Venini di Varenna. Il 5 giugno 1859 quando ancora gli Austriaci presidiavano il castello di Milano il Ginami in compagnia di Venini Giovanni erasi recato ne’ pressi del castello spintovi più che altro dalla curiosità. Il soldato austriaco che vi era di sentinella visto avvicinarsi quei due borghesi intimò loro di allontanarsi. il Venini obbedì prontamente ma il Ginami essendosi indugiato alquanto tu raggiunto da un colpo di fucile che lo uccise.

Il cadavere del Ginami venne portato a Varenna e quivi sepolto, ma dopo qualche tempo venne trasportato a Palermo. Nel cimitero di Varenna si conserva ancora la lapide.

In una epigrafe dedicata al Ginami si legge:


A


Manfredo Ginami - colto ingegno, nobile cuore - ardente di santo entusiasmo - per la patria - al Tonale - allo Stelvio - a Novara - a Roma - soldato delle italiche indipendenze - a Milano - caduto inerme alla cieca percossa del barbaro in vergognosa fuga - nella suprema lotta

MDCCCLIX31.

Appena riavutasi dalla terribile disgrazia la vedova Emilia Venini si arruolò quale infermiera con le truppe garibaldine e le segui in Sicilia, dove conobbe Enrico Albanese, medico di Garibaldi, che in seguito sposò.

Raffaello Barbiera nel suo libro «Passioni del Risorgimento» nelle asserzioni di G. Visconti Venosta, narra che la Venini s’imbarcò con Ippolito Nievo sul piroscafo Ercole e che peri con lui nella traversata. [p. 346 modifica]Ciò non è vero. Sta il fatto che la Venini doveva imbarcarsi col Nievo che, come si sa, salpò sull’Ercole da Palermo il 4 marzo 1861 diretto a Livorno, ma l’Albanese a cui quella vecchia carcassa dell’Ercole dava poco affidamento, scongiurò la Venini a non partire e fece la sua fortuna poichè come si sa l’Ercole scomparve misteriosamente in un naufragio, e con lui si spense la breve e nobile vita di Ippolito Nievo che la Venini aveva curato con devozione di una grave ferita.

L’Albanese aveva conosciuto l’Emilia Venini alle ambulanze al campo di Milazzo, se ne innamorò e la sposò il 3 Settembre 1863. Ella fu veramente il suo angelo consolatore fino alla tomba.

Nel 1866 l’intrepida donna seguì l’esercito garibaldino nel Tirolo; dopo la guerra l’Albanese riprendeva la cattedra di Palermo che lasciava di quando in quando per recarsi con la signora Emilia a soggiornare a Caprera come medico e amico di Garibaldi32.

L’Emilia non dimenticò mai la nativa Varenna, e col marito vi soggiornò parecchi autunni. Nella villa dei fratelli Pirelli detti Tinai, già minato dal male nell’estate del 1886 l’Albanese scrisse la relazione sul colera del 1585. Morì il 5 giugno del 1885 in Napoli33.

Ricorderemo infine che furono anche ospiti di Varenna le signore Francesca e Maddalena sorelle di Pietro Borsieri.

Nell’opera di Aldobrandino Malvezzi: «Il Risorgimento italiano in un carteggio di patriotti lombardi» è pubblicata una lettera scritta da Pietro Borsieri da Torino alla sorella Maddalena, (10 marzo 1849) a Varenna in cui le dà notizie sui preparativi della guerra imminente esprimendo dubbi che l’avvenire dimostrò pur troppo fondati sulla preparazione morale degli Italiani all’imminente cimento34.

La Francesca Borsieri era in corrispondenza con Silvio Pellico e abbiamo una lettera di lui in data del 30 settembre 1830 da Torino.

La Francesca, già nel marzo 1835 era stata con la sorella a Vienna per chiedere all’imperatore la grazia per il fratello rinchiuso nello Spielberg, e ottenutala nel 1835, come appare nel carteggio Arconati, andò a Brünn a incontrarlo e avrebbe voluto accompagnarlo nel suo esilio in America, ma per mancanza di mezzi dovette rinunciarvi35. Fu allora che con la sorella si ritirò a Varenna dove tennero una piccola scuola.

Una delle sorelle era già stata educatrice, perchè da una lettera della marchesa Costanza Arconati a Miss Clarke, grande amica di Manzoni, [p. 347 modifica]in data 14 dicembre 1830, in cui da notizie sulla precaria salute di Enrichetta Blondel, aggiunge che in quel momento in casa del Manzoni vi si trovava come istitutrice una delle sorelle Borsieri36.

Recentemente il museo del Risorgimento di Milano si è arricchito di cinque ritratti della famiglia Borsieri, fra i quali vi sono due miniature pregevoli del Bisi e che portano la data del 1836; rappresentano le sorelle Francesca e Maddalena37.

Sotto il suo ritratto la Francesca scrisse queste parole dedicate al fratello: «Oh mio fratello! Oh mio Pietro! Hai cercato l’immagine della tua Francesca... Eccola! Che ti dica quanto il mio povero cuore abbia diviso le orribili pene della tua prigione. Uscisti alfine, ma oh Dio! voglio non essere più disgiunta da te, voglio darti ogni giorno ogni mia cura».

L’altra sorella Maddalena scrisse invece dei versi:

Ah qual destin ci opprime
Or che abbiam vinto in terra
A noi s’oppone il mar
Il mar che immenso all’occhio
L’eternità somiglia
Dividerci potrà
E l’onda e la catena
L’esilio il nostro amor
Faranno di quel giorno
Un giorno di splendor

Infine dobbiamo anche ricordare il nome del grande musicista Wagner. Le relazioni di lui con Varenna sono ricordate da Guido Marangoni nella sua dotta pubblicazione La Scala in questi termini:

I rapporti cordialissimi strettisi fra Casa Wagner e Casa Lucca in base al duplice comune interesse economico ed artistico, appaiono in molte interessantissime lettere dell’autore di Lohengrin a Cosima sua seconda moglie e alla figlia Eva, l’unica capace di vergarle in un italiano, abbastanza scorretto.

La prima lettera di Wagner è datata da Lucerna il 15 nov. 1869. Nelle quattro fitte pagine il maestro non accenna alle sue opere. È preoccupato soltanto di trovare una villa sul lago di Como, poichè «il dolce clima d’Italia è necessario a colei che oggi si chiama Madama de Bulow, ma che cambierà presto il suo nome col mio». Con trepidazione d’innamorato Riccardo Wagner si rivolge supplice a Giovannina Lucca [p. 348 modifica]invocandone aiuto nella ricerca della villa e con ansia assai maggiore a quella che gli farà seguire più tardi le sorti dei suoi lavori in Italia.

