Verginia/Sonetti

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Sonetti

../Atto quinto ../Strambotti IncludiIntestazione 25 febbraio 2015 75% Teatro

Atto quinto Strambotti
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A LI LETTORI.


Candidissimo mio lettore dopo la elegantissima & arguta
Comedia di messer Bernardo Aretino m’è piaciuto,
a tua consolatione, & gloria di quello, inferire
alla predetta operetta qualcuno de suoi
eccellenti Sonetti, Capitoli, & Strambotti,
accio che con tuo diletto conoscer possa
egli non manco ne i Sonetti valere
& argutie di Strambotti che ne
l’ottavo suo comico stile:


VALE.


Della Duchessa di Urbino sculpita.


IO che son sculta in marmo humido & basso
Da ’l spirto fuor, son simile a la viva:
     Acqua da me, da lei pianto deriva,
     Lei dura & fredda, io duro & freddo sasso:
Io ogni viator stupido lasso:
     Lei ogni servo suo di senso priva:
     Lei è candida piu che rosa estiva,
     Et io col candor mio la neve passo:
Lei d’ogni amator suo frauda el desio,
     Et io che mostro esser viva, confondo
     Chi cerca in darno el concubito mio:
Qual lei ridendo mia durezza ascondo,
     Qual lei miro ciascun con volto pio;
     Ma se chiami, qual lei non ti rispondo:

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Epitaphio del Re di Napoli.


IO ch’el furor Barbarico constrinsi
A dar le spalle a Italia a passo lento,
     Et qual nobil leon tra crudo armento
     La terra e ’l mar del hostil sangue tinsi:
Fernando fui che venni, vidi, & vinsi;
     Rendendo a Ragona el nome spento;
     Et racquistato el regno in un momento
     Mio fragil corpo, & non mia fama estinsi:
Gioventu, gratia, ingegno, alta corona.
     In mezzo el corso d’ogni mia vittoria
     Derise morte ch’a nessun perdona:
Sprezza dunque lettor l’humana gloria,
     Che in cener torna: & con opera bona,
     Cerca in ciel patria, e ’n terra util memoria:


Della morte di Lorenzo Tornaboni.


IO che gia fui thesor de la natura
Con man legate, scinto, & scalzo vegno,
     A porre el giovin collo al duro legno
     Et ricever vil paglia in sepultura:
Pigli essemplo da me chi s’assicura
     In potentia mortal, fortuna, o regno,
     Che spesso viene al mondo al cielo a sdegno
     Chi la felicita sua non misura:
Et tu che levi a me gemme & thesauro,
     La consorte e figliuoi la vita mesta,
     Che piu poi troverei un Turco, un Mauro?
Fammi una gratia almen turba molesta,
     A colei cui tanto amo in piatto d’auro
     Fa presentar la mia tagliata testa:

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Lucretia.


PHebo tra corso d’Ariete in tauro
Vedendo lamentar Lucretia pura,
     Disse questo è thesor de la natura,
     Di me più bella, & del mio verde lauro;
Non speri piu mia luce, o l’Indo o ’l Mauro,
     Resti del mondo ogn’altra parte oscura,
     Perche quanto a costei la vita dura
     Tanto terro qui fermo el carro d’auro:
Onde a Giove li Dij, sel sol sospinto
     Da donna, pone al mondo ombroso velo,
     Fulmina presto la vittrice, o 'l vinto:
Rispose, io ho perduto ogni mio telo,
     Perch’ancho io son da sue cathene cinto,
     Tanto ch’io temo abbandonare el cielo:


A Giulia d’una collana da lei donata.


EL nobil l’auro con la regia fronde
Strider nel foco, & mormorar si sente,
     Et così vinte dalla fiamma ardente
     Bollire, & mormorar si senton l’onde;
Però se ne l’ardor che mi confonde
     Chiamo te Giulia fallace inclemente,
     Non t’ammirar, che vil verme impotente
     Al pie ch’el calca col morso risponde:
Per te se nasce, o se s’asconde Apollo,
     Qual servo scritto, o cathenato Mauro
     Di lagrime, & sudor el volto in mollo.
Nessun’ama e suoi lacci, benche d’auro.
     Non mi por Giulia el crudo giogo al collo
     Et s’el ciel m’ha fatto huom, non mi far Tauro:

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A Madonna Giulia di crudeltà.