Siate sempre buona con me - conclude l’innamorato maestro - e non avrete a deplorare la mia ingratitudine.

Mercè l’intervento dell’ottima Giovannina, la villa «è trovata a Fiumelatte di fronte a Bellagio e Wagner può offrire alla futura moglie Cosima il dono gradito». A noi però non consta che Wagner e Cosima abbiano soggiornato in una villa di Varenna.

Un assiduo frequentatore di Varenna nella stagione estiva era Leopoldo Marenco. Il commediografo e letterato abitava nella casa dei Pirelli detti Tinai in riva al lago.

Una gran parte dei suoi lavori il Marenco scrisse mentre era a Varenna, e li dettava alla signorina Maria Vismara tutt’ora vivente, a Rapallo, che sposò poi nel 1872 Francesco Marquez.

Leopoldo Marenco venne a Varenna per oltre dieci anni, e vi scrisse ventisette produzioni; fra le quali «Lo spiritismo, La Celeste e il Falconiere».

Col Marenco era la moglie contessa Gianotti Sandra, sorella del conte Gianotti primo gentiluomo d’onore di Re Umberto.

Artisti e letterati tra il 1870 e il 1880 si davano convegno nella stagione estiva presso il Marenco in casa Tinai. E così vi troviamo il pittore Sebastiano de Albertis, il Capuana, il Ponchielli, il Verga, lo scrittore Cencio Poggi, Cesare Rossi, il Pietro Cossa autore del Nerone, il maestro Platania direttore del Conservatorio di Palermo, Viganò, Ricordi, Giuseppe Verdi, ed il celebre violinista Gaetano Braga che a Varenna musicò la notissima Leggenda Valacca. Il Braga ha pure composto a Varenna «Le melodie di Varenna». Fu ospite del Marenco in casa Tinai il maestro Scontrino di Trapani autore della Matilde su libretto del Marenco, ed il pittore Pittara, autore di rinomati quadri storici, di cui Torino conserva le opere migliori nella sua galleria di belle arti. Il Braga negli ultimi anni di sua vita volle ritornare nella sua prediletta Varenna prendendo alloggio all’albergo Olivedo.

Soggiornò anche a Varenna il poeta e patriota Giacomo Marchini il quale in una lettera ad una signora così scrive di un pranzo a Regoledo:

«L’altro ieri (perchè qui ci si è fitto in capo di mandarmi a Milano con una faccia da V.... d’estate in sedicesimo) fui ancora a Regoledo ma non a colazione, a pranzo. Se avesse veduto il poarett con che disinvoltura rovesciava sulla tovaglia il bicchiere alla principessa Gonzaga, che ebbe l’onore di sedergli a fianco, e che parlantina sfoderava in causa specialmente della bottiglia di Francia! Vi furono brindisi a Marenco e alle signore: io lessi il mio, ch’Ella conosce, a Poldo meritandomi fra il plauso generale certi sguardi che sembravano le ultime parole che ho mandato a Lei....». [p. 349 modifica]

La signora Luisa Venini, moglie dell’avvocato Giacomo Venini, soleva tenere circolo in casa sua, dove si davano anche rappresentazioni di marionette e sedute di spiritismo. Il Marenco aveva anzi ridotto l’Africana per gli artisti di legno.

Un’altra casa ospitale in Varenna era quella di Diego Molinelli a Fiume Latte, e di essa parla il Marchini in alcuni suoi versi dedicati a Fiume Latte.

La località dove sorge la casa dei Tinai, era ed è ancora chiamata Il Pra; ebbene erano tali l’allegria e le chiassate che si facevano in casa Tinai che la gente di Varenna aveva denominato quel luogo il Pra di Matt!

Quando il Braga ritornava da Parigi carico di trionfi e di denari, la signora Luisa Venini che conosceva le manie spendereccie dell’artista, si faceva dare parte del suo gruzzolo per restituirglielo poi al momento della sua partenza per Parigi, perchè altrimenti egli avrebbe in breve consumato tutto.


Altro centro di lieta vita socievole era in casa di Savino Pirelli all’Olivedo, dove per parecchi anni si recò a villeggiare il rinomato scultore Antonio Tantardini di cui Milano conserva opere di grande pregio. Presso di lui convenivano il musicista Marco Sala, Filippo Fasanotti col figlio Fasanottin!38 lo scultore Vela, i colonnelli garibaldini Achille Majocchi, mutilato d’un braccio, e Pietro Spangaro della spedizione dei Mille.

Quando il ministro Depretis e sua moglie Donna Amalia venivano nell’autunno a villeggiare nella villa Buttafava di Bellagio, si recavano spesso a Varenna perchè Donna Amalia era parente dei Venini essendo essa vedova di un figlio di Elena Venini.

Approdavano sempre alla villa dei Tinai sia per trovarvi la lieta brigata sia perchè il Deputato era innamorato di quella località «Sapete che avete un gran bel sito» diceva ai proprietari, «se fossi più giovane la prenderei io». Perchè non solamente non era più giovane, allora, ma soffriva di gotta e camminava a stento.

Fra gli ospiti benemeriti va particolarmente ricordata la signora nobile Carolina Maumary vedova Seuffehereld oriunda di Francoforte, sorella della seconda moglie di D’Azeglio come già abbiamo visto, la quale acquistata la villa del Monastero venne a trascorrere le stagioni estive a Varenna. Essa animata da elevati principi d’umanità, e innamorata dei bambini, volle raccoglierli in un asilo da lei fatto costruire somministrando anche del proprio la refezione. Per vent’anni ella attese alla direzione dell’asilo prodigandovi mezzi materiali e morali, fino a [p. 350 modifica]che nel 1894, all’età di 80 anni, venne a morire, compianta da tutto il paese.

Fu a Varenna Angelo Bovio, professore di arpa al Conservatorio di Milano, e vi morì pochi anni sono. Fu apprezzato artista alla corte di Spagna.

Negli anni 1903 e 1904 lo statista Visconti Venosta fu ospite di casa Pirelli detta Tinai.

Visitarono Varenna i principi Umberto e Amedeo che alloggiarono all’albergo Marcionni; la guardia nazionale di Varenna, di Perledo e di Esino per turno fecero guardia d’onore agli augusti principi.

Varenna accolse un altro illustre personaggio: Antonio Fogazzaro.

Il Fogazzaro scrisse i suoi primi versi a vent’anni, nella casa Venini e li pubblicò col titolo «Ricordanze del lago di Como» volle poi eternare nel suo magnifico e suggestivo romanzo Il piccolo mondo antico Luisa Venini e suo marito l’avvocato Giacomo Venini.

Luisa Venini, alla quale abbiamo già accennato, rivive nel libro del Fogazzaro nella figura spirituale di Luisa Maironi,39 e ad essa il Fogazzaro volle dedicare la sua migliore opera in parte da Lei inspirata.

La Luisa Venini spirito nobile, colto ed arguto lasciò un manoscritto di memorie della sua fanciullezza, abbellito da pupazzetti dedicato ai figli, raccolte poi e pubblicate con affetto dalla nipote Amelia Venini. Il compianto Professore Salvioni nella prefazione accenna alla somiglianza tra la signora Carolina madre della Luisa nel Piccolo mondo antico, e la madre della signora Venini, così bene ritratta nelle pagine della figlia. Il Salvioni si riprometteva di sfruttare questo racconto dell’infanzia della signora Venini in rapporto alla Luisa Maironi del Fogazzaro ma la morte troncò i suoi progetti40.

Il giornale L’Adula nel 1926 pubblicò un altro frammento del diario della Luisa Venini: sono pagine lontane per il tempo e per il contenuto da quelle prime tanto fresche e piene di brio; sono invece pagine strazianti che la Luisa ormai nonna, e precisamente nel marzo 1877, dedica all’adorata nipotina Gemma, morta. Ed anche nel disperato dolore della Venini colpisce la somiglianza tra l’espressione del dolore suo, e quello vivissimo della Luisa Maironi per la morte dell’indimenticabile Ombretta del Missisipì.

La Luisa volle che la sua cara Gemma riposasse nel giardino dell’avita villa di Varenna nella cappelletta costrutta per lei tra i pini amorosi, il cielo, il lago e i monti41. [p. 351 modifica]

Il 12 settembre 1911 i componenti il Congresso indetto dalla società geologica italiana si recavano a Varenna e di qui a Perledo e a Esino. Il Congresso era presieduto dall’On. Prof. Mario Cermenati e vi parteciparono il Prof. Sacco, il Prof. Rusconi, il Prof. Taramelli e il dottor Zuffardi. E visitarono tutta quella interessante zona paleontologica. Varenna pittoresca


PERSONAGGI NOTEVOLI

Sebbene nato ancora nel XVIII secolo e precisamente nel 1767 possiamo qui ricordare fra i personaggi illustri del principio del XIX secolo Carlo Isimbardi proprietario della villa dei Cipressi in Varenna. Era addetto alla massoneria ed abbracciò le idee della Rivoluzione Francese. Direttore Generale, sotto Napoleone, della zecca del Regno pel decreto 10 novembre 1806 la arricchì di nuove macchine di propria invenzione. Nel 1809 fu nominato barone del regno d’Italia.

Dottissimo cultore dell’ottica e della meccanica raccolse in un suo gabinetto scientifico i più curiosi strumenti. A Varenna possedeva un forno, di fusione. Inventò una nuova pendola a scappamento libero per la quale invenzione venne onorato dal premio dell’Istituto di scienze ed Arti. Morto a Varenna il 2 febbraio 1804, nel suo testamento lasciò fra l’altro i seguenti legati: «A titolo di legato lascio a Giovanni Venini Giacomo nativo di Milano ed ora domiciliato a Varenna, mio [p. 352 modifica]particolare amico, tutti li fondi e case situate al di là del fiume detto d’Olivedo, quali sono di compendio dell’acquisto da me fatto dall’eredità di Angelo Serponti».

Le rimanenti sue proprietà lasciò allo zio Alessandro Isimbardi, che a sua volta con testamento 21 febbraio 1821 lasciò i beni ai suoi figli Pietro, Lorenzo e Giovanni.

L’avvocato Giacomo Venini che tanto si distinse nel 1843 per il suo fervido patriottismo era consigliere provinciale a Como dove aveva pure casa. Era ammogliato con Luisa Campioni, l’eroina del romanzo del Fogazzaro Piccolo Mondo Antico.

L’avvocato Giacomo ebbe due figli: Giulio divenuto generale e Guido avvocato. Questo Guido ebbe per figlio Corrado che morì da prode sul campo di battaglia meritandosi la medaglia d’oro al valor militare.

Altro Venini da ricordare è il Giuseppe ingegnere che abbiamo già nominato e che fu l’organizzatore della legione tridentina.

Ancora un Venini: Don Giuseppe di Regolo ex frate cappuccino secolarizzato nel 1852 quando dovette lasciare il suo convento nel Canton Ticino dal quale vennero espulsi tutti i religiosi non Svizzeri. Tenne il vicariato di Limonta fino al 1876. Fu uomo assai colto.


Giacomo Conca

Giacomo Conca figlio di Pietro, nacque in Varenna il 28 febbraio 1773, in una modestissima casa, antica proprietà della famiglia42. Il 3 maggio 1797 si arruolò come volontario nel Corpo dei Dragoni Cisalpini.

Il cacciatore a cavallo Conca dimostrò subito il suo valore. Ancora coscritto prese parte alla campagna sul Tagliamento e ne uscì con grande onore, tanto che il 28 luglio dell’anno 1797 era promosso brigadiere, ed il 27 del successivo agosto maresciallo d’alloggio. Il 7 aprile 1799 egli veniva promosso sottotenente nel 2° Reggimento Usseri. Si distinse grandemente nella campagna dell’anno VII in Romagna, ma dove emersero le sue doti di valoroso e fedele soldato, fu in Piemonte durante la ritirata dell’esercito francese. Durante il combattimento di Bassignana il Conca comandante un plotone di scorta al generale Moreau, capo supremo dell’esercito, vistolo circondato da un gruppo di Ulani nemici fece scudo del suo corpo al generale Moreau ricevendo un colpo di lancia diretto al suo superiore. Il Moreau fu salvo e in quel momento dimostrò calorosamente la sua riconoscenza, promettendo all’eroico varennese anche una spada d’onore.

Passato nel 1° Regg. Ussari il 15 messidoro dell’anno 8° fece la campagna della Toscana e si trovò alle fazioni di Siena e del Bosco.

Il 26 settempre del 1803 venne scelto come guardia del vice [p. 353 modifica]Presidente, e destinato al reclutamento di 450 coscritti per completare i corpi della Guardia.

Per qualche tempo risiedette di guarnigione a Milano, e il 24 settembre 1804 fu promosso al grado di tenente nello squadrone dei granatieri a cavallo della Guardia del Presidente.

Il 4 luglio 1805 si sposava con la milanese Antonia Molinari: fece la campagna del 1805 e combattè da valoroso nella battaglia d’Austerlitz.

Malgrado tutti i suoi sforzi il Conca non ebbe mai la dovuta ricompensa per aver salvato la vita del maresciallo Moreau alla battaglia della Bassignana, e di ciò egli rimase molto amareggiato.

Il 20 aprile 1805 veniva promosso Capitano nel reggimento Dragoni di Napoleone.

Dal 1808 al 1812 guerreggiò in Ispagna comandando la 7° compagnia del 2° squadrone. Si distinse all’assedio di Stralzonda e nella battaglia del 16 settembre 1809 in un attacco decisivo per le sorti della battaglia, caricò il nemico alla testa dei suoi squadroni e per questo fatto fu insignito dalla croce di cavaliere della corona di ferro.

Rientrò in Italia nel primi giorni del 1813, e nel successivo Marzo si trasferì in Germania con l’armata del Nord. Questa spedizione doveva essere senza ritorno per il valoroso soldato. In uno dei primi combattimenti e precisamente a Goldberg in Slesia il 27 maggio 1813 il capitano Conca caricando il nemico alla testa dei suoi dragoni rimaneva ucciso.

Noi facciamo voti che il suo paese nativo ricordi in modo degno questo suo valoroso figlio43.


Il giovane poeta Umberto Visetti che ricorderemo più avanti ha consacrato al Conca alcuni versi commossi:

Giacomo Conca Capitano,
Dei Dragoni Napoleone, scordato
Nella Slesia infeconda. Io conobbi
Il fumo della mischia furibonda
La carica impetuosa dei Dragoni
La vittoria, l’ebbrezza della gloria,
Dietro l’ale spiegate
Dell’Aquila Imperiale
E dopo mille pugne
In testa al mio squadrone
Caddi, travolto fui, sommerso

[p. 354 modifica]

Dall’onda vittoriosa dei cavalli
Al folle grido di: Napoleone!

Rade il crinale delle Alpi in fiamme
Un volo d’aquile.


Ricordiamo anche il reverendo Ongania Francesco di Perledo, che dal 1811 al 1824 fu Preposto di Bellano: il Rev. Maglia Carlo Francesco di Gitana che dal 1797 al 1801 fu Preposto di Dervio, ed il Rev. Maglia Giacomo pure di Gitana che fu anche Preposto di Dervio.

Di Perledo merita menzione Paolo Fumeo che scrisse in versi: Il Bardo del Lario, l’Eclisse solare dell’8 luglio 1842 e il Carme a Bergamo.

Egli nacque da Giuseppe Fumeo e da Caterina Maglia il 2 agosto 1800 in Perledo. I primi rudimenti d’istruzione ebbe dallo zio materno Giacomo Maglia dotto e pio sacerdote, in allora parroco di Barni nella Valsassina, e poi Preposto di Dervio come si è detto.

Imparò rettorica nel ginnasio di S. Alessandro in Milano, ove si distinse per una letteraria difesa valorosamente sostenuta, per la quale ebbe l’onore del ritratto che a pubblica testimonianza ancor si conserva nelle sale di quello stabilimento. Passò quindi al seminario di Monza e nel 13 giugno 1824 celebrò la prima Messa nella patria chiesa parrocchiale.

Fu poco dopo nominato vice parroco di Esino ma vi stette poco perchè venne subito chiamato ad insegnare grammatica ed umane lettere nel Collegio reale Longoni in Milano, ove rimase fino al 1838 nel quale anno passò al ginnasio di Bergamo.

Dalla famiglia Fumeo abbiamo anche un Pietro Fumeo scultore.


Con la fine del XVIII secolo i Serponti si staccano da Varenna, conservando però il beneficio ecclesiastico nell’oratorio di S. Giovanni. Abbiamo memoria del marchese Paolo Giovanni il quale nel 1843 volendo provare come fosse di sua spettanza e dei suoi discendenti maschi il titolo e la dignità di marchese di Mirasole, chiese al magistrato della Regia Camera dei Conti di essere autorizzato a fregiarsi di un tale titolo avito e di fatto ne ottenne la concessione.

Attualmente il Ramo dei Serponti di Lombardia si è estinto, ma vi è ancora un ramo in Toscana che si era stabilito a Pescia fin dal secolo XVI.

Da un manoscritto cartaceo inedito della biblioteca di Pescia intitolato: «Notitie istoriche degli uomini illustri della Val di Nievole, compilate dal Dott. P. Luigi Benedetto di Pescia nel 1818, togliamo:

«La famiglia Serponti venne da Varenna castello del lago di Como, e d’ordine dei Nove fu messa nella Minore nel 1635. Ebbe Giovanni Battista Cavaliere di Santo Stefano, avendo fondato una commenda [p. 355 modifica]

Nel 1647 fu messo nella Maggiore Carlo, cavaliere di S. Stefano, Nicolò fu Canonico e Cavaliere di S. Stefano che morì nel 1707, Carlo Cavaliere di S. Stefano nel 1706 e Giovanni Battista Duano nel 1722.

Il Cavaliere Carlo Serponti era tra i delegati del comune di Pescia eletto a felicitare il duca Francesco di Lorena e Maria Teresa venuta in Toscana.

La famiglia Serponti ha la cappella nella chiesa di San Francesco e la sepoltura in marmo».

Il ramo di Toscana è ancor vivente. Difatti Enrico Serponti fu Gaetano nato in Pescia il 26 marzo 1796 è morto il 27 aprile 1881 lasciando due figli Brigida e Roberto. Roberto ha viventi due figli, Alfredo nato nel 1871 marito di Molendi Ida residente a Marsiglia e Marcellina nata nel 1876 moglie di Ramboldi Filippo domiciliato in Alessandria.


Fra le famiglie di Varenna degne di menzione notiamo quella dei Bellati.

Bellati Luigi di Vincenzo nato a Taceno (Valsassina) nel 1799, morto a Varenna (Prov. di Como) l’11 Novembre 1884. Percorse la carriera giudiziaria andando in riposo col grado di Consigliere Onorario di Corte d’Appello.

Durante il suo servizio ricevette molte lodi per il suo zelo e per il suo amor patrio.

Per i suoi sentimenti altamente patriottici dall’I. R. G. fu dal 1849 al 1859 privato dell’impiego e messo a confino a Varenna. Fu marito ad Antonietta Venini e padre di cinque figli: Chiara, Giacomo, Giuseppe, Agostino ed Emilio.

Beilati Giuseppe di Luigi e di Venini Antonietta, nato il 12 Marzo 1841 a Chiavenna, Provincia di Sondrio, morì a Como l’11 Luglio 1916. Frequentò l’Università di Pavia e Padova, conseguì la laurea in legge all’Università di Napoli. Bersagliere volontario prese parte alle campagne Garibaldine del 1860 come caporale volontario nella Brigata Astanti. Entrò nella Scuola Militare di Modena nel 1861, ne usci Sottotenente nel 1863, percorse la carriera militare nell’arma di fanteria e Corpo di Stato Maggiore raggiungendo il grado di Tenente Generale. Chiuse la sua carriera come Comandante Generale dall’Arma dei Reali Carabinieri.

Era decorato della medaglia d’argento al valor civile per «l’atto coraggioso compiuto il 19 settembre 1882 in Verona, adoperandosi con manifesto rischio della vita al salvamento di varie persone pericolanti nella innondazione che desolò quel territorio e rendendone men gravi i luttuosi danni».

Venne inoltre encomiato solennemente «per l’opera intelligente ed energica prestata durante il tempo in cui ebbe a comandare il presidio di Pavia e per le disposizioni saggiamente date contro i tumulti verificatisi nel maggio 1898, le quali valsero ad impedire il rinnovarsi in detta [p. 356 modifica]città di moti inconsulti contro la tranquillità pubblica e contro la sicurezza dei cittadini» Dispaccio ministeriale al 7. Corpo d’Armata in data 2 luglio 1898 N. 2875.


Stato di servizio del fratello generale Emilio

Allievo della R. Accademia Militare, compiuto in detto istituto il corso di studi prescritto, fu ammesso col grado di sottotenente nei quadri effettivi del Corpo di Stato Maggiore con decreto 18 dicembre 1864. Venne promosso tenente nel corpo stesso il 19 agosto 1867. Tale presso il 2° reggimento artiglieria il 20 ottobre 1868. Promosso Capitano nello Stato Maggiore il 18 dicembre 1873. Maggiore nell’arma di fanteria il 19 marzo 1881, trasferto nel Corpo degli Alpini l’anno 1883. Promosso tenente colonnello nel corpo stesso l’8 aprile 1888. Promosso al grado di colonnello e nominato comandante del 17 reggimento fanteria il 28 agosto 1892. Maggiore Generale comandante la Brigata Calabria il 10 agosto 1898. Collocato in posizione ausiliaria il 6 marzo 1904. Promosso tenente generale nel 1906. Il generale Emilio Bellati è entrato in Roma nel 1870 per la Breccia di Porta Pia.

Tra i viventi ricordiamo una delle più grandi personalità italiane nel campo delle industrie: il senatore Giovanni Battista Pirelli nato a Varenna il 27 dicembre 1848. Giovanissimo faceva la campagna del 1866 con Giuseppe Garibaldi nel Trentino, e lo seguiva a Mentana dove si battè coraggiosamente. Laureatosi brillantemente ingegnere nel 1870, dopo un viaggio d’istruzione all’estero si stabiliva a Milano dove nel 1872 apriva il primo stabilimento in Italia per la lavorazione della gomma. Quest’industria in breve tempo prese un grandioso sviluppo ed oggi conta stabilimenti non solo in Italia ma all’estero, ed ha una piantagione propria di cauciù nell’Indo-Cina. A nome dei Varennesi ci permettiamo qui di fare un augurio di molti anni di vita prospera al senatore Pirelli.

Ad un altro ramo della famiglia Pirelli appartiene il Dottore in teologia Don Carlo Pirelli pure di Varenna. Preposto della chiesa di San Marco in Milano, noto per il suo indefesso zelo apostolico e per le sue doti d’ingegno e di cuore.

Ricordiamo il giovane prelato Mons. Don Diego Venini di Fiume Latte che è stato assunto all’alta carica di Cameriere Segreto di Sua Santità.

Nel 1827 alli 16 di Luglio nasce in Varenna Giorgio Troubetzkoi figlio di Alessio Troubetzkoi Principe, figlio di Alessandro e Maria Contessa Gilbert, e della Principessa Stefania di Rohan, figlia del principe Luigi di Rohan e di Elena di Anerspery, residenti a Varenna. Sposati a Vienna il 5 novembre 1896; lo sposo greco-russo, la sposa cattolica.

Nel 1901 mori nella villa del colonnello Arrighi in Olivedo la madre del principe Alessio Troubetzkoi; era bellissima ed era figlia del Conte [p. 357 modifica]Gilbert Voisin. Venne sepolta nel cimitero di Perledo e sulla sua lapide venne posta la seguente iscrizione:

a la memoire
de la princesse
marie edvige troubetzkoi
née comtesse gilbert de voisins
née à paris le 30 mars 1836
morte à perledo li 25 septembre
1901


RECENTE GUERRA

Varenna e Perledo hanno pagato il loro debito d’onore alla Patria con un largo tributo di sangue.

Sono morti da prodi i seguenti:


Perledo

Arrigo Arrighi, capitano

Benzoni Pietro

Bergami Giuseppe

Bergami Severo

Bertarini Antonio

Bertarini Carlo

Cassia Innocente

Festorazzi Luigi

Fumeo Americo

Fumeo Erminio

Fumeo Pierino

Gorio Aldo, tenente

Maglia Giacomo

Maglia Salvatore

Mattarelli Giacomo

Pomi Francesco

Sala Carlo


Dispersi

Conca Samuele

Greppi Umberto [p. 358 modifica]

Maresi Pietro

Ongania Francesco

Vergottini Agostino

Zerboni BernardoLapide ai militari di Perledo caduti nella grande guerra


Varenna

Antonini Raul, sottotenente

Bertarini Rag. Nino, sottotenente

Bona Giuseppe, soldato

Cavalli Domenico, sergente

Carganico Giorgio, Cap. Magg.

Cavalli Emilio, soldato [p. 359 modifica]

Cavalli Francesco, soldato

Cavalli Gaspare, soldato

Cavalli Giovanni, soldato

Cugnasca Carlo, soldato

Derflingher Sigismondo, soldato

Gilardi Gaetano, soldato

Marcionni Gian Franco, sergenteLapide ai militari di Varenna caduti nella grande guerra

Pensa Innocente, soldato

Pirelli Pietro Marco, soldato

Pirovano Carlo, soldato

Riva Eliseo, soldato

Scanagatta Francesco, soldato

Tarsi Oreste, soldato

Ticozzi Giuseppe, Cap. Magg.

Venini Corrado, Capitano

Vitali Antonio, soldato [p. 360 modifica]

Furono decorati al valore i seguenti:

Capitano Venini Corrado - medaglia d’oro al valor militare con la seguente splendida motivazione:

«Comandante di reparti alpini e di fanteria in aspro ed efficacissimo combattimento eccezionalmente arduo per speciali condizioni di terreno e per l’intenso bombardamento nemico, dirigeva l’azione con piena sicurezza di comando esponendosi costantemente per infondere nelle sue truppe con la parola e con l’esempio coraggio ed energia caduto mortalmente ferito rifiutava di farsi trasportare al posto di medicazione e continuava per ben sette ore a dirigere l’azione e ad incitare i suoi uomini alla più strenua resistenza offrendo fulgida prova di altissime virtù militari». Cima Maggio - Posina 18-5-1916.

Soldato Dell’Oca Enrico da Varenna - Medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Per l’intrepido coraggio dimostrato in combattimento anche dopo essere rimasto ferito. Laghi di Presena 9 giugno 1915.

Soldato Magatti Andrea da Varenna Med. bronzo al valor militare con la seguente motiv.: Nel portare un ordine alle salmerie rimaneva ferito alla mano sinistra e ciò non ostante compiva la sua missione ritornando quindi al posto di combattimento». - Forcella Dignas, 15-6-1915.

Caporale Maggiore Greppi Antonio da Varenna, Encomio solenne con la seguente motivazione: Attraversava arditamente una zona fortemente battuta dal fuoco avversario per portare ordini. Podgora 20 luglio 1915.

Sottotenente Aldo Gorio di Perledo. Medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: Brillantemente si slanciava alla testa del suo plotone all’attacco della trincea nemica, arrestato da un reticolato, malgrado fosse fatto segno a violento fuoco di artiglieria e mitragliatrici, tentava ripetutamente di aprirsi un varco, finchè cadeva ucciso.

Soldato Mattarelli Ambrogio di Emanuele. Medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Col mirabile esempio del suo coraggio col fervore delle sue parole, seppe infondere nei compagni la tenacia nel resistere durante un combattimento sferrato dal nemico in forze preponderanti, e benchè contuso diede sempre prova di grande fermezza continuando a rincorare i compagni, finchè il nemico venne respinto. Monte Cornone 28 gennaio 1918.

Soldato Bartolomeo Sala di Carlo. Medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: Sotto il violento fuoco dell’artiglieria nemica riattivava le comunicazioni telefoniche interrotte dando prova di esemplare coraggio. Castagnavizza 12-17 maggio 1917.

Soldato Maglia Giuseppe fu Carlo di Gitana. Medaglia di bronzo al valor militare. [p. 361 modifica]

Sergente Maglia Giuseppe da Perledo. Medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: «Comandante di un drappello guastatori, mostrava coraggio e sangue freddo nel portare tubi esplosivi sotto i reticolati nemici. Millegrobe 23 ottobre 1915.

Sergente Maggiore Sala Matteo di Giuseppe di Perledo della 592 Batteria, croce al merito di guerra al valor militare, con la seguente motivazione: «Ottimo militare, ed in ogni circostanza di iniziativa, volontà ed abnegazione».


Riportarono ferite in combattimento i seguenti:

Sala Domenico di Giovauni, Arrigoni Paolo di Giuseppe, Sala Bartolomeo di Carlo, Conca Giacomo di Antonio, Bergami Antonio di Pietro, Mattarelli Antonio di Giacomo e Maglia Carlo di Giacomo tutti del Monte di Varenna.


ESPATRIATI

Anno 1800. Giuseppe ed Angelo Campioni di Varenna abitano a Lesmo.
» » Francesco Antonio Campioni del q.m Francesco di Varenna abita in Milano P. V. parrocchia di San Marco.
» 1819. Pasquale Inviti è a Bergamo.
» 1821. Ambrogio Inviti figlio di Pietro è a Weitofen in Germania.
» 1822. Festorazzi Alfredo fu Carlo a Veroul in Francia.
» » Festorazzi Isidoro fu Carlo è pure a Veroul in Francia.
» 1830. Lorenzo Stengher e sua moglie Margherita Franzi di Varenna sono domiciliati a Roma, via Frattina 51, dove fanno i mercanti di lastre. Il loro figlio Giovanni è ad Arizzano (Intra) impiegato nella fabbrica di vetri dei signori Francesini.
» 1832. Pasquale Inviti è a Weitophen in Germania.
» 1835. Domenico Pensa del fu Antonio di Varenna dimora a Verona, piazza delle erbe e fa il negoziante in ferramenta e ottonami sotto la ditta Venino.
» 1884. Pirellli Giovanni fu Santino America del Sud.
» » Pensa Giuseppe di Battista America del Sud.
» 1885. Venini Angelo fu Carlo America del Sud.
» » Carganico Pietro a Roma col figlio Ettore ora ufficiale.
» » Carganico Nicola pretore ad Arma di Taggia.
» 1887. Conca Pietro fu Silvio a Buenos Ayres.
» » Venini Giovanni di Pietro a Buenos Ayres.
» » Fagioli Antonio di Cario a Montevideo.
» » Cavalli Carlo di Tomaso a Buenos Ayres.
» 1888. Lillia Carlo fu Antonio a Buenos Ayres.
» » Cavalli Angelo di Giuseppe a Buenos Ayres.
» » Conca Benvenuto fu Silvio a Buenos Ayres.

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Anno 1888. Greppi Ambrogio fu Santino a Buenos Ayres.
» » Pirelli Angelo di Francesco a Buenos Ayres.
» 1890. Greslj Gerolamo fu Carlo è in America.
» » Brenta Pietro fu Giacomo a Montevideo.
» 1891. Bavera Angelo fu Abbondio a New Jork.
» » Pensa Battista di Giuseppe a New Jork.
» » Venini Emilio fu Giorgio a Buenos Ayres.
» 1892. Mellera Giuseppe figlio di Giacomo a Buenos Ayres.
» 1893. Cavalli Sisto fu Luigi a Buenos Ayres.
» 1895. Fagioli Antonio fu Carlo a Buenos Ayres.
» 1896. Greppi Angelo di Giuseppe in Svizzera.
» » Bavera Antonio fu Angelo a Buenos Ayres.
» 1898. Panizza Zaccaria di Ambrogio a Buenos Ayres.
» 1899. Mellera Onorato di Gelsomino in Francia.
» » Pirovano Antonio fu Alessandro a Buenos Ayres.
» 1900. Cavalli Carlo di Giovanni a Buenos Ayres.
» » Ongania Luigi fu Giorgio in Francia.
» 1901. Fagiuoli Carlo fu Carlo a Buenos Ayres.
» 1902. Brenta Serafino fu Giuseppe a Buenos Ayres.
» » Cavalli Michele di Pietro a Buenos Ayres.
» » Ticozzi Giovanni fu Giuseppe in Svizzera.
» 1905. Pirelli Giorgio fu Luigi a Montevideo.
» 1908. Brenta Agostino di Giacomo negli Stati Uniti.
» » Panizza Antonio fu Ambrogio a Buenos Ayres.
» 1909. Manzoni Pietro di Giulio in Svizzera.
» 1910. Venini Carlo di Battista a Buenos Ayres.
» » Pirelli Gioachino di Francesco a Montevideo.
» 1913. Venini Giovanni di Carlo a Zurigo.
» 1914. Brenta Mario di Agostino in Acquaseria.
» 1910. Brenta Agostino del fu Giacomo in America.
» 1914. Calvasina Serafino del fu Giorgio fa il bottaio a Domaso
» 1914. Scanagatta Pietro fu Gelsomino a Rovereto.
» » Scanagatta Onorato fu Gelsomino a Rovereto.
» » Scanagatta Leonida, Svizzera.
» » Scanagatta Antonio fu Gelsomino a Rovereto.
» » Scanagatta Enrico fu Gelsomino a Rovereto.
» » Cavalli Riccardo fu Celestino a Lugano.
» 1920. Venini Giacomo fu Carlo in Svizzera.
» 1923. Sala Giuseppe di Giovanni in Francia.
» 1924. Cavalli Michele di Pietro in Argentina.
» » Fagiuoli Carlo fu Virginio in Argentina.
» 1925. Della Mano Antonio di Gisazio da parecchi anni si trova nell’America del Nord coi figli Mario, Caterina, Emilio ed Aristide. Attendono alla professione del cuoco.

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Anno 1925. I fratelli Giov. Battista Borlenghi, Pietro, Carlo e Colomba nell’America del Nord.
» » Castelli Bartol. fu Antonio di Gisagio nell’America del Nord.
» » Pensa Zaccaria fu Carlo di Vezio nell’America del Sud.
» » Faggi Lazzaro fu Bernardo di Bologna a Montevideo.
» » Festorazzi Angelo fu Ant. di Regolo nell’America del Sud.
» » Ongania Severo fu Luigi di Regolo nell’America del Sud.
» » Ongania Colombo fu Luigi di Regolo nell’America del Sud.
» » Ongania Bartol. fu Innocente di Regolo nell’Am. del Sud.
» » Ongania Arturo fu Bartol. di Regolo nell’America del Nord.
» » Festorazzi Antonio di Francesco di Perledo a Montevideo.
» 1926. Giovanni Stengher è ad Arizzano (Intra) impiegato nella fabbrica di vetri dei Signori Francescini.
» » La famiglia di Cavalli Celestino di Varenna è a Lugano.
» » La famiglia di Venini Onorato di Varenna è a Milano
» » La famiglia Campioni è in America.
» 1926. La famiglia Calvasina Giuseppe è in America.
» » Riva Carlo Giuseppe di Varenna è a Morbegno.
» » Hefler Giacomo ed Hefler Carlo sono a Milano.
» » Hefler Girolamo è in Vall’Ossola
» » Hefler Antonio è a Verona.
» » Carganico Pietro è a Intra e Carganico Eliseo a Como.
» » Ambrogio Greppi di Varenna è in America.
» » La famiglia di Calvasina Luigi è a Lecco.
» » Dott. Giorgio Greppi di Varenna è a Milano.
» » Cavalli Manfredo di Varenna è a Roma.
» » Cavalli Delfino di Varenna è a Milano.
» » Bernasconi Luigi di Varenna è a Milano.
» » Famiglia Pensa di Varenna è a Milano.
» » Ing. Giovanni Battista Pirelli Senatore del Regno e famiglia, è a Milano.
» » Famiglia di Carlo Pirelli è a Milano.
» » Famiglia di Giacomo Riva è a Milano.
» » Monsignore Diego Venini Cerimoniere Segreto di S. S. è a Roma in Vaticano.
» » Don Matteo Pensa dottore dell’Ambrosiana a Milano.
» » Bavera Abbondio e Bavera Carlo del fu Giuseppe a Milano.
» » Pirelii Pietro di Luigi a Milano.
» » Pirelli Egidio fu Pietro a Milano.
» » Don Carlo Pirelli Preposto di San Marco a Milano.
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LA CONGREGAZIONE DI CARITÀ

Della congregazione di carità che come ovunque funziona anche a Varenna, diamo qui qualche brevissimo cenno.

Fra le maggiori donazioni fatte alla congregazione noteremo le seguenti:

Nel 1803 la famiglia Isimbardi lasciava lire 72 milanesi da distribuirsi ai poveri di Varenna. Nel 1833 il sacerdote Lelio Mornico lasciava ai poveri di Varenna la somma di lire 600 milanesi. Nel 1845 Orazio Carganico lasciava un’elemosina di due staia di frumento e due staia di segale della misura romana da distribuirsi ai poveri di Varenna. Nel 1860 Tarelli Luigi lascia lire 300 e il Manteggia lascia lire 215 annue. Gli eredi di Vittorio Emanuele Pittara nel 1876 elargirono alla Congregazione di carità lire 50000. Nel 1879 Biazzi Emilio lascia due legati uno di lire 3000 per l’asilo infantile e l’altro di lire 5000 per la distribuzione di medicinali ai poveri. Nel 1880 Bosone Luigi lascia un legato di lire 1000, nel 1881 Venini Giuseppe del qm Bernardo lascia lire 3000. Nel 1891 il Cav. Giovanni Venini lascia lire 500. Nel 1894 Carolina Maumary vedova Seufferteld con suo testamento olografo 20 gennaio 1894 dispone a favore della Congregazione di Carità la somma di lire 10000. Nel 1899 l’ingegnere G. B. Torretta lascia lire 500 e la Signora Maria Adami Pirelli nel 1910 fa un legato per la somma di lire 3000. Nel 1845 era amministratore dei Luoghi Pii di Varenna il signor Giorgio Scannagatta e nel 1876 il Dottore Luigi Bellati.



Note

  1. A. S. M. Milizie. Fazioni P. G. Alloggi-Sussistenze. Varenna liquidò questa partita in fiorini 203:58:3 e Perledo in fiorini 191:1.
  2. A. S. M. Gov. Prov. 108.
  3. Certamente un avanzo dell’antica fortezza.
  4. Sul medio e alto lago di Como, Milano, Pirotta, 1845.
  5. Secondo un manoscritto del Rezzonico della fine del XVIII secolo, posseduto dal compianto Don Santo Monti il giuspatronato della famiglia Mazza in Varenna sarebbe passato al ramo della famiglia Mazza stabilitasi a Pesaro.
  6. Non avendo alcun documento sull’esistenza di questa chiesa nell’XI sec., lasciamo al Torretta la paternità della sua asserzione.
  7. Baldassarre Torretta, valente artista, secondo quanto mi raccontava un suo nipote, venne ferito nel 1848 ad una mano e non potendo più portare il fucile divenne portabandiera degli studenti. Dopo il 1848 si rifugiò in Svizzera. È da lamentare che non siano stati rinvenuti i disegni da lui lasciati e che rappresentano la piazza di Varenna qual’era prima che fosse stato costruito l’attuale piazzale e sagrato.
  8. A proposito di preti patriottici ci piace ricordare qui anche l’arciprete di Mandello del quale così parla IL N. 11 del giornale «Il 22 marzo»: La sollevazione sul lago di Como e Lecco ebbe principio a Mandello, ove sventolò, primo fra tutti i paesi, il vessillo tricolore e ciò per opera e coi consigli di quel benemerito arciprete Angelo Roncoroni».
  9. A. S. M. Governo Provvisorio. 168 a.
  10. Santo Monti. Pagine di storia comense contemporanea. Como. Ostinelli, 1917.
  11. Queste notizie vennero desunte da documenti dell’archivio Mornico.
  12. Venosta Felice. I martiri della rivoluzione lombarda. Milano, 1861.
  13. Lettera di A. Maraini ad Enrico Guicciardi nel giornale La Valtellina 20 giugno 1814.
  14. Epistolario di Mazzini Vol. 20 1923 a pag. 22 lettera V. MMDVII.
  15. Biblioteca Storica Italiana. Volume VI. - I moti insurrezionali di Lombardia nel 1849. Capolago Tip. Elvetica, 1851. Pag. 91.
  16. Dalla Gazzetta di Milano. Mese di Aprile.
  17. Biblioteca Storica Italiana. Vol. VI. I moti insurrezionali in Lombardia nel 1849. Cenni e documenti di Gabriele Camozzi. Capolago. Tip. Elvetica. 1851. Pel Brenta vedere anche: Antonio Picozzi: Garibaldi e Medici. Ettore Socci: Umili eroi della patria e dell’umanità. Mariano D’Aiala: Vite degli Italiani benemeriti della libertà.
  18. Pietro Conti: L’insurrezione della Val Intelvi Tip. Coop. Comense 1896. Ottolini Vittorio: La rivoluzione lombarda 1848-49. Milano, Hoepli 1887.
  19. Santo Monti. Pagine di storia comense contemporanea. Como, 1917.
  20. Documenti della Guerra Santa d’Italia. Fascicolo 26.
  21. Giuseppe Locatelli. Biografia di Gabriele Camozzi. Nel Diario-Guida della città e provincie di Bergamo. Anno 1894.
  22. Museo Civico di Como. Documenti del Risorgimento. Cart. 13, incart. 20.
  23. Santo Monti. Compromessi politici del risorgimento italiano. Periodico società storico-comense, fasc. 86-87.
  24. Il maggiore Greppi morì il 20 dicembre 1876 mentre comandava il distretto militare di Forlì.
    Aveva sposato in prima nozze Angelica Regalini di Varenna giovane d’alti sensi e di elevata cultura, amica intrinseca della signora Luisa Venini che al Fogazzaro ispirò il personaggio dell’eroina di «Piccolo mondo antico». In seconde nozze sposò Adele Bosone di famiglia imparentata con quella dell’avv. Venini che usava passare l’autunno a Varenna. Ebbe tre figli tutt’ora viventi l’ingegnere Luigi ed il dott. Adolfo del primo letto, Arturo del secondo letto.
  25. Giovanni Battista Riva ha lasciato un suo diario sulla campagna del 1866. Venne pubblicato nella Rassegna Storica del Risorgimento. Fasc. 1° del 1926.
  26. Di questa rovina parla anche lo scrittore inglese T. W. M. Lund nel suo libro The lake of Como (London, Kegan Paul 1910):
    «.... upon its banks a hamlet had been planted for centuries, and its channel lined by wheels, undershot by the brook, and turning the machinery of certain poor marble cutter. But since the great rainfall of 1882, the picturesque ness of the overhanging houses and the romantic charactes of the river bed have disappeared.
    .... the beauty of the lower portion of the Fiume di Latte is now quite obliterated....
  27. L’autore licenzia la sua pubblicazione dalia Malpensata di Varenna l’ottobre 1843 intitolata: Sul medio e alto lago di Como e sul ramo orientale di quello di Lugano. Milano. Tipografia Pirotta 1845.
  28. Da alcuni appunti trovati all’albergo Royal Victoria Gladstone si sarebbe fidanzato in Varenna con la bellissima Caterina Glynne.
  29. Letture inedite di Massimo d’Azeglio al marchese Emanuele d’Azeglio suo nipote. Torino. 1883. pag. 8.
  30. Massimo D’Azeglio, Lettere inedite. Torino. Roux, 1883.
  31. Versi intitolati: La terza riscossa, pubblicati a Bergamo il 16 giugno 1859 da R. D.
  32. Vedi: Enrico Albanese Diario inedito, preceduto da notizie bibliografiche e storiche di G. Pipitone Federico. Palermo, Sandron 1909.
  33. V. Riv.: Il Risorgimento italiano, 1909.
  34. A. Malvezzi Il risorgimento italiano in un carteggio di patriotti lombardi, pag. 385. Nel carteggio dell’Arconati ricorre spesso il nome di Borsieri legato da intima amicizia con gli Arconati.
  35. Rassegna Nazionale. 1910 Michele Lupo Gentile. Pietro Borsieri.
  36. Archivio Storico Lombardo, anno 35°. Fasc. XVIII Giuseppe Gallavresi: Fonti sconosciute o poco note per la biografia di Alessandro Manzoni.
  37. Vedi giornale Il Secolo del 17 marzo 1926.
  38. Il testè defunto notaio Fasanotti di Milano.
  39. Come attesta una lettera del Fogazzaro stesso diretta da Vicenza il 23 novembre 1895 al Dott. Alfonso Garavaglio di Laveno e pubblicata nel giornale Adula il 1° marzo 1919.
  40. Vedi estratto del giornale l’Adula, anno 1920
  41. Adula. Bellinzona, 6 20 giugno 1926.
  42. Questa casetta passò poi proprietà di Orazio Carganico.
  43. Su Giovanni Conca leggi in Periodico Società Storica Comense, Volume XXIV - Anno 1921-22 articolo di Vittorio Adami: Giacomo Conca di Varenna.