NOn presentate amador poco accorti
Ad una fera beccafichi in cena,
     Chi vuol satiar questa tigre terrena
     Un mazzo gli presenti d’huomin morti.
Presenti un mar di sospir duri & forti,
     O una fonte di lagrime piena,
     Una Hidra, una Medusa, una serena,
     Un libro pien di mille stratij & torti.
Ne pregar Dio ti guardi da fatica,
     Da man di traditori o da ria sorte,
     Ma da costei che d’ogni huomo è nimica.
Chi vuol mandar biastemmia estrema & forte,
     Al adversario suo perfido dica
     Va che possa amar Giulia idest la morte.


A Madonna Ioanna de li Spannocchij.


VEdendo el sole andar Cupido intorno
A le ruine de sassi Tarpei,
     Disse a Venere ahime, chi è costei
     Che vince te & me con volto adorno?
S’hor non l’uccido, temo, Giove un giorno
     Gli dia el mio carro, & tu temer la dei,
     Che te sprezzando dara el pomo a lei,
     Se al pastor Troian piu fai ritorno.
Rispose Vener lascia ogni ira altera,
     Che Romana è, chi nostra luce infesta,
     Del mio piatoso Enea progenie vera.
Roma unse con armi el mondo, & questa
     S’hor vince el mondo, me & la tua spera
     Con gliocchi, parmi la vittoria honesta:

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A Madonna Dorothea de li Spannocchi.


LE cathene che stan con nuova sorte
Rigida Dorothea ne le tue mura,
     Mi fan gran segno & certa coniettura
     De la tua crudeltà estrema & forte,
Come da l’un de canti di tue porte
     Hai fatto porre una cathena dura,
     Fa por da l’altro ancho una sepultura
     L’una servitu mostri, & l’altra morte.
Che poi ch’el ciel sforzar con gliocchi puoi,
     Et bella senza fin, senza fin cruda,
     Pria leghi & puoi uccidi i servi tuoi.
Forza è, che chi in pianto o in cener nuda
     Non vuole esser converso, gliocchi suoi
     Innanzi al tuo conspetto abbassi; o chiuda:


A Giulia del tempo estivo assimigliando
quella al cane celeste.


QUesta mia dea anzi fatal mia stella
Con sue dolci maniere accorte, honeste,
     Fa le mie acerbe voglie, hor liete, hor meste,
     Altera essendo & di merce ribella,
Et proprio assimigliar la posso a quella
     Ch’in fronte al tempo estivo ha el can celeste;
     Che porge a corpi humani ardori & peste,
     Benche fulgida sia lustrante & bella:
Mentre io riguardo a sua belta superna,
     Sento del contemplar tanta dolcezza,
     Che sola el veder lei mia gloria eterna:
Et qual farfalla per sua gran vaghezza.
     Nel lume & nel calor mal si governa,
     Così causa mio mal sua gran bellezza:

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D’un Carciopho.


TU dai foco a chi arde in pena & lutto,
A te conviensi el don che m’hai mandato
     Perche dal caldo suo immoderato
     El ghiaccio del tuo cor sarà destrutto.
Tu dai speme, & quello è verde tutto,
     Quel è di speme & tu d’offese armato;
     Tu tien fra mille inganni el ver celato,
     Et quel fra mille frondi asconde el frutto.
Tu dai fra tanti stratij un favor raro,
     Et quel fra tante in qualche foglia al fine,
     Ha sapor breve, el resto è tutto amaro.
Tu cresci fra sospir, quel fra ruine,
     Et però dammi un presente più charo,
     Se salvar vuoi le mie membra meschine:


D’uno Romito.


NOn voto, fede, nuoua devotione
Constretto m’ha questo habito vestire,
     Ma la tua crudelta, tuo sdegni, & ire
     Condotto m’hanno a tal disperatione:
Poi che mai mossa t’ha mia passione
     E miei pianti, e miei preghi, & mio servire,
     Et mille volte è peggio che morire
     El sentirsi stracciar senza cagione.
Magra è per ch’ama, & non perche digiuna
     La faccia, & questa barba che la serra
     Chiede di te vendetta alla fortuna
Gliocchi tengo ogn’hor bassi, & fissi in tera
     Accio che amor mai piu con donna alcuna
     Possi a mio miser cor far nuova guerra:

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All’amica havendosi a partire da lei.


PIen di mortale amara patientia
(Che mal non meritato troppo noce)
     Vengo a l’aspetto tuo duro & feroce
     Per farti noto la mia dipartentia:
Et poi che muto torno in tua presentia
     Con faccia smorta, & annodata voce,
     Poi che la lingua lega el duolo atroce,
     Ti domandan le lagrime licentia:
Et poi che possederti a me non lice
     Peregrinando ando tra gente, & gente
     Dando il mio loco a giovin piu felice:
Et ben ch’i sia dal tuo bel volto ahsente
     Sempre teco starò cara phenice
     Et dove non puo el corpo andrà la mente: